Aggiornati su questo blog tramite una mail!

venerdì 1 gennaio 2016

L'apostolo nel buio, nona parte.

Buongiorno e felice 2016 a tutti.
L'anno si apre, come consuetudine per questi venerdì, con il nono capitolo del mio racconto, destinato a un pubblico adulto. 
Ringrazio quanti di voi lo hanno seguito sin qui, gli ultimi capitoli postati hanno avuto un sempre maggior numero di visite!
Vi lascio con il link alla pagina Facebook dove potete leggere un piccolo riassunto, con spoiler, dandovi appuntamento ai prossimi post.
Auguri!

Paride lo fulminò con gli occhi, quello allargò le mani arrendendosi. “Va bene: cosa si fa?”
“Andiamo a parlare con Saponi.”
“Io e te? Le nostre indagini private non resteranno nascoste a lungo, specialmente dopo la tua pensata di andare a minacciare Piccardi!”
“Tu non passerai tutto il tempo a confutare le mie ipotesi e le mie piste, vero Gualtié? Dove hai parcheggiato?”
“Davanti alla pizzeria.”
“Prendo la giacca e andiamo!”

Gualtiero parlò a lungo e concitatamente col medico di guardia, questi pretese di fare una fotocopia dei documenti e dei tesserini di lui e Agosti,  prima di dare l’autorizzazione ad interrogare Saponi, ricoverato alle urgenze per una colica renale. Mentre attendevano che il dottore tornasse coi loro documenti, Paride pensò che avevano sorpassato un punto di non ritorno: quella traccia, quella loro sosta all’ospedale psichiatrico, avrebbe da una parte scatenato Caruzzi e i suoi cani da guardia, dall’altra avrebbe iniziato a far suonare la campanella d’allarme degli apostoli come mai prima di allora.
Capuano attese con le mani nelle tasche dei calzoni e la schiena contro la parete celeste dell’ospedale. Guardava fisso in alto, verso il soffitto chiaro.
Paride Agosti, invece, lo guardava.
“Beh? Vuoi dirmi che ti piglia?” gli chiese infine Gualtiero stizzito, “hai l’aria della volpe che finalmente acchiappa l’uva!”
“In un certo senso è così.”
“Vuoi spiegare anche a me, Genius?”
“Il dottore ci ha fatto due palle così, e dall’aggressione a Saponi sono passati più di sedici anni… questo che significa?”
“Che è ancora considerato parte integrante di un caso irrisolto?”
“Già, che la pratica trafugata ai carabinieri conferma in pieno!”
“In effetti è strano! Documenti, autorizzazioni…”
“Segno che Saponi rompe ancora il cazzo a qualcuno!”
“O che sei diventato paranoico, e io ti vado appresso!”
Paride annuì con una buffa espressione.
“Però anche questo non ti stona? Una setta così potente, tanto radicata che lascia in vita una persona così importante come questa, una vittima scampata, qualcuno in grado di rivelare preziose informazioni per identificarli!”
Ancora una volta Gualtiero aveva manifestato perplessità e obiezioni importanti.
Il medico tornò.
Restituì  i documenti ai due, poi indicò una porta in fondo, immersa nel buio. Ancora più in là si distinguevano due guardie giurate. “Era da parecchio, troppo tempo che quel poveretto veniva lasciato in pace; ma cosa volete mai che possa dire adesso e che abbia taciuto allora?”
Agosti si mise una sigaretta spenta in bocca. “Chi lo sa, dottore? La vita può sempre riservare delle sorprese. No?”
“Come sta?” domandò Capuano.
“Tutto sommato bene: gli psicofarmaci fanno miracoli, oggigiorno, almeno su certe tipologie di pazienti. E’ sereno, concentrato sui propri hobby la maggior parte del tempo, mite direi. Se vedete che le vostre domande lo innervosiscono, per favore uscite e venite subito da me o da una delle suore. Intesi?”
“E come no?”
Borbottando il medico svoltò un angolo a destra e dopo aver udito una porta chiudersi i due sbirri entrarono nella stanza indicata.
La luce era accesa, Saponi stava nel letto di fronte alla porta, con le braccia fuori dalle coperte e la carnagione cerulea: era magro e incurvato; la testa, piccola e scarna, aveva pochi capelli; i lati della bocca mostravano piccoli segni, minuscoli tagli che sbocconcellavano i lati delle labbra, gonfiandole in pustole mai assorbite e dando l’aspetto generale simile a una grossa cernia malata.
