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domenica 17 dicembre 2017

Lust, mappa 2.

Nord est.
Le antiche mappe redatte dai nani non esistono più, le poche in circolazione valgono montagne d’oro, e sono diversi i collezionisti che spendono fortune per cercarle. I nani non erano solo mappieri, ma gli artefici di quasi tutte le strade che univano il Regno di Lust: dopo la guerra con gli elfi tali sentieri rocciosi sono stati distrutti o ricoperti dalla natura, e oggi ne esistono solo rari e tribolati tratti.
Le nuove mappe, disegnate da umani, non sono neppure lontanamente paragonabili alle meraviglie naniche. 
In quest’isola abbiamo il territorio barbaro, su al nord, praticamente invalicabile per chi non vi è nato, con numerosi distaccamenti selvatici di orchi, e le terre inesplorate, cui nessuno si avventura da decenni.

Da notare che le coste di tutte le 4 isole sono montagnose e impossibili da navigare o da attraccare. Inoltre le sue acque sono le più pericolose del mondo, con gorghi, tempeste e le creature acquatiche più pericolose tra quelle conosciute!
(Continua.)

sabato 16 dicembre 2017

Lust, mappa 1.

Lust, il continente nel quale si muovono Ironsword e gli altri personaggi, è in realtà formato da 4 isole piuttosto vaste, che insieme formano, curiosamente, la pinna dorsale di un pescecane! Per questo, da secoli, sono molti coloro che venerano questo pesce temendone la forza e la ferocia.
Oggi posto la prima delle 4 mappe, quella che chiameremo, per comodità, "Nord Ovest". In questa parte di mappa si evince come Nani ed elfi, su in alto, avessero una pericolosa vicinanza di confini, cosa che in effetti li portò, secoli or sono, a una gigantesca guerra che quasi annientò il valoroso popolo nanico! Oggi di nani ve ne sono molto pochi, e si approcciano svogliatamente con le altre razze. Della loro leggendaria capitale non se ne sa più niente, dopo che essa sprofondò nelle viscere della terra sotto i bombardamenti magici dei maghi elfo!

(Segue.) 

mercoledì 29 novembre 2017

I mille mondi di Enzo Sciotti.

Mi sono lesionato i tendini del braccio sinistro, più altre amenità che vi risparmio.
In compenso mi è arrivato questo.
Fatevi del bene: compratelo!

lunedì 20 novembre 2017

Il Punitore al di fuori dei fumetti.

Il simbolo del Punitore è questo.
Per sceneggiatori tv, soggettisti cinematografici, registi, organizzatori e costumisti vari è tanto complicato da capire?

giovedì 16 novembre 2017

Macabre sinfonie.

