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giovedì 21 settembre 2017

Scerbanenco, uno scrittore singolare.


Avevo già letto qualcosa di Giorgio Scerbanenco, ma ero giovanissimo, probabilmente il ciuffo di capelli che avevo allora mi impedì, scivolando sulla carta, un'attenta lettura, perché non me lo ricordo più.
In questi giorni ho quindi letto (o riletto?) "I milanesi ammazzano al sabato", romanzo del '69 (credo).
Non so se mi è piaciuto oppure no. Sono un pessimo recensore. Persino di me stesso.
Posso dire di aver gradito poco i suoi luoghi comuni: sulla delinquenza ("un delinquente è sempre stupido!" tuona il Nostro), sui meridionali, sui settentrionali, sul genere umano in quanto tale. E ancor di meno, mi duole ammetterlo, l'abitudine di giudicare lui, in quanto Autore, i protagonisti del suo libro: li apostrofa, ne anticipa le qualità morali, li catechizza. Non Duca Lamberti o i comprimari: proprio lui, Scerbanenco. Dice a proposito di un tale che sta per essere interrogato: "Si vedeva subito che era un buono, uno incapace a mentire"... dopodiché parte il dialogo; ma se hai già indirizzato quel personaggio nella testa di chi legge il resto della situazione diventa irreale, se non del tutto inutile. Manca il piacere lasciato allo spettatore di scoprire, fare congetture, azzeccare o sbagliare un pronostico su un determinato personaggio. Lo stesso poliziotto milanese, Lamberti, in fin dei conti non fa un accidente.
Eppure... eppure la trama è buona, le situazioni crude e originali, i personaggi si muovono a livello quasi teatrale, si arriva in fondo di buon grado, accettando il gioco un pò controverso che lo scrittore prematuramente scomparso conduce con gran velocità e gusto.
Se poi contestualizziamo il tutto all'anno in cui "I milanesi" è uscito, beh... allora, per il fruitore dell'epoca, questa storia fatta di rapimenti, baldracche e magnaccia, assassini e poliziotti melanconici assume tutta un'altra valenza! Deve essere stato un colpo ben forte, ve lo dico io.
Non so se mi è piaciuto molto o poco. So che ne è valsa la pena.
Al prossimo appuntamento, Giorgio e Duca (a proposito, chi è lo sciagurato fesso che su Wikipedia corregge sempre "Duca" in "Luca"? Quasi quasi lo lascio com'è. Uno si stanca pure!) non mancherà occasione.

domenica 10 settembre 2017

Vetrina dei romanzi di nuovo completa!

Cari amici, come promesso tornano disponibili tutti i miei titoli, dal 2000 a oggi, editati e aggiornati!
Potete trovarli tutti qui, in attesa di Amazon e di altre librerie on line:
http://www.lulu.com/spotlight/sharkcomics
Ringrazio Spectrum e Vittorio Sossi per la gradita e indispensabile collaborazione.

domenica 3 settembre 2017

"L'apostolo nel buio" torna disponibile!

Cari amici, da oggi torna disponibile, per chi ne volesse una copia fisica, il racconto horror "L'apostolo nel buio", già in catalogo Feltrinelli on - line qualche anno fa: un centinaio di paginette a 12 euro + iva!
Questo il link dove acquistarlo:
http://www.lulu.com/shop/francesco-l-p-09/lapostolo-nel-buio/paperback/product-23318882.html
Come già accaduto con "L'ultima era dei giganti", nel 2016, anche questo titolo è stato revisionato e corretto. Vi lascio ringraziandovi e ricordando che il testo presente nel libro è rigorosamente per adulti.
Ciao!

giovedì 24 agosto 2017

Legami profondi.

C'è un buffo stato d'animo, che ho sempre avuto, e del quale mi vergognavo; lo reprimevo.
Quello di sentirmi mortalmente offeso di fronte al disprezzo mostrato da qualche "amico" rispetto a uno dei miei personaggi, fosse Crotalo, Ironsword o Paride Agosti.
In soldoni: se mi si dava del fesso o del fallito a me personalmente, l'incazzatura durava qualche giorno e poi ciccia, se offendevi una mia creazione la ferita si faceva così profonda, alle volte, da non guarirsene più.
Oggi non penso affatto che sia una cosa da nascondere. Prendiamo Ironsword: l'ho ideato nel 1989, avevo compiuto 16 anni da un paio di mesi. Ero nel pieno dell'adolescenza. Mi ha aiutato tanto, sempre: non ho mai smesso di occuparmene. C'era durante il periodo militare, c'era quando ero umiliato o iracondo, c'era persino alla morte di mia madre, giacché mi ero imposto di non smettere di sognare, anche se avevo il cuore come una vecchia ciabatta da buttare via e mi tremavano le mani.
Può non piacerti, non interessarti neppure, a causa del mio stile, dell'ambientazione, di quello che ti pare.
Ma se lo disprezzi, se ti infastidisce il solo vederlo o sentirne parlare, disprezzi una delle cose più importanti della mia vita; importanti e profonde. È come se detestassi la mia famiglia, la mia donna o il mio migliore amico.
In tal caso, mi spiace, non possiamo essere amici.
In fondo la vita sa essere anche semplice.

domenica 6 agosto 2017

Narni Comics & Games 2017.

Il progetto a cui stavo lavorando da un pò consisteva nel ristampare tutti i miei titoli romanzeschi, dopo averli corretti e rielaborati graficamente; 8 titoli tra cui i più vecchi (2000) che avrei presentato con gioia alla prossima Narni Comics & games, in programma i primi giorni di settembre. Roba vista poco prima, insomma, e mai ristampata.
Purtroppo il progetto si è rivelato assai impegnativo e, probabilmente, troppo grande per me.
Non ce l'ho fatta.
Devo quindi  comunicare che NON sarò presente alla bellissima kermesse umbra come avvenuto nelle precedenti edizioni.
Mi troverete comunque, per chi avrà piacere, quasi sicuramente in giro almeno un pomeriggio, credo e spero il sabato.
Agli amici cui avevo accennato la cosa che dire? Arrossisco e mi cospargo le calvizie di cenere.
Spero di avere notizie più certe l'anno prossimo!
Ringrazio Giovanna e tutta Narni Comics & Games per l'onore che mi fa invitando un autorucolo come me, tutti gli anni.
Là mi sento a casa.
Lascio il link alla manifestazione: andateci, ne vale davvero la pena. Chi c'è stato lo sa.
https://www.facebook.com/narnicomicsandgames/

sabato 1 luglio 2017

In un eccesso di foga.

