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venerdì 15 gennaio 2016

L'apostolo nel buio, undicesima parte.

Ci siamo, amici! Con questa parte si chiude il racconto che ci accompagna ormai da ottobre; come di consueto, vi rimando alla mia pagina Facebook per il riassunto delle puntate precedenti, poi domani faremo un piccolo resoconto di questa sorta di esperimento a puntate!
Per ora, grazie a tutti di aver seguito "L'apostolo nel buio" fino a qui 
E buona lettura!

Intorno ai macabri resti si riuscivano a vedere solo alcuni barattoli colmi di robaccia e numerose bustine di plastica trasparenti: mosse le buste con la canna della pistola e vide all’interno ciuffi di peli e qualche capello. I barattoli contenevano denti, unghie spezzate e qualche frammento di ossa.
Agosti mosse ancora gli occhi verso il letto, mentre con una mano chiuse gli occhi alla povera vittima.
Fece altri passi verso il fondo della stanza, mentre scorrevano ai lati secchi ricolmi di materiale organico e liquidi melmosi e schiumosi che si erano gonfiati con gli agenti atmosferici e gli insetti che ci avevano deposto le larve; sangue era sparso dappertutto: sulle pareti, sulle soffitta, sugli scaffali e sui tavoli. Finalmente vide un uomo nell’angolo in fondo, rannicchiato con la testa nascosta tra le gambe. Si scoprì impaurito; anzi, no: terrorizzato!
 Paride gli puntò contro la pistola reggendola con entrambe le mani.
“Paride Agosti, polizia di stato: fammi vedere le mani senza fare stronzate... !”
Quello non si mosse.
“Stai bene… ? Sei solo quaggiù?”
Niente.
Allora, seppur riluttante, lo sbirro fu costretto ad avvicinarsi, accendendo nel frattempo anche l’altra lampada; la luce vibrò e scintillò incerta, facendo tuttavia ben vedere a Paride le blatte che – numerose – fuggivano via schernendosi dalla luce artificiale e schizzando sul corpo rannicchiato dell’uomo in tante piccole colonie nere.
Paride abbassò l’arma.
Agosti teneva la bocca aperta e sentiva il proprio pesante respiro che riempiva la volta della cantina: si avvicinò al corpo e con un piede gli alzò la testa: illuminò il volto di Antomelli, che aveva della segatura in bocca e gli occhi orrendamente cuciti. Altri insetti si nascosero sotto gli abiti a brandelli dell’avvocato. Paride volse gli occhi al cielo, quasi tentando di farli passare attraverso il piccolo tombino che in alto illuminava la stanza e dal quale gocciolava incessantemente acqua piovana. Con la mano armata si pulì il naso e la faccia, ben deciso a controllare ogni centimetro quadrato di quel mattatoio; fu proprio nel frangente nel quale s’era deciso a muoversi che gli scappò di sentire un rumore, un flebile, lontano singhiozzo.
Si volse, puntando decisamente lo sguardo verso un mucchio di scatole, immondizia e stracci accatastati vicino ad un vecchio modello di frigorifero; sopra di esso poggiavano alcune scodelle luride e un piatto incrostato. Tentando di aguzzare l’udito si rese conto che l’elettrodomestico era in funzione, giungendogli lieve ma netto il suo ronzare.
Scavalcò un mucchietto di spazzatura e si preparò ad aggirare il grosso frigo; di nuovo gli giunse il lamento lieve, quasi un pianto infantile. Avanzò piano, scorgendo infine dei piedi nudi che spuntavano da dietro al frigorifero, piedi femminili di qualcuno rannicchiato dietro di esso. Le piante dei piedi erano tagliate e sanguinanti. La figura sussultava e singhiozzava ogni qual volta Paride Agosti provava a muoversi. Tese allora una mano trattenendo il respiro.
“Chi sei?” domandò la voce femminile da dietro il frigo.
Agosti parve sollevato.
“Mi chiamo Paride e sono della polizia…” rispose.