Gualtiero si avvicinò di qualche passo, Agosti richiuse la porta dopo aver dato un’occhiata di fuori; il lungodegente aveva cicatrici sui polsi, segni rossi alla base del collo e una sorta di buco in testa, appena sopra le tempie. Appariva spento e mal nutrito. Paride, con le mani insaccate nelle tasche del cappotto, vide ai lati del letto un piattino appoggiato con sopra della roba andata a male, forse frutta. Serrò le mascelle. Capuano si mise di fronte al letto, notando pure lui che le coperte, ai piedi, mostravano pieghe e rialzi innaturali. A Saponi mancava un piede, o una porzione della gamba. Di questo Gualtiero si convinse, anche se preferì spostare la sua attenzione altrove.
Saponi tremolò leggermente, alzando gli occhi infossati verso i due, che non parlavano; in un angolo della stanza poggiava un apparecchio per la respirazione artificiale. Paride vide che il boccaglio non era impolverato; Saponi fissò per bene prima l’uno e poi l’altro, lentamente, dando l’impressione di una tartaruga indecisa di fronte ad un imprevisto ostacolo.
Paride salutò con un breve cenno del capo, Gualtiero parlò: “Signor Saponi, sono il vice ispettore Capuano, e questo mio collega è l’ispettore Tullio Paride Agosti; siamo della polizia.”
Saponi si massaggiò la gola, aveva una luce, in fondo agli occhi, che sembrava giungere da un microcosmo irraggiungibile, perso in qualche parte della sua anima. Si inumidì le labbra, senza fretta, poi tornò a guardare verso Gualtiero.
“Sapevo sareste venuti, non appena visto la notizia del delitto su al lago…” sussurrò flebilmente. Paride e Gualtiero si guardarono.
“Come sta?” gli chiese Capuano tentando di assumere un atteggiamento rispettoso. Saponi sorrise ghignando: “Le interessa davvero, vice ispettore?”
Imbarazzato, Gualtiero volse le spalle guardando su uno scaffale appeso alla parete, nel quale facevano bella mostra di sé alcune miniature di piombo perfettamente pitturate: fanti inglesi, tamburini austriaci, sudisti della guerra di secessione, guardie svizzere, esploratori fantasy. Capuano continuò a guardare le piccole figurine metalliche… notò che  tutte mancavano di spade, baionette, parti appuntite; ebbe la tentazione di toccarne una, ma si frenò. “Le ha dipinte tutte lei? Sono… eccellenti!”
Saponi studiò ancora Gualtiero, soppesò ogni frase, ogni gesto del poliziotto.
“La concentrazione, quasi feroce, che dedico ai dettagli, alle più piccole sfumature di quelle miniature mi permette di evitare tutto il resto di me.” Sussurrò; “Mi annullo nella perfezione di un’arma, di uno spallaccio, di una divisa… e mi sembra di respirare ancora. Patetico, no?... cosa volete da me?”
La voce, sprezzante e insofferente nel dolore, ebbe lo scopo di risvegliare Paride dal suo torpore, di fargli recuperare un po’ di consapevolezza.
“Io cerco gli Apostoli di Edonis, Saponi. So che non possono essere scomparsi nel nulla.”
Lo stridente, orribile sorriso dell’uomo sul letto fece trasalire Gualtiero, che quasi si mise dietro l’ombra di Agosti.
“Stupido…” schiumò Saponi, “io li trovai… che ne dice, ne valse la pena?”
“Non me lo sono chiesto.”
“E ha fatto male. Malissimo. Ero a capo di una cordata di banche che finanziavano persino l’Ente Nazionale del Turismo, quando mi hanno ridotto così ho chiesto aiuto alle mie amicizie, ai miei contatti…”
“Perché lei? Perché hanno colpito lei invece che i soliti diseredati raccolti per strada?”
La domanda di Paride parve andare a segno; Saponi sorrise sbavando dal proprio teschio pallido, parve quasi compiaciuto nel dialogare con qualcuno che non fosse uno degli odiosi medici che si prendevano cura di lui o – peggio ancora – con i tanti inquirenti che erano andati a trovarlo nel corso degli anni.