L'anno a cavallo tra il nuovo e il vecchio millennio, effettivamente, non fu come tutti gli altri.
Avevo un buon posto di lavoro (alla Mondadori di via Tuscolana) e, soprattutto, avevo ripreso a scrivere dopo quasi 5 anni.
Mi stavo occupando di un cupo horror ambientato tra morti viventi (ancora non tornati in voga grazie a The walking dead) in un cupo futuro distopico che avevo immaginato mesi prima, uscendo da un disgraziatissimo disastro finanziario.
Avevo accumulato così tanto risentimento, ero stato così lontano da una tastiera che quando, finalmente, cominciai a stendere il romanzo, le parole mi uscirono di getto, come un fiume in piena; sotto Natale facevo turni lunghissimi, anche di 12 ore in libreria, ma al minimo stacco, a ogni possibilità, correvo a casa per battere sui tasti, quasi disperatamente.
Scrissi con tanta di quella foga che, un giorno, verso la fine del racconto, i tasti della mia vecchia tastiera cominciarono a saltare in aria come fossero state minate! La "Q", la "R", il tasto di ritorno. Finirono in aria e poi sul pavimento, tintinnanti.
Io ero come in trance. Non potevo proprio smettere di scrivere. Vidi mia madre con la coda dell'occhio che si avviava verso l'ingresso; le chiesi se aveva intenzione di uscire, magari per fare la spesa. Ricevuta risposta positiva infilai le mani nelle tasche dei jeans senza neppure guardarla, ero come un cane idrofobo: le misi in mano una manciata di banconote, allora guadagnavo abbastanza bene, e chiesi che mi riportasse una tastiera. Di qualunque tipo, a qualunque prezzo.
Seppure non capisse un accidente di informatica e di folli scrittori, andò. Dopo una mezz'ora tornò con la tastiera più brutta e bizzarra che avessi mai visto: era viola, spessa e tozza, con gruppi di tasti di un colore (fucsia, gialli o blu!) e luci a incorniciare il blocco numerico, l'accensione e altre funzioni.
Staccai la vecchia e attaccai la nuova, ricominciando a battere furiosamente. Non mi era mai capitato prima, non mi capitò in futuro. A fine scrittura, pochi giorni dopo, distrussi anche quella.
All'alba del 2000, esattamente come raccontato nel libro, il mio romanzo "Carne umana", divenne disponibile per i miei amici. Era come se mi fossi tolto un grosso peso.
"Carne umana" è stato in vendita fino a pochi mesi fa.

martedì 20 giugno 2017

George A. Romero: Zombi!

Zombi, Dawn o the Dead in originale, è un capolavoro del cinema horror “moderno”. Considerato, non a torto, un vero e proprio kolossal del cinema di paura. Vocabolo usato raramente per questo genere di film.
La pellicola, in realtà, di ricco ha poco o nulla… idea, trama e realizzazione a parte, ma lo vedremo presto.
Il film piacque, molto, al pubblico. Meno, assai meno, a quella nicchia di intellettualoidi, di radical chic che non potevano ammettere che si potesse fare un film di “denuncia”  sociale mostrando contemporaneamente squarci, morti che risorgono, amputazioni. 
Non era per loro ammissibile.

Ma Zombi è e rimane un fortissimo film di denuncia sociale, soprattutto verso una certa tendenza al consumismo americano (lo so, la parola stessa risulta vetusta e scevra ormai dal lontanissimo significato), alla sua costante perdita di valori ancora così spocchiosamente sbandierata nonostante le tante, troppe contraddizioni, l’antimilitarismo così sfacciatamente sbandierato, le riflessioni sulle religione intesa come summa di frasi fatte e vane promesse azzerate quando loro, i morti, decidono di uscire dalle tombe. Allegorie che solo un cieco può decidere di non vedere. Certo, visto con gli occhi di oggi (Zombi ha quasi 40 anni, essendo andato nelle sale nel 1978), la denuncia rimane fortissima per ciò che concerne l’idea e la rappresentazione, ma ovviamente alcune realizzazioni presenti nella pellicola possono apparire datate o, finanche, retoriche.

Alzi però la mano chi non ha visto barlumi futuri di società che da lì in poi avrebbe preso sempre più piede, anche e specie da noi, nell’inizio fulminante e geniale, con la tv spazzatura (lo stesso regista, George Romero, ripresosi in una cameo come impiegato della stazione tv) che cerca disperatamente una risposta alla terribile resurrezione, riuscendo solamente a mandare tutto in vacca. Alzi la mano, tra di voi, chi non ha sempre ben a mente le riprese del centro commerciale (e non supermercato come troppo spesso si sente dire a sproposito di questo titolo) affollato di morti viventi che tentano irrazionalmente di entrare, ogni qual volta si trova in fila per accedere da qualche parte, in un evento o luogo pubblico. 
George Romero ha segnato indelebilmente la storia del cinema, non solo horror, scegliendo di girare questo film. Sono tanti, tantissimi, coloro che, pur non avendolo visto, sono in grado di saltar sulla sedia appena accenni loro la trama.
Zombi - Dawn of the Dead ha segnato intere generazioni.
Vero è che il sangue, lo splatter, c’è eccome: teste che esplodono sotto i colpi di fucili a pompa,  arti strappati, personaggi divorati vivi.
Si era mai visto nulla di simile, fino a quel momento? No.

Di sicuro c’era stato del sangue, prima di allora: Herschell Gordon Lewis, per esempio, o tutta la filmografia della Hammer degli anni ’70, oppure il nostro Dario Argento (specie con Profondo rosso e Suspiria) avevano provveduto a inondare gli schermi cinematografici con secchiate di liquido ematico, ma mai si era veduto uno zombi strappare e poi mangiare un braccio di un personaggio mentre questi era ancora vivo e scalciava. Mai la famiglia tradizionale americana era stata scardinata in maniera così violenta e angosciante da dentro, come nell’immortale scena della donna che crede di veder tornare suo marito, ormai ridotto a un morto vivente, venendo quindi morsa orribilmente sul collo e su un braccio. 
La pellicola di Romero è un’apocalisse, un incubo senza speranza e senza fiducia, ogni personaggio è rivestito di un pessimismo cosmico che porta qualcuno di loro, addirittura, a meditare il suicidio, come nella scena finale che vede protagonista l’iconico Peter (Ken Foree), e anche Francine avrebbe dovuto sortire medesima fine, come da sceneggiatura. Non vi sono personaggi smaccatamente positivi, in Zombi: "normali", forse, qualcuno anche saggio, ma mai positivi: sono disposti a fuggire fregandosene del collega, del vicino di casa, e anche loro, in fondo, vogliono quel centro commerciale tutto per loro. Sono disposti a fare cose folli (Roger, preso da troppo entusiasmo e relativa sicurezza, ci rimette la pelle)... per non parlare dell'esercito, dei cacciatori improvvisati, dei bikers che bramano anche loro, senza un valido motivo, se non di reminiscenza, il Mall.
E’ così, dunque? E’ proprio tutto così? Solamente in parte.

