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venerdì 8 gennaio 2016

L'apostolo nel buio, decima parte.

Salute! Ci avviciniamo verso la conclusione di questo racconto.
Quello che leggerete la prossima settimana, infatti, sarà la conclusione della vicenda. 
per un rapido riassunto vi rimando alla mia pagina Facebook.
Sotto con la lettura, adesso, ma solo se siete un pubblico maturo e consapevole. ;)
Ai prossimi aggiornamenti!

Agosti mise ciò che aveva trovato davanti alla faccia dell’amico, illuminandolo con la torcia; Gualtiero vide degli aghi, una sorta di spilloni lunghi una decina di centimetri, molto appuntiti. Ce n’erano almeno una quindicina.
“Divento pazzo! Ma chi ha nascosto quei spilloni nella bara di un morto, Paride?”
Il viso di Agosti era inquietante nella luce ovattata delle torce elettriche; “Nessuno, sono venuti fuori quando il cadavere del vecchio si è decomposto!”
“Vuoi dire che… ?”
“Conrad mi ha parlato di automutilazioni per i membri della setta…”
Capuano tirò fuori la lingua dalla bocca, poggiò la torcia nella bara e corse giù dalle piccole scale tenendosi lo stomaco. Nel buio di un angolo Paride udì soltanto i violenti conati di vomito.
Ormai determinato a finire da solo, tenne la piccola lampadina elettrica con la bocca e continuò a frugare: più passavano i minuti e più lo schifo, la tensione e l’umiliazione di violentare quei poveri resti veniva annullata dall’adrenalina, dall’euforia effervescente della scoperta; scansò le ossa di lato, perdendo quell’inconscia forma di rispetto che lo aveva accompagnato sin lì: grattò i lati foderati della bara, le tasche dell’antico abito funebre, infine il fondo stesso della cassa.
“Gualtiero!” chiamò infine verso un punto imprecisato in cui gemeva l’amico, “Gualtié!”
“Ti ascolto…!”
“Allora torna su, che i nostri amici pensavano proprio ad un rifugio introvabile!”
“Che altro c’è, io non credo di farcela!”
“Torna su, ti dico… dai che mi servi a reggere la torcia!”
“Ho paura, Paride… maledico il momento in cui sei sceso da Milano…”
“Non sei l’unico Gualtié; ma ti ricordo che sei ancora uno sbirro, quindi muovi quel culo flaccido e sali a tenermi ferma la luce!”
“Boia schifo!”
Paride vide riemergere dal buio l’amico Capuano in condizioni orribili: la bocca sporca e impastata, i capelli sparati in aria, gli occhi arrossati: salì i pochi gradini camminando come in un film di morti viventi, macilento e incerto sui piedi: quindi riprese in mano la lampadina, ma sembrava con la mente lontano anni luce. Agosti preferì non dirgli niente; si limitò ad indicare il punto in cui doveva illuminare e basta. Quindi prese il suo mazzo di chiavi e con quella più lunga cominciò a tagliare grossolanamente il tessuto sul fondo della cassa, tutto il rivestimento interno, lungo tutto il perimetro della bara.
“C’è un rigonfiamento, lo avevo sentito bene…” disse, ma era quasi a sé stesso. “Guarda! Guarda qui che roba! Vieni giù.”
Scesero dalla scala e poggiarono la busta rivestita in plastica che Paride aveva trovato sul pavimento della cassa, illuminandola bene con entrambe le torce: era una busta plastificata più grande di un  foglio A4, gonfia e soffice. Paride la tastò prima di aprirla.
“Che roba eh?” chiese Capuano usando un tono forzatamente afono.
Agosti la aprì rompendo il contenitore plastificato e capovolgendo la busta imbottita tra lui e Gualtiero: finirono in terra tre cartine topografiche di Villa Salieri, ripiegate in quattro. Null’altro! Capuano notò l’espressione delusa e arrabbiata insieme di Agosti.
“Tutto qui?” lo anticipò.
“Già.”
“Tre cartine del cazzo?!”