“… perché io ero stato a contatto per anni con uno di quei mostri, anzi… con il gran cerimoniere in persona di quelle belve assetate di sangue!”
Gualtiero quasi si aggrappò al braccio di Paride. Agosti sentiva quasi il terrore e l’incertezza vibrare dal corpo dell’amico.
“... forse temette che io subodorassi qualcosa, o che stessi addirittura tramando contro di lui e i suoi seguaci…” continuò quasi parlando a se stesso.
“E non era così?” chiese Gualtiero; Saponi sollevò lo sguardo appena. “Macché… poveri stronzi senza cervello, non avevo testa che per conti, cambiali, filiali da aprire e da chiudere… mi hanno massacrato per un ingiustificato sospetto!”
“Perché non ne ha parlato con i carabinieri, quando l’hanno soccorsa?” domandò ancora Paride, con voce forte e chiara, priva di incertezze.
“Si che l’ho fatto, l’ho fatto eccome!... con tanto di nomi e di indirizzi…” lo sguardo si fece di nuovo vitreo e lontano; “Figuriamoci se la vendetta non sia stato il primo appiglio che mi ha costretto a restare vivo in quell’inferno… e i carabinieri ci andarono anche, nel luogo che gli indicai… ma trovarono tutto ripulito. Nessun indizio, nessun collegamento: niente di niente! ”
“Assurdo.”
“Gli dissi anche che il capo dei porci era morto. Questo lo so per certo, con la sua fine gli apostoli ebbero un duro colpo…”
“Morto come?”
“Morto! Che ne so come? Magari semplicemente fatto sparire… le connivenze della setta con certe alte sfere di cui ho ancora paura a parlare forse si erano stancate! Forse quel maiale non era più in grado di pagare per le coperture, o forse le indagini cominciavano a farsi troppo vicine alla verità… fatto sta che con me gli apostoli sono finiti!”
“Finiti?”
“Certo, finiti; questo non ripagherà le tante decine di persone torturate e uccise da quei maledetti, ma per certo sono stati messi nelle condizioni di non nuocere. E non dalle forze dell’ordine!”
Paride e Gualtiero si guardarono, lunghe ombre lugubri si allungarono sui visi, quasi deformandoli.
Capuano si allontanò di un passo dall’amico e si mise nella condizione di guardare meglio l’uomo a letto. “Lei…” disse incerto,  “é proprio sicuro di quello che sta dicendo?”
Saponi allungò il viso in un’altra smorfia orribile; “Chi potrebbe esserlo più di me? La notizia della scomparsa del loro capo arrivò mentre io… ero sotto un trattamento…” sbavò dall’angolo della bocca, “li ho sentiti bene… gli gridai che speravo fosse morto e che avrebbero dovuto morire tutti quanti!... a quel punto si accanirono su di me… figli di puttana, gran figli di una puttana…”
I due sbirri rimasero in silenzio, attesero che l’uomo riprendesse fiato e potesse continuare. L’atmosfera era orrendamente gravida di oscuri presagi.
“... parlavano raramente, ma da quel poco riuscii a capire che era tutta gente di un certo livello culturale, se mi capite…”
Gualtiero annuì. Paride stava riflettendo a testa bassa, sembrava non ascoltasse nemmeno il racconto di Saponi.
“… comunque il porco principale era il tramite tra gli apostoli e coloro che li proteggevano…tolto di mezzo lui gli altri non avevano così tanta influenza da continuare il gioco! Poco ma sicuro. Si, poco ma sicuro!”
Paride Agosti volse il capo verso il letto, una lama d’ombra lo fendeva diagonalmente, teneva i pugni chiusi ed emanava un forte magnetismo negativo: “Chi?” chiese infine con tono di voce forzatamente basso, “chi era a capo degli apostoli, Saponi?”
Saponi ghignò fissando lo sguardo sui soldatini lontani. Sembrava quasi gustare quella sorta di assurda posizione privilegiata che il suo sopravvivere gli aveva improvvisamente donato.
“Lei sa perché sono ancora vivo, ispettore Agosti? E non mi riferisco alle torture e alle violenze...”
Paride scosse il capo.
