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lunedì 18 gennaio 2016

Ironsword: tomorrow, vi devo una spiegazione sulla fine di questo titolo.


Ciao!
Come molti di voi sapranno, svolgo le mie attività ludiche e creative al pomeriggio, appena espletate le funzioni ufficiali per le quali mi pagano  più o meno puntualmente.
Ecco, sulla fine della saga di "Ironsword: tomorrow" potrei vigliaccamente cavarmela così, adducendo come motivi di "chiusura" il fatto di essermi preso un impegno troppo lungo e troppo impegnativo per chi, come me, ha una vita già piena di cose da fare.
Non sarebbe neppure una spiegazione del tutto campata in aria, badate bene, ma non sarei sufficientemente onesto. Soprattutto con me stesso!
La verità più concreta è che io, come autore, dopo un pò mi stanco. Quando, con genuino entusiasmo, qualche anno fa scrissi quasi di getto la sceneggiatura del fumetto in questione (più di 800 tavole!) avrei dovuto immaginare che non avrei retto un impegno così lungo e un tantinello monocorde.
Rileggendo qualche parte che avrei dovuto disegnare da qui a breve, mi sono guardato con franchezza allo specchio e mi sono chiesto: "Ho davvero voglia di farlo? Voglio sul serio dedicarmi, almeno per i prossimi sei o sette anni, esclusivamente a questa storia e a questi personaggi?"
Ho un sacco di difetti, ma una certa onestà intellettuale credo sempre di averla avuta: così ho risposto, una risposta che conoscevo già da alcuni mesi.
Questa risposta é no, non me le sentivo più. Non so se fosse per un fatto "tecnico" (di fatto non avrei più potuto scrivere un'altra vicenda fumettosa che mi intrigasse al momento, essendo incatenato a questa per così tanto tempo) e l'intera struttura narrativa mi sembrava che perdesse un pò di mordente e di ingegnosità. In realtà, su quest'ultimo punto, mi capita sempre. Tutte le volte.
Non essendo un fan di me stesso e non ritrovandomi mai soddisfatto di quello che realizzo, finisco sempre per perdere strada facendo l'entusiasmo maturato ai nastri di partenza.
Ma... e allora, si starà chiedendo qualcuno di voi, che significa? Mai più saghe a fumetti?
Nient'affatto, rispondo io! Tutt'altro.
C'è un progetto al quale lavoro da un pò di mesi, che mi riporterebbe all'antica (albi con numerazione, copertine dinamiche etc.) con la Grande Morte Bianca sempre protagonista.
Il nodo da sciogliere é però lo stesso, e non é cosa da poco: come fare una nuova collana tenendo conto del mio instabile carattere? Come salvaguardare la mia voglia di fare e il diritto dei lettori a leggere un prodotto che non finisca di colpo lasciandoli come babbei, alcuni dei quali, a ben ragione, sono rimasti male quando ieri ho comunicato loro che non avrei più lavorato ad "Ironsword: tomorrow"?
La soluzione, probabilmente, è assai più semplice di quello che si potrebbe pensare.
Albi autoconclusivi.
Avventure di uno, due albi, escluse eccezioni particolari, che si risolvano in 50 / 100 paginette. In questa maniera, ritengo, io e chi dovesse cimentarsi nelle storie e nei disegni avrebbe libertà di spaziare per generi, senza dover attendere tempi biblici per variare le pietanze fantasy e il lettore, anche in caso di ritardo (insofferenza mia, contrattempo lavorativo, un banale raffreddore), non si troverebbe una saga tra le mani che finisce di botto. 
Anche dovessero passare dei mesi tra - mettiamo conto - il numero 4 e il numero 5, la storia non verrebbe troncata perché trattasi di vicende che iniziano e finiscono all'interno di un solo albo.
Inoltre, in casi particolari, potrei farmi aiutare per ciò che riguarda i testi o le copertine, senza grossi problemi. Che ne dite? Inutile dire che la grafica e tutto il resto sarebbe nuova e studiata per questa pubblicazione, che ripartirebbe da zero. 
Fatemi sapere attraverso i canali che conoscete; francamente, pur numerosi nei download di "Tomorrow", non è che vi siate sprecati troppo in commenti sulla storia andata avanti in questi ultimi anni. Possibile non vi fosse mai una scena che vi abbia colpito, un personaggio o un dialogo che vi abbia deluso? Un silenzio a cui non ero abituato ha avvolto "Ironsword: tomorrow" sin da principio, impedendomi di avere il polso della situazione tra gli amici che lo hanno così cortesemente seguito.
Beh, é tutto. Torno alla scrittura.
A risentirci presto e perdonate la brutale interruzione del fumetto che ci ha accompagnati sin qui.
Non è carino e lo riconosco.
Vogliate scusarmi.
Francesco.




sabato 16 gennaio 2016

L'apostolo nel buio, conclusioni.


Quando, ormai l'anno scorso, decisi di pubblicare on line, gratuitamente, "L'apostolo nel buio" non sapevo di preciso lo scopo che avrei raggiunto, se di scopo si poteva parlare; davvero. Oggi che l'esperienza è finita posso solo dire una cosa: grazie.
Siete stati in tanti a seguire le fosche vicende dell'ispettore Agosti sviluppate attorno al lago romano, di certo più di quanto avessi mai osato sperare! Le ultime parti postate, dall'ottava in poi, hanno avuto picchi di accesso di centinaia e centinaia di visitatori. Spero che ognuno di loro si sia divertito!
Dato il "successo" dell'operazione, dunque, nulla esclude che, un domani, qualcosina si possa ritentare.
Per oggi, é tutto!


venerdì 15 gennaio 2016

L'apostolo nel buio, undicesima parte.

Ci siamo, amici! Con questa parte si chiude il racconto che ci accompagna ormai da ottobre; come di consueto, vi rimando alla mia pagina Facebook per il riassunto delle puntate precedenti, poi domani faremo un piccolo resoconto di questa sorta di esperimento a puntate!
Per ora, grazie a tutti di aver seguito "L'apostolo nel buio" fino a qui 
E buona lettura!