“Sono deluso quanto te, Gualtiero, ma se sono qui ci deve essere pur un motivo, no? O non le avrebbero nascoste all’interno di una cassa da morto!”
“Che facciamo?”
“Scattiamo qualche foto e rimettiamo tutto a posto per quanto possibile!”
“E quelle?”
“Le portiamo via: sono troppo stanco ed emozionato per capirci qualcosa, ma sono certo che a mente fredda riuscirò a scoprire cosa nascondono!”
“E va bene; diamoci da fare, allora…”

“Ho capito.” Muriel Salieri aspirò quasi la metà della lunga sigaretta che teneva pendente in bocca; aveva le unghie delle mani lunghe e curate, perfettamente coperte da uno smalto neutro. “Che tono dovrei utilizzare secondo te…?” stava dicendo, “certo che sono sconvolta, ma non sorpresa! Era scomodo da vivo e lo sarebbe rimasto da morto, te lo dissi anche l’ultima volta che… si, va bene, restiamo così! Questa storia avrebbe travolto tutti, era solo una questione di tempo!” Fece una pausa, guardò lontano, oltre i vetri delle finestre, senza riuscire a vedere niente: “... e il nostro, di tempo, è scaduto.” Il campanello della sua porta suonò bruscamente. Un trillo lungo e uno più corto, insistente; Muriel abbassò il capo riappendendo il ricevitore. Si toccò una tempia e si mosse sussultando all’ennesimo scampanellare. Dunque, esitò.
Camminò poi per il soggiorno come un’anima in pena, raggiunse la porta e l’aprì di scatto, rilasciando poi il braccio teso e inanimato lungo il corpo: alzò appena un po’ il viso per vedere Tullio Paride Agosti zuppo di pioggia che attendeva con le mani sprofondate nel cappotto di renna.
Si guardarono negli occhi, lei aveva le labbra contratte e un lampo di malcelata collera nelle pupille. Giusto un lampo, che si spense sconfitta non appena lui scivolò all’interno della casa.
“Ho citofonato a lungo, poi ho approfittato di una signora con le chiavi e sono venuto su. Mi sono infradiciato ad attendere giù al cancello!”
Lei non s’era nemmeno accorta che era iniziato a piovere.
“Ma che diavolo vuole ancora?” ruggì sommessamente.
“Gliel’ho detto dal primo minuto che ci siamo conosciuti…”
Muriel si avvicinò incerta al mobile bar e si versò uno scotch con due cubetti di ghiaccio. Accese una nuova sigaretta, dando le spalle al poliziotto: “La verità, già…” bevve d’un sorso lo scotch. “Per questo ha violato la tomba di nostro padre come in uno stupido film del terrore?”
Paride rimase impassibile ed immobile dietro alla donna. Lei rise con una certa dose di disgusto; “Sporco bastardo… ha rovinato quel che resta della mia famiglia!”
“Io? Gli apostoli, dovrebbe dire.”
Muriel si voltò di scatto dando l’immagine esatta di un cobra mentre si difende da una mangusta: “Quella vicenda è morta e sepolta con mio padre, lo vuole capire una buona volta?!” gridò forte, pentendosi quasi subito vedendo che non aveva sortito alcun effetto sullo sbirro. Fumò aspirando forte e guardando di sottecchi Agosti, che aveva formato ai suoi piedi una piccola pozza di acqua  piovana che gli era caduta sul pavimento da dosso.
“Certi crimini non muoiono con colui che li ha commessi, Muriel” disse, “e nemmeno cadono in prescrizione. Per questo sono qui.”
“Oddio…”
“Eravate minorenni, lui vi costringeva non è così? E poi vi ha fatto entrare nel circolo, facendovi quello.” Indicò col capo la mano mutilata di un dito della donna, che continuò a scuotere il capo.
“... quello che non so è chi lo ha ucciso e perché. Un potente che non poteva più proteggerlo? Un adepto traditore?” guardò bene in faccia Muriel: “O uno della famiglia stanco dei continui soprusi, di tutto quell’orrore?”