Dopo un minuto di grave silenzio, la voce parlò ancora: “Polizia… non ci credo! Sei un uomo cattivo come quelli che sono scesi prima di te! Tutti molto, troppo cattivi…”
“Ma no… dammi una mano e ti tiro fuori di lì… coraggio, vedrai che sono sceso per aiutarti!”
“No.”
“Ok, ora mi avvicino e ti aiuto a metterti in piedi… d’accordo? È tutto finito, coraggio… di me puoi fidarti!” Agosti continuò a tenere la mano tesa avanti a sé, facendo qualche passo in avanti: vide un lembo del vestito bianco indossato dalla ragazza, ma era liso e incrostato di sangue. Questa stava gattoni con la testa infilata sotto a della roba maleodorante. Gli riuscì di afferrare la fine della gonna.
“Non toccarmi!” si lamentò lei.
“Non avere paura! Ecco, ora ti tiro fuori di lì! Lentamente!”
Abbassatosi per meglio afferrare la ragazza, Paride vide una testa rapata a zero dai tanti tagli e cicatrici, l’abito sembrava un incrocio tra quello da prima comunione ed uno da sposa: strideva con l’orrore incommensurabile della stanza. Fece per passargli una mano intorno ai fianchi, quando questa si girò all’improvviso fissandolo negli occhi: aveva una croce rovesciata incisa su una guancia e le labbra della bocca tagliate; le sopracciglia strappate via e i denti gialli e cariati tenuti assieme da un vecchio apparecchio arrugginito: aveva lo sguardo così feroce e cattivo che istintivamente Paride si fece indietro.
“Non devi toccarmi…” sibilò lei sgattaiolando via dalla scomoda posizione e mettendosi poi repentinamente in piedi, con le spalle contro un angolo della cantina: “Mi fai schifo!”
“Ma chi sei… ?” Agosti vide i tagli, le abrasioni e le infezioni mal suturate sparse su tutto il corpo della giovane donna, che stringeva nella mano un pezzo di vetro tagliato; lo stringeva talmente forte che del sangue gli colava lungo il palmo e giù fino ai piedi. “Se ti avvicini ti ammazzo, ti taglio la gola…”
Paride alzò le mani, sudava copiosamente e aveva la pressione a tremila: “No, stai calma! Io sono calmo, vedi? Ecco… metti giù quel vetro… restiamo calmi tutti e due.”
“Vattene via, mamma non vuole che gli estranei scendano qui…”
“Mamma?”
“… lei non vuole che nemmeno suo marito scenda quaggiù… lo punisce severamente, ogni volta…”
Paride posò la pistola su una cassa che gli era accanto, poi tornò a sollevare le mani: notò che il suo gesto aveva gettato nella confusione la ragazza. Avanzò un po’ tenendo le mani alte sopra la testa. “Dammi quel pezzo di vetro e vedrai che riusciremo a capirci bene, io e te… intesi?”
Lei tremò, aveva gli occhi scuri e malvagi, simili a quelli di un maiale ferito. Tentennò. Paride fu abbastanza vicino da vedere profonde e ramificate ustioni che la ragazza aveva sul petto, all’altezza dei seni; si vedevano dalla scollatura della veste, rosse e nette sulla pelle chiara. Spalancò la bocca colto da terrificante illuminazione: gli tornarono infatti in mente le parole dell’amico Pintori, al momento di farsi descrivere l’assassino di Svetlana: Era un uomo, non ci sono dubbi! So riconoscere delle tette in un corpo, no?! Proprio così gli aveva raccontato.
Stefano aveva visto si, un torace piatto come quello di un uomo, ma solo perché i seni della creatura che aveva davanti erano stati torturati e cancellati con atroce ferocia; era lei, che aveva visto quella notte nel parco, altro che un uomo.
Istintivamente, a cercar inutile conferma, abbassò lentamente gli occhi sulla mano che stringeva il frammento di vetro, vide chiaro e tondo il polso e l’incisione frastagliata che recava la scritta. Quella scritta.