“Perché quel maledetto nome non l’ho fatto. Mai. A nessuno, ostinatamente, nel corso degli anni, giorno dopo giorno. E ci hanno provato in tanti a farmelo dire sa? Ma io niente, resto aggrappato a quell’abbozzo di vita che sono costretto a sopportare! Lui è morto, sul posto non è stato trovato niente, io voglio solo essere dimenticato. Con gli anni la sete di vendetta si spegne, le forze si esauriscono; resta solo stanchezza e dolore.”
“Lo capisco…”
“Davvero? O no, mi permetta di dubitarne, ispettore! Bevo acqua tiepida perché ho la bocca distrutta e sento dolori lancinanti anche solo per andare in bagno! La paura di ritorsioni ha fatto fuggire via gli amici e la famiglia, vivo come un fantasma in attesa che qualcuno di voialtri venga a disturbarmi… e non finisce mai!”
“Se… se lei non si fiderà di qualcuno, se non dirà tutto fino in fondo, questo stato di cose non finirà mai.” Paride aveva un tono di voce frustrato e basso, teso come la corda di un violino; Gualtiero lo prese sotto braccio. “Andiamo, dai Paride. Andiamocene via!”
Stancamente, i due si avviarono verso l’uscita. Sembrava quasi che Capuano sorreggesse Agosti, che lo tenesse aggrappato alla realtà. Poco prima di aprire la porta quest’ultimo si volse ancora verso il Saponi.
“Mi permetta di dare voce a tutte le persone che non hanno avuto la sua fortuna, Saponi. Impedisca l’ennesima pagina vuota di storia del nostro paese, lei ha la possibilità di fare luce su un cumulo di immondizia.”
Saponi sondò gli occhi di Paride, che erano quasi spenti e rassegnati. Gualtiero aprì la porta.
“Si avvicini.”
“Prego?”
“Smetta di stare lì impalato e si avvicini.”
Paride si guardò con Gualtiero e infine si avvicinò al letto di Saponi.
“Lei ci crede, non è vero? Ci crede davvero!”
Paride aveva gli abiti spiegazzati, gli occhi arrossati e le occhiaie piuttosto evidenti. Odorava di caffè e di nicotina.
Saponi sorrise.
Paride annuì: “Se non credessi nella giustizia e nella verità avrei fatto il panettiere. Non crede?”
“Non le permetteranno di arrivare alla verità, Agosti. Non l’hanno mai permesso a nessuno. E non mi riferisco solo agli apostoli. La metteranno a tacere, la manderanno in qualche luogo sperduto a girarsi i pollici lusingandola con una promozione, oppure la intimidiranno e infine la uccideranno, se lei persisterà.”
“Lo so. Ma sono cresciuto sufficientemente per poter decidere della mia vita e della mia carriera.”
Saponi abbassò gli occhi. “Quel nome non posso farglielo.”
“Mi aiuti. Una sillaba, un gesto, un  solo segnale…”
Saponi sorrise amaro abbassando la testa. Paride annuì salutando l’uomo con una pacca lieve sulla spalla.
“Lei ha detto bene, sa? Parlando di fortuna… ha ancora la possibilità di dimenticare. Dimenticare tutto.”
“Mi stia bene, Saponi.”
“A lei piacciono i cavalli?”
Gualtiero e Paride si voltarono di scatto.
“Come ha detto?” chiese Capuano.
“Sono animali splendidi, i veri amici dell’uomo.”
“Non li amo particolarmente. ” ribatté Agosti.
Saponi sorrise a denti stretti. “Fa male, in un certo modo devo a uno di loro la mia vita…”
I due poliziotti si sporsero a sentir meglio.
“... durante il loro ultimo trattamento cui mi stavano sottoponendo, quello finale se riusciamo ad intenderci…”
“Si si, ci intendiamo! Vada avanti!”
“Furono costretti a smettere perché uno di loro piombò giù dov’ero io avvertendo furioso che il cavallo del vicino aveva sconfinato di nuovo, rovinando il giardino! Capite? Parlavano di stronzate mentre mi spaccavano la bocca… fu allora che capì di conoscere quel dannato maniaco, che lo avevo avuto davanti nella mia vita più di una volta! Nella distrazione del momento mi finsi morto e riuscii a cavarmela! Per un cavallo… buffo no?”
“Altro che stronzate! Temevano di essere scoperti! … il padre dei Salieri!” Gridò Gualtiero.