Sull’essere umano il regista di origini portoricane non nutre alcuna simpatia, questo è evidente sin dalle prime battute. Che siano atletici soldati, aspiranti cacciatori di zombi o, addirittura, giovani donne incinte, l’umanità è vista come ricettacolo di debolezze, vanaglorie, gratuite malvagità. Il morto vivente romeriano non è truce, non spaventa come quelli di Jorge Grau o di Lucio Fulci. Non ha alcun interesse nel farlo: è semplicemente l’altra parte di noi, lo specchio, l’avvertimento post comunista di come, alla fine, saremo tutti quanti. Grigi, spenti, abitudinari, affamati.
La morte come unica, grande Democrazia. La (non) morte che, ritornando in attività (si fa per dire) chiude il cerchio di questa orrenda, putrida ruota. Lo zombi ha fame, è disperatamente incapace di capire il senso del nuovo ciclo vitale (si rifà per dire), e si aggrappa quindi alle vecchie abitudini che aveva una volta, quando era vivo.
Zombi comunista, quindi? Proletario? 
No, probabilmente solo sconfitto e senza quel dio tanto invocato quand’era vivo. La resurrezione è l’ultima, nichilista marcia di protesta.

  Detto ciò, lo splatter (che proprio da qui divenne parola di uso comune) non è mai fine a se stesso, non è mai adoperato per disgustare, irretire o gonfiare il film. Fa parte della narrazione, talvolta sonnolenta, che insaporisce il piatto di una trama, tutto sommato, assai semplice:
Dopo il suo esordio, 10 anni prima, con il seminale La notte dei morti viventi (Night of the living dead), Zombi ne prosegue con efficacia e coerenza il filo narrativo, con i morti ormai minaccia riconosciuta in tutto il mondo, e il quartetto di protagonisti (tutti attori semi sconosciuti) che, persa la speranza nei governi e nei propri rappresentanti, decide di fuggire in elicottero, scegliendo come oasi incontaminata una vasta zona industriale in cui torreggia il simbolo assoluto del consumismo e del finto benessere americano (e poi mondiale): un centro commerciale. 
Qui, com’è poetica romeriana, lo zombi sarà l’ultimo dei problemi.
Si diceva dei soldi per finanziare il film: Romero li cercò in tutto il mondo, ivi compresa l’Italia, dove una parte dei finanziamenti ce li mise la società di Argento e suo fratello Claudio, che finiranno per occuparsi (bene, a mio avviso), dell’edizione europea del film, tagliandolo di ben 19 minuti e aggiungendovi la suggestiva colonna sonora dei Goblin, al posto di un’improbabile musica jazz che Romero aveva comprato già fatta avendo terminato i fondi. Poi Germania, Giappone e l’umanamente discusso Richard Rubinstein per gli Stati Uniti. 
Gran parte di questi soldi, probabilmente, finirono negli effetti speciali, curati dall’eccellente ex reporter in Vietnam Tom Savini (che fa anche una particina nei panni del motociclista teppista Blade) che si diletta in truculenze varie e assortite di cui abbiamo già parlato. Degli attori si è detto, solidi caratteristi dagli stipendi adeguati, e sulle locations... beh, quelle vennero messe a disposizione della troupe dal proprietario del centro commerciale, dalla chiusura all’apertura successiva, a patto che la costruzione, per sfamare la dea pubblicità, fosse ben visibile in ogni sequenza lì girata. In pratica la produzione rimase chiusa intere notti lì dentro, finendo per una convivenza forzata che soltanto la paziente calma di Romero riuscì a gestire. 
Alcune curiosità: 

*La sceneggiatura di Zombi, scritta interamente da George Romero, venne scritta a Roma, quando egli fu ospite dell’amico Argento. Questa, all’inizio, era molto più corposa del girato finale, e gli “scarti” servirono per dirigere, 7 anni dopo, quell’altro capolavoro totale (e maggiormente claustrofobico) che é Il giorno degli zombi.
*Alcuni dei morti viventi senza braccia che si vedono deambulare nel film, sono interpretati da veri portatori di handicap.
*Tom Savini tornerà a interpretare Blade e il suo machete in La terra dei morti viventi, del medesimo regista, nel 2006.

  • Tutti gli attori messi in scena hanno avuto carriere diverse da quelle attoriali, seppur in ambito cinematografico, a eccezione di Ken Foree, tutt’ora attivo come caratterista in diversi film, ivi compresi Halloween - The beginning (2007) e La casa del diavolo, 2005, entrambi per opera del regista / musicista Rob Zombie!
  • Nel 1988 venne distribuito un videogioco che si rifaceva alle tematiche del film, con tanto di atterraggio iniziale sul tetto del centro commerciale.
  • Nel 1981 Bruno Mattei, non a caso col nome d’arte Vincent Dawn, dirige un pazzo, scombinato e divertente horror movie sulla falsariga di Zombi, riciclando la colonna sonora italiana e le tute blu dei protagonisti principali: Virus, l’inferno dei morti viventi.
  • Nel 2004 Zack Snyder dirige un disastroso sequel con protagonisti Ving Rhimes e Sarah Polley.
  • Ancora oggi il film circola nei cinema di tutto il mondo, grazie a festival e club di appassionati. Nel 2016, addirittura, è stata presentata la versione restaurata a Venezia, ospite Dario Argento.
  • Il centro commerciale del film si trova in Pennsylvania.
  • La sceneggiatura originale prevede una fine tragica per entrambi i protagonisti finali, mai girata.
  • La moglie di Romero, Christine Forrest, compare nelle vesti di un’impiegata della rete televisiva, a inizio film.
  • Probabilmente, anche il motociclista vestito da Babbo Natale che fa parte della gang, è interpretato dal regista statunitense.
  • In Italia il film è vietato ai minori di anni 18.
  • Il popolare videogioco della Capcom Deadrising, uscito nel 2004, deriva chiaramente dal capolavoro romeriano.
  • Il numero 1 di Dylan Dog, oltre ad avere il titolo originale della pellicola, L’alba dei morti viventi, vede i tre protagonisti (Dylan, Sibyl e Groucho), sedere al cinema per rivedere proprio questo film.
  • Zombi è citato anche in un racconto di Joe Hill, figlio di Stephen, Bobby Conroy torna dalla morte.
  • Il manifesto cinematografico di Zombi compare a sorpresa nel manga di Osamu Tezuka Don Dracula, più precisamente nell’albo numero 1, spaventando il protagonista!
  • L’alba de morti dementi, girato nel 2004, è una parodia ispirata chiaramente a Zombi.
  • Zombi uscì, in anteprima mondiale, a Torino, il 2 settembre, per volere di Dario Argento.
  • Gli zombi, centinaia, che assediano il centro commerciale, sono tutti interpretati dagli abitanti di Pittsburgh, città di provenienza del regista, spesso conoscenti di Romero stesso, di varia età ed estrazione sociale, avidi di una partecipazione alla pellicola.
  • Durante la lunga pausa natalizia (la troupe non poté girare in quel periodo a causa degli addobbi natalizi: sarebbe stato impensabile toglierli e rimetterli a ogni fine giornata di lavorazione) Romero girò le scene in studio o ambientate fuori dal Mall.
  • Romero, Argento e la troupe rimasero chiusi alcuni giorni all'interno del centro commerciale a causa di una tempesta di neve. 