Sul finir dell’estate del 1988 ero lanciatissimo,  nei miei sogni da ragazzino, verso la strada della regia! Avevo già realizzato alcuni cortometraggi con gli amici di quartiere, ma questi cominciavano ad andar troppo stretti per il mio ego! Decisi così, pigliando al balzo la palla lanciatami da una zia che aveva (e ha tutt’oggi) una casa in Abruzzo, di trasferirmi lì per qualche giorno onde dedicarmi al mio primo filmetto amatoriale fuoriporta! 
Mio solito sodale Nico, cugino assai abile con una telecamera e in grado di volare almeno quanto me.
Mi informai, prima di partire, su quante persone avrei potuto trovare “sul set”, quanti attori etc.
In estate quel paesino si animava con gente proveniente un pò da ogni dove: «Mah, cosa vuoi…», mi rispose serafico Nico al telefono, «saranno, 3/4 persone!»
Capii che dovevo rinunciare all’idea di mettere in scena “Il Signore degli Anelli” prima di Peter Jackson.
Buttai giù un trattamento che verteva su una morte sospetta e una serie di personaggi che giravano attorno al morto, tutti con una validissima ragione per volerlo tale!
Era carino.
Lo intitolai “Macabro balletto”, o qualcosa del genere.
In uno o due giorni me la cavo, pensai sinistramente. 
Mi accompagnò in quest’impresa Fabrizio, altro cugino che tirai dentro l’operazione senza che, poveretto, ne avesse la benché minima voglia; mi serviva! Alto, moro e con gli occhi azzurri. Era il mio William Salerno perfetto. Salerno, cari lorsignori, era il protagonista del corto.
Giungemmo nel paesino montano all’ora di pranzo.
Quando l’auto di nostro zio svoltò per l’ultima rampa strettissima prima di sbucare sull’unica piazza del paese, vidi un gran numero di persone sostare in loco.
Che diamine sta succedendo? Vuoi vedere che proprio quando arrivo io “per girare” s’è ammazzato qualcuno o c’è stato per davvero un cadavere ammazzato?
La solita fortuna.
Tra questi personaggi pure Nico, trasferito in loro dall’inizio delle vacanze.
Scesi tutto contento, e un pò accaldato, con il mio soggettino scritto a macchina e scrupolosamente spillato.
Lo sventolai sotto al naso di Nico: «Eccolo qua, bello pronto! Quando iniziamo?»
In quel momento venni circondato da tutta la gente della piazza!
Erano lì per il nostro corto.
Cominciarono a parlare tutti assieme, entusiasti: c’era chi trovata l’idea di girare nel paese geniale, chi voleva sapere di cosa trattasse e chi, semplicemente, si stava rompendo i maroni e quindi trovava la nostra idea qualcosa di diverso.
Il problema era uno solo: c’erano in ballo almeno una trentina di persone! Tranne le pecore e un centoduenne peraltro in splendida salute, tutto il paese si era radunato per l’eccitante novità.
Avessi potuto strozzare Nico con queste mani lo avrei fatto.
Feci buon viso a cattivo gioco, cosa che, tra le altre cose, mi è sempre venuta malissimo.
Gettai i fogli in un dirupo e dissi a Nico che dovevamo parlare!
Nel frattempo si avvicinò a noi una ragazzetta bionda, riccia, con occhiali. Molto graziosa.
«Sei tu Francesco, il regista?»
Oh, come mi sentivo lusingato! Avevo messo una maglietta di Sergio Tacchini nuova di pacca.
«In carne e ossa!»
«Ma come ti sei permesso? Io la puttana non la faccio!»
Ecco.
Senza neppure sapere di cosa stesse parlando, avevo già perso la mia prima attrice.
Trascorsi le prime 48 ore a battere furiosamente sui tasti della macchina per scrivere, onde buttare giù da capo un nuovo copione che desse a quanti più  ragazzi possibile la possibilità di avere una particina e divertirsi un pò.
Mia zia mi foraggiava in diretta davanti ai fogli che si andavano ammucchiando ai lati della scrivania.
All’alba del terzo giorno, partorii! “Macabre sinfonie!”
Avevo mantenuto molto dell’altro script, aggiungendo un serial killer, un sacco di false piste e un finale a sorpresa! Mi divertii come un matto.
La parte dell’assassino andò, per imperscrutabili motivi, a un problematico ragazzo romano di nome Marco.
Era gay, molto a modo, educato, per nulla aggressivo, finanche elegante.
Non aveva neppure un’acca del personaggio che avevo descritto nella sceneggiatura.
Unico problema: recitava come un pessimo attore ubriaco che si è appena cacato sotto. 
Un disastro.
Il “reparto” trucco lo sistemò a dovere, almeno secondo loro: nelle scene in cui appariva mascherato per colpire, gli misero in testa un paio di mutande al contrario, generando tante di quelle risate che devo ancora sentirne così, dopo tutti questi anni. 
Ogni volta che giravamo c’erano decine di curiosi a vedere, il nostro “film” era diventato l’attrazione del paese: potevo girare ovunque, e tutti mi chiamavano “regista”. Il mio ego ipertrofico gongolò per settimane. 
Problemi? Infiniti. 
Pastori che passavano con un mucchio di pecore proprio quando davo “l’azione”, il bullo di zona che tentò di investire me e Fabrizio con il trattore perché gli avevo negato la parte del protagonista, Nadia che mi piaceva ma ero timido, le minigonne di Jessica, la corsa in cima alla montagna inseguiti da una torma di cani selvatici, il morto che fa il morto e poi la comparsa in un’altra scena, Fabrizio che è un dormiglione da competizione. Di aneddoti, uno più spassoso dell’altro, ce ne sarebbero a dozzine.
Vi basti sapere che la scena clou, sul finire del film, che aveva la durata di quasi un’ora, dovevamo girarla in cima alla chiesa sconsacrata di Santa Barbara, un viaggetto in salita di parecchie decine di minuti, con l’attrezzatura, i vestiti di scena e tutto quanto. 
In questa scena l’assassino, Marco, finalmente si rivela! Doveva dire poche battute, semplici, e per una bizzarra coincidenza, anche il personaggio da lui interpretato era gay.
La battuta, più o meno, durava qualche secondo.
Niente, non gli riusciva proprio di dirla! Arrivammo a 69 ciak!
Alla fine, con tutta la calma che ho (cioè pochissima), posai la mia cartellina e tentai di capire il problema.
«Il problema è lui, il personaggio. Non voglio fare un gay.» disse.
«Ma se non reciti questa battuta tutte le motivazioni andranno a farsi fottere!»
«Non la dico.»
«La dici.»
«No!»
«Invece sì.»
«Ti butto di sotto che pure Santa Barbara, qui, espatriata, si affaccerà di colpo sentendo il botto di quando ci arrivi!»
Cominciò a urlare come un matto!
«Ma perché? Perché devo farlo io, il gay?»
Fu uno di quei momenti in cui mi sovviene quel colpo di genio in grado di assisterti per una sola volta nella vita.
«Perché lo sei! Sei gay.»
Sorriso di Marco, applausi della troupe e tutti in scena.
Siccome la storia che avevo scritto era una cacata, il film non ebbe grande riscontro rispetto, per dire, a “La Bambola di Cristallo”, che avevo realizzato l’inverno precedente.
Un’ultima considerazione.
A metà film venne una gentile signora con figlio al seguito, della zona, di nome Ottaviano. Mi chiese se il ragazzino poteva avere una parte nel film.
Mi apparve come una faccia che non mi diceva nulla, ero certo di avere attori più in gamba! dall’alto della mia bontà, tuttavia, acconsentii trovandogli un personaggio seduta stante: divenne Ferri, l’aiutante di William Salerno.
Inutile dire che Ottaviano è diventato un grande attore di spettacolo, incide dischi, ha recitato con Verdone, Zampaglione e tanti altri.

