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venerdì 18 dicembre 2015

L'apostolo nel buio, settima parte.


Salve!
Prima di postare la nuova puntata, rammento che le tematiche trattate in questo racconto sono da intendersi rivolte ESCLUSIVAMENTE a un pubblico adulto! Linko la mia pagina ufficiale Facebook dove potrete leggere il riassunto delle parti precedenti.
Grazie!

“Boh, forse si. Ma è una cosa che mi fa paura.”
“Che cosa? A me lo puoi dire, cazzo!”
“Meglio di no. Ma prima o poi è un dubbio che mi dovrò togliere o mi impedirà di vivere…”

La bara, una povera cassa di legno offerta dal comune, fu tumulata in alto, verso la terza fila. Sul marmo fresco avevano scritto incidendo con la punta di uno scalpello il nome Pintori, in attesa di una lapide vera e propria, semmai in futuro ne avesse avuta una. Tutto lì. Un vento gelido e impetuoso fece svolazzare i cappotti di Agosti e di Gualtiero, compunti seppur con le mani sprofondate nelle tasche ampie. Capuano stava leggermente più indietro, vide l’amico allungare una mancia al muratore e questi si allontanò dopo aver rimesso a posto la scala quadrata in ferro. Tutto attorno silenzio, a parte lo sfrigolio delle erbacce, ignoti militi di defunti presto dimenticati. Rimasero con i nasi all’insù, verso quel rettangolo murato accanto agli altri morti.
Gualtiero rabbrividì dal freddo, batté i piedi in terra e tornò a guardare verso Paride, senza sfilare le mani dal caldo rassicurante delle tasche foderate. Agosti stava immobile. Gualtiero si guardò attorno, non c’era veramente nessuno.
“Possibile”, disse rispettosamente tenendo la voce bassa, “che non avesse un parente, un amico, un cane che gli volesse bene?”
“Nessuno. Di certo credevo, speravo, che almeno coloro che lo hanno sfruttato una vita, nel settore della pornografia, si affacciassero per salutarlo. Almeno oggi.”
“Io… non vorrei finire così, Paride… senza manco una foto sulla tomba.”
“Perdio! Proprio a lui, che fotografava divinamente!”
Gualtiero gli si avvicinò, stringendogli una spalla con la mano. Fu una stretta rinfrancante.
Paride si voltò per fissarlo bene in volto, l’amico Capuano: “Gualtié, ancora grazie per avermi avvertito subito della resa della salma… dirgli addio un’ultima volta mi fa stare meglio.”
“Ma non così bene, vero?”
Paride serrò le mascelle. “No. La morte di Stefano è collegata alla vicenda della villa, ed è un dramma da accollare all’assassino di Svetlana Dasaniev: ho perso un amico, Azumi, e forse non sono poi quel gran poliziotto che si dice in giro, ma di una cosa sono certo, convinto: non avrò pace fino a che non avrò scoperto chi c’è dietro a tutto questo orrore, dovessi finire anch’io sotto un metro di terra!”
 “... intanto potrebbe finire incriminato per occultamento di prove, intralcio alle indagini, negligenza e… vado avanti, ispettore Agosti… ?”
Voltandosi verso il vialetto alle loro spalle, Paride e Gualtiero videro giungere Caruzzi, Toselli e un paio di sbirri in borghese.
“Cristo”, sussurrò Capuano, “questo stronzo parla come il Tenente Colombo!”
“Lascialo fare!”
Il quartetto si avvicinò indolente verso lo spoglio funerale. “Allora, Agosti? Siamo diventati uccel di bosco… ”
“Non qui e non ora, Caruzzi.”
Il capo sorrise con fare teatrale allargando le braccia e fissando i tre accompagnatori, con Toselli visibilmente imbarazzato.
“E dove?” gli disse ancora Caruzzi, sfavillante nella sua dentiera strampalata, “dorme qua e là come un senza tetto, non si fa vedere in commissariato e agisce come se l’inchiesta Svetlana fosse sua!”