Intorno ai macabri resti si riuscivano a vedere solo alcuni barattoli colmi di robaccia e numerose bustine di plastica trasparenti: mosse le buste con la canna della pistola e vide all’interno ciuffi di peli e qualche capello. I barattoli contenevano denti, unghie spezzate e qualche frammento di ossa.
Agosti mosse ancora gli occhi verso il letto, mentre con una mano chiuse gli occhi alla povera vittima.
Fece altri passi verso il fondo della stanza, mentre scorrevano ai lati secchi ricolmi di materiale organico e liquidi melmosi e schiumosi che si erano gonfiati con gli agenti atmosferici e gli insetti che ci avevano deposto le larve; sangue era sparso dappertutto: sulle pareti, sulle soffitta, sugli scaffali e sui tavoli. Finalmente vide un uomo nell’angolo in fondo, rannicchiato con la testa nascosta tra le gambe. Si scoprì impaurito; anzi, no: terrorizzato!
 Paride gli puntò contro la pistola reggendola con entrambe le mani.
“Paride Agosti, polizia di stato: fammi vedere le mani senza fare stronzate... !”
Quello non si mosse.
“Stai bene… ? Sei solo quaggiù?”
Niente.
Allora, seppur riluttante, lo sbirro fu costretto ad avvicinarsi, accendendo nel frattempo anche l’altra lampada; la luce vibrò e scintillò incerta, facendo tuttavia ben vedere a Paride le blatte che – numerose – fuggivano via schernendosi dalla luce artificiale e schizzando sul corpo rannicchiato dell’uomo in tante piccole colonie nere.
Paride abbassò l’arma.
Agosti teneva la bocca aperta e sentiva il proprio pesante respiro che riempiva la volta della cantina: si avvicinò al corpo e con un piede gli alzò la testa: illuminò il volto di Antomelli, che aveva della segatura in bocca e gli occhi orrendamente cuciti. Altri insetti si nascosero sotto gli abiti a brandelli dell’avvocato. Paride volse gli occhi al cielo, quasi tentando di farli passare attraverso il piccolo tombino che in alto illuminava la stanza e dal quale gocciolava incessantemente acqua piovana. Con la mano armata si pulì il naso e la faccia, ben deciso a controllare ogni centimetro quadrato di quel mattatoio; fu proprio nel frangente nel quale s’era deciso a muoversi che gli scappò di sentire un rumore, un flebile, lontano singhiozzo.
Si volse, puntando decisamente lo sguardo verso un mucchio di scatole, immondizia e stracci accatastati vicino ad un vecchio modello di frigorifero; sopra di esso poggiavano alcune scodelle luride e un piatto incrostato. Tentando di aguzzare l’udito si rese conto che l’elettrodomestico era in funzione, giungendogli lieve ma netto il suo ronzare.
Scavalcò un mucchietto di spazzatura e si preparò ad aggirare il grosso frigo; di nuovo gli giunse il lamento lieve, quasi un pianto infantile. Avanzò piano, scorgendo infine dei piedi nudi che spuntavano da dietro al frigorifero, piedi femminili di qualcuno rannicchiato dietro di esso. Le piante dei piedi erano tagliate e sanguinanti. La figura sussultava e singhiozzava ogni qual volta Paride Agosti provava a muoversi. Tese allora una mano trattenendo il respiro.
“Chi sei?” domandò la voce femminile da dietro il frigo.
Agosti parve sollevato.
“Mi chiamo Paride e sono della polizia…” rispose.
Dopo un minuto di grave silenzio, la voce parlò ancora: “Polizia… non ci credo! Sei un uomo cattivo come quelli che sono scesi prima di te! Tutti molto, troppo cattivi…”
“Ma no… dammi una mano e ti tiro fuori di lì… coraggio, vedrai che sono sceso per aiutarti!”
“No.”
“Ok, ora mi avvicino e ti aiuto a metterti in piedi… d’accordo? È tutto finito, coraggio… di me puoi fidarti!” Agosti continuò a tenere la mano tesa avanti a sé, facendo qualche passo in avanti: vide un lembo del vestito bianco indossato dalla ragazza, ma era liso e incrostato di sangue. Questa stava gattoni con la testa infilata sotto a della roba maleodorante. Gli riuscì di afferrare la fine della gonna.
“Non toccarmi!” si lamentò lei.
“Non avere paura! Ecco, ora ti tiro fuori di lì! Lentamente!”
Abbassatosi per meglio afferrare la ragazza, Paride vide una testa rapata a zero dai tanti tagli e cicatrici, l’abito sembrava un incrocio tra quello da prima comunione ed uno da sposa: strideva con l’orrore incommensurabile della stanza. Fece per passargli una mano intorno ai fianchi, quando questa si girò all’improvviso fissandolo negli occhi: aveva una croce rovesciata incisa su una guancia e le labbra della bocca tagliate; le sopracciglia strappate via e i denti gialli e cariati tenuti assieme da un vecchio apparecchio arrugginito: aveva lo sguardo così feroce e cattivo che istintivamente Paride si fece indietro.
“Non devi toccarmi…” sibilò lei sgattaiolando via dalla scomoda posizione e mettendosi poi repentinamente in piedi, con le spalle contro un angolo della cantina: “Mi fai schifo!”
“Ma chi sei… ?” Agosti vide i tagli, le abrasioni e le infezioni mal suturate sparse su tutto il corpo della giovane donna, che stringeva nella mano un pezzo di vetro tagliato; lo stringeva talmente forte che del sangue gli colava lungo il palmo e giù fino ai piedi. “Se ti avvicini ti ammazzo, ti taglio la gola…”
Paride alzò le mani, sudava copiosamente e aveva la pressione a tremila: “No, stai calma! Io sono calmo, vedi? Ecco… metti giù quel vetro… restiamo calmi tutti e due.”
“Vattene via, mamma non vuole che gli estranei scendano qui…”
“Mamma?”
“… lei non vuole che nemmeno suo marito scenda quaggiù… lo punisce severamente, ogni volta…”
Paride posò la pistola su una cassa che gli era accanto, poi tornò a sollevare le mani: notò che il suo gesto aveva gettato nella confusione la ragazza. Avanzò un po’ tenendo le mani alte sopra la testa. “Dammi quel pezzo di vetro e vedrai che riusciremo a capirci bene, io e te… intesi?”
Lei tremò, aveva gli occhi scuri e malvagi, simili a quelli di un maiale ferito. Tentennò. Paride fu abbastanza vicino da vedere profonde e ramificate ustioni che la ragazza aveva sul petto, all’altezza dei seni; si vedevano dalla scollatura della veste, rosse e nette sulla pelle chiara. Spalancò la bocca colto da terrificante illuminazione: gli tornarono infatti in mente le parole dell’amico Pintori, al momento di farsi descrivere l’assassino di Svetlana: Era un uomo, non ci sono dubbi! So riconoscere delle tette in un corpo, no?! Proprio così gli aveva raccontato.
Stefano aveva visto si, un torace piatto come quello di un uomo, ma solo perché i seni della creatura che aveva davanti erano stati torturati e cancellati con atroce ferocia; era lei, che aveva visto quella notte nel parco, altro che un uomo.
Istintivamente, a cercar inutile conferma, abbassò lentamente gli occhi sulla mano che stringeva il frammento di vetro, vide chiaro e tondo il polso e l’incisione frastagliata che recava la scritta. Quella scritta.
Edonis.
Paride tentò di recuperare il suo sangue freddo poi, approfittando dello stato di confusione nel quale ancora versava la giovane donna, le balzò addosso.

Il colpo di fucile, fragoroso e assordante come un fulmine che ti cade vicino ad un orecchio, fu capace di gettare Paride Agosti nello stupore più che nella sofferenza: piombò sul pavimento lurido senza emettere un solo lamento; il buco largo come un’albicocca che gli dilaniava le carni all’altezza della scapola sinistra fumava da sotto la camicia strappata.
Con le braccia larghe e gli occhi confusi puntati sconvolti verso il soffitto, Paride giacque incapace di mettere in fila gli ultimi eventi.
Sentì confuso, come in un sogno, una nuova voce di donna che parlava all’assassina di Svetlana e degli altri: “Vattene in fondo e rimani lì buona, che di questo nuovo bastardo mi occupo io!”
Poi mani che lo afferravano alle caviglie e lo trascinavano verso il fondo, facendolo soffrire come un cane, ogni volta che la spalla faceva attrito col pavimento. Gemette. Di nuovo la voce: “Stai zitto e non fiatare, cane: ti avevo detto che questo posto non era più sicuro, Scilla… non ho sempre ragione io, come ti ripeto spesso?” ancora trascinamento, lento e faticoso. Paride si sentiva con le punte dei piedi su un profondo abisso, nel quale rischiava di cadere rovinosamente. Per non svenire scosse il capo più volte, chiudendo e riaprendo gli occhi. Non era nemmeno sicuro di riuscire a respirare: sentiva solo il puzzo acre della polvere da sparo che frizzava nella sua ferita. E poco altro. Nonostante i titanici sforzi di volontà, Agosti svenne per diversi minuti, quando riaprì gli occhi si rese conto di essere ancora sdraiato per terra; vedeva un viso di donna, torreggiare su di lui, prima confuso e indistinguibile, poi sempre più preciso e conosciuto: quello di Marisa Antomelli, la moglie del distinto avvocato.