Edonis.
Paride tentò di recuperare il suo sangue freddo poi, approfittando dello stato di confusione nel quale ancora versava la giovane donna, le balzò addosso.

Il colpo di fucile, fragoroso e assordante come un fulmine che ti cade vicino ad un orecchio, fu capace di gettare Paride Agosti nello stupore più che nella sofferenza: piombò sul pavimento lurido senza emettere un solo lamento; il buco largo come un’albicocca che gli dilaniava le carni all’altezza della scapola sinistra fumava da sotto la camicia strappata.
Con le braccia larghe e gli occhi confusi puntati sconvolti verso il soffitto, Paride giacque incapace di mettere in fila gli ultimi eventi.
Sentì confuso, come in un sogno, una nuova voce di donna che parlava all’assassina di Svetlana e degli altri: “Vattene in fondo e rimani lì buona, che di questo nuovo bastardo mi occupo io!”
Poi mani che lo afferravano alle caviglie e lo trascinavano verso il fondo, facendolo soffrire come un cane, ogni volta che la spalla faceva attrito col pavimento. Gemette. Di nuovo la voce: “Stai zitto e non fiatare, cane: ti avevo detto che questo posto non era più sicuro, Scilla… non ho sempre ragione io, come ti ripeto spesso?” ancora trascinamento, lento e faticoso. Paride si sentiva con le punte dei piedi su un profondo abisso, nel quale rischiava di cadere rovinosamente. Per non svenire scosse il capo più volte, chiudendo e riaprendo gli occhi. Non era nemmeno sicuro di riuscire a respirare: sentiva solo il puzzo acre della polvere da sparo che frizzava nella sua ferita. E poco altro. Nonostante i titanici sforzi di volontà, Agosti svenne per diversi minuti, quando riaprì gli occhi si rese conto di essere ancora sdraiato per terra; vedeva un viso di donna, torreggiare su di lui, prima confuso e indistinguibile, poi sempre più preciso e conosciuto: quello di Marisa Antomelli, la moglie del distinto avvocato.

Quando lei si accorse del fatto che Paride aveva ripreso conoscenza rise di gusto, sbavando dagli angoli della bocca; stringeva ancora in mano il fucile.
“Stai giù che ti spappolo la testa!” gli poggiò un piede sulla spalla e Paride soffocò un grido di dolore mascherandolo dietro una smorfia di sofferenza.
“Sei fortunato che non t’ho preso due centimetri più su, bastardo!”
Muovendo faticosamente gli occhi, Paride notò con la coda dell’occhio la giovane che si stringeva le braccia in un angolo della cantina, piagnucolando.
“... é tutto finito, non può farti del male… non piangere.” La consolò Marisa, senza distogliere la punta del fucile da Agosti: anzi, lo spinse ancora sulla ferita col piede.
La moglie di Antomelli si sistemò nervosamente una ciocca di capelli dietro l’orecchio, il poliziotto la vedeva muoversi e parlare come in una sorta di surreale moviola dai suoni distorti; la ferita gli bruciava da impazzire e non riusciva a muovere né la spalla né tantomeno il braccio.
“Non è cattiva, sai?” gli disse Marisa dilatando le pupille, “ha avuto un’infanzia d’inferno, con quel mostro del padre e dei fratelli… ma cosa puoi mai saperne tu? Sei sceso a sventolare il tuo distintivo, ignorante e bestia come tutti gli altri! Nessuno a parte me ha provato a capirla, a dargli un po’ d’affetto, un po’ di buone maniere… l’avreste rinchiusa in un manicomio e avreste gettato via le chiavi!” sputò addosso a Paride, che ghignò dal dolore. “La mia bambina…” quella ondeggiava mordendosi un dito, passando il peso del corpo ora su un piede ora sull’altro, ritmicamente. 