Zombi (Dawn of the Dead)
1978
Usa / Italia
Regia George A. Romero.
Durata da 119 a 156 a seconda dell’edizione. Di quella da 156 non si hanno prove effettive.
Colore.
Genere orrore, dramma, azione.
Soggetto e sceneggiatura George A. Romero.
Produttori Claudio Argento, Alfredo Cuomo, Richard P. Rubinstein, Donna Siegel.
Fotografia Michael Gornick
Montaggio George A. Romero per gli Stati Uniti, Dario Argento per l’Italia.
Musiche Goblin per l’edizione europea. Non accreditate per la versione originale.
Scenografia Barbara Lifsher.
Personaggi, interpreti e doppiatori:
Peter - Ken Foree - Glauco Onorato
Roger - Scott H. Reiniger - Manlio De Angelis
Stephen - David Emge - Cesare Barbetti
Fran - Gaylen Ross - Vittoria Febbi

"Zombi", "Dawn of the dead" si può trovare in moltissime edizioni VHS, DvD o Blu Ray. Consiglio caldamente la versione della Midnight Factory.



giovedì 8 giugno 2017

Zagor: il buono e il cattivo!

Attenzione! Prima che io parli un pò di questo ennesimo capolavoro della Golden Age Zagoriana, uscito nel tardo inverno del 1974, a firma Guido Nolitta / Gallieno Ferri, devo premettere che non sarà una recensione. Non ne sarei capace, e penne ben più in gamba e preparate di me hanno scandagliato bene gli abissi della produzione zagoriana.
Io, al solito, scriverò due righe di pancia, sperando di non smuovervela troppo!
Perché Il buono e il cattivo, dunque? Semplice: perché da oggi 8 giugno, i balenotteri dedicati allo Spirito con la Scure si arricchiscono di questa meraviglia.
La trama:
Giunti in un paesino durante il loro peregrinare, Zagor e Cico si imbattono in due cugini, Simon e Bobby, che sono in competizione per accaparrarsi l'eredità di un parente, che ha lasciato scritto che i suoi averi andranno solamente a chi, tra i due nipoti, riuscirà a raggiungere un certo posto, tutto meno che tranquillo e piacevole da frequentare. Dopo una serie di vicissitudini, Zagor prende le parti di quello che sembra il più onesto tra i due duellanti, ma le sorprese sono dietro l'angolo. Si prospetta un lungo viaggio...


Chi conosce la poetica di Guido Nolitta, al secolo lo scrittore / editore Sergio Bonelli, non potrà che concordare sul fatto che questa storia è la summa di tutte le caratteristiche delle saghe nolittiane: il buono mai buono a tutto tondo, e i cattivi mai così neri come li si dipinge.
Ecco, è tutto qui, in questo scatenato road movie (mi si perdoni l'ardito, moderno accostamento) che mette in scena una variegata umanità, col solito corollario di sense of wonder quando il gruppo fa l'incontro con i singolari abitatori del deserto...
Oggi, a distanza di oltre 40 anni, forum e blog hanno evidenziato alcuni punti nella quale la trama vacilla un pò, e la sospensione di incredulità viene messa a dura prova (vedasi colpo di scena finale o alcune caratteristiche dei nemici di Zagor, che mettono k.o il nostro eroe con una certa facilità), e anche la cartina geografica viene accorciata a più riprese per, diciamo così, motivi di trama.
Ebbene, chi se ne frega! Chi scrive sa bene quanto, oggi, un prodotto da libreria (o da edicola, fate un pò voi!) debba essere preciso, scrupoloso, a prova di errori, coerente e quadrato. Il problema nasce quando, tutto questo, è a discapito delle emozioni e della naturalezza dei dialoghi.
Starò invecchiando ma io, decisamente, preferisco una buona dose di emozioni a qualche sterile compitino accademico.
Vabbè, insomma: da oggi "Il buono e il cattivo. Zagor", di Nolitta e Ferri si trova in libreria e fumetteria, a una quindicina di euro. Io ve lo consiglio caldamente.
Per il resto, come al solito, fate un pò voi.

"Zagor" è un personaggio edito dalla Sergio Bonelli editore, tutti i diritti riservati.

sabato 3 giugno 2017

Il "ritorno" dei giganti!

Amici, dopo attenta analisi e relativa revisione, torna oggi in vendita il romanzo "L'ultima era dei giganti", che aveva suscitato qualche perplessità a causa dei forti rimandi al GDR e al mio passato ludico.
Ebbene, posso tranquillamente dire che, oggi, lo scriverei esattamente alla stessa maniera di quando lo ideai.
Mi auguro possa divertire voi come ha divertito, ed emozionato grazie alla nostalgia del passato, me.
Il volume si trova in vendita qui a €. 13,60.
http://www.lulu.com/shop/francesco-l-p-016/lultima-era-dei-giganti/paperback/product-23208763.html 
Grazie!

sabato 13 maggio 2017

Ancora sulle serie tv.

Volevo intitolare questo post come il libro di cui vi parlerò: "Il mio secondo dizionario delle serie tv".
Ma poi qualcuno di voi avrebbe equivocato: "E il primo quando lo avresti scritto?"
Così, per non alimentare le bufale che girano per il web, ho messo un titolo diverso.
Ma il succo non cambia: dopo aver finito di leggere il secondo volume dedicato alle serie televisive "cult", quindi non uno sterile elenco di serie apparse sui nostri schermi, mi son deciso a scrivere due righe, come feci per il primo volume, sempre edito da Becco Giallo, su questo blog.
Il libro è bellissimo, forse più bello del precedente! L'ho trovato più ricco, più intrigante ed esaustivo del primo, che già era ottimo. Badate bene che non sono minimamente di parte: oddio, della mia amicizia con uno degli autori sapete già (a proposito, sono sempre loro! Matteo Marino, Claudio Gotti e Daniel Cuello per le ironiche illustrazioni), ma qui il discorso cambia: delle 24 serie tv prese in esame ne ho viste solamente 3 o 4, eppure non ho potuto fare a meno di divorare, e velocemente, l'intero volume. Le schede, se così vogliamo chiamarle, sono rapide e incisive, i parallelismi, le notizie e le curiosità mai pedanti o inutilmente didascaliche. E' così piacevole ritrovarsi stupiti da un aggancio, un'ipotesi su una scena, un personaggio o un risvolto al quale non avevamo minimamente pensato, e in tutte le pagine scorre una fresca ironia che diverte, non solo attinenti ai celebri "salto dello squalo", ma più in generale rispetto all'altro libro.
I due autori, è bene ripeterlo, sono prima di tutto dei super appassionati. Trabocca in ogni singola pagina la voglia essenziale di condividere, aiutare a conoscere o rivalutare una serie piuttosto che un'altra, che poi scrivano magnificamente bene... beh, aiuta di molto, non credete?
Da che ho aperto questo blog, anni fa, non ho mai, e dico mai, scritto qualcosa "contro" un prodotto, neppure su uno di quelli che mi hanno fatto pentire di aver speso un centesimo; se c'è una cosa che dell'avvento di internet proprio non mi è andata giù è il fiorire di "tuttologhi" che corrono a recensire un negozio, un film, persino un parco, secondo dei parametri solitamente discutibili, arrivando a distruggere l'operato di una persona con epiteti qualche volta offensivi. Preferisco di gran lunga consigliare, condividere e parlare, con le mie ampie lacune, di qualcosa che reputo bella e significativa.
"Il mio secondo dizionario delle serie tv" è uno di quei volumi da tenere accanto al vostro monitor, tv o quello che è, perché lo reputo prezioso.
Recatevi in una qualunque libreria e dategli un'occhiata.
Poi mi direte!

domenica 7 maggio 2017

Un anno dopo.