“Muoviamoci!” Disse anche Agosti schizzando fuori dalla stanza.
Ripiombato nella quiete, Saponi finalmente chiuse gli occhi e riposò. Insolitamente sereno.

Gualtiero, per tutto il tragitto in macchina, non aveva proferito parola. Se ne stava con entrambe le mani sul volante e la schiena leggermente scostata dal sedile. Paride, accanto, aveva tirato il vetro del finestrino completamente giù, e teneva il braccio appoggiato con la sigaretta tra le dita; si vedeva bene che l’amico al volante stava riflettendo violentemente tra sé e sé, muovendo gli occhi con piccoli scatti sulla strada davanti. Sembrava adirato.
Paride lo guardò.
“Ti sei messo a fumare come un turco, Paride, e tira su quel finestrino che fa un freddo cane!”
Agosti tirò un po’ su, manualmente; il finestrino cigolò pigramente.
“Dove vuoi arrivare?” gli domandò poi bruscamente Capuano, continuando a guardare davanti: la domanda non colse di sorpresa Paride.  Spense la sigaretta nel vano apposito accanto alla leva del cambio. “Alla verità. In fondo a tutta la verità.” Rispose placidamente. Sentiva che stava di nuovo per infilarsi in una terribile discussione con l’amico su quali confini sottili si possano oltrepassare tra legalità e no, mentre tutto ciò che avrebbe desiderato in quel momento era rilasciare la testa all’indietro e dormire un po’. L’adrenalina era lentamente sfumata e durante il tragitto gli era salita la stanchezza della giornata. Di quelle giornate. Ma Gualtiero stringeva il volante manco fosse il collo di un pollo ruspante. Non avrebbe potuto eludere la discussione in alcun modo.
Lo anticipò svogliatamente: “Non ricominciare con la storia dell’ufficialità, Gualtiero: non farmi incazzare! Questi bastardi hanno campato anni grazie alla tua ufficialità! Cosa vorresti? Che al punto in cui siamo arrivati si vada a consegnare tutto in mano a Toselli o a Caruzzi?”
“Che cosa vorresti dire?”
“Niente, proprio niente: non accuso nessuno, ma è evidente che non possiamo fidarci di alcuno… non so se Caruzzi è un verme o solo un cazzone, ma adesso possiamo andare avanti esclusivamente che da soli… non lo capisci?”
“Avanti, si… fino ad andare in un cimitero per aprire una tomba? Come volgari tombaroli, Paride?”
“Ci dobbiamo togliere il dubbio Gualtié! Sapere se questo Salieri è morto o no e se si, come!” Capuano continuò a scuotere il capo. Paride lo incalzò: “Che altro dovremmo fare? È tutto scomparso: fascicoli, istruttorie, cartelle cliniche… tutto!”
“Torniamo dai figli, a questo punto loro soltanto possono conoscere la vera sorte del genitore!”
“Si, come no! Lo vengono a dire a noi. Non fare il coglione!”
“Ma perché, sospetti sempre di loro? Cristo di un Dio, Paride: dovevano essere dei bambini allora!”
“Muriel era un’adolescente! Hanno tutti i segni addosso, le mutilazioni e tutto quanto…magari li hanno costretti ad assistere, obbligati a partecipare: quello che so è che sono reticenti e ostili… Muriel è una vipera e il fratello Riccardo mezzo scemo; e forse hai dimenticato che l’ex marito di lei mi ha ficcato un proiettile in tasca!”
Gualtiero piegò la testa di lato nervosamente, torcendo il volante.
Paride abbassò il tono della voce, divenne quasi gentile: “Hanno una cappella privata, i ricconi: penetrarvi e dare un’occhiata sarà veloce e senza rischi. Ti giuro che se troviamo qualcosa andiamo poi a torchiare i figli: hai la mia parola!”
“E’ solo che non so in che direzione stiamo andando, scavando in questa storiaccia… è come rimestare in una fogna: scava e scava vien fuori sempre e solo merda!”
“Io ho visto quelle foto… Dio, da quando le ho dato un’occhiata è come se mi si fossero stampate nel cervello, non vanno più via… dovevano avere delle fosse comuni o un forno per incenerire i resti… i familiari non hanno neanche potuto piangerne i corpi! Ma ti rendi conto Gualtiero? Riesci a capire quante atrocità sono state taciute e per quanto tempo queste belve sanguinarie abbiano potuto farla franca?”