Quando lei si accorse del fatto che Paride aveva ripreso conoscenza rise di gusto, sbavando dagli angoli della bocca; stringeva ancora in mano il fucile.
“Stai giù che ti spappolo la testa!” gli poggiò un piede sulla spalla e Paride soffocò un grido di dolore mascherandolo dietro una smorfia di sofferenza.
“Sei fortunato che non t’ho preso due centimetri più su, bastardo!”
Muovendo faticosamente gli occhi, Paride notò con la coda dell’occhio la giovane che si stringeva le braccia in un angolo della cantina, piagnucolando.
“... é tutto finito, non può farti del male… non piangere.” La consolò Marisa, senza distogliere la punta del fucile da Agosti: anzi, lo spinse ancora sulla ferita col piede.
La moglie di Antomelli si sistemò nervosamente una ciocca di capelli dietro l’orecchio, il poliziotto la vedeva muoversi e parlare come in una sorta di surreale moviola dai suoni distorti; la ferita gli bruciava da impazzire e non riusciva a muovere né la spalla né tantomeno il braccio.
“Non è cattiva, sai?” gli disse Marisa dilatando le pupille, “ha avuto un’infanzia d’inferno, con quel mostro del padre e dei fratelli… ma cosa puoi mai saperne tu? Sei sceso a sventolare il tuo distintivo, ignorante e bestia come tutti gli altri! Nessuno a parte me ha provato a capirla, a dargli un po’ d’affetto, un po’ di buone maniere… l’avreste rinchiusa in un manicomio e avreste gettato via le chiavi!” sputò addosso a Paride, che ghignò dal dolore. “La mia bambina…” quella ondeggiava mordendosi un dito, passando il peso del corpo ora su un piede ora sull’altro, ritmicamente. 
“Tutti, tutti quanti sapevano e sentivano… tutti conoscevano gli orrori che uscivano da quella villa: le urla, i lamenti e tutto il resto… persino quel buono a nulla di mio marito! Ma era una famiglia potente, quella dei Salieri… sapessi che via vai di macchine lussuose che vedevo sfilare in certe sere! Che schifo! Che vergogna!”
Paride provò a parlare, ma gli uscì di bocca solo un sordo rantolo.
“... una notte passarono il segno… avevo detto cento volte a mio marito di mollare, di vendere tutto, ma lui niente; prendeva un flacone di sonniferi e buona notte al mondo! Quella notte io ho deciso di non nascondere la testa sotto la sabbia  come gli struzzi, mi sono infilata una vestaglia e sono uscita imbracciando il fucile!” si scambiò un lungo sguardo affettuoso con la giovane, strizzando gli occhi come fanno i gatti prima delle fusa; “Quando ho sentito urlare anche Scilla, la figlia più piccola, non c’ho visto più! Sono uscita giusto in tempo per vedere quella carogna del vecchio che si apprestava a disfarsi del cadavere in giardino, come tutti coloro l'avevano preceduta, dopo averla avvolta in un tappeto!”
Paride sgranò gli occhi.
“... ma era viva lei, povera piccola! Sanguinava, certo, e piangeva anche! Ma era viva!” fece una pausa guardando in alto commossa, rivivendo l’antica scena; “Così sono uscita allo scoperto chiedendo finalmente spiegazioni a quel vecchio porco! Ha osato minacciarmi! Me, che imbracciavo un fucile! Vecchio bastardo, mi ha lasciata lì come non esistessi e ha ripreso il suo mostruoso lavoro… quando l’ho visto abbassare nuovamente la pala non c’ho visto più! Ho poggiato la canna sulla sua testa e ho velocemente premuto il grilletto facendogliela saltare come un frutto marcio!”
A quel punto piegò l’arma verso il braccio offeso dello sbirro e sparò un secondo colpo fragoroso e dal vago eco metallico: un’intera parte del gomito esplose esponendo la cartilagine e i muscoli vivi: Paride gridò con quanto fiato aveva in corpo, rilasciando finalmente dai polmoni tutta la disperazione, l’odio e la frustrazione del momento; la giovane si tappò le orecchie con le mani incominciando ad intonare una stramba filastrocca. Perdeva muco dal naso.
Marisa rise.
“Così! E la sua testa s'è bucata spargendo sangue per tutto il giardino!” tornò seria guardando distante, da qualche parte avanti a lei; “Poi ho ricordi vaghi e frammentati… ho afferrato la bambina e sono corsa in casa mia, sbarrando porte e finestre.” Aveva gli occhi lucidi. “Passai quella lunga notte aspettando che loro irrompessero in casa per farmela pagare, per farmi quelle cose e poi seppellirmi da qualche parte, assieme agli altri…” rise asciugandosi una lacrima sporca dall’occhio con la mano sinistra, “invece niente, nulla di nulla… non vidi mai nessuno di quegli stronzi, anzi: già dal giorno dopo cominciarono a smobilitare, del cadavere del vecchio non seppi mai niente! Sarà sprofondato all’inferno, quel porco incestuoso!”
Paride aveva incominciato a isolare la mente dal dolore, a fare ampi respiri e a convergere le poche forze rimastegli verso il resto del corpo, pronto a giocarsi il tutto per tutto: sentiva in bocca il sapore dolciastro del proprio sangue e ogni respiro gli faceva bruciare i polmoni.
“... probabilmente i maledetti si sentirono deboli e vulnerabili con la scomparsa del loro capo branco… vallo a sapere! Fatto sta che nascosi la bimba facendo di lei la figlia che mio marito non ha mai saputo darmi!” la guardò colma d’amore. “I primi tempi è stata buona, crescendo sempre nascosta, sempre pallida e mal nutrita; manco fosse lei, la vittima degli uomini…” Paride strisciò indietro di pochi centimetri. Marisa continuò a parlare: “Poi ha cominciato con le lucertole, i piccoli roditori e qualche altro animale che si intrufolava in cantina…” la guardò ancora, comprensiva e sorridente; “Ho pensato fosse una cosa normale, dopo tutto quello che aveva passato… sono sua madre, cosa mai avrei dovuto pensare?”
Paride si bloccò. Marisa lo guardò furente.
“... cosa avrei dovuto pensare?” ripeté furibonda; temendo un nuovo colpo di fucile, Agosti tese istintivamente le mani aperte in avanti. La donna rise.
“Sembrava andare tutto per il meglio… venivo quassù due volte la settimana, sempre di nascosto a mio marito, che non avrebbe capito, ottuso com’è; lo convinsi a usare qualcuna delle sue stupide conoscenze per ampliare un po’ il parco onde costruire una bella casetta più comoda per la mia bambina e per il tempo da passare insieme… sapessi cosa ho trovato nelle profondità dei sotterranei! Cuniculi, stanze, finte fognature… erano organizzati bene, quei maledetti animali…”
Agosti ricominciò a strisciare lentamente verso la cassa cui aveva poggiato la sua pistola: era un gioco d’azzardo inesorabile e spietato, che lo vedeva perdere in partenza, ma non era abituato a subire passivamente il corso degli eventi. Si trascinava con il gomito e coi talloni, millimetro dopo millimetro, conscio del fatto che alla fine del delirio, sarebbe stato un uomo morto; uno dei tanti di quell’assurda vicenda.
“... ufficialmente il porco era deceduto per cause naturali, mentre la mia bimba risultò perita in un incidente; Avevano mani dappertutto, i vigliacchi… beh, non voglio annoiarti troppo: passarono gli anni, anni felici e bellissimi, nei quali cercavo di stare vicino alla piccola per aiutarla durante le sue crisi o le strane abitudini… l’avrei guarita, sarebbe cambiata, ne sono certa… se solo non fosse stato per quel maledetto cavallo!” si portò una mano alla testa, scuotendo il capo; “Eh, bambina mia? Se non fosse stato per quel brutto animale!” la giovane annuì annoiata.
Marisa puntò la canna del fucile contro la testa del poliziotto: “Aveva trovato la maniera di uscire, la mia bambina: brevi giri nel parco, nascondendosi se notava passare giù in strada qualcuno… niente di eclatante, insomma… poi quel puzzolente cavallo, cui mio marito era tanto affezionato, ruppe la rete di recinzione invadendo il parco di quei maledetti vicini…Dio… ci pensi? Quanta emozione, quanto stupore e senso di novità per la bambina, che uscendo ha potuto provare l’ebbrezza di osare, di spingersi un po’ più in là, di gettare un occhio nell’antica casa degli orrori…” abbassò gli occhi. “Purtroppo lì ha incontrato quella tossica maledetta, quella dei giornali… e ha pensato di… farle quelle cose… non aveva alcun diritto di entrare nella villa dei Salieri, quella puttana! La bambina ha agito di conseguenza! Non è stata colpa sua!”
Paride raggiunse la base della cassa: tutte le ossa e i muscoli gli gridavano dolore e dissenso.
“... da lì è stata una catena di sfortune e tragiche escalation… prima mio marito che, naturalmente, ha incominciato ad avere dei sospetti… e si che glielo avevo detto di rimettersi a letto e dimenticare tutto! Gesù mi è testimone se gliel’ho detto! Infine il fratello matto, Riccardo… anche lui è andato a disturbare la bambina… ma come non capire che è malata, che ha bisogno di aiuto? Invece no, sempre a curiosare, a spiare, a invadere morbosamente la vita di una famiglia per bene come la nostra! Figli di puttana! Tutti quanti!” caricò il fucile. “Infine tu, poliziotto di merda: te l’hanno detto in tanti che era la storia sbagliata in cui ficcare il naso, ma non hai voluto dare retta a nessuno, vero?” puntò il fucile pronta a sparare verso la faccia di Agosti: “Beh, hai fatto male…”
Paride colpì la cassa con entrambi i piedi, mandandola a caracollare contro la stupita giovane, che si schermò con le braccia, ma l’urto fu egualmente violento: l’orribile ragazza urtò contro il muro con un osceno verso di doloroso stupore; anche Marisa gridò confusa, vedendo lo sbirro rotolare sul pavimento: Paride aveva ben veduto la pistola volare in terra a non molta distanza da lui; Marisa sparò ancora gridando, ma il colpo raggiunse un mucchietto di spazzatura a pochi centimetri dal fianco di Agosti, che continuò a rotolare verso la sua arma.
“Mamma!” gridò la ragazza deforme, “Mamma!!”
Paride impugnò la pistola con la mano illesa. Non pensava più a niente, se non alla propria, disperata sopravvivenza. “... lo ammazzo!” gridò Marisa ricaricando, “Lo ammazzo io!” intanto la giovane donna corse a brandire un grosso pugnale da macelleria che stava sul tavolaccio più vicino: Paride era tra le due furie.
Tese il braccio eseguendo un arco di mezzo metro: sparò a Marisa, senza colpirla. Però il proiettile colpì una gabbia appesa in aria, che esplose a pochi centimetri dal viso di Marisa Antomelli, che gridò proteggendosi la faccia dalle schegge, dalle piume, e dalla roba che era volata per aria.
Intanto l’orrenda assassina dal cranio rasato saltò su Agosti, tentando di morderlo e di ferirlo con il grosso pugnale; Agosti provò a tirarsela via ma quella, a dispetto della vita di clausura passata, sembrava forte e selvaggia; Paride non riusciva ad alzare il braccio devastato per difendersi, così puntò la pistola e sparò a bruciapelo sul petto dell’assassina: questa mutò l’espressione del volto in una stupita maschera di sofferenza, finendo esanime due metri più in là, con il petto fumante in un mare di stracci.
“No!” gridò Marisa, pronta a sparare di nuovo, da distanza ravvicinata.