Oggi vorrei ricordare solo le cose belle, dire che il coltello di angoscia, dolore e stupore che mi arroventò se n'è andato lasciandomi solo con le tante meraviglie che mi donasti. Vorrei essere così maturo da effettuare una fredda, rapida analisi sul percorso di dolore che ognuno di noi intraprende quando si perde una persona cara. Vorrei essere tanto lucido e sereno da ricordare solo i momenti belli, l'amore e la nostalgia della nostra vita insieme, senza pensare più a ospedali, solitudini e tubi che invadono rendendoti irriconoscibile; vorrei non provare più rabbia davanti all'ingiustizia.
Ma non posso.
Non è ancora il momento, non sono pronto.

Abbi pazienza.

sabato 6 maggio 2017

L'ultima era dei giganti: perché?

... alzi la mano, tra di voi, specie tra coloro che conosco di persona, che non si sono fatti questa domanda dopo aver letto questo mio romanzo. Qualcuno, addirittura, DURANTE la stesura.
Potrei dire o scrivere molto a proposito, visto che è passato più di un anno dalla sua pubblicazione e che, soprattutto, è stato un mezzo disastro, rispetto ad altri miei titoli.
Tutto, dicevo, a esclusione del fatto che non sapessi già come sarebbe andata a finire.

L'idea per questo titolo mi venne tanti anni fa, verso il finire degli anni '90: conservo ancora il foglio con gli appunti del viaggio dei personaggi del libro e coloro che sarebbero stati presenti (da principio c'erano anche Geys e Redeemer, poi tolti)... per un motivo o per un altro, chi scrive lo sa bene, certi progetti non si materializzano mai o sono rimandati o modificati. In ogni caso sentivo che sarei dovuto tornare alle origini, prima o poi, narrando e rivivendo, in qualche modo, un periodo magnifico e irripetibile della mia vita.
I giochi di ruolo. Non feci mai mistero, né prima né dopo, del fatto che la stragrande maggioranza dei personaggi de "L'ultima era dei giganti" veniva modellata su eroi ed eroine interpretate attorno a un tavolo da me e dai tanti amici dell'epoca.
Avevo voglia di tornare su certi fatti, su molte incomprensioni e conflitti, con la giusta maturità e distacco raggiunto ora: in maniera sin troppo romantica, potrebbe obiettare qualcuno? Certo.
Ci sono riuscito? Non lo so. A giudicare dalle vendite (sempre relative per un autore dilettante) e dai giudizi o malcelati silenzi che mi circondarono, direi di no.
Non importa. Sentivo di doverlo fare e l'ho fatto. E' anche il bello, se volete, degli scrittori indipendenti. Realizzare qualcosa fottendosene completamente dei soldi o delle aspettative del lettore.
Sapevo bene, già dai primi appunti, che andavo a ficcarmi in un casino: ci sono lettori che non conoscono il gioco di ruolo e le sue strutture, altri che lo detestano, per non parlare di chi, allora, era con me attorno a quel tavolo e potrebbe aver da ridire su come ho messo in scena alcuni personaggi che lui, magari, ha amato o, addirittura, interpretato, facendo ruzzolare dadi dalle molteplici facce.
Non importa, dicevo. Sapevo tutto ciò e l'ho accettato; non solo, come una sorta di gioco nel gioco, ho scritto l'intero racconto come se fosse una partita di Dungeons & Dragons: alcuni termini, certe situazioni tronche, alcuni paradossali colpi di scena... solo chi ha giocato almeno una volta, sa. Anche il finale fa discutere, essendo speculare a quello descritto ne "Testamento ipocrita di un guerriero", con Morgana nella stessa situazione di Ironsword, più o meno.
Un gioco d'azzardo, insomma, che ho condotto sapendo da principio che avrei perso. Comunque avessi condotto le cose.
Ho raccolto, quindi, non solo pessimismo, fin dalla stesura, ma poche copie vendute e, alla fine, sguardi dubbiosi tra i lettori che ho frequentato; a qualcuno non è andato bene come ho mosso questo o quel personaggio, ad altri è restato ostico qualche termine o situazione, altri avrebbero volentieri lasciato disperso in quel lontano passato ciò che accadde allora.
Non io, ovviamente.
Non sono sorpreso dalle risposte dei lettori abituali che sono rimasti spiazzati da questo libro, forse un pò dispiaciuto delle perplessità di chi, stando ancora al mio fianco, ha vissuto quegli anni sapendo bene cosa essi abbiano rappresentato per me.
Pazienza! Ci sono libri, articoli, recensioni o sceneggiature che, tornando indietro, non riscriverei mai, ma ciò non vale per "L'ultima era dei giganti": io, a scriverlo, mi sono divertito. E' uno dei miei titoli più "maturi", tecnicamente parlando, e riportando in scena quei personaggi ho rivissuto per tanti mesi alcune delle serate più belle ed emozionanti, giocativamente parlando, della mia vita.
Se qualcuno riuscisse a cancellare la mia memoria, di colpo, come si farebbe su un hard disk mezzo scassato, prima o poi tornerei comunque a scrivere qualcosa di simile a questo libro.
Poco ma sicuro.

L'immagine di copertina, disegni e colori di Spectrum, viene dalla quarta di copertina del volume.
Saluti a tutti.



domenica 9 aprile 2017

Romics 2017, edizione primaverile.