“Si, si, non buttarmela sul retorico ora! Cazzo, le ho viste pure io quelle foto… il nostro paese è pieno di storie così… ingiustizie, malasanità e insabbiamenti… questa non fa eccezione, purtroppo…”
I cipressi alti del cimitero, in lontananza dalla tangenziale, cominciarono a stagliarsi nel cielo.
Agosti si sistemò meglio con la schiena contro il sedile. “... oh si che questa è diversa, Gualtiero. Molto diversa, vedrai!”
La vettura di Capuano svoltò a destra giungendo nell’ampio circondario del cimitero comunale. Attorno non volava una mosca.
“Siamo arrivati.” Avvertì secco Gualtiero parcheggiando abbastanza lontano dall’ingresso.
  “Hai preso la digitale?”
Aprì il vano porta accessori davanti ad Agosti: c’era. “Si.” Confermò.
“Bene, allora aspettiamo che faccia buio e poi andiamo.”
“Cristo, sono agitato come un bambino dell’asilo.”
“Tranquillizzati: siamo della polizia, dopotutto!”
“Ma è appunto per questo!”

Scavalcarono agilmente il cancello principale e scivolarono veloci nel vialone principale del cimitero. Era così ampio che all’interno vi erano cartelli indicatori delle varie vie e padiglioni e, addirittura, Gualtiero notò alcune fermate dell’autobus. La sera era plumbea e fredda, tirava un vento piccato che smuoveva le punte degli alberi e faceva tremolare tristemente i fiori sulle lapidi; Paride si chiese improvvisamente da quanto tempo non andava a trovare i propri defunti al cimitero. Evitò di voltarsi verso il collega temendo di arrossire, una profonda pena lo scosse violentemente dall’interno, vedendo alcune tombe senza lapidi e lapidi senza fiori. La vera morte è quando si viene dimenticati, aveva letto da qualche parte, fu costretto ad ammettere tra sé e sé che poteva essere vero. Di notte, un cimitero è come un severo gufo infastidito dall’intrusione che non smette di fissarti; i lumini sulle tombe formarono una sorta di macabro viatico verso il fondo del camposanto. D’improvviso, Gualtiero lo strattonò accendendo la torcia elettrica: il tocco brusco dell’amico spaventò Paride, che era sovrappensiero. Capuano gli indicò un austero edificio quadrato in fondo al viale: anche Agosti accese la sua torcia, illuminando la scritta sotto all’angelo con le catene.
Famiglia Salieri in eterna gloria.
Paride annuì all’amico poggiando sull’asfalto del viale un sacco robusto di tela. Ne tirò fuori una grossa pinza che Capuano aveva preso dal commissariato e che utilizzavano quando qualche rincoglionito smarriva le chiavi del lucchetto degli armadietti. Mentre Paride si avvicinò al cancelletto della cappella, Gualtiero gli diede le spalle illuminando attorno per scorgere eventuali presenze.
Paride si scoprì sudato e teso. Spezzò rapidamente il grosso lucchetto e gettò il sacco dall’altra parte. Accortosi che l’amico lo aveva fatto, anche Capuano si avvicinò: impugnarono il cancello entrambi per aprirlo senza farlo cigolare ed entrarono. Indossavano guanti di pelle e Gualtiero emetteva nuvolette di gelo ad ogni pesante respiro; camminarono in una sorta di grigio cortile e giunsero in breve tempo davanti ad un piccolo portoncino: l’edificio appariva curato e ben rifinito, lo stesso portoncino non doveva essere stato aperto molte volte. Coperto da Capuano che gli faceva da scudo, Agosti ne forzò la serratura in pochissimi istanti: sarà stato per l’idea recondita che quella tomba poteva essere quella di un feroce assassino, fatto sta che i due rimasero per qualche istante incerti sulla soglia: oltre di essa vigeva un silenzio più profondo e un buio più cupo che nel resto del cimitero. Poi Paride fece un cenno al collega ed entrò per primo.