Come al solito non avevo capito un cazzo.

sabato 11 novembre 2017

Una vecchia bottega di giocattoli.


Su via Taranto, proprio a metà, stava un negozio di giocattoli.
Non era come quelli di adesso, con gli scaffali, i monitor e il personale con le magliette uguali: aveva solo delle grandi, enormi vetrine con i giocattoli appesi.
Si chiamava "Le Scalette".
Ogni giocattolo aveva una targhetta con un numero; a sinistra, appena entravi e scendevi le scale da cui la bottega prendeva il nome, stavano appese le pistole e le spade giocattolo: poi, sempre sulla sinistra, le automobili, le Barbie e, proseguendo, gli animali di gomma, i robot e i Big Jim. Al centro del locale stava un'altra bacheca, con i giochi di società, i Masters e le auto radiocomandate.
Se avevi del denaro sceglievi il tuo giocattolo, giravi l'angolo del locale e trovavi una scrivania su cui sedevano moglie e marito, che ti accoglievano sorridendo: a quel punto non ti rimaneva che comunicare il numero del prodotto che avevi scelto e loro andavano a prendertelo in magazzino.
Ricordo ancora l'odore di plastica e di carta, le pareti spoglie, la calcolatrice e l'enorme cassa. Erano botteghe di una volta, ai gestori davi del lei, e i tuoi genitori ci passavano un pò di tempo, chiacchierando del più e del meno mentre ti incartavano l'oggetto desiderato.
Rammento di averci passato interi pomeriggi, là dentro, in quella sorta di grotta del tesoro. Il naso all'insù, sbavando per l'ultima novità, troppo costosa, che avresti potuto sognare o vedere di sguincio in casa dell'amico più facoltoso, che aveva il papà proprietario di una norcineria o di una lavanderia ben avviata!
Io? Disponevo di qualche soldo, a inizio mese: 2/3 mila lire. Alle volte 4 o 5, che "guadagnavo" accompagnando mia nonna a ritirare la pensione dalle parti di piazza Fiume. Per il resto dovevamo aspettare Natale o il giorno del compleanno, io e mia sorella, poiché mio padre era operaio e mia mamma casalinga.
Tuttavia ricevere quelle 5 mila lire era in grado di impedirmi di dormire, la notte precedente: come le avrei spese? La scelta non era facile! Mica potevo fare acquisti a cuor leggero: dovevo escludere i giocattoli fuori budget, quelli che non erano attinenti alla mia personalità in costruzione, e quelli che non mi convincevano troppo.
Un'impresa, insomma, evitare di rimanere deluso dal nuovo, fiammante acquisto!
Ero molto timido, lo sono ancora, per cui evitavo di disturbare i proprietari e facevo tutto da solo, contando con le dita e sognando mondi fantastici per quando sarei rincasato.
Se non trovavo niente di adatto o di corretto per le mie tasche tornavo mesto indietro oppure mi fermavo in edicola: in fondo il nuovo numero di Zagor sarebbe stato un balsamo eccellente con il quale leccare qualche ferita.
Sono trascorsi più di 35 anni, da allora.
Oggi, quel negozio, non esiste più.
Scomparso dalla fine degli anni '80, per tutta una serie di motivi tra cui, lo so bene, la morte del titolare e la difficoltà, per la signora Franca, di tirare avanti da sola.
Quel piccolo portoncino nasconde ora un'agenzia immobiliare o un vecchio magazzino, non lo so bene.
Insieme alla mia nostalgia.
Chissà se c'è ancora quell'odore, là dentro, e se le scale sono le stesse o le hanno ristrutturate.
Ogni tanto ti penso.
E mi sento bene.

giovedì 21 settembre 2017

Scerbanenco, uno scrittore singolare.