Mi sembra di scorgere i volti di qualcuno di voi, di sentire i pensieri: «Romics?! Ma il Romics fa schifo, ci vanno i peggiori» etc. etc.
E va bene, lo so. Conosco l'organizzazione del Romics, quella di Cartoomics e via così.
Solo che io, in queste manifestazioni, mi ci diverto. Che volete farci? Sono fatto così.
La kermesse fumettistica (ehm, vabbé, non esageriamo) iniziata giovedì e che terminerà stasera, aveva come grande ospite il creatore di Gundam, Yoshiyuki Tomino.
Me ne sono guardato bene dal partecipare all'estrazione del fortunato vincitore di un autografo (vergato in oro, ritengo, visto che ne firmerà poco più di 100) dell'autore giapponese, come in occasione dell'ospitata di Go Nagai.
Se poi vincevo?
Il solo vedere l'arzillo autore aggirarsi per i corridoi del Romics guardato a vista da energumeni palestrati con lo sguardo da cattivi mi ha riportato alla mente l'odissea da me vissuta in occasione della calata di Nagai.
No, grazie.
Nella giornata di sabato mi sono potuto intrattenere un pò di più rispetto alle altre volte (sono una persona schiva, embé?) e questo mi ha dato l'opportunità di intrattenermi maggiormente con gli amici: c'erano Valerio la Martire e i suoi libri http://www.valeriolamartire.com. Spectrum accompagnato dai suoi fumetti https://www.facebook.com/honeyvenom666/?fref=ts (posto sotto una bella litografia ricevuta in omaggio dal Nostro. che ve ne pare?)
Gli amici della Prankster Comics https://www.facebook.com/PranksterComics/?fref=ts con un nuovo acquisto, il giovanissimo Stefano Mastrantuono, che fossi in voi terrei d'occhio.
Ecco i disegni ricevuti ieri proprio allo stand dell'amico Renato Umberto Ruffino:
... E il piacere di ritrovare Stefano Jacurti, attore/ regista / scrittore ma soprattutto una gran persona.
Avendo tempo da perdere, ehm, volevo dire per girare la fiera, ho trovato e comprato diverse cose: dei dipinti in legno per il bagno (oh, devo coprire delle macchie di umidità!), un pezzo Bandai che mancava alla mia collezione (Garada K7!) 
... Penne, matite e pennini per i miei fumetti, un mouse pad sporcaccione che non posso postare, e altre cosette per parentame vario.
Che nerd, che sono!
Vorrei chiudere questo piccolo post spendendo due paroline sul simpatico guascone che ha ritenuto corretto gettare addosso all'autore Sio una boccetta d'acqua. http://www.sio.im
Non ho seguito la scena e quindi non so come sia andata la vicenda, ma so per certo che Sio era ospite allo stand della Shockdom intento a disegnare senza soluzione di continuità (sono arrivato alle 15 ed era già all'opera e sono andato via alle 20 che stava ancora lì) per i suoi numerosi fans, quindi non solo non dava fastidio a nessuno ma svolgeva un servizio per tutti coloro, e sono tanti, lo seguono.
Ora: io non comprerei un'opera di questo disegnatore neppure sotto minaccia di una pistola, ma ritengo che ciascun autore abbia qualcosa da dire, nel bene e nel male, debba diritto al suo spazio. Chiunque. Sio arriva alla gente, ai giovani. Piace. 
Se a qualcuno di voi non piace il suo stile o ciò che ha da raccontare, lo ignori. Ci sono diverse maniere per farlo. Se, invece, ti ritieni in possesso di chissà quale verità e pensi che un artista che non ti va a genio vada colpito, insultato o infangato, sei due volte fesso: primo perché l'aggressività, la violenza e il dileggio non sono MAI strade percorribili, e fanno retrocedere soltanto te, in secondo luogo, perché ottieni esattamente l'effetto contrario.
Ora a Sio, cui va la mia totale solidarietà, faccio pubblicità io, guarda un pò.
Ringrazio tutti coloro mi hanno intrattenuto ieri, con la speranza, finalmente, che per una volta inizino a funzionare TUTTE le scale mobili del Romics.
Con tutti i soldi che fate una bella manutenzione no? No, eh.

Vabbè, è tutto. Avrò azzeccato gli accenti? Sarò stato sufficientemente originale? 
Perché, anche se voi non lo sapete, le "E eufoniche" sono importanti. 
Se non ce l'hai, andò cazzo vuoi andare?







venerdì 24 marzo 2017

Arrivederci Tomas, core de Roma.

Tomas Milian era un mostro di bravura.
Direi che posso facilmente chiudere qui il post sulla scomparsa dell'attore cubano/romano.
Recita infatti un vecchio adagio del ponentino: “Romano nun è chi a Roma nasce, ma chi da romano se comporta".
Ecco.
E non me ne frega niente della sua "maschera" creata per Nico Giraldi, dei pettegolezzi sul suo carattere, della carriera divisa in due etc.
Tutte fregnacce.
La verità è una sola: Milian recitava da dio. Di attori in grado di interpretare centinaia di personaggi diversissimi tra di loro, modificando il modo di muoversi, di osservare, di camminare e di mutare carattere solamente alzando un sopracciglio inclinando leggermente la testa, ne sono esistiti quattro o cinque in tutto.
Milian ha interpretato almeno quattro dei "villain" più indimenticabili della storia del cinema: Vincenzo Moretto, il gobbo di "Roma a mano armata" (Umberto Lenzi, 1976), Giulio Sacchi, da "Milano odia, la polizia non può sparare" (sempre Lenzi, 1974), Chaco, in "I 4 dell'apocalisse" (Lucio Fulci, 1975), il "cinese" Luigi Maietto interpretato ne "Il cinico, l'infame, il violento" (ancora Lenzi, 1977). Apparentemente, per i radical chic, questi quattro personaggi sono tutti uguali, ma provate a ripensarci o a rimettere su i DvD. Resterete stregati.
Questi quattro, a modo loro, rappresentato distillati del Male puro, e si configurano in pellicole, talvolta, che avevano canovacci simili, seppur godibilissimi. Ecco che l'entrata in scena di Tomas aveva il potere di scalare la marcia, di innalzare il già notevole prodotto a un'arte sublime: il Gobbo, il Cinese, Sacchi e Chaco camminano ognuno a modo suo; guardano gli altri comprimari in maniera diversa, parlano e si muovono come se ogni volta ci fosse un attore straordinario, ma diverso, a interpretarli. Invece è sempre lui. L'allucinato, drogatissimo Sacchi, il magnetico e marmoreo Chaco, la maschera di follia sanguinaria del Gobbo, la glaciale determinazione di Maietto detto "Er Cinese".
Sono solo alcuni dei quattro capolavori che Milian riesce a creare. Esattamente come il fuoriclasse che fa carburare una squadra di calcio, elevandola a livello internazionale, le comparsate dell'attore, anche quando "minori", riescono sempre a tracciare un segno deciso nella memoria dello spettatore.
Milian si trasfigura, riesce a mettere un pezzetto della sua anima tormentata in personaggi che hanno bisogno di quel qualcosa in più, ma che necessitano di una certa sofferenza per essere indossati: allora vediamo personaggi spacconi, cinici, teneri, burberi, esplosivi, borgatari, aristocratici, pazzi da legare.
Prima e dopo è in grado di cambiare set e per Bolognini o altri grandi del cinema italiano considerato "alto" riesce a tratteggiare figure talvolta più simili al "vero" Tomas Milian, nel trucco e nella recitazione, incarnando uomini più umani, semplici, discreti. A Hollywood? Altri successi, altra approvazione da parte di registi che non hanno bisogno di presentazioni. Perché non è mai banale, come attore. Si sottopone a metamorfosi attoriali talvolta dolorose e per questo, probabilmente, pretende molto dagli altri attori, dalla troupe stessa.
Avrei dovuto incontrarlo presso una nota libreria romana, nel 2015 (mi pare), ma stetti molto male, quel giorno. Malissimo. Così non se ne fece niente.
E' uno di quei rimorsi, seppur da non imputarsi alla mia volontà, che mi porterò dietro per sempre.
Tomas Milian è stato amato dappertutto, e maggiore si conoscerà l'entità reale della sua bravura con gli anni a venire. Ma Tomas, mi si permetta, amato come a Roma non sarà mai. Alberto Sordi, certo, Verdone o Manfredi. E' giusto. Accanto a questi mostri sacri, però, permettetemi, vi sarà sempre un posto per lui, che non era nato a Roma ma questa città l'ha capita meglio di tanti altri pezzenti dell'animo che la stanno devastando. Perché, l'ho scritto da principio, si è romani se il romano lo fai, non basta una carta d'identità.
E allora daje, a Tomasse, che sei stato er più gajardo de tutti!
De annà a morì in una città de vecchi, palestrati e abbronzati perenni imbottiti de mijardi, er fato popo nun te lo doveva fà!