“Se ne vada, vigliacco.”
“Si, ma tornerò. L’ho già fatto e lo farò ancora. Non ho pietà di voi: potevate rompere il cerchio, avvertire qualcuno, denunciare vostro padre. Invece non lo avete fatto manco quand’è morto; non avete avuto rispetto di quelle povere vittime innocenti nemmeno quando lui è schiattato! Non avete voluto spaccare il muro di omertà, e io vi starò col fiato sul collo fino a che sarò in vita, signora Salieri: glielo posso giurare!”
Muriel rise come una pazza, poggiando il bicchiere sul tavolino di vetro e tenendosi i capelli con l’altra mano per evitare che gli finissero sul volto.
“Non hai capito niente!” rise, “tu non hai veramente capito niente di quella povera ragazza, di nostro padre… niente!”
Paride raggiunse la porta e l’aprì.
“Vedremo.” Si limitò a dire, “intanto torno da suo fratello per vedere se a lui son tornati in mente certi dettagli.”
Lei seguitò a ridere, riempiendosi il bicchiere: “Vai, vai, coglione! Riccardo è scomparso, e ha fatto bene… alla fine è stato l’unico saggio, lui.” Bevve; “L’unico saggio della nostra disgraziatissima famiglia…”
Agosti scese verso il pianterreno. Lei stette in ascolto, poi scostò la tenda per vedere effettivamente il poliziotto che entrava nell’auto di Gualtiero Capuano e scompariva oltre l’incrocio, in strada: diluviava. Andò quindi nella sua camera, aprì lentamente l’armadio e ne estrasse dal fondo una pesante valigia di cuoio logoro: la prese e la trascinò ai piedi del letto.
Tornò a prendersi il bicchiere e da esso bevve un sorso veloce: aprì quindi la lampo della valigia, afferrò il grosso fucile da caccia, ne armò il cane e se lo puntò in bocca, aiutandosi con entrambe le mani e puntando il calcio del fucile contro l’anta dell’armadio aperta: premere il grilletto, a quel punto della sua vita, fu per Muriel Salieri un gesto di annientamento talmente tanto semplice da lasciarla sdraiata sul letto con la bocca distrutta e il cervello frantumato oltre il letto, sulla parete opposta, ma con uno strano moto di stupore negli occhi belli.

Fermo ad un semaforo rosso gli occhi stretti di Paride si fermarono sulle mappe aperte sul sedile accanto al guidatore: il vetro del finestrino non era chiuso perfettamente, quindi qualche goccia di pioggia era schizzata sulla carta, iniziando a stingerla pericolosamente; Agosti imprecò sporgendosi di lato per chiudere bene lo stesso. Finì con la pancia sopra di esse, maledì la vecchia vettura di Capuano sprovvista di vetri elettrici e afferrò preoccupato le carte per vedere se c’erano danni irreparabili: gli parve di no, vagando con lo sguardo su tutta la superficie del parco di Villa Salieri e sui suoi confini. Aveva notato, studiandole per ore, che le mappe segnavano sotterranei e stanze nascoste che non avevano trovato: né la polizia, né i carabinieri, tantomeno lui; eppure c’erano, quei magazzini e quelle cantine, altrimenti la piantina che li riportava non sarebbe stata nascosta così bene. Ma dove? Dov’erano?
La guardò. Villa Salieri e i suoi confini.
I confini.
Folgorato, tirò il freno a mano incurante del verde che si era appalesato sul semaforo e dei soliti idioti che avevano cominciato a suonare il clacson furiosamente: seguì il tracciato della carta topografica facendo scorrere il dito indice sul confine del parco, nel preciso tratto che divideva Villa Salieri dal terreno dell’avvocato Antomelli: era chiaro come il sole che qualcosa non andava, in quella carta. O nel parco dei due appezzamenti.
Schiacciò il pedale della frizione, ingranò la prima e sterzò di lato, salendo con le gomme anteriori su una porzione di marciapiedi. Si tirò i capelli umidi all’indietro con la mano e tornò a scrutare la mappa topografica.