Avevo già letto qualcosa di Giorgio Scerbanenco, ma ero giovanissimo, probabilmente il ciuffo di capelli che avevo allora mi impedì, scivolando sulla carta, un'attenta lettura, perché non me lo ricordo più.
In questi giorni ho quindi letto (o riletto?) "I milanesi ammazzano al sabato", romanzo del '69 (credo).
Non so se mi è piaciuto oppure no. Sono un pessimo recensore. Persino di me stesso.
Posso dire di aver gradito poco i suoi luoghi comuni: sulla delinquenza ("un delinquente è sempre stupido!" tuona il Nostro), sui meridionali, sui settentrionali, sul genere umano in quanto tale. E ancor di meno, mi duole ammetterlo, l'abitudine di giudicare lui, in quanto Autore, i protagonisti del suo libro: li apostrofa, ne anticipa le qualità morali, li catechizza. Non Duca Lamberti o i comprimari: proprio lui, Scerbanenco. Dice a proposito di un tale che sta per essere interrogato: "Si vedeva subito che era un buono, uno incapace a mentire"... dopodiché parte il dialogo; ma se hai già indirizzato quel personaggio nella testa di chi legge il resto della situazione diventa irreale, se non del tutto inutile. Manca il piacere lasciato allo spettatore di scoprire, fare congetture, azzeccare o sbagliare un pronostico su un determinato personaggio. Lo stesso poliziotto milanese, Lamberti, in fin dei conti non fa un accidente.
Eppure... eppure la trama è buona, le situazioni crude e originali, i personaggi si muovono a livello quasi teatrale, si arriva in fondo di buon grado, accettando il gioco un pò controverso che lo scrittore prematuramente scomparso conduce con gran velocità e gusto.
Se poi contestualizziamo il tutto all'anno in cui "I milanesi" è uscito, beh... allora, per il fruitore dell'epoca, questa storia fatta di rapimenti, baldracche e magnaccia, assassini e poliziotti melanconici assume tutta un'altra valenza! Deve essere stato un colpo ben forte, ve lo dico io.
Non so se mi è piaciuto molto o poco. So che ne è valsa la pena.
Al prossimo appuntamento, Giorgio e Duca (a proposito, chi è lo sciagurato fesso che su Wikipedia corregge sempre "Duca" in "Luca"? Quasi quasi lo lascio com'è. Uno si stanca pure!) non mancherà occasione.

domenica 10 settembre 2017

Vetrina dei romanzi di nuovo completa!

Cari amici, come promesso tornano disponibili tutti i miei titoli, dal 2000 a oggi, editati e aggiornati!
Potete trovarli tutti qui, in attesa di Amazon e di altre librerie on line:
http://www.lulu.com/spotlight/sharkcomics
Ringrazio Spectrum e Vittorio Sossi per la gradita e indispensabile collaborazione.

domenica 3 settembre 2017

"L'apostolo nel buio" torna disponibile!

Cari amici, da oggi torna disponibile, per chi ne volesse una copia fisica, il racconto horror "L'apostolo nel buio", già in catalogo Feltrinelli on - line qualche anno fa: un centinaio di paginette a 12 euro + iva!
Questo il link dove acquistarlo:
http://www.lulu.com/shop/francesco-l-p-09/lapostolo-nel-buio/paperback/product-23318882.html
Come già accaduto con "L'ultima era dei giganti", nel 2016, anche questo titolo è stato revisionato e corretto. Vi lascio ringraziandovi e ricordando che il testo presente nel libro è rigorosamente per adulti.
Ciao!

giovedì 24 agosto 2017

Legami profondi.

C'è un buffo stato d'animo, che ho sempre avuto, e del quale mi vergognavo; lo reprimevo.
Quello di sentirmi mortalmente offeso di fronte al disprezzo mostrato da qualche "amico" rispetto a uno dei miei personaggi, fosse Crotalo, Ironsword o Paride Agosti.
In soldoni: se mi si dava del fesso o del fallito a me personalmente, l'incazzatura durava qualche giorno e poi ciccia, se offendevi una mia creazione la ferita si faceva così profonda, alle volte, da non guarirsene più.
Oggi non penso affatto che sia una cosa da nascondere. Prendiamo Ironsword: l'ho ideato nel 1989, avevo compiuto 16 anni da un paio di mesi. Ero nel pieno dell'adolescenza. Mi ha aiutato tanto, sempre: non ho mai smesso di occuparmene. C'era durante il periodo militare, c'era quando ero umiliato o iracondo, c'era persino alla morte di mia madre, giacché mi ero imposto di non smettere di sognare, anche se avevo il cuore come una vecchia ciabatta da buttare via e mi tremavano le mani.
Può non piacerti, non interessarti neppure, a causa del mio stile, dell'ambientazione, di quello che ti pare.
Ma se lo disprezzi, se ti infastidisce il solo vederlo o sentirne parlare, disprezzi una delle cose più importanti della mia vita; importanti e profonde. È come se detestassi la mia famiglia, la mia donna o il mio migliore amico.
In tal caso, mi spiace, non possiamo essere amici.
In fondo la vita sa essere anche semplice.

domenica 6 agosto 2017

Narni Comics & Games 2017.