“Era un mio amico, quello appena tumulato! E anche l’inchiesta Svetlana lo è, un po’, la mia!”
“Magari se fosse venuto a vuotare il sacco invece di giocare a Sherlock Holmes il Pintori sarebbe ancora vivo!”
“Ma vaffanculo!”
“No, é lei a finire a puttane, amico mio, e una spintarella gliela do volentieri anche io, porca puttana! Ma si rende conto si o no? Nasconde un assassino, interroga famiglie intere senza averne l'autorizzazione, usa Capuano come fosse il suo autista personale e tratta i suoi superiori come pezze da piedi! Io sono stufo, Agosti, stufo marcio di lei, dei suoi modi di fare e dell’atteggiamento arrogante e presuntuoso indegno per tutta la categoria!”
Agosti sorrise. “La categoria…”
“Rida pure, le preparo una lettera di richiamo così lunga che da Milano la spediscono direttamente a Udine, così vediamo se impara un po’ di buone maniere!”
Agosti si avvicinò a Caruzzi, con fare così minaccioso che i due poliziotti di accompagno istintivamente si porsero davanti al loro capo per proteggerlo.
“Tu sei stufo, Caruzzi?” si limitò a dire Agosti con un tono gelido, “se solo sapessi quanto è colmo il mio,  di limite di sopportazione, cazzo, ti toglieresti dalla faccia quell’odiosa espressione strafottente!”
“Paride…” provò a intervenire Toselli, ma ebbe l’impressione netta e precisa di aver ficcato il dito in una presa della corrente.
“Limitati a stare lontano dal mio commissariato e resta accucciato fino a che non avrai notizie dai tuoi superiori!” Nonostante il tono secco e bilanciato, Caruzzi aveva una grossa vena pulsante che affiorava sulla tempia destra. Indicò la tomba di Pintori: “Quello è l’assassino di Villa Salieri, che ti piaccia oppure no! E dovresti vergognarti solo di frequentare certa gente, vista la divisa che porti!”
“Ti piacerebbe, eh? La verità è che attorno a quel lago c’è qualcosa, qualcosa che vi fa fessi, e non è poi così difficile visto che non siete capaci nemmeno di pulirvi il culo da soli!”
“Continua, continua pure…”
“Ci puoi giurare: tu non hai alcun motivo per allontanarmi dalla città, e io mille per restarci! Vedremo chi la spunta, grosso sacco di merda!”
Gualtiero lo tirò per la giacca. “Basta, vieni via che hai già fatto abbastanza casini…”
Il gruppetto di sbirri prese ad allontanarsi dal luogo, solo Caruzzi, fatto qualche passo, tornò a voltarsi verso Capuano, parlandogli con tono perentorio: “Con lei ci vediamo nell’ufficio di Toselli prima che prende servizio.”
“Io… si, certo.”
Spariti alla fine del vialetto, Agosti tirò la giacca violentemente dalle mani di Gualtiero; “E lasciami cazzo, non sono mica un cane!”
“Quello te lo mette nel culo, Paride… possibile non lo capisci? Alle volte mi chiedo cosa mai ti passi per la capoccia!”
Agosti abbassò il capo, lo fece con tale velocità che parve fosse stato colpito da un fendente alla nuca. “Sono stanco, Gualtié, così stanco…”
Capuano gli poggiò una mano sulla schiena. “Ma allora perché non molli tutto e te ne vai? Perché non ti godi l’aspettativa e fai un po’ d’ordine nella tua vita? Pintori non ritornerà, niente lo farà tornare in vita, Paride…”
“Io non voglio diventare come loro, Gualtié… accartocciarmi su me stesso col passar degli anni, desiderare che il giorno finisca presto e che la notte mi porti solo oblio senza sogni, sentire avvizzire ogni sentimento, fagocitato dal tempo, dalla noia, dall’usura… ritrovarmi a prendere rilievi su un’automobile ribaltata con dentro quattro morti senza che ciò mi faccia alcun effetto…”
“E’ una cosa normale, Paride… succede agli infermieri, ai dottori e persino ai veterinari… e succede a noi, dannato testone: è un meccanismo di difesa se vuoi, parlare di una partita di calcio mentre stai sulla scena del crimine, sdrammatizzare con feroce ironia davanti ad un cadavere pronto per l’autopsia… è normale ti dico, aiuta a sopravvivere, a farti crescere il pelo sullo stomaco…” 
Agosti scosse il capo guardando l’amico negli occhi. “No, non è normale… sai che non lo è.”