Fu quando temette di averla consumata con gli occhi che prese il cellulare componendo il numero di Capuano.
“Si! Paride… ?” rispose la voce di Gualtiero dall’altra parte.
“Ascoltami attentamente, Gualtié: devi andare al comune e vedere se l’avvocato Antomelli ha fatto dei lavori nel suo parco, recentemente o negli anni passati: è molto importante!”
“Cosa? Ma che hai scoperto?”
“Non c’ho tempo Gualtié! Nelle carte che abbiamo trovato… beh, là sotto, il confine del parco delle due ville non coincide con l’effettiva spartizione del terreno! Hai capito?”
“Sono sbagliate le misure?”
“Io non lo credo:  questo fatto mi aveva colpito sin dalla prima volta che ci siamo andati: il confine tra Salieri e Antomelli era strano, tagliato diagonalmente a favore dell’avvocato, che aveva gran parte del parco nella sua proprietà!”
“Uh, e allora?”
Agosti si accese una sigaretta. “E allora Antomelli avrà chiesto e ottenuto di ingrandire il proprio parco, visto che praticamente quello di Salieri era abbandonato…”
“Si, e quindi… ?”
Paride riprese la marcia svoltando a sinistra e commettendo una serie impressionante di infrazioni. “Quindi io credo che così facendo abbia coperto la parte di parco nella quale gli apostoli commettevano le loro porcherie! Ecco perché nascondevano quella piantina nella cripta: ci sono indicate le camere segrete, i sotterranei o quello che é…” dall’altra parte Capuano stava in silenzio, Paride non riusciva a sentire nemmeno il respiro; “Quando hanno ammazzato l’ultima vittima, Svetlana, hai voglia a frugare nel parco dei Salieri! Il confine l’ha spostato l’avvocato, Gualtié! E’ lì che dobbiamo setacciare! Oh, mi stai a sentire?!”
“E’ assurdo, Paride.”
“Cosa, ma perché?”
“Perché i nostri colleghi avranno già controllato questo particolare, ti pare? Sarà stata una delle prime cose che avranno controllato, giù al catasto…”
Agosti si accalorò: “Ma al catasto non c’è più un cazzo sui Salieri, Gualtié! E’ Antomelli che devi controllare!”
“E’ una stronzata, Paride; se fosse come dici tu ancora molte cose non tornerebbero!”
“Vaffanculo, Capuano! Và a quel cazzo di ufficio e tirami fuori tutto quello che riguarda Antomelli e la sua proprietà! E vacci subito!”
“Sono di turno, cazzo! Ma tu dove vai?!”
Paride correva con l’auto oltre i centoventi orari: “A Villa Antomelli.”
“Ma non fare stronzate! Paride? Paride… ?!”
Agosti aveva riattaccato. Imprecando malamente, Gualtiero afferrò la sua giacca e uscì dal commissariato.

Temendo più e più volte di finire contro un albero o di schiantarsi da qualche parte, dopo circa quaranta minuti la vecchia vettura di Capuano con a bordo Paride Agosti inchiodò davanti al cancello della proprietà dell’avvocato: più distante, a picco, si intravedeva la lugubre vetta di Villa Salieri. Agosti lasciò la vettura con le quattro frecce accese parcheggiata a cazzo di cane con due ruote laterali sul piccolo marciapiedi che divideva la strada dallo strapiombo sul lago; attraversò facendo attenzione a che non giungesse una macchina né da un lato né dall’altro e si avvicinò al cancello: accanto a esso, Paride notò la serranda abbassata del box auto. Notò che non c’era polvere sulla serratura per la chiave, neppure sulla maniglia. Rifletté.
Poi, la vibrazione del telefono cellulare.
“Agosti.”
“Paride, sono io: guarda che non c’è traccia di lavori nel parco di Antomelli!”
“Sai cosa significa?”
“Dimmelo tu.”
“Che ha fatto dei lavori abusivi: avrà approfittato dell’assenza e del totale disinteresse dei Salieri per ampliarsi il parco! In qualche ufficio del municipio ci saranno le autorizzazioni di qualche impiegato compiacente e corrotto.”