Ci risentiremo, prima o poi, da qualche parte.
Chissà che metamorfosi avrai preparato, per allora.

giovedì 23 marzo 2017

Quando si intravede il capolinea.

Carissimi amici,
in un mondo contemporaneo che tira fuori il peggio di sé (avrò azzeccato l'accento?) ogni giorno che passa (inutile ricordare il dramma londinese di ieri o il cupo abisso in cui finiscono migliaia di lavoratori italiani di ogni categoria), l'argomento che tratterò in questo post risulterà frivolo, se non addirittura ridicolo.
Ma tant'è. Facciamolo e basta.
Qualcuno, tra di voi, ricorderà alcuni step che mi sono imposto dal maggio dell'anno scorso, riguardanti la fine di ogni rapporto editoriale (o quel che era, insomma) che mi vedeva legato a pagine web, riviste, forum etc.
Dissi anche che la cosa era in "progressione", stavo cioè evolvendo ulteriormente (se in bene o in male, come sempre, non starà a me dirlo) perché stanco di alcuni rapporti che si tiravano fiacchi e sfilacciati da diverso tempo.
Ecco, colgo l'occasione del mio ultimo articolo scritto per gli amici della rivista "Scls Magazine", uscito durante lo scorso Lucca dedicato al collezionismo, e le pessime esperienze con alcune case editrici, che mi hanno proposto contratti privi di qualsiasi accenno a soldi, royalty, diritti d'autore, mance o carità, facendosi forti sul fatto che uno come me, alla fine, accetta qualunque cosa per vedersi pubblicato.
Beh, sarà sorprendente ma non è così. Chi scrive, nel corso della propria vita (vado per i 44 anni), ha dovuto rinunciare a un sacco di cose, forzatamente o meno, perché così è la strada che intraprendiamo venendo al mondo. Per ognuno di noi è, più o meno, la stessa cosa. Ho dovuto rinunciare, dicevo, a un mucchio di cose, a esclusione della dignità.
Quella per fortuna, per tigna o per grazia di Dio, ognuno usi la parola che maggiormente lo aggrada, non l'ho mai smarrita. Quel contratto in bianco, insomma, non l'ho voluto firmare.
Ciò, però, mi ha portato ad affrontare alcune riflessioni, che un autore indipendente (e un pò fesso) come me, non può eludere troppo a lungo.
Valeva la pena continuare? Ne vale la pena? Ho affrontato il mare magnum della realtà editoriale del nostro paese (con la "p" minuscola, signora maestra) per mettermi alla prova, e devo dire che, alla fine, se sfuggi alle mascelle implacabili degli squali tigre che popolano quelle acque, qualcosina finisci per impararla. Che poi ciò che impari ti piaccia oppure no è un'altra storia; ma che stavo dicendo, che ho perso il filo? Ah, sì! Dovevo cogliere l'occasione di dire qualcosa.
Eccola: da questo momento sono sospese tutte le vendite dei miei libri che stavano sugli scaffali virtuali presso i soliti canali (Lulu, il blog, la mia pagina Facebook, direttamente da me etc.) e gli esatti motivi di questa scelta sono intuibili da questo post. O forse no, pazienza! Sarebbe troppo lungo da spiegare qui, adesso. Resteranno in vendita quei titoli che non passano direttamente da me, con prezzi di copertina soventemente folli: Amazon, qualche libreria che li ha in catalogo e via dicendo: vi sconsiglio caldamente di reperirli, così, però; i prezzi che propongono questi signori non sono minimamente paragonabili al valore intrinseco delle opere stesse.
Non è niente di definitivo, beninteso; dei 44 anni cui facevo accenno sopra, oltre 30 li ho dedicati alla scrittura, al fumetto, all'illustrazione. Non è una cosa che puoi spegnere e mettere da parte come un vecchio pc che non va più! Perché creare personaggi e immaginare trame e mondi non è quello che faccio, ma irrimediabilmente tutto ciò che sono.
Quando e se deciderò di tornare sul mercato (che parolona, eh? Chissà se me la faranno passare!), i miei titoli saranno decisamente migliorati nella grafica, nei contenuti, nell'aspetto generale.
Ma non ora.
Ringrazio gli amici, i lettori fedeli, tutti quelli che hanno creduto, e continuano a farlo, in me, sconclusionato cantastorie che non sa neppure cosa accidente sia una "D eufonica"!
Grazie a tutti.
Ritornerò.

Nota a margine, come sempre, per Ironsword: lui continuerà ad apparire nella sua saga a fumetti, che mi ostinerò a portare avanti con la passione, la tenacia e il cuore di sempre. Su con la vita, dunque, se siete sostenitori della Grande Morte Bianca, e continuate a tenere d'occhio la vostra casella mail! PDF in costante arrivo.
Più o meno.

venerdì 3 marzo 2017

Quella volta che vidi Maria Arghidas camminare...