Il proiettile fu espulso, volò ad incredibile velocità verso l’obiettivo ed entrò nel collo alla base della nuca, uscendo poi dalla gola e perdendosi altrove.
Marisa guardò incredula il proprio fucile. Non aveva sparato. Allora si portò una mano sul collo, sulla gola. Sangue caldo e denso gli imbrattava le mani, il petto, le spalle. Provò a dire qualcosa ma gli uscì solo un gutturale gorgheggio rauco. Cadde in ginocchio. Vide all’entrata dello stanzone un poliziotto grassottello che teneva la sua arma fumante tesa verso di lei.
Marisa guardò verso la giovane caduta prima di lei, provò ad alzare il fucile, ma quello gli sparò ancora: uno, due colpi: Marisa Antomelli cadde faccia in su con gli occhi sbarrati sul nulla della morte.
“Paride!” chiamò Gualtiero facendo irrompere altri agenti nella sala, “Paride, stai bene?”
Agosti annuì dolente. Stava seduto per terra con la schiena contro un pesante baule, con il braccio armato si teneva quello sfasciato.
Capuano corse ad abbracciarlo.
“Non avevo capito un cazzo, Gualtié!”
“Non parlare; un’ambulanza, presto! Fate presto, perdio!”
“Dobbiamo scavare! Sono qui sotto, dappertutto! Qui sotto...”
“Si, si, scaviamo, scaviamo; facciamo luce su tutto quanto, ma ora cerca di stare calmo e di respirare! Cristo, hai il braccio a brandelli!”
Ben presto il posto fu zeppo di poliziotti e di scientifica.
“Questa è ancora viva!” esclamò un agente tastando la ragazza rasata.
Paride e Gualtiero si guardarono. In lontananza, cominciarono a sentirsi le violente sirene spiegate delle ambulanze e delle altre volanti; Gualtiero sembrava abbracciare Paride, come a proteggerlo, come temesse ancora per la sua vita; i soccorsi giunsero mettendo subito una mascherina dell’ossigeno sul viso di Paride, che tossiva forte.
Molti agenti uscirono a vomitare dalla puzza che c’era là sotto e dai cadaveri torturati. Ben presto il mattatoio cominciò ad assomigliare ad uno dei tanti luoghi del crimine visti in notiziari o film tv: la banalizzazione dei lavori rese tutto un po’ meno spaventoso.
Per ultimi arrivarono Caruzzi e Toselli a bordo di un’ auto blu. Si avvicinarono a Gualtiero che aiutava due infermieri della Croce Rossa a far salire la barella di Agosti sull’autoambulanza: Capuano salutò Toselli con un breve cenno del capo.
Paride guardò i due: si tolse la mascherina dell’ossigeno per dire qualcosa ma Toselli glielo impedì: poi, spostando un pò la mano, gli fece una breve carezza sui capelli.
Gualtiero guardò Caruzzi: quest’ultimo sembrò spaventato e a disagio.
Molto spaventato e molto a disagio.
Le ruspe, arrampicandosi sbuffando sulla provinciale, furono le ultime a presentarsi sulla scena degli orrori.

“Guardala, Gualtié. Guarda quant’è bella!”
Capuano si guardò attorno stringendosi nelle spalle: aveva una bruttissima camicia a fiori dalla quale spuntavano gli aloni sudati delle ascelle.
“... Roma è come una bellissima puttana: sai che ti farà male, andando con un altro, ma non puoi fare a meno di caderle di nuovo ai piedi.”
Gualtiero fece di nuovo spallucce, succhiando una caramella alla menta: “E’ la sua forza, no? È l’unica città al mondo che fin dai tempi papalini riesce a farti dimenticare ogni orrore che ha vissuto.”
Paride annuì, accarezzandosi piano l’ingessatura sul braccio. “Vabbé, bando alle stronzate, che mi parte il treno.”
“Ma sei sicuro che non vuoi essere accompagnato? Mi prendo un paio di giorni e saliamo in macchina: che sarà mai?”
“No, davvero: preferisco viaggiare senza pensare a niente… magari riesco a dormire un po’.”
Stettero per un po’ così, uno davanti all’altro sulla banchina del treno: era quasi deserta, non fosse stato per qualche turista vestito da coglione che succhiava un gelato tentando di decifrare una cartina stradale; infine Gualtiero abbracciò Paride, poggiandogli la guancia sull’orecchio. Agosti lo strinse forte con il braccio buono.
“Grazie Gualtié… di tutto.”
“Ti voglio bene, Paride. Non te lo dimenticare!”
Agosti sorrise, salendo sul treno che stava fermo come un fantasma sui binari. Raggiunse il suo posto, mise la borsa sopra lo scompartimento in alto e sprofondò nella poltrona comoda. Vide Gualtiero che si allontanava lentamente dalla stazione con le spalle curve e le mani in tasca, quindi chiuse gli occhi attendendo che la carrozza si muovesse. Fu solo quando il treno fischiò lontano da Roma che mise una mano in tasca estraendo una piccola busta plastificata: al suo interno, tanti volti infelici lo guardarono spenti da una cornice formato fototessera.
Tullio Paride Agosti sorrise commosso, passò il pollice su alcune di queste, e le ripose delicatamente all’interno della borsa sportiva che si era tenuto al fianco; dentro di essa, una busta anonima da super mercato nel quale Capuano aveva riposto la sua poca roba: una cravatta da buttare, una camicia distrutta e insanguinata, un paio di logori calzoni invernali, un cappotto sbrindellato.
Il cappotto, già.
Senza guardare, Paride ci infilò la mano estraendone una busta larga e cicciotta: le sue dimissioni. Dio, com’erano ridotte. Strappò la busta in tanti piccoli pezzettini rettangolari, provando un sottile piacere nel trasgredire al divieto applicato in diverse lingue accanto ad ogni poltrona:
Non gettare alcun oggetto dal finestrino.

Più in là, distante qualche posto, una vecchia radio espandeva le note incerte di un’improbabile orchestrina jazz.


giovedì 14 gennaio 2016

Racconti dal secolo scorso.

Il primo racconto che scrissi, "La bambola di cristallo", si concretizzò nella metà degli anni 80.
Avevo circa 10 anni. 
Si trattava di uno scombinatissimo "giallo" nel quale Walter Gano (personaggio che utilizzo di tanto in tanto ancora oggi), scopriva il responsabile di una serie di delitti in maniera quanto mai singolare: durante una visita a casa sua,  infatti, il maldestro criminale finiva per dimenticare sul divano del poliziotto una delle bambole decapitate che soleva lasciare sui corpi delle vittime!
Tale, incredibile storiella, pochi anni dopo la coniugai in un cortometraggio girato con parenti e amici del quartiere, che venne assai meglio delle poche paginette da cui fu tratto.