Capuano sorrise e gli occhi piccoli gli si ingrandirono strafottenti. “Andrai avanti, vero?”
“Si. Fino in fondo. Costi quello che costi.”
Capuano continuò a sorridere scuotendo la testa. Rifletté un po’, poi mise le mani in tasca e ne estrasse un piccolo foglietto, sul quale stavano alcune parole, molte delle quali cancellate; “Ecco, tieni allora: è quello che mi hai chiesto di cercare!
Scosso dalla notizia, Agosti parve di nuovo presente a se stesso: prese il foglietto e lo lesse con tanta determinazione che Capuano non si sarebbe stupito vedendoglielo mangiare. Trascorsero alcuni minuti, poi Paride tornò a guardare verso Gualtiero.
“Hai scartato tutte le parole, tutte tranne questa…”
Edonis. Ho chiesto in giro, si. E non è stato facile.”
“Va bene, ma… Edonis, che cazzo vuol dire?”
“Non me lo chiedere, so solo che i carabinieri hanno un fascicolo con riferimento a questa parola.”
“I carabinieri?”
“Si, non so altro. Vai alla caserma dall’altra parte del lago, proprio dirimpetto a Villa Salieri e vedi un po’ se ti raccontano qualcosa, io ho già faticato per trovare il collegamento.”
“Ci vado si, stai pur certo che ci vado!”
Agosti vide dall’altra parte del vialetto una donna compunta stretta in un abitino arancione. Mise il foglietto in tasca e andò in quella direzione.
“Stai attento, Paride. Io ti ho avvisato.”
Agosti affrettò il passo verso la donna tendendo una mano all’indietro, come a salutare Capuano; “Ma si, si. Stai tranquillo!” Gualtiero dunque si strinse il bavero della giacca sulla gola e andò via.
Elena si vide riflessa pallidamente nelle iridi di Paride Agosti. Lo salutò con un impercettibile segno del capo.
Agosti la scrutò a lungo, come avesse intenzione di leggerle dentro. La donna stette diritta con uno strano comportamento.
Strano, si. Quasi compunto, si diceva, ma il rossetto grossolanamente fuori dalla linea delle labbra e la borsetta di finta pelle stridevano con la dignità esibita all’ombra della tomba di Stefano. Si costrinse a guardare negli occhi il poliziotto.
“Non c’era nessuno, vero?” Suonò a metà tra una domanda e una triste affermazione.
Paride vide le rughe sul collo di lei celate maldestramente da due dita di fard e il seno florido strizzato da un push up ben visibile dal bordo dell’abitino.
“La tumulazione è finita da un pezzo.”
Elena si accese una sigaretta con fare nervoso, pizzicò il filtro con il pollice tentando di guardare lontano. “Non rompermi i coglioni, Paride, sono già sufficientemente avvilita.”
Lui mise le mani in tasca e assieme guardarono verso l’alto, in direzione di tutto ciò che rimane di una persona andata per sempre.
“Letto i giornali? Non si parla d’altro… prima l’hanno ammazzato, ora gli rovesciano addosso palate di merda…” continuava a tenere un tono di voce afono e distante. Lo hanno in molti, parlando con un poliziotto.
Paride non aveva voglia di rispondere alcunché, infatti rimase muto.