Il progetto a cui stavo lavorando da un pò consisteva nel ristampare tutti i miei titoli romanzeschi, dopo averli corretti e rielaborati graficamente; 8 titoli tra cui i più vecchi (2000) che avrei presentato con gioia alla prossima Narni Comics & games, in programma i primi giorni di settembre. Roba vista poco prima, insomma, e mai ristampata.
Purtroppo il progetto si è rivelato assai impegnativo e, probabilmente, troppo grande per me.
Non ce l'ho fatta.
Devo quindi  comunicare che NON sarò presente alla bellissima kermesse umbra come avvenuto nelle precedenti edizioni.
Mi troverete comunque, per chi avrà piacere, quasi sicuramente in giro almeno un pomeriggio, credo e spero il sabato.
Agli amici cui avevo accennato la cosa che dire? Arrossisco e mi cospargo le calvizie di cenere.
Spero di avere notizie più certe l'anno prossimo!
Ringrazio Giovanna e tutta Narni Comics & Games per l'onore che mi fa invitando un autorucolo come me, tutti gli anni.
Là mi sento a casa.
Lascio il link alla manifestazione: andateci, ne vale davvero la pena. Chi c'è stato lo sa.
https://www.facebook.com/narnicomicsandgames/

sabato 1 luglio 2017

In un eccesso di foga.

L'anno a cavallo tra il nuovo e il vecchio millennio, effettivamente, non fu come tutti gli altri.
Avevo un buon posto di lavoro (alla Mondadori di via Tuscolana) e, soprattutto, avevo ripreso a scrivere dopo quasi 5 anni.
Mi stavo occupando di un cupo horror ambientato tra morti viventi (ancora non tornati in voga grazie a The walking dead) in un cupo futuro distopico che avevo immaginato mesi prima, uscendo da un disgraziatissimo disastro finanziario.
Avevo accumulato così tanto risentimento, ero stato così lontano da una tastiera che quando, finalmente, cominciai a stendere il romanzo, le parole mi uscirono di getto, come un fiume in piena; sotto Natale facevo turni lunghissimi, anche di 12 ore in libreria, ma al minimo stacco, a ogni possibilità, correvo a casa per battere sui tasti, quasi disperatamente.
Scrissi con tanta di quella foga che, un giorno, verso la fine del racconto, i tasti della mia vecchia tastiera cominciarono a saltare in aria come fossero state minate! La "Q", la "R", il tasto di ritorno. Finirono in aria e poi sul pavimento, tintinnanti.
Io ero come in trance. Non potevo proprio smettere di scrivere. Vidi mia madre con la coda dell'occhio che si avviava verso l'ingresso; le chiesi se aveva intenzione di uscire, magari per fare la spesa. Ricevuta risposta positiva infilai le mani nelle tasche dei jeans senza neppure guardarla, ero come un cane idrofobo: le misi in mano una manciata di banconote, allora guadagnavo abbastanza bene, e chiesi che mi riportasse una tastiera. Di qualunque tipo, a qualunque prezzo.
Seppure non capisse un accidente di informatica e di folli scrittori, andò. Dopo una mezz'ora tornò con la tastiera più brutta e bizzarra che avessi mai visto: era viola, spessa e tozza, con gruppi di tasti di un colore (fucsia, gialli o blu!) e luci a incorniciare il blocco numerico, l'accensione e altre funzioni.
Staccai la vecchia e attaccai la nuova, ricominciando a battere furiosamente. Non mi era mai capitato prima, non mi capitò in futuro. A fine scrittura, pochi giorni dopo, distrussi anche quella.
All'alba del 2000, esattamente come raccontato nel libro, il mio romanzo "Carne umana", divenne disponibile per i miei amici. Era come se mi fossi tolto un grosso peso.
"Carne umana" è stato in vendita fino a pochi mesi fa.

martedì 20 giugno 2017

George A. Romero: Zombi!

Zombi, Dawn o the Dead in originale, è un capolavoro del cinema horror “moderno”. Considerato, non a torto, un vero e proprio kolossal del cinema di paura. Vocabolo usato raramente per questo genere di film.
La pellicola, in realtà, di ricco ha poco o nulla… idea, trama e realizzazione a parte, ma lo vedremo presto.
Il film piacque, molto, al pubblico. Meno, assai meno, a quella nicchia di intellettualoidi, di radical chic che non potevano ammettere che si potesse fare un film di “denuncia”  sociale mostrando contemporaneamente squarci, morti che risorgono, amputazioni. 
Non era per loro ammissibile.

Ma Zombi è e rimane un fortissimo film di denuncia sociale, soprattutto verso una certa tendenza al consumismo americano (lo so, la parola stessa risulta vetusta e scevra ormai dal lontanissimo significato), alla sua costante perdita di valori ancora così spocchiosamente sbandierata nonostante le tante, troppe contraddizioni, l’antimilitarismo così sfacciatamente sbandierato, le riflessioni sulle religione intesa come summa di frasi fatte e vane promesse azzerate quando loro, i morti, decidono di uscire dalle tombe. Allegorie che solo un cieco può decidere di non vedere. Certo, visto con gli occhi di oggi (Zombi ha quasi 40 anni, essendo andato nelle sale nel 1978), la denuncia rimane fortissima per ciò che concerne l’idea e la rappresentazione, ma ovviamente alcune realizzazioni presenti nella pellicola possono apparire datate o, finanche, retoriche.