“Tutti, tutti quanti sapevano e sentivano… tutti conoscevano gli orrori che uscivano da quella villa: le urla, i lamenti e tutto il resto… persino quel buono a nulla di mio marito! Ma era una famiglia potente, quella dei Salieri… sapessi che via vai di macchine lussuose che vedevo sfilare in certe sere! Che schifo! Che vergogna!”
Paride provò a parlare, ma gli uscì di bocca solo un sordo rantolo.
“... una notte passarono il segno… avevo detto cento volte a mio marito di mollare, di vendere tutto, ma lui niente; prendeva un flacone di sonniferi e buona notte al mondo! Quella notte io ho deciso di non nascondere la testa sotto la sabbia  come gli struzzi, mi sono infilata una vestaglia e sono uscita imbracciando il fucile!” si scambiò un lungo sguardo affettuoso con la giovane, strizzando gli occhi come fanno i gatti prima delle fusa; “Quando ho sentito urlare anche Scilla, la figlia più piccola, non c’ho visto più! Sono uscita giusto in tempo per vedere quella carogna del vecchio che si apprestava a disfarsi del cadavere in giardino, come tutti coloro l'avevano preceduta, dopo averla avvolta in un tappeto!”
Paride sgranò gli occhi.
“... ma era viva lei, povera piccola! Sanguinava, certo, e piangeva anche! Ma era viva!” fece una pausa guardando in alto commossa, rivivendo l’antica scena; “Così sono uscita allo scoperto chiedendo finalmente spiegazioni a quel vecchio porco! Ha osato minacciarmi! Me, che imbracciavo un fucile! Vecchio bastardo, mi ha lasciata lì come non esistessi e ha ripreso il suo mostruoso lavoro… quando l’ho visto abbassare nuovamente la pala non c’ho visto più! Ho poggiato la canna sulla sua testa e ho velocemente premuto il grilletto facendogliela saltare come un frutto marcio!”
A quel punto piegò l’arma verso il braccio offeso dello sbirro e sparò un secondo colpo fragoroso e dal vago eco metallico: un’intera parte del gomito esplose esponendo la cartilagine e i muscoli vivi: Paride gridò con quanto fiato aveva in corpo, rilasciando finalmente dai polmoni tutta la disperazione, l’odio e la frustrazione del momento; la giovane si tappò le orecchie con le mani incominciando ad intonare una stramba filastrocca. Perdeva muco dal naso.
Marisa rise.
“Così! E la sua testa s'è bucata spargendo sangue per tutto il giardino!” tornò seria guardando distante, da qualche parte avanti a lei; “Poi ho ricordi vaghi e frammentati… ho afferrato la bambina e sono corsa in casa mia, sbarrando porte e finestre.” Aveva gli occhi lucidi. “Passai quella lunga notte aspettando che loro irrompessero in casa per farmela pagare, per farmi quelle cose e poi seppellirmi da qualche parte, assieme agli altri…” rise asciugandosi una lacrima sporca dall’occhio con la mano sinistra, “invece niente, nulla di nulla… non vidi mai nessuno di quegli stronzi, anzi: già dal giorno dopo cominciarono a smobilitare, del cadavere del vecchio non seppi mai niente! Sarà sprofondato all’inferno, quel porco incestuoso!”
Paride aveva incominciato a isolare la mente dal dolore, a fare ampi respiri e a convergere le poche forze rimastegli verso il resto del corpo, pronto a giocarsi il tutto per tutto: sentiva in bocca il sapore dolciastro del proprio sangue e ogni respiro gli faceva bruciare i polmoni.
“... probabilmente i maledetti si sentirono deboli e vulnerabili con la scomparsa del loro capo branco… vallo a sapere! Fatto sta che nascosi la bimba facendo di lei la figlia che mio marito non ha mai saputo darmi!” la guardò colma d’amore. “I primi tempi è stata buona, crescendo sempre nascosta, sempre pallida e mal nutrita; manco fosse lei, la vittima degli uomini…” Paride strisciò indietro di pochi centimetri. Marisa continuò a parlare: “Poi ha cominciato con le lucertole, i piccoli roditori e qualche altro animale che si intrufolava in cantina…” la guardò ancora, comprensiva e sorridente; “Ho pensato fosse una cosa normale, dopo tutto quello che aveva passato… sono sua madre, cosa mai avrei dovuto pensare?”