“Sei rabbioso contro il mondo intero, Paride! Ma quando porterai delle prove, delle certezze?”
“Tra poco, Gualtié: sto entrando nel parco dell’esimio avvocato!”
“Che?! Ma non fare stronzate e aspettami!”
Click.
Dopo aver guardato in entrambe le direzioni di marcia, Agosti si tolse il cappotto e lo piegò alla meglio, lasciandolo in un angolo del cancello; si arrotolò le maniche e prese ad arrampicarsi sul cancello di metallo.
Era alto e terminava in pericolosi spuntoni acuminati; il sudore e la pioggia gli rendevano le mani scivolose come se le avesse avvolte nell’olio, ma arrivò in cima e scavalcò faticosamente calandosi dall’altra parte.
Dopo essere atterrato all’interno, notò che si era rotto la camicia e che aveva tutta la faccia sporca di grasso e di sudore.
Si trovava di fronte ad una piccola scalinata che passava tra due grifoni di pietra e a cespugli verdastri curati così e così: notò che non erano tagliati perfettamente pari sulle punte. Avanzò. Saliti i gradini di marmo svoltò a destra trovandosi di fronte la villa vera e propria, più in basso rispetto a quella dei Salieri, e meno lussuosa: il piccolo gazebo, il capanno degli attrezzi e l’intero tetto mostravano segni di ristrutturazione. Le imposte delle finestre non erano chiuse.
Mise le mani dietro i pantaloni, estrasse l’arma e la caricò facendo scavallare perfettamente il carrello: prese ad aggirare la casa tenendo l’indice ben lontano dal grilletto; doveva arrivare quanto più vicino al punto in cui, ipoteticamente, l’avvocato Antomelli aveva fatto spostare la linea di confine tra la sua proprietà e quella dei Salieri. Un bel cazzo di lavoro. Salì ancora e si avvicinò al punto in cui il cavallo aveva distrutto la rete per penetrare dai vicini; vide i sigilli della polizia e del filo spinato con il quale, grossolanamente, Antomelli aveva provvisoriamente tappato la via di fuga del quadrupede.
Il capanno del cavallo spuntò all’improvviso dopo qualche altro passo, alla fine di una rozza scalinata intagliata nella roccia; l’odore era inequivocabile. Salì. La sorta di stalla era immersa nel buio e da essa non provenivano suoni o rumori; nulla. Agosti prese ad avanzare con maggiore cautela, resosi conto che quella stalla si trovava esattamente dove un tempo era il parco dei Salieri. Ne era sicurissimo. Antomelli si era regalato un bel po’ di terreno per il suo cavallo. Entrò, mettendo i piedi su della paglia umida e cercando di abituare gli occhi al buio; la pioggia fuori iniziò a sembrare lontana come in un sogno, mentre lui seguitava ad andare sempre più in profondità, scorgendo poi una macchia più scura sul tappeto buio del terreno.
Si piegò sulle ginocchia e toccò con due dita lo strano e denso liquido.
Sangue.
Tornò in piedi guardandosi attorno: se il cuore avesse saputo parlare, avrebbe bestemmiato come un vecchio carrettiere sfinito; visto che alle sue spalle tutto sembrava tranquillo, fece qualche passo in avanti, giacché gli era sembrato di vedere brillare qualcosa nell’oscurità. L’idea – anzi – la voglia di afferrare la torcia elettrica dalla tasca posteriore dei calzoni era fortissima, ma non lo fece preferendo continuare ad agire in quella sorta di eccitante clandestinità; camminò.
Non s’era sbagliato, a pochi passi dalle sue scarpe fradice si apriva una grossa grata di spurgo, lercia come l’inferno e sotto la quale si sentiva scorrere dell’acqua. Al lato della stessa, un grosso telo impermeabile copriva un massa corposa e molle.