Alzi però la mano chi non ha visto barlumi futuri di società che da lì in poi avrebbe preso sempre più piede, anche e specie da noi, nell’inizio fulminante e geniale, con la tv spazzatura (lo stesso regista, George Romero, ripresosi in una cameo come impiegato della stazione tv) che cerca disperatamente una risposta alla terribile resurrezione, riuscendo solamente a mandare tutto in vacca. Alzi la mano, tra di voi, chi non ha sempre ben a mente le riprese del centro commerciale (e non supermercato come troppo spesso si sente dire a sproposito di questo titolo) affollato di morti viventi che tentano irrazionalmente di entrare, ogni qual volta si trova in fila per accedere da qualche parte, in un evento o luogo pubblico. 
George Romero ha segnato indelebilmente la storia del cinema, non solo horror, scegliendo di girare questo film. Sono tanti, tantissimi, coloro che, pur non avendolo visto, sono in grado di saltar sulla sedia appena accenni loro la trama.
Zombi - Dawn of the Dead ha segnato intere generazioni.
Vero è che il sangue, lo splatter, c’è eccome: teste che esplodono sotto i colpi di fucili a pompa,  arti strappati, personaggi divorati vivi.
Si era mai visto nulla di simile, fino a quel momento? No.

Di sicuro c’era stato del sangue, prima di allora: Herschell Gordon Lewis, per esempio, o tutta la filmografia della Hammer degli anni ’70, oppure il nostro Dario Argento (specie con Profondo rosso e Suspiria) avevano provveduto a inondare gli schermi cinematografici con secchiate di liquido ematico, ma mai si era veduto uno zombi strappare e poi mangiare un braccio di un personaggio mentre questi era ancora vivo e scalciava. Mai la famiglia tradizionale americana era stata scardinata in maniera così violenta e angosciante da dentro, come nell’immortale scena della donna che crede di veder tornare suo marito, ormai ridotto a un morto vivente, venendo quindi morsa orribilmente sul collo e su un braccio. 
La pellicola di Romero è un’apocalisse, un incubo senza speranza e senza fiducia, ogni personaggio è rivestito di un pessimismo cosmico che porta qualcuno di loro, addirittura, a meditare il suicidio, come nella scena finale che vede protagonista l’iconico Peter (Ken Foree), e anche Francine avrebbe dovuto sortire medesima fine, come da sceneggiatura. Non vi sono personaggi smaccatamente positivi, in Zombi: "normali", forse, qualcuno anche saggio, ma mai positivi: sono disposti a fuggire fregandosene del collega, del vicino di casa, e anche loro, in fondo, vogliono quel centro commerciale tutto per loro. Sono disposti a fare cose folli (Roger, preso da troppo entusiasmo e relativa sicurezza, ci rimette la pelle)... per non parlare dell'esercito, dei cacciatori improvvisati, dei bikers che bramano anche loro, senza un valido motivo, se non di reminiscenza, il Mall.
E’ così, dunque? E’ proprio tutto così? Solamente in parte.

Sull’essere umano il regista di origini portoricane non nutre alcuna simpatia, questo è evidente sin dalle prime battute. Che siano atletici soldati, aspiranti cacciatori di zombi o, addirittura, giovani donne incinte, l’umanità è vista come ricettacolo di debolezze, vanaglorie, gratuite malvagità. Il morto vivente romeriano non è truce, non spaventa come quelli di Jorge Grau o di Lucio Fulci. Non ha alcun interesse nel farlo: è semplicemente l’altra parte di noi, lo specchio, l’avvertimento post comunista di come, alla fine, saremo tutti quanti. Grigi, spenti, abitudinari, affamati.
La morte come unica, grande Democrazia. La (non) morte che, ritornando in attività (si fa per dire) chiude il cerchio di questa orrenda, putrida ruota. Lo zombi ha fame, è disperatamente incapace di capire il senso del nuovo ciclo vitale (si rifà per dire), e si aggrappa quindi alle vecchie abitudini che aveva una volta, quando era vivo.
Zombi comunista, quindi? Proletario? 
No, probabilmente solo sconfitto e senza quel dio tanto invocato quand’era vivo. La resurrezione è l’ultima, nichilista marcia di protesta.

