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domenica 11 dicembre 2016

L'imbonitore.

Frequento le mostre / mercato del libro e del fumetto da qualche anno, come ho più volte scritto. Talvolta, fortunosamente, ho persino partecipato in qualità di autore.
Anche ieri pomeriggio ero a "Più Libri Più Liberi", la bella kermesse romana dedicata alla piccola e media editoria, tra cui (e non saprei dove collocarla) il fenomeno degli editori indipendenti. Ergo, con seguito di autori altrettanto tali.
Ebbene, qui come altrove c'é un fenomeno piuttosto in ascesa che, francamente, mi disgusta.
Quello dell'imbonitore.
L'imbonitore è un autore (o presunto tale), che si colloca fuori dallo stand (suo o della casa editrice che lo ospita) fermando i visitatori magnificando il valore del suo libro e dell'edizione, presentandosi invadente come uno scrittore e tentando, in definitiva, di appioppare il suo volume a quanta più gente possibile: avete presente quelli che danno i volantini, i buoni sconto per strada o che vi tirano per la giacca quando visitate il mercato di via Sannio per ammollarvi una giacca o un paio di anfibi militari?
Ecco, uguali. Solo che un libro non è una giacca, un vecchio orologio o un paio di scarpe rotte.
E un autore non dovrebbe essere un imbonitore, peggio che mai di se stesso.
Questo è quanto, la penso così.
Certo, la maggior parte delle volte riusciranno a vendere un numero significativo di copie: ma non lo faranno, badate bene, per la qualità delle stesse: chi può giudicare un libro da otto secondi in croce in cui viene magnificato da colui che l'ha scritto? Lo venderanno grazie all'incredibile faccia tosta e alla debolezza che hanno sovente le persone più timide, incapaci di dire no per non offendere chi sta di fronte.
E' un meccanismo quasi perverso, di certo poco dignitoso.
"Ciao, hai due secondi?" ti aspetti che reclamizzi una raccolta di firme contro questa o quell'altra legge, che tenti di venderti un iscrizione a qualche improbabile scuola d'arte o uno di quei droni che vanno tanto di moda oggigiorno: e invece no! E' uno scrittore e si aggira per la fiera in cerca di gente cui vendere la sua produzione. "Ti piace l'horror? Perché io sono uno scrittore che ha appena pubblicato" e bla bla bla.
Poi, cosa vuol dire? Magari l'horror mi piace ma solo quello fatto bene.
Un vero autore, sicuro di se stesso, non va in giro a cercare di carpire lettori come al mercato del pesce. Non è il suo lavoro, il suo ruolo, e non dovrebbe essere il suo primo fine.
Noi autori indipendenti (mi ci metto anche io, con tutti i miei difetti), lottiamo quotidianamente contro alcuni luoghi comuni (più o meno reali) e contro l'ostilità, sovente neppure tanto mascherata, degli addetti ai lavori. Ecco, quante volte avete letto battermi da queste righe contro la ghettizzazione e la generalizzazione cui siamo costretti?
Certi personaggi, ahimè, non fanno che gettare discredito sull'intera categoria delle pubblicazioni indipendenti.
Perché? E' semplice: il loro unico, vero scopo, è quello di vendere. Non gliene importa nulla di controllare, editare e verificare fino allo sfinimento ciò che hanno scritto. Devono vendere. Tante copie, a chiunque. Bambini compresi.
Quante di queste persone che hai forzato, in qualche maniera, a comprare un tuo titolo torneranno da te? Quanti apprezzano la tua invadenza, la tua sfacciataggine d'autore: "Ciao, sono Luigi e ho scritto un libro."
Io ritengo che siano davvero poche, una percentuale irrilevante.
Non è così che si può trovare un posto nell'editoria. Non è questo il modo di comportarsi, a mio modesto avviso.
Noi contiamo, quando va bene, su poche decine di lettori abituali, diciamo pure "fissi". Chi ne ha un paio di centinaia è autorizzato ad andare a mangiare ostriche e Champagne. Di questi, alcuni potrebbero avere piacere nel venirti a cercare (loro) in qualche fiera del fumetto o del libro in cui sei ospite (invitato o a pagamento). Questo è il servizio che puoi rendere loro.
Ti sistemi come meglio credi, tentando di creare un ottimo stand, con i tuoi lavori in bella vista, prezzo ed eventuali gadget compresi.
Questo dobbiamo fare. E' una specie di servizio che proponiamo a chi ama il nostro lavoro.
Ed è bellissimo quando qualcuno si avvicina, magari arrivando da molto lontano, chiedendoti se sei tu ad aver scritto questo o quel titolo, e che avrebbe tanto piacere a stringerti la mano.
Il resto è secondario. Persino la vendita.
Chi è in questo settore, dal primo degli editori all'ultimo dei commessi d'una libreria, ha un grande privilegio, ma anche un onere: vende e propaga cultura (non nel caso dei miei libri e dei miei fumetti), bisognerebbe comportarsi di conseguenza.
Noi indipendenti veniamo accusati di sciatteria, sciacallaggio, incapacità, cialtronaggine.
Ecco, comportandosi come imbonitori da elisir del vecchio West, diamo loro ragione.
Molti, una volta abbindolati dalle vostre maniere, potrebbero scoprire che il libro che avete scritto, magari, fa anche pena. Non torneranno più. Non solo: potrebbero sviluppare una sorta di pregiudizio per cui potrebbero non comprare e leggere più nulla che non provenga dallo scaffale di qualche grossa libreria di città.
Sarebbe un vero peccato.
Di autori bravi, che scrivono, dipingono o disegnano per il puro amore del farlo, ce ne sono ancora molti, in giro, io ne conosco svariati.
Nessuno di loro si aggira per le vie di Lucca o di Novegro tentando di spacciare per capolavori i propri lavori, con l'assurda idea di venderli tutti.
Tanto poi ci si sposta col proprio carrellino in un'altra città e il gioco ricomincia.
Molti di coloro lo fanno, e che magari mi stanno leggendo proprio ora, avranno scoperto che le copie da vendere non bastano mai, specie se i soldi li avete messi voi: per lo spazio che vi ospita, per il viaggio, per le spese, per le copie da esporre. Andare pari sarebbe già un grosso risultato.
Ebbene, qui non sono solo i soldi a essere in ballo.
Molto, troppo spesso, c'è la dignità di un autore, indipendente o meno.
E quella non ha prezzo. Almeno per ora.




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