Eravamo in giugno, o forse era luglio del 1983. Chi se lo ricorda più, di preciso?
Fatto sta che avevo iniziato da poco, grazie ai pochi soldi che riuscivo a mettere da parte, a comprare anche "Mister No".
Quel giorno, questo lo ricordo bene, vidi Maria Arghidas camminare!
Ricordo perfettamente anche il titolo dell'albo, scritto da Tiziano Sclavi, oh se lo ricordo! Si intitolava "Il passaggio segreto", e concludeva la vicenda del "Fantasma dell'opera" che, a mio avviso, metteva in scena una delle più belle storie del pilota (non a caso l'intera vicenda è stata ristampata in volume recentemente proprio dalla Sergio Bonelli Editore).
L'intera avventura era stata disegnata da Roberto Diso, e a un certo punto della storia, una delle protagoniste, la cantante lirica Maria Arghidas, andava al cimitero per trovare il suo antico amore ritenuto morto.
Beh, noi tutti abbiamo nella vita una canzone, un film, un libro che abbiamo letto in età di formazione e che finiamo per portarci appresso tutta la vita; per chi, come me, ha la presunzione di fare narrativa, oltretutto, questi capisaldi finiscono per formare una sorta di secondo DNA che ci accompagnerà in ogni scelta, in tutte le decisioni che prenderemo, fino alla fine.
Mi era accaduto con la vicenda magistralmente disegnata da Gallieno Ferri per "Zagor", allorché lo Spirito con la Scure attende nella camera di Albert Parkman che il vampiro si faccia vivo, assieme a un terrorizzato Cico (dall'avventura intitolata proprio "Zagor contro il vampiro"), vedere per credere la porta finestra che si spalanca, la natura che azzittisce improvvisamente e il non morto che entra finalmente in scena portando con sé un sinistro baluginio di foglie secche sbattute dal vento! E mi ricapitò, prepotentemente, appena vidi, folgorato, la bellissima e biondissima Maria che se ne andava, tutta fasciata nel suo completo a lutto, molto attillato, e languidamente fornita di lingerie nera, che lasciava intravedere la riga nera delle calze, dal cimitero ne "Il passaggio segreto". Quella camminata sexy, la situazione che tutto era meno che pruriginosa, abbinata al carattere controverso della primadonna, furono una di quelle cose che mi spinsero inesorabilmente verso il disegno e la realizzazione di storie a fumetti, che ancora oggi porto avanti con alterne fortune.
Di Roberto Diso, che ho avuto il piacere di frequentare un paio di volte, ho già scritto in altri post di questo blog, ma che io lo ritenga ancora oggi un artista piuttosto sottostimato lasciatemelo ribadire!

P. s.
Sono debitore di queste 2 storie, l'ho ribadito in diverse circostanze, e cerco sempre di tenerlo bene a mente, osservando quasi quotidianamente le tavole originali delle vicende narrate, compresa la "famosa" camminata della Arghidas, che abbelliscono da anni le pareti del mio studio!

"Zagor" e "Mister No" sono personaggi della Sergio Bonelli Editore. Tutti i diritti riservati.


lunedì 20 febbraio 2017

Scls Magazine n°13

Amici, nell'ultimo numero della rivista "Scls Magazine Gold", presentato lo scorso sabato a Lucca (se non erro), c'è anche un mio lungo articolo che prende in esame, speriamo senza troppi errori, l'ultima trasferta zagoriana, avvenuta qualche anno or sono.
Vi lascio le info per richiederne l'acquisto.
Scrivete pure alla mail qui sotto o alla loro pagina ufficiale.
sclsmagazine@gmail.com
Grazie e perdonate la pubblicità.

"Zagor" è un personaggio della Sergio Bonelli Editore.

sabato 18 febbraio 2017

Una persona solitamente normale.

Una persona mediamente normale non si occupa di fumetti tutto il giorno senza che essa sia la sua principale fonte di sostentamento. Anzi, diciamola tutta: senza minimamente che essa abbia neppure una piccola entrata, che permetta almeno di recuperare qualcosa di quello che si è speso per i materiali.
Già questo, capirete, allontana inesorabilmente dal concetto di "persona normale", qualunque cosa questo significhi.
C'é di più. Molto di più.
La percezione di un raro esemplare di questo tipo d'uomo è diversa dalle altre. Vive in modo differente. Ha un'altra sensibilità, non so se mi spiego. La realtà è piegata al suo bisogno.
Prendiamo uno a caso.
Me.
Io scrivo, disegno e realizzo le storie a fumetti di un personaggio, "Ironsword", ormai da 28 anni.
I miei fumetti sono sempre stati gratis.
Faccio tutto da me: scrivo una sceneggiatura, la disegno, la ripasso al computer, la riguardo, la correggo, la mando in stampa, la faccio leggere.
3/4 albi l'anno, tutti gli anni. Sempre.
Per farlo, naturalmente, devo avere un blocco di storie già pronte da disegnare, altrimenti sono guai. Puoi avere un ripensamento, un periodo di malattia, un impedimento tecnico, un periodo di blocco creativo; qualunque cosa che ti faccia scartare la storia da realizzare a discapito di un'altra deve prevederne una di riserva. Suona male ma è molto semplice.
Già prima di mandare in stampa un numero 1 di tot serie, per capirci, alle spalle il suo autore avrà pianificato almeno, e dico almeno, un anno di storie: soggetti, sceneggiature, progetto di serie etc.
Anche per un piccolo fumetto come "Ironsword".
In mezzo a tanta attività, si presume, vi siano boccate d'ossigeno, oasi di pace in cui andare a giocare a tennis, al cinema e al teatro, a far l'amore con la propria donna (o uomo, quel che vi pare).
Ogni attività lo prevede, persino se siete presidenti degli Stati Uniti.
E invece no.
L'autore di fumetti seriali vive la propria condizione come una simpatica e affascinante tortura.
Ogni parola udita, ogni musica e ogni stimolo verrà processato e immagazzinato in un angolo appositamente stimolato del vostro cervello, atto a tornare utile quando ne avrete bisogno.
Sempre, in ogni occasione. Tutto sarà processato e metabolizzato per la vostra creatività.
Guardarete un film ed esclamerete, sul finale: “Io avrei fatto diversamente! Non sarebbe finito così o così!" ecco: inconsciamente avete già buttato giù il soggetto di una storia.
Fatelo internamente o verrete tacciati di pazzia. Chissà perché.
Un nome esotico ve lo appunterete per usarlo in periodi di crisi, così come un dialogo carpito in un bar o in spiaggia, persino l'insegna di un'osteria potrebbe tornare utile.
Tutto farà brodo.
Io giro con un'agenda Moleskine nella borsa, ci segno e traccio pensieri, linee apparentemente insignificanti, concetti, idee, brevissimi appunti. Ne ho un'altra, sul comodino accanto al letto, perché anche di notte, magari dopo un sogno, può capitare di averne bisogno. E' piena di segni e di bozzetti.
Sempre.
Sono diventato una specie di spugna che ingloba tutto ciò che trova interessante vivendo.
L'altra sera, sul divano, stavo guardando un'orrenda commedia francese con protagonista Christopher Lee: avevo l'espressione sbilenca di un poveraccio seduto nella sala d'aspetto di un dentista, avete presente?
Poi, d'improvviso, la folgorazione! Ecco sbucare un'attrice dal volto interessantissimo, il taglio di capelli fantastico e un sorriso folgorante. Ho preso immediatamente l'iPad e ho fotografato lo schermo.
L'attrice è finita immediatamente nel mio archivio personale, immagazzinato nella memoria del tablet: là dentro ho circa 3000 immagini.
Case, alberi, panorami, persone, animali, armi, vestiari, oggetti, posizioni, ritratti.
Neppure vivendo 3 vite riuscirei a "utilizzarle" tutte, ma divenendo fumettisti seriali, voi avrete bisogno di quell'archivio. Voi non potrete più fare a meno di quell'archivio.
Per la vita vera, altro concetto su cui possiamo discutere finché volete, c'è sempre tempo.
Tra un'ispirazione e l'altra, magari. Forse.