Paride si leccò le labbra secche e scostò un lembo del telo, infilando sotto di esso una mano: avvertì i peli del braccio rizzarglisi elettrici quando sfiorò una pelle molliccia e qualcosa di setoso che gli sfiorava il dorso e le nocche delle dita.
Guardò ancora alle sue spalle, poi prese la torcia elettrica e l’accese, schermandola con una mano e illuminando ciò che aveva scoperto:
La grossa testa del cavallo lo fissava con occhi spenti e la lingua di fuori, sotto ad un buco nel cervello ampio come un pugno chiuso.
Paride cadde seduto di culo, mettendosi una mano davanti alla bocca per non gridare; soffiò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni e si costrinse a rimanere calmo, stringendosi le ginocchia con le braccia, quasi dimentico della pistola che teneva in pugno. Tornò a coprire la povera bestia avvicinandosi poi alla vecchia griglia, quadrata e dai lati di circa un metro, con le grate fatte di barre di ferro spesse e resistenti. Non aveva lucchetti. Paride torreggiava su di essa, indeciso sul da farsi. Si asciugò quindi le mani sui calzoni, ripose la pistola e impugnò la grata con entrambe le mani, sollevandola con una certa facilità.
Si mise ginocchioni guardando sotto di essa: rivoli di umidità scorrevano garruli nel buio, mentre un lieve bagliore giungeva da ancora più lontano.
Tastò tutto il bordo della grata di spurgo fino a trovare massicci gradini di ferro, del tutto simili a quelli delle fogne cittadine; si appese al bordo, mise il primo piede sullo scalino scivoloso e incominciò a scendere, senza pensarci più.
Gli scalini portavano ad una profondità relativa, giungendo poi ad una sorta di atrio tondo, ad una cantina umida e murata alla meglio; Agosti notò che gli scalini cui si era avventurato non recavano segni di muffa o altro che ne testimoniassero lo scarso utilizzo. Tutt’altro. Sotto ai piedi un’altra grata, un piccolo tombino di ghisa, lasciava scorrere l’acqua piovana più in basso, perdendosi da qualche parte lontano. La luce che aveva visto dall’alto filtrava da sotto una vecchia porta di legno che si intravedeva sulla parete ovest; istintivamente Paride mise in bella mostra il distintivo appeso al collo ed accese la torcia, tenendola alta sopra al pugno che stringeva la pistola.
Tirò su col naso e si avvicinò alla porta.
Accostò l’orecchio al legno e stette in attesa: nessuna voce o altro gli giunsero oltre, quindi provò ad entrare: la porta era chiusa. Imprecò preparandosi a sfondare: diede un calcione ben assestato al centro della porta, e il legno marcio esplose in mille frammenti.
Paride irruppe tenendo il dito sul grilletto: illuminò svelto dappertutto, ma non c’era anima viva. Sentì il proprio cuore pulsare come una batteria rock; entrò.

Lo colpì immediatamente il fatto che c’erano due porte murate che un tempo si aprivano a destra e a sinistra dell’uscio da cui era entrato, con la vernice chiara che stonava col resto della camera ampia, pitturata di blu e di rosso; sembrava un gigantesco magazzino, così colmo di roba da apparire agli occhi di Paride come un bazar gestito da un folle: casse, scatole e bauli impolverati e coperti da vecchi teli grigi; in fondo a esso, il bagliore si faceva più intenso.
Avanzò stando ben attento a non urtare nulla di tutta quella roba: si chiese com’era possibile che due persone di mezza età e oltre, come Antomelli e sua moglie, avessero radunato nel corso della loro vita tutta quell’incredibile quantità di merce e di oggetti.  
Curiosò con attenzione tra le prime scatole che gli capitarono sotto mano, scoprendo un’insolita quantità di materiale: posateria, tappeti, utensili, abiti, giocattoli, tutta merce di scarso valore e di vecchia manifattura. L’avevano rubata? Un avvocato e la sua benestante signora? Nel caso improbabile di riscontro positivo, dove? E perché? D’istinto Agosti si volse nella direzione ipotetica in cui sorgeva Villa Salieri. Una marea di nere nubi gonfie di tempesta gli solcarono il flusso pieno dei pensieri, dei timori e dei sospetti; perdendo un po’ di prudenza incominciò a spostare alcuni bauli e ad aprire le casse più vecchie, nascoste sotto tonnellate di roba. Fermagli per capelli, cinture, borse da donna, ciarpame proveniente da comune vita quotidiana. Si.
