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domenica 17 luglio 2016

Ma pubblicarsi da soli va bene?

L'argomento, in verità, mi stuzzicava già da un pò, e altre volte lo avevo sfiorato proprio da queste colonne.
Leggendo infine il post di un giovane editore romano (appena lo ritrovo lo posto), l'argomento, affascinante quanto sottilmente ambiguo, m'è tornato prepotente in testa!
Noi, alla fine, e dico noi indipendenti, indi, sciolti o quel cavolo che vi pare, abbiamo il diritto di pubblicarci da soli? Si lo so, uso una parola forte: "diritto".
Ce l'abbiamo? Siamo noi a dover rispondere? O dovrebbe farlo Lui, il lettore?
Chiaro, le critiche sono di facile lettura e piuttosto populiste: chiunque, in definitiva, anche un totale analfabeta, può prendere la stupidaggine che ha scritto in 24 ore, caricarle su una tipografia on line, stamparle in duemila copie o vendersele su molti siti specializzati in questo particolarissimo settore e tanti saluti.
Ingolferà il mercato, già saturo, di immondizia che la maggior parte del lettore navigherà a fatica e con un pizzico d'incoscienza, facendo passare la voglia a chi già acquista cose da leggere con estrema pigrizia.
Poi, lo sappiamo che non è tutto: la maggior parte di questi testi non sono editati (non subiscono cioè un lavoro di editing mirato a correggere errori, refusi, incongruenze etc.) e non passano alcuna barriera tra il suo autore e il pubblico; ossia, una volta usciti dalla penna dello scrittore, iniziano subito a navigare nel mercato senza il giudizio, talvolta tutt'altro che scevro da pregiudizi, di un parente o di un amico.
 Per tacere di chi sfrutta biecamente lo scrittore in erba proponendogli contratti svuota tasche costringendolo a comprarsi dozzine di copie del proprio manoscritto promettendogli distribuzione e altro che, naturalmente, non avrà mai.
Va bene, escluso ciò, torniamo a noi: abbiamo il diritto di farlo? Di sostituirci a professionisti del settore con anni e anni di carriera (e pubblicazioni alle spalle) per sfornare testi che, sovente, non hanno nulla di professionale?
Non so precisamente cosa accada negli altri paesi, ma qui da noi, in Italia, é la prassi. e non solo nell'editoria.
Alzi la mano, tra di voi, chi non ha mai portato il proprio PC da un negozio di assistenza scoprendo che i responsabili non sapevano distinguere una radiolina tascabile da un lampadario; una bella formattatina, un programmino installato gratis e il computer é bello che pronto! Per tacere di gommisti incapaci e di commessi di pet shop che fanno confusione con i vari mangimi (no, il diamante mandarino non mangia la stessa miscela di semi del pappagallo cenerino!)... tutto questo, insomma, per spiegare che in Italia puoi aprire l'attività che vuoi anche senza aver maturato prima alcuna esperienza! Puoi improvvisarti tecnico, cuoco, informatico e scrittore!
Quest'ultima categoria é vista assai peggio delle precedenti! Se farai un pessimo gelato alla vaniglia il malcapitato cliente se ne andrà altrove, ma se sforni una porcheria di romanzo verrai tacciato di crimini contro la letteratura!
E' proprio così.
Ma siamo così sicuri che sia stato l'avvento di internet a fare di noi degli aspiranti artisti? Io no.
Stephen King e tanti altri scrittori hanno iniziato vendendo a compagni di scuola, amici o parenti le fotocopie delle loro opere in erba (o ciclostilate) ben prima dello sviluppo mondiale della chiocciolina, senza inoltre avere la possibilità di impaginare a dovere i loro testi con copertine accattivanti o altro. Credo solo che la rete abbia reso più facile tutto ciò, e più radicale. Ma non ha creato un accidenti.
Gli indipendenti ci sono sempre stati, e credo saranno sempre presenti sul mercato.
Io sono uno di essi, quindi mi sento sempre chiamato in causa quando ne sento parlare.
Personalmente non ho mai scritto e pubblicato per soldi (ho un altro lavoro), per la fama (?) o per ingolfare il mercato.