  Detto ciò, lo splatter (che proprio da qui divenne parola di uso comune) non è mai fine a se stesso, non è mai adoperato per disgustare, irretire o gonfiare il film. Fa parte della narrazione, talvolta sonnolenta, che insaporisce il piatto di una trama, tutto sommato, assai semplice:
Dopo il suo esordio, 10 anni prima, con il seminale La notte dei morti viventi (Night of the living dead), Zombi ne prosegue con efficacia e coerenza il filo narrativo, con i morti ormai minaccia riconosciuta in tutto il mondo, e il quartetto di protagonisti (tutti attori semi sconosciuti) che, persa la speranza nei governi e nei propri rappresentanti, decide di fuggire in elicottero, scegliendo come oasi incontaminata una vasta zona industriale in cui torreggia il simbolo assoluto del consumismo e del finto benessere americano (e poi mondiale): un centro commerciale. 
Qui, com’è poetica romeriana, lo zombi sarà l’ultimo dei problemi.
Si diceva dei soldi per finanziare il film: Romero li cercò in tutto il mondo, ivi compresa l’Italia, dove una parte dei finanziamenti ce li mise la società di Argento e suo fratello Claudio, che finiranno per occuparsi (bene, a mio avviso), dell’edizione europea del film, tagliandolo di ben 19 minuti e aggiungendovi la suggestiva colonna sonora dei Goblin, al posto di un’improbabile musica jazz che Romero aveva comprato già fatta avendo terminato i fondi. Poi Germania, Giappone e l’umanamente discusso Richard Rubinstein per gli Stati Uniti. 
Gran parte di questi soldi, probabilmente, finirono negli effetti speciali, curati dall’eccellente ex reporter in Vietnam Tom Savini (che fa anche una particina nei panni del motociclista teppista Blade) che si diletta in truculenze varie e assortite di cui abbiamo già parlato. Degli attori si è detto, solidi caratteristi dagli stipendi adeguati, e sulle locations... beh, quelle vennero messe a disposizione della troupe dal proprietario del centro commerciale, dalla chiusura all’apertura successiva, a patto che la costruzione, per sfamare la dea pubblicità, fosse ben visibile in ogni sequenza lì girata. In pratica la produzione rimase chiusa intere notti lì dentro, finendo per una convivenza forzata che soltanto la paziente calma di Romero riuscì a gestire. 
Alcune curiosità: 

*La sceneggiatura di Zombi, scritta interamente da George Romero, venne scritta a Roma, quando egli fu ospite dell’amico Argento. Questa, all’inizio, era molto più corposa del girato finale, e gli “scarti” servirono per dirigere, 7 anni dopo, quell’altro capolavoro totale (e maggiormente claustrofobico) che é Il giorno degli zombi.
*Alcuni dei morti viventi senza braccia che si vedono deambulare nel film, sono interpretati da veri portatori di handicap.
*Tom Savini tornerà a interpretare Blade e il suo machete in La terra dei morti viventi, del medesimo regista, nel 2006.

  • Tutti gli attori messi in scena hanno avuto carriere diverse da quelle attoriali, seppur in ambito cinematografico, a eccezione di Ken Foree, tutt’ora attivo come caratterista in diversi film, ivi compresi Halloween - The beginning (2007) e La casa del diavolo, 2005, entrambi per opera del regista / musicista Rob Zombie!
  • Nel 1988 venne distribuito un videogioco che si rifaceva alle tematiche del film, con tanto di atterraggio iniziale sul tetto del centro commerciale.
  • Nel 1981 Bruno Mattei, non a caso col nome d’arte Vincent Dawn, dirige un pazzo, scombinato e divertente horror movie sulla falsariga di Zombi, riciclando la colonna sonora italiana e le tute blu dei protagonisti principali: Virus, l’inferno dei morti viventi.
  • Nel 2004 Zack Snyder dirige un disastroso sequel con protagonisti Ving Rhimes e Sarah Polley.
  • Ancora oggi il film circola nei cinema di tutto il mondo, grazie a festival e club di appassionati. Nel 2016, addirittura, è stata presentata la versione restaurata a Venezia, ospite Dario Argento.
  • Il centro commerciale del film si trova in Pennsylvania.
  • La sceneggiatura originale prevede una fine tragica per entrambi i protagonisti finali, mai girata.
  • La moglie di Romero, Christine Forrest, compare nelle vesti di un’impiegata della rete televisiva, a inizio film.
  • Probabilmente, anche il motociclista vestito da Babbo Natale che fa parte della gang, è interpretato dal regista statunitense.
  • In Italia il film è vietato ai minori di anni 18.
  • Il popolare videogioco della Capcom Deadrising, uscito nel 2004, deriva chiaramente dal capolavoro romeriano.
  • Il numero 1 di Dylan Dog, oltre ad avere il titolo originale della pellicola, L’alba dei morti viventi, vede i tre protagonisti (Dylan, Sibyl e Groucho), sedere al cinema per rivedere proprio questo film.
  • Zombi è citato anche in un racconto di Joe Hill, figlio di Stephen, Bobby Conroy torna dalla morte.
  • Il manifesto cinematografico di Zombi compare a sorpresa nel manga di Osamu Tezuka Don Dracula, più precisamente nell’albo numero 1, spaventando il protagonista!
  • L’alba de morti dementi, girato nel 2004, è una parodia ispirata chiaramente a Zombi.
  • Zombi uscì, in anteprima mondiale, a Torino, il 2 settembre, per volere di Dario Argento.
  • Gli zombi, centinaia, che assediano il centro commerciale, sono tutti interpretati dagli abitanti di Pittsburgh, città di provenienza del regista, spesso conoscenti di Romero stesso, di varia età ed estrazione sociale, avidi di una partecipazione alla pellicola.
  • Durante la lunga pausa natalizia (la troupe non poté girare in quel periodo a causa degli addobbi natalizi: sarebbe stato impensabile toglierli e rimetterli a ogni fine giornata di lavorazione) Romero girò le scene in studio o ambientate fuori dal Mall.
  • Romero, Argento e la troupe rimasero chiusi alcuni giorni all'interno del centro commerciale a causa di una tempesta di neve. 