I respiri dei due si sentivano distintamente e sembravano rimbalzare sul marmo delle pareti e delle soffitta; all’interno non c’erano molte tombe: quattro / cinque al massimo. Gualtiero richiuse dietro di sé il portone e scesero i quattro gradini per avvicinarsi alle lapidi: puntavano e muovevano i fasci di luce delle torce che sembrava di stare ad una sagra di paese, con gli artigianali fuochi di artificio che tracciano luci colorate nei cieli estivi. In silenzio entrambi trovarono la tomba principale, con la lapide più grossa: Massimiliano Valle Salieri + Varese 1912 / Roma 1982
Paride fece scorrere ancora la torcia sulla facciata marmorizzata della lapide, ma vide solo che il contenitore ovale della foto era vuoto. Annuì verso Gualtiero e rovesciarono il resto della sacca sul pavimento: impugnarono tutti e due un robusto piede di porco ed incominciarono a forzare i lati della tomba: ogni rumore, ogni più piccolo battito cardiaco veniva amplificato dalla stanza, creando un senso di angoscioso  buco temporale lontano da qualsiasi cosa fosse vicino alla realtà. Il pietoso lavoro fu svolto nel più religioso silenzio, sudati e oppressi dal senso di profanazione assoluto deposero la facciata della lapide lentamente sul pavimento, ritta contro la parete: Gualtiero fu lieto di non dover incrociare lo sguardo con la foto mancante del defunto Salieri.
Agosti si asciugò la fronte con il braccio e si arrotolò le maniche fin sopra il gomito; Capuano batté nervosamente il ferro contro la gamba. La bara di mogano prezioso si vedeva in lontananza nel vano oscuro.
Paride alzò le braccia per afferrare il carrello e tirare lo scivolo verso di sé, ma fu fermato da Gualtiero; Agosti avvertì il tremolio nella stretta dell’amico: “Guarda che siamo ancora in tempo per sottrarci a questa follia” sussurrò, “parlo io con Caruzzi e vedrai che aggiusto tutto; ma smettiamo di dare la caccia ai fantasmi, per amor di Dio… ogni giorno che ti passo accanto è una nuova alba di orrori, ed io non…” aveva il viso sudato vicino a quello di Paride, sporco di grasso sulla fronte e su una porzione dello zigomo.
“Ssst, abbassa la voce!”
“... dammi retta, Agosti: rimettiamo tutto a posto e andiamocene in questura… lo ha detto pure Saponi che gli apostoli non esistono più, di conseguenza non esistono più neanche coloro che li coprivano…!”
“Ecco, bravo: ma lasciami gli attrezzi e la digitale…”
Gualtiero strabuzzò gli occhi, incredulo: “Ma che… che cazzo significa? Non vieni con me?”
Nella luce incerta delle torce Gualtiero vide il guizzo feroce negli occhi nocciola di Paride, e questi scattò all’improvviso afferrandolo per il collo della camicia; Capuano spalancò la bocca in un muto grido di frustrazione. “Mi hai rotto i coglioni, Gualtié!” soffiò Agosti alitandogli a pochi millimetri dalla faccia, “io non li mollo, e sono stanco di dovertelo ripetere ogni minuto… porca puttana, io non lascio la presa! Hai capito? Voglio sapere tutto di loro: i nomi, le facce, la maniera con la quale scopano le mogli… tutto voglio, Gualtié! E non me ne frega un cazzo di Caruzzi, dei Salieri, del Sisde e dei massoni… io li stano e li trascino fuori dalle loro fogne! Perché devono pagare per i loro orrori, perché è il nostro lavoro, Cristo Santo… anche il tuo!”
Capuano scivolò lentamente col culo per terra, tenendosi la faccia con entrambe le mani; lasciò una traccia di sporco sulla parete lucida della cappella. “Il cervello… tu ti sei fottuto il cervello, Paride, non c’è altra spiegazione… questa storia ti ha fottuto il cervello, te lo dico io!”
Paride riprese a far scorrere il carrello della cassa: “Si, hai ragione tu; adesso puoi fare tre cose… tre sole cose, Gualtié: restare e darmi una mano, prendere le scale e correre via, oppure restare col sedere per terra a piagnucolare!”
“Che figlio di puttana!”
Un quarto della bara cominciò a vedersi sotto la luce delle torce. Capuano si asciugò la faccia e gli occhi, aveva tutta la barba di una settimana che lo irritava sottopelle. “… che figlio di puttana…” farfugliò ancora tirandosi in piedi aiutandosi con le mani; la cassa di Salieri era di lusso, con le maniglie dorate e uno strano simbolo araldico inciso sopra, dalla parte della testa.