Ho 42 anni (quasi 43) e ho "pubblicato" appena otto romanzi in tutto questo tempo.
Sono un frustrato? Direi di no.
Vorrei raccontare due mie esperienze tra i professionisti del settore che credo servano alla discussione.
La prima fu nella metà del nuovo secolo, quando venni contattato da una giovane casa editrice bolognese, che dopo un'infinita trafila per farmi presente che loro erano loro e io "non ero un cazzo", mi propose un contratto per il romanzo fantasy "La Ballata del Cammino Lontano"; dopo impiegati, assistenti, segretari e vice capi riuscii a parlare con l'editrice vera e propria, scoprendo che aveva letto approfonditamente il mio libro, senza tuttavia averne capito un accidente sullo spirito originario!
"... se vuole venirne a parlare di persona, caro signore", furono più o meno le sue parole al telefono, "sappia che il prologo del racconto é per noi totalmente inammissibile. Va bene il turpiloquio, la violenza, ma quell'incipit andrà tagliato!"
Io non andai mai a Bologna e non firmai quel contratto.
Feci bene? E chi lo sa! Di certo l'incipit "inammissibile" é la cosa piaciuta di più a chi ha letto il libro e me ne ha parlato, colpito da un inizio tanto crudo e inaspettato.
So poche cose della narrativa, naturalmente, essendo nessuno come fatto notare, ma una cosa l'ho imparata: se non incateni chi ti sta leggendo subito lo perdi, e lo perdi per sempre.
Pochi riaprono un testo che li ha delusi da principio! Puoi prenderti tutte le pause che vuoi, dentro, ma inizio e fine lo devi saper fare bene.
Nel 2009, poi, la "grande occasione": dopo aver vinto un piccolo concorso tra autoproduzioni con il thriller "L'apostolo nel buio", mi viene proposto un contratto con una grande casa editrice italiana, una delle maggiori; non mi produrranno, per carità, ma sono disposti a distribuirmi presso i loro canali per qualche anno.
Accetto, poiché ciò significa mantenere saldamente in pugno la trama e ogni altro dettaglio della storia.
Il resto, ahimé, é un disastro, un'esperienza raccapricciante!
Dopo aver firmato il contratto, infatti (tre lunghissimi anni), mi rendo conto che mandano in stampa un volume terrificante, di gran lunga peggiore di come lo avrei curato io: caratteri minuscoli per risparmiare sulla carta, grafica scadente, scarsissime note e informazioni pubblicitarie per invogliare il lettore, prezzo da denuncia penale.
Un disastro. Ci rimango malissimo, anche perché qualcuno scrive alla mia casella mail per lamentarsi della carta, dell'impaginazione etc.
"Sono quasi diventata cieca per arrivare alla fine!" mi scrisse una ragazza pugliese, "E chi sei, Tolkien?" si lamentò un altro per il prezzo osceno del volume... tutti fattori per i quali, naturalmente, ero del tutto innocente. Scrissi alla casa editrice, gli telefonai pure.
Non hanno mai risposto.
Nonostante la buona distribuzione il romanzo andò peggio di quando me lo vendevo da solo, e i soldi per i diritti d'autore (circa 15 euro) mi vennero accreditati alla fine dell'anno successivo alla scadenza del contratto.
Oggi rifirmerei? No. Col cavolo.
Ma cosa c'entra tutto questo discorso sul self publishing? C'entra c'entra.
Se é vero, per concludere, che abbiamo una marea di edizioni autoprodotte che non valgono la metà del prezzo di copertina (e ci sono io tra essi, eh, ci mancherebbe) messe lì per rovinare un mercato già claudicante di suo (ma si parla di crisi editoriale dall'inizio degli anni '80!) è altrettanto vero che non vi sono tante realtà editoriali (inteso proprio come gente che valuta la tua pubblicazione) in grado di giudicare con serietà professionale e interessata il lavoro di tanti autori dotati di talento, volontà e dedizione, ma che troppo spesso tentano addirittura di turlupinare il giovane debuttante con proposte truffaldine senza che nessuno intervenga.
Non sono migliori, a parer mio, del ragazzo che inizia il capitolo del suo libro sbagliando il gerundio o l'avverbio.