Elena aspirò un quarto della sigaretta. “Che schifo… è la cosa peggiore che possa capitare ad una persona, morire nel corpo e nella memoria.”
“No”, esclamò finalmente Agosti, senza guardare la donna; “La cosa peggiore che possa capitare è che il tuo assassino non venga mai preso, che la giustizia langua in un fondo di magazzino, che la verità rimanga nascosta!”
“Cazzo, sei tu il poliziotto, queste cose le vieni a dire a me…?”
Agosti si scoprì a sorridere. “Già”, farfugliò, “hai ragione…” volse le spalle e lasciò il cimitero.
Su, in alto, perpendicolare alla città, una leggera pioggia acida cominciò a toccare ogni superficie, leggera e silente, simile a calde lacrime di angelo pietoso.

“Sapevo; io… lo sapevo in qualche maniera…” Riccardo si asciugò il pianto col dorso della mano, assolutamente incapace di frenare la commozione a lungo trattenuta: scostò coi piedi l’immondizia e il letame accumulato sul fondo dell’incredibile abitazione e poi si avvicinò un po’. Vedendo la figura di fronte impaurita e nervosa si frenò, mettendo le mani in avanti: “No, non aver paura… possibile mai non mi riconosci? Guarda che te ne devi andare! Lasciati aiutare… vuoi?”
Di fronte occhi selvaggi lo scrutarono nervosamente, metà del corpo era avvolto dal buio.
“Come ci sono arrivato io, qui, può farlo chiunque… anche… anche la polizia, capisci?”
Erano occhi iniettati di sangue ad ascoltarlo dal fondo del luogo. Sulla fronte tracce di sporco e di sangue rappreso; l’odore, terribile.
Riccardo Salieri allungò una mano, scoprendola tremante e incerta. “So quello che hai fatto, non te ne faccio una colpa… io, come potrei? Coraggio, prendimi la mano e vieni lentamente… dobbiamo andare via… su, vieni!”
Dal fondo la figura, lentamente, avanzò qualche passo verso il giovane, calzava logori stivali di colore diverso e non sembrava ancora convinta.
Salieri tese anche l’altra mano, prendeva coraggio e confidenza. “Non è stato così difficile trovarti, sai, non per me!” sorrise, “ma io conosco tutto, tutte le brutte cose del passato…vieni… così, lentamente… verso di me… non aver timore!”
Furono finalmente vicini. Riccardo accarezzò la figura, guardandola bene in volto: ma gli occhi, quegli occhi, erano ancora terribili e crudeli, iniettati di sangue e di violenza. Riccardo poté quasi annusare la tensione e l’orrore del posto, ma quando si avvide che la persona davanti a lui stringeva forte una grossa pietra spigolosa, fu troppo tardi. Seguì con gli occhi la pietra alzarsi sulla sua testa e, invece che coprirsi a mo di difesa, fece solo scorrere lo sguardo sulla faccia di fronte a lui, sorpreso. “No!” gridò disperato, poi la pietra scese sulla sua testa, frantumandogliela in un’orribile poltiglia gialla.

Scomposto, quasi sdraiato, Agosti attese con le mani chiuse sullo stomaco che qualcuno lo ricevesse. S’era quasi addormentato, con lo sguardo fisso avanti a sé, mirato a vedere senza osservare un quadro di due carabinieri a cavallo nei pressi del Colosseo e l’immancabile calendario della Benemerita. Stava così, vivo senza pensare a niente nella sala d’aspetto della caserma intitolata ad un oscuro appuntato caduto per la Giustizia.
Passarono una quarantina di minuti durante i quali stette fermo e immobile come una lucertola al sole, quando finalmente un militare molto giovane si affacciò sorridendogli.
“Da questa parte, ispettore, l’archivio è in fondo alle scale, sulla destra. Dovrà arrangiarsi da solo, il vecchio archivista, il maresciallo Rocchi, è andato in pensione e ancora il comandante di stazione non s’è deciso a sostituirlo.”