“Piano, così!” disse Paride abbracciando la cassa per non farla deragliare dai due binari di metallo; “Così va bene… ancora un po’… dalla tua parte ora, così… !”
“La vuoi poggiare per terra?” domandò Gualtiero con uno strano tono della voce.
“No, no Gualtié: cazzo come sudo… no, saliamo noi sulla scaletta, così possiamo sperare di rimettere tutto in ordine! La lapide è sana, no?”
“Si, è sana, è sana… fai in fretta perdio!”
“Ancora un po’… così! Così è perfetta! Prendi l’altra scaletta e salici sopra…”
“Porca di quella puttana, che fatica… che orrenda fatica del cazzo! Che merda di lavoro…”
“Dai che abbiamo finito: prendi il martello con la testa biforcuta e sali sulla scaletta!”
Riluttante, Gualtiero  trascinò la scaletta di ferro con cinque scalini e si portò alla stessa altezza dell’amico; quindi gli porse il martello e un cacciavite lungo.
“Tienila perché non mi fido, non vorrei finisse per terra!”
“E ci mancherebbe, ci mancherebbe solo questo!”
“Ecco!” la testa del martello cominciò a sollevare i chiodi, che si alzarono senza provocare il minimo rumore: Capuano guardava continuamente alle sue spalle, verso l’uscita della cripta, mentre Agosti cominciò a far scorrere la punta del cacciavite spaccato tra i chiodi e il legno, per sollevare il coperchio della cassa; “Ecco, ci siamo… ce la fai a fare luce bene qui sotto? Lo voglio illuminare perfettamente, questo signorino…”
“Si, si, basta che ti sbrighi! Sono ore che stiamo qui dentro… comincia a mancarmi l’aria!”
“E’ solo impressione, Gualtié… guardalo quant’è bello!”
Capuano trasalì, costringendosi a guardare all’interno della cassa, che Paride aveva scoperchiato per più della metà: per la verità, più che scoperchiato lo sbirro aveva fatto scorrere il coperchio verso il fondo della tomba, dopo aver sollevato tutti i chiodi; lo fece stando bene attento a non romperne neanche uno. Dopo aver deglutito abbondantemente, Capuano puntò la torcia dentro la bara.
Con sua grande sorpresa vide soltanto un vecchio teschio voltato di lato rivestito con logori stracci che un tempo dovevano esser stati abiti di lusso; chissà per quale ragione aveva immaginato per qualche istante di veder comparire nel raso della bara un cadavere perfettamente conservato, con tanto di occhiaie e mani incrociate sul petto: quello scheletro rinsecchito era invece tutto ciò che restava del potente e temuto Massimiliano Salieri. La macabra visione servì a farlo rilassare un po’; Paride stava voltando il teschio, muovendo la sua torcia come a cercare qualcosa.
Capuano si volse ancora verso l’uscita. “Fai in fretta, dai… si può sapere cosa speri di trovare?”
“Questo, Gualtié!”
Capuano e Agosti tennero puntate le torce sul teschio, e il dito di Paride mostrò al compagno un foro all’altezza dell’osso parietale, largo circa tre centimetri e che aveva aperto diverse crepe tutto intorno al bordo.
Gualtiero si portò una mano alla bocca, quasi mordendosi le dita della mano; “Un fucile?”
“Già, grosso quanto un cannone!”
“Ma allora è morto, lo hanno ammazzato per davvero!”
“Abbassa la voce Gualtié! E continua a tenere la torcia dritta; voglio continuare a cercare…”
“Si, si, ma fai in fretta… Gesù mio…”
Colpito anch’egli dalla macabra scoperta, Paride Agosti tastò il resto del cadavere giungendo con le dita fino alla base del coccige. “C’é qualcosa qui, sotto ai pantaloni…”
“Dio mio…”
“Dai, fammi luce! Qui…” scostò i brandelli dei pantaloni scuri e toccò qualcosa di metallico, lungo e appuntito.

“Cos’è? Che roba eh, Paride?” domandò Capuano ormai quasi completamente fuori di sé.

Nessun commento:

Posta un commento