lunedì 11 luglio 2016

Alla faccia del calcio, il libro che non ti aspetti.


Quando uno dei due autori, Matteo Maggio (l'altro é Giovanni Fasani), che é mio amico già da un pò, ha parlato per la prima volta di questo libro, son rimasto perplesso. Conoscevo già il raffinato intenditore di calcio che é, intendiamoci, solamente mi aspettavo un libro con su in copertina le solite facce: Ronaldo, Messi, Neymar... figure un pò patinate di uno sport che ho amato meno intensamente negli ultimi anni. Di cosa vuoi parlare quando questi atleti riempiono già le tv, le riviste di ogni genere, le pubblicità, ormai tutta la nostra vita quotidiana? Che si sposano con star internazionali, che fanno qualche capriccio, che hanno fisici palestrati e cadono ugualmente giù appena cambia il vento sul manto erboso? Che fanno talvolta i grandi nelle blasonatissime squadre di club in cui militano a forza di miliardi e poi spariscono come nebbia al sole se difendono i colori della propria nazionale? Insomma, ero rimasto freddino.
Avrete già capito, però, che da un classe '73 quale io sono non potete aspettarvi troppo entusiasmo verso il cosiddetto "calcio moderno": io andavo in curva, la domenica, e ogni settimana vedevo correre Maradona, Zico, Junior, Rummenigge, Falcao, Platini, Gullit, Van Basten, Matthaus, Laudrup, Scirea e Zoff! Gente con un grado di continuità mostruosa, con carisma, grinta e, udite udite, vestiva come gente normale una volta uscita dallo spogliatoio.
Ok, sto facendo discorsi da vecchio. Chiedo scusa.
Dicevo del libro: edito da Urbone Publishing, già la copertina in anteprima riesce a colpirmi appena esce: "20 storie dei magnifici anni '80 e '90", strilla infatti il sottotitolo! Bene, si tratta proprio del periodo che ho amato follemente! In più, dato fondamentale, parla di "storie". Non blandi numeri, sterili statistiche o zuccherose rievocazioni di eroi in mutande, no, il libro promette di raccontare "storie" tratte da un passato più o meno remoto.
Devo averlo, non ci sono scuse.
Chi scrive é un vecchio numero 10 di periferia, di quelli che se gli girava non lo prendeva nessuno! Viceversa, se proprio non gli andava, la sua squadra giocava con un uomo in meno! Ne avrei di cose da dire, riguardo certe "trasferte" nelle periferie romane, di arbitri pronti a scapparsene via, di riflettori fulminati e di acqua calda che non scende più e fuori ci sono due gradi.
Ecco, il libro di Matteo e Giovanni, pur trattando calciatori professionisti che hanno finito per giocare campionati di serie A o, addirittura, mondiali, traccia profili, storie e leggende che hanno tutto il sapore di un vecchio campo spelacchiato, di un pallone di cuoio con le cuciture logore e il profumo dell'olio canforato.
Del calcio vero, insomma, che probabilmente non esiste più neppure nelle nazioni più deboli da questo punto di vista.
Scoprirete o rincontrerete vecchi eroi dimenticati, dai nomi talvolta familiari per chi, come me, ascoltava le partite alla radio o attendeva le brevi, noiose sintesi alla tv, di domenica sera.  Gente orgogliosa, tignosa, dotata di talento, che magari sceglieva di restare nella squadra del cuore anche se un'altra gli offriva il doppio. E amen.
Leggerete di paesi impossibili, di campionati fallaci e di notti da tregenda (chi ha dimenticato il 10 a 1 subito da El Salvador durante i mondiali di Spagna '82 a opera degli ungheresi?) e tanta bella roba che riconcilia con questo sport meraviglioso, l'unico al mondo che puoi giocare con chiunque, dovunque. Sarebbe stato facile per i due autori ricorrere a storie "moderne", che intrigano sicuramente le generazioni più giovani e a vendere quindi tante copie in più mettendo un Ronaldo o un Ibrahimovich in copertina. Lodevole invece, a parer mio, questo tentativo di dare spolvero a chi, in un modo o nell'altro, ha lasciato tracce indelebili pur senza indossare la maglia di una nazionale famosa o di un club vincente.
Se anche voi, al termine dell'agile volume, avrete voglia di andare su Google per cercare i visi e le carriere dei calciatori ivi raccontati, allora questo libro avrà fatto su di voi lo stesso effetto che ha avuto su di me!
Vi invito dunque ad acquistarlo, costa poco e si trova in molte librerie on line!
Vi lascio con un innocuo giochino: pensate ai vostri 15 giocatori preferiti di ogni epoca (non necessariamente quelli che ritenete i più forti, ma quelli che vi hanno emozionato maggiormente per motivi disparati), io farò la mia personalissima lista qui sotto e no, ve lo dico subito, non vi saranno modelli dagli addominali scolpiti e i tatuaggi in bella vista.