Gli imperdibili e storici volumi che potete vedere nell'immagine in alto, invece, sono rispettivamente: "Wolf-man 2 e lo squadrone della morte" (1988, avevo 15 anni) e "Il diario nero" (1995, 19 anni). 
"Wolf-man 2" lo abbiamo letto in pochi: io e un recalcitrante amico d'infanzia che, dopo di allora, ha rotto tutti i contatti con me; l'altro fu più fortunato: essendo il mio primo fantasy, provai timidamente a darlo in pasto a qualche amico. Con mia estrema sorpresa, piacque!
In assoluto lo diedi per prima ad una mia amica, una ragazza che se lo lesse (bontà sua) mentre si recava a lavoro, in treno. Io non ero assolutamente abituato a condividere cose partorite dalla mia fantasia con altre persone, per cui le sue domande al termine della lettura mi spiazzarono! "Il diario nero" è, in assoluto, la prima apparizione in un romanzo (di oltre 300 pagine!) di Ironsword.
E mi diede un certo coraggio per far circolare presso altre persone i miei scritti.
Della trama e dei personaggi ivi contenuti, credo, sia meglio sorvolare.
Per dare una valutazione a tali opere, probabilmente, é sufficiente dare un'occhiata alle mie copertine di allora e all'interno dei tomi, realizzati con una gloriosa Olivetti tutta scassata e, in seguito, per "Il diario", con una fiammante macchina per scrivere elettrica che mio padre mi aveva comprato a rate presso un negozio di elettronica dalle parti di piazza Zama, a Roma, e che non esiste più da tempo.

Tranquilli, comunque, non avrete mai la sventura di imbattervi in questi romanzi: le uniche copie esistenti, ormai, sono in mano mia, ben chiuse a chiave: qualcuno, mal disposto, potrebbe impossessarsene per ricattarmi senza pietà! (Basterebbe vedere come scrivevo Ku Klux Klan all'epoca!)
In appendice a "Wolf-Man 2" c'é un altro racconto, un horror con ambientazione teatrale (intesa proprio come ambientata in un teatro!) che non battei mai a macchina.
Si vede non mi piaceva!
Vabbé, è tutto.
Ci si vede domani, con l'ultima parte de "L'apostolo nel buio", che é un pochettino migliore di questi!
Ciao!





venerdì 8 gennaio 2016

L'apostolo nel buio, decima parte.

Salute! Ci avviciniamo verso la conclusione di questo racconto.
Quello che leggerete la prossima settimana, infatti, sarà la conclusione della vicenda. 
per un rapido riassunto vi rimando alla mia pagina Facebook.
Sotto con la lettura, adesso, ma solo se siete un pubblico maturo e consapevole. ;)
Ai prossimi aggiornamenti!

Agosti mise ciò che aveva trovato davanti alla faccia dell’amico, illuminandolo con la torcia; Gualtiero vide degli aghi, una sorta di spilloni lunghi una decina di centimetri, molto appuntiti. Ce n’erano almeno una quindicina.
“Divento pazzo! Ma chi ha nascosto quei spilloni nella bara di un morto, Paride?”
Il viso di Agosti era inquietante nella luce ovattata delle torce elettriche; “Nessuno, sono venuti fuori quando il cadavere del vecchio si è decomposto!”
“Vuoi dire che… ?”
“Conrad mi ha parlato di automutilazioni per i membri della setta…”
Capuano tirò fuori la lingua dalla bocca, poggiò la torcia nella bara e corse giù dalle piccole scale tenendosi lo stomaco. Nel buio di un angolo Paride udì soltanto i violenti conati di vomito.
Ormai determinato a finire da solo, tenne la piccola lampadina elettrica con la bocca e continuò a frugare: più passavano i minuti e più lo schifo, la tensione e l’umiliazione di violentare quei poveri resti veniva annullata dall’adrenalina, dall’euforia effervescente della scoperta; scansò le ossa di lato, perdendo quell’inconscia forma di rispetto che lo aveva accompagnato sin lì: grattò i lati foderati della bara, le tasche dell’antico abito funebre, infine il fondo stesso della cassa.
“Gualtiero!” chiamò infine verso un punto imprecisato in cui gemeva l’amico, “Gualtié!”
“Ti ascolto…!”
“Allora torna su, che i nostri amici pensavano proprio ad un rifugio introvabile!”
“Che altro c’è, io non credo di farcela!”
“Torna su, ti dico… dai che mi servi a reggere la torcia!”
“Ho paura, Paride… maledico il momento in cui sei sceso da Milano…”
“Non sei l’unico Gualtié; ma ti ricordo che sei ancora uno sbirro, quindi muovi quel culo flaccido e sali a tenermi ferma la luce!”
“Boia schifo!”
Paride vide riemergere dal buio l’amico Capuano in condizioni orribili: la bocca sporca e impastata, i capelli sparati in aria, gli occhi arrossati: salì i pochi gradini camminando come in un film di morti viventi, macilento e incerto sui piedi: quindi riprese in mano la lampadina, ma sembrava con la mente lontano anni luce. Agosti preferì non dirgli niente; si limitò ad indicare il punto in cui doveva illuminare e basta. Quindi prese il suo mazzo di chiavi e con quella più lunga cominciò a tagliare grossolanamente il tessuto sul fondo della cassa, tutto il rivestimento interno, lungo tutto il perimetro della bara.
“C’è un rigonfiamento, lo avevo sentito bene…” disse, ma era quasi a sé stesso. “Guarda! Guarda qui che roba! Vieni giù.”
Scesero dalla scala e poggiarono la busta rivestita in plastica che Paride aveva trovato sul pavimento della cassa, illuminandola bene con entrambe le torce: era una busta plastificata più grande di un  foglio A4, gonfia e soffice. Paride la tastò prima di aprirla.
“Che roba eh?” chiese Capuano usando un tono forzatamente afono.
Agosti la aprì rompendo il contenitore plastificato e capovolgendo la busta imbottita tra lui e Gualtiero: finirono in terra tre cartine topografiche di Villa Salieri, ripiegate in quattro. Null’altro! Capuano notò l’espressione delusa e arrabbiata insieme di Agosti.
“Tutto qui?” lo anticipò.
“Già.”
“Tre cartine del cazzo?!”
“Sono deluso quanto te, Gualtiero, ma se sono qui ci deve essere pur un motivo, no? O non le avrebbero nascoste all’interno di una cassa da morto!”
“Che facciamo?”
“Scattiamo qualche foto e rimettiamo tutto a posto per quanto possibile!”
“E quelle?”
“Le portiamo via: sono troppo stanco ed emozionato per capirci qualcosa, ma sono certo che a mente fredda riuscirò a scoprire cosa nascondono!”
“E va bene; diamoci da fare, allora…”