Ma di chi?
Maggiormente febbrile aprì altri pacchi e altre casse, frugando in vestiti e oggetti vari; alcuni abiti avevano stoffe e fogge antiche: andavano dagli anni cinquanta a quelli più sgargianti e liberi dei settanta, molti erano sporchi, logori o vissuti: tutti ammassati alla rinfusa in quei bauli, dentro quei sacchi anonimi e maleodoranti.
Incominciò a gettare per aria diversa roba, quando sul fondo di uno dei bauli gli capitò di toccare una busta plastificata, che sembrava contenere delle figurine; la prese portandola alla luce.
Sorpreso e un po’ scosso fece scorrere gli occhi su quelle piccole fototessere che mostravano uomini e donne dai sorrisi spenti, talvolta in bianco e nero, che fissavano Paride come ad invocare un’antica giustizia mai assaggiata: sul retro di ognuna di esse vi erano macchie stinte di mastice o di colla, segno evidente di come quelle foto fossero state staccate da documenti, tesserini o altro materiale da riconoscimento. Agosti fece girare tra le dita molti di quei visi, quasi tutti dalle espressioni sofferenti o andate: senza tetto, prostitute, sbandati; chissà. Le sfiorò con le dita, poi le infilò nella tasca della camicia con un rapido gesto.
Riprese a camminare tra le casse. Nonostante il rumore di acqua in lontananza e le infiltrazioni di umidità, gli fu chiaro come la fogna da cui si era calato fungesse da robusta copertura per i luoghi che stava ispezionando, e di come un orrido scenario si andasse ormai configurando chiaramente nella sua testa. Trovò pochi altri oggetti di una certa importanza ai fini della sua indagine: un paio di inquietanti quadri realizzati in pittura rossa, che mostravano un terribile demone dalle zanne irsute intento a divorare bambini, e un altro dai simboli esoterici quasi ipnotici, appoggiati in fondo alla sala rivestiti con carta da pacchi e vecchi giornali. La qualità artistica dei quadri era piuttosto scadente, tuttavia essi emanavano una forte tensione maligna, quasi specchio della mente deviata che li aveva concepiti: misuravano dimensioni imponenti, e giacevano l’uno contro l’altro abbandonati da un pezzo.
Accanto a queste opere, Paride Agosti avvertì un forte bruciore alle narici, un puzzo di morte e putrefazione che a ondate lo investì talmente forte da farlo barcollare; stringendo bene e con forza la pistola camminò di nuovo tra la merce, ipotizzando che una o più di esse contenessero qualcosa di marcio.
Rovesciò brutalmente il contenuto di scatole e scatoloni, ma non gli riuscì di trovare nulla che emanasse un simile fetore; si tirò i capelli all’indietro e ripose la pistola dietro ai pantaloni, aveva bisogno di avere le mani libere. Vide una cassa grande, molto più imponente delle altre, appoggiata alla parete in fondo alla cantina, nella parte opposta da cui era entrato, e si accinse ad aprirla, quando un terribile sospetto lo sorprese nella penombra del luogo: alzò lo sguardo lentamente, quasi allucinato dalle mille emozioni patite sin lì, e guardò l’intera parete dietro la grande cassa. C’era qualcosa di strano in quella parete, che si alzava oltre una fila stranamente ordinata di scatole da montare, di quelle da due soldi in vendita nei mercati; qualcuno vi aveva incollato una brutta carta da parati storta e cadente, e la muffa o l’umidità avevano disegnato su di essa una sorta di bordo scuro e slabbrato, come se un’altra porta murata si celasse sotto di essa.
Ben deciso a proseguire, Paride si preparò a sollevare le file di scatole montate quando, una volta abbrancata la prima, si rese conto che erano leggerissime.