Paride si bloccò. Marisa lo guardò furente.
“... cosa avrei dovuto pensare?” ripeté furibonda; temendo un nuovo colpo di fucile, Agosti tese istintivamente le mani aperte in avanti. La donna rise.
“Sembrava andare tutto per il meglio… venivo quassù due volte la settimana, sempre di nascosto a mio marito, che non avrebbe capito, ottuso com’è; lo convinsi a usare qualcuna delle sue stupide conoscenze per ampliare un po’ il parco onde costruire una bella casetta più comoda per la mia bambina e per il tempo da passare insieme… sapessi cosa ho trovato nelle profondità dei sotterranei! Cuniculi, stanze, finte fognature… erano organizzati bene, quei maledetti animali…”
Agosti ricominciò a strisciare lentamente verso la cassa cui aveva poggiato la sua pistola: era un gioco d’azzardo inesorabile e spietato, che lo vedeva perdere in partenza, ma non era abituato a subire passivamente il corso degli eventi. Si trascinava con il gomito e coi talloni, millimetro dopo millimetro, conscio del fatto che alla fine del delirio, sarebbe stato un uomo morto; uno dei tanti di quell’assurda vicenda.
“... ufficialmente il porco era deceduto per cause naturali, mentre la mia bimba risultò perita in un incidente; Avevano mani dappertutto, i vigliacchi… beh, non voglio annoiarti troppo: passarono gli anni, anni felici e bellissimi, nei quali cercavo di stare vicino alla piccola per aiutarla durante le sue crisi o le strane abitudini… l’avrei guarita, sarebbe cambiata, ne sono certa… se solo non fosse stato per quel maledetto cavallo!” si portò una mano alla testa, scuotendo il capo; “Eh, bambina mia? Se non fosse stato per quel brutto animale!” la giovane annuì annoiata.
Marisa puntò la canna del fucile contro la testa del poliziotto: “Aveva trovato la maniera di uscire, la mia bambina: brevi giri nel parco, nascondendosi se notava passare giù in strada qualcuno… niente di eclatante, insomma… poi quel puzzolente cavallo, cui mio marito era tanto affezionato, ruppe la rete di recinzione invadendo il parco di quei maledetti vicini…Dio… ci pensi? Quanta emozione, quanto stupore e senso di novità per la bambina, che uscendo ha potuto provare l’ebbrezza di osare, di spingersi un po’ più in là, di gettare un occhio nell’antica casa degli orrori…” abbassò gli occhi. “Purtroppo lì ha incontrato quella tossica maledetta, quella dei giornali… e ha pensato di… farle quelle cose… non aveva alcun diritto di entrare nella villa dei Salieri, quella puttana! La bambina ha agito di conseguenza! Non è stata colpa sua!”
Paride raggiunse la base della cassa: tutte le ossa e i muscoli gli gridavano dolore e dissenso.
“... da lì è stata una catena di sfortune e tragiche escalation… prima mio marito che, naturalmente, ha incominciato ad avere dei sospetti… e si che glielo avevo detto di rimettersi a letto e dimenticare tutto! Gesù mi è testimone se gliel’ho detto! Infine il fratello matto, Riccardo… anche lui è andato a disturbare la bambina… ma come non capire che è malata, che ha bisogno di aiuto? Invece no, sempre a curiosare, a spiare, a invadere morbosamente la vita di una famiglia per bene come la nostra! Figli di puttana! Tutti quanti!” caricò il fucile. “Infine tu, poliziotto di merda: te l’hanno detto in tanti che era la storia sbagliata in cui ficcare il naso, ma non hai voluto dare retta a nessuno, vero?” puntò il fucile pronta a sparare verso la faccia di Agosti: “Beh, hai fatto male…”
Paride colpì la cassa con entrambi i piedi, mandandola a caracollare contro la stupita giovane, che si schermò con le braccia, ma l’urto fu egualmente violento: l’orribile ragazza urtò contro il muro con un osceno verso di doloroso stupore; anche Marisa gridò confusa, vedendo lo sbirro rotolare sul pavimento: Paride aveva ben veduto la pistola volare in terra a non molta distanza da lui; Marisa sparò ancora gridando, ma il colpo raggiunse un mucchietto di spazzatura a pochi centimetri dal fianco di Agosti, che continuò a rotolare verso la sua arma.