Non sapeva bene il perché, ma Agosti non rimase stupito dalla notizia. Si alzò, abbozzò un sorriso di circostanza e si stirò malamente. Fece qualche passo in direzione della zona indicata, sentì forte su di lui lo sguardo del giovane carabiniere e allora si voltò: “Cerco notizie su una pratica, un caso che avete chiamato Edonis, pensi che potrò avere notizie da qualcuno in carne e ossa, oltre che dall’archivio cartaceo?”
Il militare ci pensò un po’ su, strinse le labbra in cerca di una buona risposta: “Non so, non credo… se è una vicenda vecchia le serve un ufficiale o un sott’ufficiale che abbia memoria dell’epoca… ma il vecchio comandante è morto l’anno passato, e come detto Rocchi non è più in organico.”
“Si, ho capito.”
“Tuttavia abbiamo da tempo iniziato a informatizzare il nostro archivio, troverà due pc a sua disposizione. Di più non posso fare!”
“Grazie.”
Scese nell’archivio e lo trovò pulito e ben ordinato; poggiò il cappotto sulla prima poltrona che vide e inforcò gli occhiali: aveva una febbre da ricerca difficile da tenere a bada quindi iniziò subito a scorrere le pratiche, i faldoni e i raccoglitori più vecchi. Ben presto lo scorrere del tempo si fece opaco e lontano nella sua mente; i carabinieri avevano decisamente fatto un buon lavoro, la polvere poggiata sopra le pratiche era assolutamente assente dai titoli e dalle annate, e non mancavano marcature sulle scritte più vecchie, fatte con un pennarello dalla punta nuova.
Tutti quei nomi, quei numeri di referti e di pratiche, quegli anni così lontani nel tempo e da lui, vorticarono confusi dentro i suoi occhi, dandogli un vago senso di ipnosi rilassante; crimini e criminali, vittime oltraggiate da brutali assassini che erano velocemente balzate agli onori della cronaca mentre loro, i caduti, finivano in vecchie foto in bianco e nero delle quali nessuno ricordava più le generalità. Per sentirsi vivo pronunciò a fil di denti i numeri letti, i nomi scorsi, come quando da ragazzo lavorava come commesso in una grande libreria del centro di Roma per mantenersi gli studi e gli toccava di sistemare le rese. I minuti prima e le ore dopo scivolarono silenti senza che nessuno lo molestasse, salvo fatto per qualche militare che ogni tanto entrava svagato a cercare qualcosa. C’è routine in ogni cosa, pensava spesso, anche per il crimine. Al calar della sera vide in alto, oltre il quarto scaffale, un faldone tenuto insieme da un fiocco di corda impilato sopra una fila di cartelline colorate; si leggevano chiaramente le prime due lettere, ED, e una data aggiunta a penna sotto, il millenovecentottanta. Si allungò sullo sgabello e galvanizzato tirò giù il plico.
Leggero.
Un po’ troppo leggero.
Furibondo slacciò la corda e in una nuvola di polvere ebbe conferma al terribile sospetto:
Il faldone con la scritta “Edonis 1980” era vuoto. Totalmente, irrimediabilmente vuoto.

“Ma allora cosa pensi? A cosa pensi?”
Paride guardò velocemente verso Azumi, ma così furioso che la ragazza si ritrasse.
Si alzò, infilò le mani in tasca e parve infine rilassarsi espirando tristemente. Si avvicinò alla finestra, dove i riflessi dell’alba creavano curiosi giochi sui vetri, e schiacciò il naso opacizzando la superficie con il vapore del respiro. Si volse un paio di volte, tentennò su cosa dire, su quale risposta scegliere; si limitò infine a sorridere amaramente.