15- Carlos Valderrama (Colombia)
14- Glenn Peter Stromberg (Svezia)
13- George Best (Irlanda del Nord)

12- Socrates (Brasile)

11- Gullit (Olanda)
10- Bruno Conti (Italia)
9- Paulo Futre (Portogallo)
8- Falcao  (Brasile)

7- Pelé (Brasile)
6- Roberto Baggio (Italia)
5- Johan Cruijff (Olanda)
4- Lothar Matthaus (Germania)
3- Zico (Brasile)
2- Giuseppe Giannini (Italia)
1- Diego Armando Maradona (Argentina)















 

sabato 9 luglio 2016

Roberto Diso, l'uomo che sa disegnare tutto.


Salute.
Quando, nel 1983, e io ero un ragazzino di 10 anni, uscì in edicola un episodio di "Mister No" intitolato "Il Fantasma dell'Opera", vidi un pugno di tavole che non avrei più dimenticato.
Il suo autore era un romano come me, Roberto Diso.
Cosa c'era in quelle tavole? Nulla di particolare, se le avesse disegnate qualcun altro: una giovane donna bionda, una cantante lirica cui lo sceneggiatore della storia, Tiziano Sclavi, aveva chiamato Maria Arghidas, cammina in un cimitero, vestita a lutto; ha lunghe gambe affusolate fasciate da calze nere con la riga dietro, un vestito morbido che l'avvolge facendo immaginare la morbidezza della sua pelle, delle sue curve.
Cammina. La vediamo da dietro, di lato. La vediamo camminare.
Non ho più visto un personaggio di un fumetto camminare con tanto fascino e sensualità.
Da allora non ho smesso di seguire la carriera eccezionale di questo disegnatore, scoprendo che è a suo agio in ogni ambiente, in ogni contesto, con i personaggi più disparati.
Così, quando i soliti amici della C'Art Gallery di Roma hanno deciso di dedicare a questo maestro una lodevole iniziativa con catalogo annesso, non mi sono lasciato sfuggire l'occasione di rifarmi gli occhi!
Avevo già incontrato e avuto il piacere di parlare in diverse occasioni con Roberto, scoprendo un uomo garbato e disponibile coi suoi fan, come soltanto i grandi sanno essere.
Direi di non perdere altro tempo in chiacchiere, le fotografie che ho scattato col mio telefono valgono più di ogni recensione:
Non male vero? :) I più sfegatati lettori del Pilota non avranno faticato nel notare che alcune delle opere originali appese alle pareti (tutte rigorosamente in vendita presso la galleria) sono tratte dalle più belle storie del personaggio!
Ieri, alla prima della mostra, era presente l'artista, che ha firmato il catalogo in vendita (ne vedete la bella copertina in apertura di post) oppure i vari sketch. 
Per informazioni su questo disegnatore credo sia d'obbligo linkare la pagina della Sergio Bonelli Editore dove trovate tutte le informazioni, vecchie e nuove: http://www.sergiobonelli.it/news/roberto-diso/9289/Roberto-Diso.html .
Nel corso degli anni, dicevo, ho potuto avere alcune sue opere che fanno bella mostra di sé sulla parete del mio studio, tutte autografate e con dedica. Mi piaceva farne vedere qualcuna: 
Vi ricordo che la mostra è visibile fino a fine luglio, ecco alcuni link utili per chi fosse interessato: 

"Mister No" e "Tex Willer" sono personaggi della Sergio Bonelli Editore, detentori di tutti i diritti.
Infine, le cover di quella bellissima storia di Sclavi / Diso con il quale ho aperto il post, che troverete ristampata la prossima settimana in un bel volume da libreria. ;) 
Copertine di Gallieno Ferri!