Zombi (Dawn of the Dead)
1978
Usa / Italia
Regia George A. Romero.
Durata da 119 a 156 a seconda dell’edizione. Di quella da 156 non si hanno prove effettive.
Colore.
Genere orrore, dramma, azione.
Soggetto e sceneggiatura George A. Romero.
Produttori Claudio Argento, Alfredo Cuomo, Richard P. Rubinstein, Donna Siegel.
Fotografia Michael Gornick
Montaggio George A. Romero per gli Stati Uniti, Dario Argento per l’Italia.
Musiche Goblin per l’edizione europea. Non accreditate per la versione originale.
Scenografia Barbara Lifsher.
Personaggi, interpreti e doppiatori:
Peter - Ken Foree - Glauco Onorato
Roger - Scott H. Reiniger - Manlio De Angelis
Stephen - David Emge - Cesare Barbetti
Fran - Gaylen Ross - Vittoria Febbi

"Zombi", "Dawn of the dead" si può trovare in moltissime edizioni VHS, DvD o Blu Ray. Consiglio caldamente la versione della Midnight Factory.



giovedì 8 giugno 2017

Zagor: il buono e il cattivo!

Attenzione! Prima che io parli un pò di questo ennesimo capolavoro della Golden Age Zagoriana, uscito nel tardo inverno del 1974, a firma Guido Nolitta / Gallieno Ferri, devo premettere che non sarà una recensione. Non ne sarei capace, e penne ben più in gamba e preparate di me hanno scandagliato bene gli abissi della produzione zagoriana.
Io, al solito, scriverò due righe di pancia, sperando di non smuovervela troppo!
Perché Il buono e il cattivo, dunque? Semplice: perché da oggi 8 giugno, i balenotteri dedicati allo Spirito con la Scure si arricchiscono di questa meraviglia.
La trama:
Giunti in un paesino durante il loro peregrinare, Zagor e Cico si imbattono in due cugini, Simon e Bobby, che sono in competizione per accaparrarsi l'eredità di un parente, che ha lasciato scritto che i suoi averi andranno solamente a chi, tra i due nipoti, riuscirà a raggiungere un certo posto, tutto meno che tranquillo e piacevole da frequentare. Dopo una serie di vicissitudini, Zagor prende le parti di quello che sembra il più onesto tra i due duellanti, ma le sorprese sono dietro l'angolo. Si prospetta un lungo viaggio...


Chi conosce la poetica di Guido Nolitta, al secolo lo scrittore / editore Sergio Bonelli, non potrà che concordare sul fatto che questa storia è la summa di tutte le caratteristiche delle saghe nolittiane: il buono mai buono a tutto tondo, e i cattivi mai così neri come li si dipinge.
Ecco, è tutto qui, in questo scatenato road movie (mi si perdoni l'ardito, moderno accostamento) che mette in scena una variegata umanità, col solito corollario di sense of wonder quando il gruppo fa l'incontro con i singolari abitatori del deserto...
Oggi, a distanza di oltre 40 anni, forum e blog hanno evidenziato alcuni punti nella quale la trama vacilla un pò, e la sospensione di incredulità viene messa a dura prova (vedasi colpo di scena finale o alcune caratteristiche dei nemici di Zagor, che mettono k.o il nostro eroe con una certa facilità), e anche la cartina geografica viene accorciata a più riprese per, diciamo così, motivi di trama.
Ebbene, chi se ne frega! Chi scrive sa bene quanto, oggi, un prodotto da libreria (o da edicola, fate un pò voi!) debba essere preciso, scrupoloso, a prova di errori, coerente e quadrato. Il problema nasce quando, tutto questo, è a discapito delle emozioni e della naturalezza dei dialoghi.
Starò invecchiando ma io, decisamente, preferisco una buona dose di emozioni a qualche sterile compitino accademico.
Vabbè, insomma: da oggi "Il buono e il cattivo. Zagor", di Nolitta e Ferri si trova in libreria e fumetteria, a una quindicina di euro. Io ve lo consiglio caldamente.
Per il resto, come al solito, fate un pò voi.

"Zagor" è un personaggio edito dalla Sergio Bonelli editore, tutti i diritti riservati.