“Non lo so, Azumi – chan, non so più a cosa pensare… se analizzo freddamente i dati, ho sotto gli occhi prove scomparse, personaggi dal passato oscuro, archivi andati a fuoco e un lago che sembra fagocitare tutti coloro che osano ficcarci il naso…” lei trattenne il fiato, non voleva interrompere il flusso dei pensieri di Paride, e in un lampo le tornarono in mente le frasi, le orribili cattiverie vomitate addosso all’ex compagno quando lui era tornato a Roma. Si trovava davanti un uomo triste e stanco, con le maniche della camicia consumate a forza di arrotolamenti, la barba folta e i capelli spettinati che davano l’aspetto d’insieme di uno scienziato pazzo scarsamente ispirato; “Ma sono solo”, continuò il poliziotto, “sono invischiato fino al collo in una vicenda che mi respinge e attrae come nient’altro nella mia carriera… nella mia vita. E quello di perdere la freddezza e l’obiettività è un lusso che non posso permettermi, Azumi.”
Lei annuì compostamente, con rapidi scatti della testa, alla maniera giapponese. Paride sorrise ancora. “Io… ti ringrazio per aver deposto le armi durante questi giorni difficili…l’ho apprezzato molto, credimi.”
“Lo so.”
Agosti tolse le mani dalla tasca, prese la giacca con due dita, se l’infilò stancamente e poi mise anche il cappotto. Continuò a guardare Azumi. Lei stava diritta con le mani unite davanti al grembo; “Dove vai, Paride? Hai bisogno di dormire.”
Agosti aveva un’ombra davanti agli occhi, un velo nero profondo e impenetrabile, forse portato dall’altalenarsi delle emozioni: dalla forza ostinata di un giorno alla quasi rassegnazione di un altro. Si avvicinò alla porta e impugnò la maniglia, facendo rumore.
“Provo l’ultima carta, un incastro difficile, una mano senza bluff o rilanci.”
“Non capisco.”
“Non importa. Ciao.” Uscì e si apprestò a chiudere la porta dietro di lui, quando la voce di Azumi gli arrivò ancora, quasi flebile: “E se quest'ultima carta va male, Paride… ?”
Era una domanda legittima. Scomoda ma legittima, alla quale preferì non rispondere, terminando di tirarsi dietro la porta tenendo gli occhi chiusi.

L’abitazione era in estrema periferia, un seminterrato vasto e dalle mura spesse, d’altri tempi; la porta d’ingresso aveva ai lati delle erbacce cresciute che stonavano col legno massiccio e con l’intonaco cadente. Nessun nome sul campanello, niente numero civico.
Paride suonò al campanello rotondo, ma esso non emise alcun suono. Allora bussò forte, con impazienza, tre / quattro volte.
Dietro la porta, lontano, udì un lento strascicare di ciabatte, immediato, segno inequivocabile che la persona disturbata era ben sveglia alle prime ore del mattino; attese ancora a lungo, poi una voce aspra e sprezzante gli giunse chiara e forte.
“Chi diavolo è a quest’ora? Devo uscire a prendervi a calci in culo?”
Paride sorrise sotto ai baffi.
“No, Conrad, sono io: Paride Agosti.”
Ancora silenzio.
Poi: “Paride Agosti? Che ci fai a Roma? Ti hanno cacciato dalla polizia?”
“Se apri te lo racconto, vecchio cazzone…”
Fu quindi un rumore pesante di catene, catenacci, chiavi; infine la porta si aprì, ma una catenella rimase a dividere i due. L’uomo dall’altra parte scrutò bene Agosti, senza aprire del tutto. “Sei proprio tu, ti sei fatto crescere la barba? Ti sta malissimo. Vieni, entra.”
Una volta oltrepassata la soglia, il vecchio richiuse con cura sigilli e catenacci. Aveva una faccia segnata dalle rughe, che attraversavano tutta la superficie solcandola come tanti laghi su una mappa geografica; i capelli, bianchissimi e soffici, stavano tondi e elettrici, mentre una corta e fine barba bianca spezzava l’armonia aspra del viso. Niente baffi. “Vieni, vieni, rompicoglioni… ti pare l’ora di disturbare un povero anziano?”