“Mamma!” gridò la ragazza deforme, “Mamma!!”
Paride impugnò la pistola con la mano illesa. Non pensava più a niente, se non alla propria, disperata sopravvivenza. “... lo ammazzo!” gridò Marisa ricaricando, “Lo ammazzo io!” intanto la giovane donna corse a brandire un grosso pugnale da macelleria che stava sul tavolaccio più vicino: Paride era tra le due furie.
Tese il braccio eseguendo un arco di mezzo metro: sparò a Marisa, senza colpirla. Però il proiettile colpì una gabbia appesa in aria, che esplose a pochi centimetri dal viso di Marisa Antomelli, che gridò proteggendosi la faccia dalle schegge, dalle piume, e dalla roba che era volata per aria.
Intanto l’orrenda assassina dal cranio rasato saltò su Agosti, tentando di morderlo e di ferirlo con il grosso pugnale; Agosti provò a tirarsela via ma quella, a dispetto della vita di clausura passata, sembrava forte e selvaggia; Paride non riusciva ad alzare il braccio devastato per difendersi, così puntò la pistola e sparò a bruciapelo sul petto dell’assassina: questa mutò l’espressione del volto in una stupita maschera di sofferenza, finendo esanime due metri più in là, con il petto fumante in un mare di stracci.
“No!” gridò Marisa, pronta a sparare di nuovo, da distanza ravvicinata.

Il proiettile fu espulso, volò ad incredibile velocità verso l’obiettivo ed entrò nel collo alla base della nuca, uscendo poi dalla gola e perdendosi altrove.
Marisa guardò incredula il proprio fucile. Non aveva sparato. Allora si portò una mano sul collo, sulla gola. Sangue caldo e denso gli imbrattava le mani, il petto, le spalle. Provò a dire qualcosa ma gli uscì solo un gutturale gorgheggio rauco. Cadde in ginocchio. Vide all’entrata dello stanzone un poliziotto grassottello che teneva la sua arma fumante tesa verso di lei.
Marisa guardò verso la giovane caduta prima di lei, provò ad alzare il fucile, ma quello gli sparò ancora: uno, due colpi: Marisa Antomelli cadde faccia in su con gli occhi sbarrati sul nulla della morte.
“Paride!” chiamò Gualtiero facendo irrompere altri agenti nella sala, “Paride, stai bene?”
Agosti annuì dolente. Stava seduto per terra con la schiena contro un pesante baule, con il braccio armato si teneva quello sfasciato.
Capuano corse ad abbracciarlo.
“Non avevo capito un cazzo, Gualtié!”
“Non parlare; un’ambulanza, presto! Fate presto, perdio!”
“Dobbiamo scavare! Sono qui sotto, dappertutto! Qui sotto...”
“Si, si, scaviamo, scaviamo; facciamo luce su tutto quanto, ma ora cerca di stare calmo e di respirare! Cristo, hai il braccio a brandelli!”
Ben presto il posto fu zeppo di poliziotti e di scientifica.
“Questa è ancora viva!” esclamò un agente tastando la ragazza rasata.
Paride e Gualtiero si guardarono. In lontananza, cominciarono a sentirsi le violente sirene spiegate delle ambulanze e delle altre volanti; Gualtiero sembrava abbracciare Paride, come a proteggerlo, come temesse ancora per la sua vita; i soccorsi giunsero mettendo subito una mascherina dell’ossigeno sul viso di Paride, che tossiva forte.