Praticamente vuote.
Rimase fermo con le braccia lunghe sui fianchi, poi iniziò a spostare tutte le scatole vuote, prendendo a calci le ultime, che volarono nella stanza in mille pezzi; raggiunse la parete e prese a tastarla ovunque. La parte evidenziata dalle macchie sulla carta era di un legno di compensato molto leggero, che suonò a vuoto quando Paride vi bussò per constatarne la materia; strappò quindi la carta da parati e scoprì compiaciuto una finta porta nascosta sotto di essa: la spinse e quella si aprì un po’, facendo scorgere una catenella che dall’altra parte giaceva in terra. Agosti riprese la pistola, intanto un’ondata terrificante di puzza lo raggiunse facendolo barcollare all’indietro; sembrava che avesse spalancato la porta di mille cloache.
 Infilò una mano in tasca, estrasse il fazzoletto e se lo tenne compresso sulla bocca e sul naso, ma tenere la mente lucida e fredda davanti ad un tale odore era cosa quasi impossibile.
Tenendo l’arma dritta avanti a sé illuminò oltre la porta segreta con la sua torcia elettrica, scoprendo una sala simile a quella in cui si trovava, ma meno ampia e curata; dall’alto vide un fascio di luce naturale rovesciarsi nella cantina e puntellarsi sul selciato del pavimento. Tenne la sinistra armata puntata nella stanza e con la destra aprì completamente la porta, facendo un primo passo verso l’orrendo odore: gli sembrò di vedere, in lontananza, un letto con coperta e cuscino, e degli abiti gettati alla rinfusa per terra. Proprio davanti a lui, due tavolacci lunghi e di metallo, immersi nel buio. Spostò la catena dal pavimento con un piede ed avanzò, puntando la pistola ora a destra, ora a sinistra, ora al centro; alzando impercettibilmente il capo si accorse anche di due lampade da campo, vecchie e consumate, che ciondolavano ciascuna sopra ai tavoli. Avanzò. Si passò la lingua sulle labbra resosi conto del leggero tremolio con la quale stringeva l’arma; poco prima dei tavoli vide appoggiate in terra diverse gabbie da uccello, di quelle domestiche per allevare canarini, erano sporche e non si vedeva all’interno. Le superò lentamente.
Il fascio di luce naturale illuminò una zona conica attorno al letto, lasciando pressoché nell’ombra il resto del magazzino puzzolente, nel quale tutto era così caotico da procurare ad Agosti una forte emicrania: si spostò piano verso la sua destra, sfiorando con la mano destra il tavolaccio di ferro. Continuando a guardare in direzione del letto mosse la mano verso la lampada sopra la sua testa e l’accese di botto, piazzandosi poi a gambe larghe per fronteggiare eventuali aggressori: nulla si mosse. La luce della lampada ondeggiò opaca dando alla stanza il sinistro aspetto di una nave alla deriva nel mare. Agosti strinse le labbra e gettò velocemente la sua torcia lontano nel buio. Riusciva a vedere abbastanza bene. Senza togliere la linea di tiro dal letto in fondo, volse la testa verso il tavolo e lo scoprì con un gesto veloce e improvviso: ciò che vide lo gettò nel più completo sconforto.

Riccardo Salieri lo guardava privo di espressione da sotto il telo del tavolaccio, steso con gli occhi aperti e uno squarcio sul petto dal quale si vedeva la cassa toracica e diversi organi esposti: due morsetti da falegname tenevano lo squarcio aperto e dentro di esso vi erano appoggiati degli strani utensili: un seghetto e una lima per il legno; un nugolo di mosche disturbate volò in sciame lontano dalla luce, mentre Agosti rimase immobilizzato di fronte all’orrenda scena. Il tronco di Riccardo terminava con l’amputazione del bacino, dal taglio irregolare spuntavano le frattaglie e una parte del colon divorato lentamente dagli insetti; il cadavere non aveva le mani e non c’era traccia del resto degli organi asportati.

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