“Ho capito.” Muriel Salieri aspirò quasi la metà della lunga sigaretta che teneva pendente in bocca; aveva le unghie delle mani lunghe e curate, perfettamente coperte da uno smalto neutro. “Che tono dovrei utilizzare secondo te…?” stava dicendo, “certo che sono sconvolta, ma non sorpresa! Era scomodo da vivo e lo sarebbe rimasto da morto, te lo dissi anche l’ultima volta che… si, va bene, restiamo così! Questa storia avrebbe travolto tutti, era solo una questione di tempo!” Fece una pausa, guardò lontano, oltre i vetri delle finestre, senza riuscire a vedere niente: “... e il nostro, di tempo, è scaduto.” Il campanello della sua porta suonò bruscamente. Un trillo lungo e uno più corto, insistente; Muriel abbassò il capo riappendendo il ricevitore. Si toccò una tempia e si mosse sussultando all’ennesimo scampanellare. Dunque, esitò.
Camminò poi per il soggiorno come un’anima in pena, raggiunse la porta e l’aprì di scatto, rilasciando poi il braccio teso e inanimato lungo il corpo: alzò appena un po’ il viso per vedere Tullio Paride Agosti zuppo di pioggia che attendeva con le mani sprofondate nel cappotto di renna.
Si guardarono negli occhi, lei aveva le labbra contratte e un lampo di malcelata collera nelle pupille. Giusto un lampo, che si spense sconfitta non appena lui scivolò all’interno della casa.
“Ho citofonato a lungo, poi ho approfittato di una signora con le chiavi e sono venuto su. Mi sono infradiciato ad attendere giù al cancello!”
Lei non s’era nemmeno accorta che era iniziato a piovere.
“Ma che diavolo vuole ancora?” ruggì sommessamente.
“Gliel’ho detto dal primo minuto che ci siamo conosciuti…”
Muriel si avvicinò incerta al mobile bar e si versò uno scotch con due cubetti di ghiaccio. Accese una nuova sigaretta, dando le spalle al poliziotto: “La verità, già…” bevve d’un sorso lo scotch. “Per questo ha violato la tomba di nostro padre come in uno stupido film del terrore?”
Paride rimase impassibile ed immobile dietro alla donna. Lei rise con una certa dose di disgusto; “Sporco bastardo… ha rovinato quel che resta della mia famiglia!”
“Io? Gli apostoli, dovrebbe dire.”
Muriel si voltò di scatto dando l’immagine esatta di un cobra mentre si difende da una mangusta: “Quella vicenda è morta e sepolta con mio padre, lo vuole capire una buona volta?!” gridò forte, pentendosi quasi subito vedendo che non aveva sortito alcun effetto sullo sbirro. Fumò aspirando forte e guardando di sottecchi Agosti, che aveva formato ai suoi piedi una piccola pozza di acqua  piovana che gli era caduta sul pavimento da dosso.
“Certi crimini non muoiono con colui che li ha commessi, Muriel” disse, “e nemmeno cadono in prescrizione. Per questo sono qui.”
“Oddio…”
“Eravate minorenni, lui vi costringeva non è così? E poi vi ha fatto entrare nel circolo, facendovi quello.” Indicò col capo la mano mutilata di un dito della donna, che continuò a scuotere il capo.
“... quello che non so è chi lo ha ucciso e perché. Un potente che non poteva più proteggerlo? Un adepto traditore?” guardò bene in faccia Muriel: “O uno della famiglia stanco dei continui soprusi, di tutto quell’orrore?”
“Se ne vada, vigliacco.”
“Si, ma tornerò. L’ho già fatto e lo farò ancora. Non ho pietà di voi: potevate rompere il cerchio, avvertire qualcuno, denunciare vostro padre. Invece non lo avete fatto manco quand’è morto; non avete avuto rispetto di quelle povere vittime innocenti nemmeno quando lui è schiattato! Non avete voluto spaccare il muro di omertà, e io vi starò col fiato sul collo fino a che sarò in vita, signora Salieri: glielo posso giurare!”
Muriel rise come una pazza, poggiando il bicchiere sul tavolino di vetro e tenendosi i capelli con l’altra mano per evitare che gli finissero sul volto.
“Non hai capito niente!” rise, “tu non hai veramente capito niente di quella povera ragazza, di nostro padre… niente!”
Paride raggiunse la porta e l’aprì.
“Vedremo.” Si limitò a dire, “intanto torno da suo fratello per vedere se a lui son tornati in mente certi dettagli.”
Lei seguitò a ridere, riempiendosi il bicchiere: “Vai, vai, coglione! Riccardo è scomparso, e ha fatto bene… alla fine è stato l’unico saggio, lui.” Bevve; “L’unico saggio della nostra disgraziatissima famiglia…”
Agosti scese verso il pianterreno. Lei stette in ascolto, poi scostò la tenda per vedere effettivamente il poliziotto che entrava nell’auto di Gualtiero Capuano e scompariva oltre l’incrocio, in strada: diluviava. Andò quindi nella sua camera, aprì lentamente l’armadio e ne estrasse dal fondo una pesante valigia di cuoio logoro: la prese e la trascinò ai piedi del letto.
Tornò a prendersi il bicchiere e da esso bevve un sorso veloce: aprì quindi la lampo della valigia, afferrò il grosso fucile da caccia, ne armò il cane e se lo puntò in bocca, aiutandosi con entrambe le mani e puntando il calcio del fucile contro l’anta dell’armadio aperta: premere il grilletto, a quel punto della sua vita, fu per Muriel Salieri un gesto di annientamento talmente tanto semplice da lasciarla sdraiata sul letto con la bocca distrutta e il cervello frantumato oltre il letto, sulla parete opposta, ma con uno strano moto di stupore negli occhi belli.

Fermo ad un semaforo rosso gli occhi stretti di Paride si fermarono sulle mappe aperte sul sedile accanto al guidatore: il vetro del finestrino non era chiuso perfettamente, quindi qualche goccia di pioggia era schizzata sulla carta, iniziando a stingerla pericolosamente; Agosti imprecò sporgendosi di lato per chiudere bene lo stesso. Finì con la pancia sopra di esse, maledì la vecchia vettura di Capuano sprovvista di vetri elettrici e afferrò preoccupato le carte per vedere se c’erano danni irreparabili: gli parve di no, vagando con lo sguardo su tutta la superficie del parco di Villa Salieri e sui suoi confini. Aveva notato, studiandole per ore, che le mappe segnavano sotterranei e stanze nascoste che non avevano trovato: né la polizia, né i carabinieri, tantomeno lui; eppure c’erano, quei magazzini e quelle cantine, altrimenti la piantina che li riportava non sarebbe stata nascosta così bene. Ma dove? Dov’erano?
La guardò. Villa Salieri e i suoi confini.
I confini.
Folgorato, tirò il freno a mano incurante del verde che si era appalesato sul semaforo e dei soliti idioti che avevano cominciato a suonare il clacson furiosamente: seguì il tracciato della carta topografica facendo scorrere il dito indice sul confine del parco, nel preciso tratto che divideva Villa Salieri dal terreno dell’avvocato Antomelli: era chiaro come il sole che qualcosa non andava, in quella carta. O nel parco dei due appezzamenti.
Schiacciò il pedale della frizione, ingranò la prima e sterzò di lato, salendo con le gomme anteriori su una porzione di marciapiedi. Si tirò i capelli umidi all’indietro con la mano e tornò a scrutare la mappa topografica.
Fu quando temette di averla consumata con gli occhi che prese il cellulare componendo il numero di Capuano.
“Si! Paride… ?” rispose la voce di Gualtiero dall’altra parte.
“Ascoltami attentamente, Gualtié: devi andare al comune e vedere se l’avvocato Antomelli ha fatto dei lavori nel suo parco, recentemente o negli anni passati: è molto importante!”
“Cosa? Ma che hai scoperto?”
“Non c’ho tempo Gualtié! Nelle carte che abbiamo trovato… beh, là sotto, il confine del parco delle due ville non coincide con l’effettiva spartizione del terreno! Hai capito?”
“Sono sbagliate le misure?”
“Io non lo credo:  questo fatto mi aveva colpito sin dalla prima volta che ci siamo andati: il confine tra Salieri e Antomelli era strano, tagliato diagonalmente a favore dell’avvocato, che aveva gran parte del parco nella sua proprietà!”
“Uh, e allora?”
Agosti si accese una sigaretta. “E allora Antomelli avrà chiesto e ottenuto di ingrandire il proprio parco, visto che praticamente quello di Salieri era abbandonato…”
“Si, e quindi… ?”
Paride riprese la marcia svoltando a sinistra e commettendo una serie impressionante di infrazioni. “Quindi io credo che così facendo abbia coperto la parte di parco nella quale gli apostoli commettevano le loro porcherie! Ecco perché nascondevano quella piantina nella cripta: ci sono indicate le camere segrete, i sotterranei o quello che é…” dall’altra parte Capuano stava in silenzio, Paride non riusciva a sentire nemmeno il respiro; “Quando hanno ammazzato l’ultima vittima, Svetlana, hai voglia a frugare nel parco dei Salieri! Il confine l’ha spostato l’avvocato, Gualtié! E’ lì che dobbiamo setacciare! Oh, mi stai a sentire?!”
“E’ assurdo, Paride.”
“Cosa, ma perché?”
“Perché i nostri colleghi avranno già controllato questo particolare, ti pare? Sarà stata una delle prime cose che avranno controllato, giù al catasto…”
Agosti si accalorò: “Ma al catasto non c’è più un cazzo sui Salieri, Gualtié! E’ Antomelli che devi controllare!”
“E’ una stronzata, Paride; se fosse come dici tu ancora molte cose non tornerebbero!”
“Vaffanculo, Capuano! Và a quel cazzo di ufficio e tirami fuori tutto quello che riguarda Antomelli e la sua proprietà! E vacci subito!”
“Sono di turno, cazzo! Ma tu dove vai?!”
Paride correva con l’auto oltre i centoventi orari: “A Villa Antomelli.”
“Ma non fare stronzate! Paride? Paride… ?!”
Agosti aveva riattaccato. Imprecando malamente, Gualtiero afferrò la sua giacca e uscì dal commissariato.