Molti agenti uscirono a vomitare dalla puzza che c’era là sotto e dai cadaveri torturati. Ben presto il mattatoio cominciò ad assomigliare ad uno dei tanti luoghi del crimine visti in notiziari o film tv: la banalizzazione dei lavori rese tutto un po’ meno spaventoso.
Per ultimi arrivarono Caruzzi e Toselli a bordo di un’ auto blu. Si avvicinarono a Gualtiero che aiutava due infermieri della Croce Rossa a far salire la barella di Agosti sull’autoambulanza: Capuano salutò Toselli con un breve cenno del capo.
Paride guardò i due: si tolse la mascherina dell’ossigeno per dire qualcosa ma Toselli glielo impedì: poi, spostando un pò la mano, gli fece una breve carezza sui capelli.
Gualtiero guardò Caruzzi: quest’ultimo sembrò spaventato e a disagio.
Molto spaventato e molto a disagio.
Le ruspe, arrampicandosi sbuffando sulla provinciale, furono le ultime a presentarsi sulla scena degli orrori.

“Guardala, Gualtié. Guarda quant’è bella!”
Capuano si guardò attorno stringendosi nelle spalle: aveva una bruttissima camicia a fiori dalla quale spuntavano gli aloni sudati delle ascelle.
“... Roma è come una bellissima puttana: sai che ti farà male, andando con un altro, ma non puoi fare a meno di caderle di nuovo ai piedi.”
Gualtiero fece di nuovo spallucce, succhiando una caramella alla menta: “E’ la sua forza, no? È l’unica città al mondo che fin dai tempi papalini riesce a farti dimenticare ogni orrore che ha vissuto.”
Paride annuì, accarezzandosi piano l’ingessatura sul braccio. “Vabbé, bando alle stronzate, che mi parte il treno.”
“Ma sei sicuro che non vuoi essere accompagnato? Mi prendo un paio di giorni e saliamo in macchina: che sarà mai?”
“No, davvero: preferisco viaggiare senza pensare a niente… magari riesco a dormire un po’.”
Stettero per un po’ così, uno davanti all’altro sulla banchina del treno: era quasi deserta, non fosse stato per qualche turista vestito da coglione che succhiava un gelato tentando di decifrare una cartina stradale; infine Gualtiero abbracciò Paride, poggiandogli la guancia sull’orecchio. Agosti lo strinse forte con il braccio buono.
“Grazie Gualtié… di tutto.”
“Ti voglio bene, Paride. Non te lo dimenticare!”
Agosti sorrise, salendo sul treno che stava fermo come un fantasma sui binari. Raggiunse il suo posto, mise la borsa sopra lo scompartimento in alto e sprofondò nella poltrona comoda. Vide Gualtiero che si allontanava lentamente dalla stazione con le spalle curve e le mani in tasca, quindi chiuse gli occhi attendendo che la carrozza si muovesse. Fu solo quando il treno fischiò lontano da Roma che mise una mano in tasca estraendo una piccola busta plastificata: al suo interno, tanti volti infelici lo guardarono spenti da una cornice formato fototessera.
Tullio Paride Agosti sorrise commosso, passò il pollice su alcune di queste, e le ripose delicatamente all’interno della borsa sportiva che si era tenuto al fianco; dentro di essa, una busta anonima da super mercato nel quale Capuano aveva riposto la sua poca roba: una cravatta da buttare, una camicia distrutta e insanguinata, un paio di logori calzoni invernali, un cappotto sbrindellato.
Il cappotto, già.
Senza guardare, Paride ci infilò la mano estraendone una busta larga e cicciotta: le sue dimissioni. Dio, com’erano ridotte. Strappò la busta in tanti piccoli pezzettini rettangolari, provando un sottile piacere nel trasgredire al divieto applicato in diverse lingue accanto ad ogni poltrona:
Non gettare alcun oggetto dal finestrino.

Più in là, distante qualche posto, una vecchia radio espandeva le note incerte di un’improbabile orchestrina jazz.


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