Agosti notò che il corridoio basso era pitturato di nero, e che tutti gli specchi erano stati imbrattati da una vernice del medesimo colore. Oltrepassarono una piccola cucina e un salottino, quindi giunsero in una sorta di studio, caotico e disordinato. Videocassette e riviste giacevano dappertutto, persino in alcuni portavasi, e c’era una puzza di chiuso da fare schifo. Accanto alla finestra, murata, stavano appoggiate le imposte della finestra e alcuni utensili per muratura.
Paride si slacciò la camicia nell’ultimo bottone in alto. “Cazzo, ma come fai a respirare qui sotto, Conrad?”
“Non ho tempo di respirare: trovati una sedia e spiegami il motivo della tua +visita.”
 Agosti poggiò delicatamente in terra alcuni quadri a olio dipinti frettolosamente e sedette incerto su una sedia di legno. Accanto a lui, sul tavolino, vide una teca di legno e vetro, delle misure di circa mezzo metro per trenta centimetri, al cui interno si scorgeva una noce di cocco vuota spaccata a metà e adagiata sul fondo, accanto a una minuscola ciotola in plastica dentro cui si agitavano un paio di camole della farina.
“Allora?” borbottò il vecchio sistemando alcune cose accanto ad un computer, mostrando una divertita insofferenza.
Agosti tornò a guardare verso Conrad, ma non era minimamente a proprio agio.
“Mi sto occupando dell’omicidio su al lago, quello della giovane…”
“Svetlana Dasaniev?”
“Esatto.”
Conrad si versò uno strano intruglio in una tazza verde ma non lo bevve, lo poggiò accanto ad altri bicchieri sporchi nei pressi della tastiera. Per quanti sforzi facesse, a Paride fu impossibile stabilire con certezza la fascia d’età del vecchio rugoso.
“Ufficialmente… ?” domandò ancora Conrad, spostando a casaccio pile di riviste impolverate.
“No.” Rispose senza fretta lo sbirro.
Conrad si illuminò in uno strano sorriso. “Allora raccontami tutto, non ho simpatia per le cose ufficiali! Non ho simpatia nemmeno per la polizia, in verità.”
“Ma ci hai collaborato per trent’anni.”
Il vecchio smise di fare ciò che lo aveva impegnato fino ad allora e si piazzò a pochi centimetri dal poliziotto: “Io ho dato una mano affinché dei mostri venissero tolti dalla circolazione e rinchiusi in luoghi a loro consoni. Per fare ciò, avrei collaborato persino con la Gestapo, te lo posso garantire!”
Mostri?”
“Si, mostri. La cosa ti scandalizza?”
“No. Solo, sono abituato al political correct di studiosi come te.”
“’Fanculo. Ho scritto qualche libro, si, che ha venduto pure parecchio… ma non mi reputo uno studioso, semmai un cacciatore. Perché questo ho fatto per tutta la mia vita, Paride, cacciare e mettere al sicuro criminali orribili come serial killer e maniaci assortiti!”
“Mostri…”
“Io ho interrogato decine e decine di serial killer: italiani, austriaci come me, australiani, americani, russi… nella stanza c’eravamo io, loro e medici e psichiatri.”
“Lo posso immaginare…”
“Sai che di qualche figlio di puttana abbiamo persino analizzato il cervello dopo che erano schiattati? Ebbene, una buona parte di loro non aveva anomalie, traumi o segni concreti di malattie mentali…”
Agosti avvertì un brivido di freddo.
“…Eppure pochi mesi prima avevano sterminato famiglie, torturato a morte giovani studentesse, massacrato bambini…”
Agosti guardò ancora verso la teca.
“Come te lo spieghi?” incalzò il vecchio.
“Hai provato a domandarglielo?” rispose Paride.
“Ci puoi scommettere la vita, che l’ho fatto: e l’ho fatto guardandoli diritti in faccia!”