Temendo più e più volte di finire contro un albero o di schiantarsi da qualche parte, dopo circa quaranta minuti la vecchia vettura di Capuano con a bordo Paride Agosti inchiodò davanti al cancello della proprietà dell’avvocato: più distante, a picco, si intravedeva la lugubre vetta di Villa Salieri. Agosti lasciò la vettura con le quattro frecce accese parcheggiata a cazzo di cane con due ruote laterali sul piccolo marciapiedi che divideva la strada dallo strapiombo sul lago; attraversò facendo attenzione a che non giungesse una macchina né da un lato né dall’altro e si avvicinò al cancello: accanto a esso, Paride notò la serranda abbassata del box auto. Notò che non c’era polvere sulla serratura per la chiave, neppure sulla maniglia. Rifletté.
Poi, la vibrazione del telefono cellulare.
“Agosti.”
“Paride, sono io: guarda che non c’è traccia di lavori nel parco di Antomelli!”
“Sai cosa significa?”
“Dimmelo tu.”
“Che ha fatto dei lavori abusivi: avrà approfittato dell’assenza e del totale disinteresse dei Salieri per ampliarsi il parco! In qualche ufficio del municipio ci saranno le autorizzazioni di qualche impiegato compiacente e corrotto.”
“Sei rabbioso contro il mondo intero, Paride! Ma quando porterai delle prove, delle certezze?”
“Tra poco, Gualtié: sto entrando nel parco dell’esimio avvocato!”
“Che?! Ma non fare stronzate e aspettami!”
Click.
Dopo aver guardato in entrambe le direzioni di marcia, Agosti si tolse il cappotto e lo piegò alla meglio, lasciandolo in un angolo del cancello; si arrotolò le maniche e prese ad arrampicarsi sul cancello di metallo.
Era alto e terminava in pericolosi spuntoni acuminati; il sudore e la pioggia gli rendevano le mani scivolose come se le avesse avvolte nell’olio, ma arrivò in cima e scavalcò faticosamente calandosi dall’altra parte.
Dopo essere atterrato all’interno, notò che si era rotto la camicia e che aveva tutta la faccia sporca di grasso e di sudore.
Si trovava di fronte ad una piccola scalinata che passava tra due grifoni di pietra e a cespugli verdastri curati così e così: notò che non erano tagliati perfettamente pari sulle punte. Avanzò. Saliti i gradini di marmo svoltò a destra trovandosi di fronte la villa vera e propria, più in basso rispetto a quella dei Salieri, e meno lussuosa: il piccolo gazebo, il capanno degli attrezzi e l’intero tetto mostravano segni di ristrutturazione. Le imposte delle finestre non erano chiuse.
Mise le mani dietro i pantaloni, estrasse l’arma e la caricò facendo scavallare perfettamente il carrello: prese ad aggirare la casa tenendo l’indice ben lontano dal grilletto; doveva arrivare quanto più vicino al punto in cui, ipoteticamente, l’avvocato Antomelli aveva fatto spostare la linea di confine tra la sua proprietà e quella dei Salieri. Un bel cazzo di lavoro. Salì ancora e si avvicinò al punto in cui il cavallo aveva distrutto la rete per penetrare dai vicini; vide i sigilli della polizia e del filo spinato con il quale, grossolanamente, Antomelli aveva provvisoriamente tappato la via di fuga del quadrupede.
Il capanno del cavallo spuntò all’improvviso dopo qualche altro passo, alla fine di una rozza scalinata intagliata nella roccia; l’odore era inequivocabile. Salì. La sorta di stalla era immersa nel buio e da essa non provenivano suoni o rumori; nulla. Agosti prese ad avanzare con maggiore cautela, resosi conto che quella stalla si trovava esattamente dove un tempo era il parco dei Salieri. Ne era sicurissimo. Antomelli si era regalato un bel po’ di terreno per il suo cavallo. Entrò, mettendo i piedi su della paglia umida e cercando di abituare gli occhi al buio; la pioggia fuori iniziò a sembrare lontana come in un sogno, mentre lui seguitava ad andare sempre più in profondità, scorgendo poi una macchia più scura sul tappeto buio del terreno.
Si piegò sulle ginocchia e toccò con due dita lo strano e denso liquido.
Sangue.
Tornò in piedi guardandosi attorno: se il cuore avesse saputo parlare, avrebbe bestemmiato come un vecchio carrettiere sfinito; visto che alle sue spalle tutto sembrava tranquillo, fece qualche passo in avanti, giacché gli era sembrato di vedere brillare qualcosa nell’oscurità. L’idea – anzi – la voglia di afferrare la torcia elettrica dalla tasca posteriore dei calzoni era fortissima, ma non lo fece preferendo continuare ad agire in quella sorta di eccitante clandestinità; camminò.
Non s’era sbagliato, a pochi passi dalle sue scarpe fradice si apriva una grossa grata di spurgo, lercia come l’inferno e sotto la quale si sentiva scorrere dell’acqua. Al lato della stessa, un grosso telo impermeabile copriva un massa corposa e molle.
Paride si leccò le labbra secche e scostò un lembo del telo, infilando sotto di esso una mano: avvertì i peli del braccio rizzarglisi elettrici quando sfiorò una pelle molliccia e qualcosa di setoso che gli sfiorava il dorso e le nocche delle dita.
Guardò ancora alle sue spalle, poi prese la torcia elettrica e l’accese, schermandola con una mano e illuminando ciò che aveva scoperto:
La grossa testa del cavallo lo fissava con occhi spenti e la lingua di fuori, sotto ad un buco nel cervello ampio come un pugno chiuso.
Paride cadde seduto di culo, mettendosi una mano davanti alla bocca per non gridare; soffiò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni e si costrinse a rimanere calmo, stringendosi le ginocchia con le braccia, quasi dimentico della pistola che teneva in pugno. Tornò a coprire la povera bestia avvicinandosi poi alla vecchia griglia, quadrata e dai lati di circa un metro, con le grate fatte di barre di ferro spesse e resistenti. Non aveva lucchetti. Paride torreggiava su di essa, indeciso sul da farsi. Si asciugò quindi le mani sui calzoni, ripose la pistola e impugnò la grata con entrambe le mani, sollevandola con una certa facilità.
Si mise ginocchioni guardando sotto di essa: rivoli di umidità scorrevano garruli nel buio, mentre un lieve bagliore giungeva da ancora più lontano.
Tastò tutto il bordo della grata di spurgo fino a trovare massicci gradini di ferro, del tutto simili a quelli delle fogne cittadine; si appese al bordo, mise il primo piede sullo scalino scivoloso e incominciò a scendere, senza pensarci più.
Gli scalini portavano ad una profondità relativa, giungendo poi ad una sorta di atrio tondo, ad una cantina umida e murata alla meglio; Agosti notò che gli scalini cui si era avventurato non recavano segni di muffa o altro che ne testimoniassero lo scarso utilizzo. Tutt’altro. Sotto ai piedi un’altra grata, un piccolo tombino di ghisa, lasciava scorrere l’acqua piovana più in basso, perdendosi da qualche parte lontano. La luce che aveva visto dall’alto filtrava da sotto una vecchia porta di legno che si intravedeva sulla parete ovest; istintivamente Paride mise in bella mostra il distintivo appeso al collo ed accese la torcia, tenendola alta sopra al pugno che stringeva la pistola.
Tirò su col naso e si avvicinò alla porta.
Accostò l’orecchio al legno e stette in attesa: nessuna voce o altro gli giunsero oltre, quindi provò ad entrare: la porta era chiusa. Imprecò preparandosi a sfondare: diede un calcione ben assestato al centro della porta, e il legno marcio esplose in mille frammenti.
Paride irruppe tenendo il dito sul grilletto: illuminò svelto dappertutto, ma non c’era anima viva. Sentì il proprio cuore pulsare come una batteria rock; entrò.

Lo colpì immediatamente il fatto che c’erano due porte murate che un tempo si aprivano a destra e a sinistra dell’uscio da cui era entrato, con la vernice chiara che stonava col resto della camera ampia, pitturata di blu e di rosso; sembrava un gigantesco magazzino, così colmo di roba da apparire agli occhi di Paride come un bazar gestito da un folle: casse, scatole e bauli impolverati e coperti da vecchi teli grigi; in fondo a esso, il bagliore si faceva più intenso.
Avanzò stando ben attento a non urtare nulla di tutta quella roba: si chiese com’era possibile che due persone di mezza età e oltre, come Antomelli e sua moglie, avessero radunato nel corso della loro vita tutta quell’incredibile quantità di merce e di oggetti.  
Curiosò con attenzione tra le prime scatole che gli capitarono sotto mano, scoprendo un’insolita quantità di materiale: posateria, tappeti, utensili, abiti, giocattoli, tutta merce di scarso valore e di vecchia manifattura. L’avevano rubata? Un avvocato e la sua benestante signora? Nel caso improbabile di riscontro positivo, dove? E perché? D’istinto Agosti si volse nella direzione ipotetica in cui sorgeva Villa Salieri. Una marea di nere nubi gonfie di tempesta gli solcarono il flusso pieno dei pensieri, dei timori e dei sospetti; perdendo un po’ di prudenza incominciò a spostare alcuni bauli e ad aprire le casse più vecchie, nascoste sotto tonnellate di roba. Fermagli per capelli, cinture, borse da donna, ciarpame proveniente da comune vita quotidiana. Si.
Ma di chi?
Maggiormente febbrile aprì altri pacchi e altre casse, frugando in vestiti e oggetti vari; alcuni abiti avevano stoffe e fogge antiche: andavano dagli anni cinquanta a quelli più sgargianti e liberi dei settanta, molti erano sporchi, logori o vissuti: tutti ammassati alla rinfusa in quei bauli, dentro quei sacchi anonimi e maleodoranti.
Incominciò a gettare per aria diversa roba, quando sul fondo di uno dei bauli gli capitò di toccare una busta plastificata, che sembrava contenere delle figurine; la prese portandola alla luce.
Sorpreso e un po’ scosso fece scorrere gli occhi su quelle piccole fototessere che mostravano uomini e donne dai sorrisi spenti, talvolta in bianco e nero, che fissavano Paride come ad invocare un’antica giustizia mai assaggiata: sul retro di ognuna di esse vi erano macchie stinte di mastice o di colla, segno evidente di come quelle foto fossero state staccate da documenti, tesserini o altro materiale da riconoscimento. Agosti fece girare tra le dita molti di quei visi, quasi tutti dalle espressioni sofferenti o andate: senza tetto, prostitute, sbandati; chissà. Le sfiorò con le dita, poi le infilò nella tasca della camicia con un rapido gesto.
Riprese a camminare tra le casse. Nonostante il rumore di acqua in lontananza e le infiltrazioni di umidità, gli fu chiaro come la fogna da cui si era calato fungesse da robusta copertura per i luoghi che stava ispezionando, e di come un orrido scenario si andasse ormai configurando chiaramente nella sua testa. Trovò pochi altri oggetti di una certa importanza ai fini della sua indagine: un paio di inquietanti quadri realizzati in pittura rossa, che mostravano un terribile demone dalle zanne irsute intento a divorare bambini, e un altro dai simboli esoterici quasi ipnotici, appoggiati in fondo alla sala rivestiti con carta da pacchi e vecchi giornali. La qualità artistica dei quadri era piuttosto scadente, tuttavia essi emanavano una forte tensione maligna, quasi specchio della mente deviata che li aveva concepiti: misuravano dimensioni imponenti, e giacevano l’uno contro l’altro abbandonati da un pezzo.
Accanto a queste opere, Paride Agosti avvertì un forte bruciore alle narici, un puzzo di morte e putrefazione che a ondate lo investì talmente forte da farlo barcollare; stringendo bene e con forza la pistola camminò di nuovo tra la merce, ipotizzando che una o più di esse contenessero qualcosa di marcio.
Rovesciò brutalmente il contenuto di scatole e scatoloni, ma non gli riuscì di trovare nulla che emanasse un simile fetore; si tirò i capelli all’indietro e ripose la pistola dietro ai pantaloni, aveva bisogno di avere le mani libere. Vide una cassa grande, molto più imponente delle altre, appoggiata alla parete in fondo alla cantina, nella parte opposta da cui era entrato, e si accinse ad aprirla, quando un terribile sospetto lo sorprese nella penombra del luogo: alzò lo sguardo lentamente, quasi allucinato dalle mille emozioni patite sin lì, e guardò l’intera parete dietro la grande cassa. C’era qualcosa di strano in quella parete, che si alzava oltre una fila stranamente ordinata di scatole da montare, di quelle da due soldi in vendita nei mercati; qualcuno vi aveva incollato una brutta carta da parati storta e cadente, e la muffa o l’umidità avevano disegnato su di essa una sorta di bordo scuro e slabbrato, come se un’altra porta murata si celasse sotto di essa.
Ben deciso a proseguire, Paride si preparò a sollevare le file di scatole montate quando, una volta abbrancata la prima, si rese conto che erano leggerissime.
Praticamente vuote.
Rimase fermo con le braccia lunghe sui fianchi, poi iniziò a spostare tutte le scatole vuote, prendendo a calci le ultime, che volarono nella stanza in mille pezzi; raggiunse la parete e prese a tastarla ovunque. La parte evidenziata dalle macchie sulla carta era di un legno di compensato molto leggero, che suonò a vuoto quando Paride vi bussò per constatarne la materia; strappò quindi la carta da parati e scoprì compiaciuto una finta porta nascosta sotto di essa: la spinse e quella si aprì un po’, facendo scorgere una catenella che dall’altra parte giaceva in terra. Agosti riprese la pistola, intanto un’ondata terrificante di puzza lo raggiunse facendolo barcollare all’indietro; sembrava che avesse spalancato la porta di mille cloache.
 Infilò una mano in tasca, estrasse il fazzoletto e se lo tenne compresso sulla bocca e sul naso, ma tenere la mente lucida e fredda davanti ad un tale odore era cosa quasi impossibile.
Tenendo l’arma dritta avanti a sé illuminò oltre la porta segreta con la sua torcia elettrica, scoprendo una sala simile a quella in cui si trovava, ma meno ampia e curata; dall’alto vide un fascio di luce naturale rovesciarsi nella cantina e puntellarsi sul selciato del pavimento. Tenne la sinistra armata puntata nella stanza e con la destra aprì completamente la porta, facendo un primo passo verso l’orrendo odore: gli sembrò di vedere, in lontananza, un letto con coperta e cuscino, e degli abiti gettati alla rinfusa per terra. Proprio davanti a lui, due tavolacci lunghi e di metallo, immersi nel buio. Spostò la catena dal pavimento con un piede ed avanzò, puntando la pistola ora a destra, ora a sinistra, ora al centro; alzando impercettibilmente il capo si accorse anche di due lampade da campo, vecchie e consumate, che ciondolavano ciascuna sopra ai tavoli. Avanzò. Si passò la lingua sulle labbra resosi conto del leggero tremolio con la quale stringeva l’arma; poco prima dei tavoli vide appoggiate in terra diverse gabbie da uccello, di quelle domestiche per allevare canarini, erano sporche e non si vedeva all’interno. Le superò lentamente.
Il fascio di luce naturale illuminò una zona conica attorno al letto, lasciando pressoché nell’ombra il resto del magazzino puzzolente, nel quale tutto era così caotico da procurare ad Agosti una forte emicrania: si spostò piano verso la sua destra, sfiorando con la mano destra il tavolaccio di ferro. Continuando a guardare in direzione del letto mosse la mano verso la lampada sopra la sua testa e l’accese di botto, piazzandosi poi a gambe larghe per fronteggiare eventuali aggressori: nulla si mosse. La luce della lampada ondeggiò opaca dando alla stanza il sinistro aspetto di una nave alla deriva nel mare. Agosti strinse le labbra e gettò velocemente la sua torcia lontano nel buio. Riusciva a vedere abbastanza bene. Senza togliere la linea di tiro dal letto in fondo, volse la testa verso il tavolo e lo scoprì con un gesto veloce e improvviso: ciò che vide lo gettò nel più completo sconforto.

Riccardo Salieri lo guardava privo di espressione da sotto il telo del tavolaccio, steso con gli occhi aperti e uno squarcio sul petto dal quale si vedeva la cassa toracica e diversi organi esposti: due morsetti da falegname tenevano lo squarcio aperto e dentro di esso vi erano appoggiati degli strani utensili: un seghetto e una lima per il legno; un nugolo di mosche disturbate volò in sciame lontano dalla luce, mentre Agosti rimase immobilizzato di fronte all’orrenda scena. Il tronco di Riccardo terminava con l’amputazione del bacino, dal taglio irregolare spuntavano le frattaglie e una parte del colon divorato lentamente dagli insetti; il cadavere non aveva le mani e non c’era traccia del resto degli organi asportati.