Agosti decise di reggere il peso dello sguardo del vecchio, e lo fece fissandolo negli occhi a sua volta. Nello sguardo di Conrad c’era qualcosa di spento, qualcosa di morto: “Molti di loro hanno risposto sorridendo sotto ai baffi come un gatto che ripensa all’ultimo topo che ha ingurgitato… altri mi hanno detto che lo avevano fatto perché gli piaceva, ed erano sicuri che sarebbero tornati di nuovo liberi per rifarlo ancora!” Conrad afferrò un bicchiere di carta con dentro acqua e lo bevve d’un sorso, aveva un lieve tremolio alla mano. “Diversi, infine, hanno scrollato le spalle rivelando che lo dovevano fare e basta. Gente normale, Paride, come me o te.”
“Ricordo un tuo testo, Missione uccidere, nel quale riportavi un’antica teoria…”
Conrad sorrise. “Lo ricordi? Allora non sei cambiato. Già da piccolo avevi un cervello diverso dai tuoi coetanei: sveglio, lucido, selettivo… e con una memoria prodigiosa…”
Agosti non disse nulla.
“…Avevi una carriera sfavillante davanti, invece ti sei messo a fare il cane da guardia…dov’è che ti hanno mandato, ultimamente? A Milano? Ecco, bravo, salutami Milano… ti occupi di antiterrorismo?”
“Mi occupo di ciò che serve.”
“Ah! Ah! Ma non farmi ridere: sei allergico alle autorità, detesti ricevere ordini da mediocri burocrati e ti commuovi ancora di fronte alla disperazione di una persona… ammetti di aver fatto la scelta sbagliata, arruolandoti in polizia, e basta!”
Agosti strinse la lettera consumata nella tasca del cappotto.
“Lo ammetto…” sussurrò.
 “Non ho niente da offrirti, mi dispiace. Non ricevo mai visite e detesto la gente!”
 “Parlami di quella teoria, Conrad…”
“Quella su Missione uccidere? La sentii per la prima volta in India, un altro paese che ha la piaga dei serial killer, me la espose un uomo di religione di laggiù, un guru sikh o qualcosa del genere… quando seppe che mi occupavo di catalogare i vari tipi di assassini seriali mi scoppiò a ridere in faccia! Sosteneva infatti che un serial killer altri non è che un demone sotto forma umana mandato sulla terra per uccidere. Null’altro. Semplice, no?”
Paride Agosti mise una mano in tasca, estrasse il foglietto con su scritto Edonis e lo mise sul tavolino del computer, sotto il naso del vecchio. Ci mise quattro dita sopra e lo spinse verso Conrad.
“Io cerco il mio demone.”
Per un lunghissimo istante Conrad sostò in piedi, fissando il foglio di carta stropicciato; a Paride sembrò che il vecchio stesse facendo mente locale, o semplicemente stesse metabolizzando il nome scritto. I secondi si fecero pesanti come macigni. Conrad alternò l’occhio sul nome e sul viso di Paride, impassibile. Poi il vecchio grinzoso aprì un mobiletto in alto con le mani dalle quali spuntavano gli angiomi e ne trasse un paio di occhiali spessi e dalla montatura antica; se li mise spingendoli sul naso. L’atmosfera si fece lucida e tesa.
 “... devo sapere tutto su questo nome e chi lo porta, Conrad: non ho altro.” Ribadì visto che il vecchio non apriva più bocca.
“Tu non sai niente…”
Paride aprì le braccia sconsolato. “Io… no, cazzo, certo che no! Sarei forse venuto a romperti i coglioni, altrimenti?”
Conrad scosse il capo sorridendo ironico. “Stupido…”
Paride si accorse che Conrad non scherzava, non scherzava affatto.
“Stupido!” ribadì ancora avvicinandosi alla teca di vetro.
“Ti sto chiedendo aiuto, caprone, e tu…”
“No!” lo interruppe l’austriaco, “mi stai chiedendo di squarciare un velo antico che cela orrori inconfessabili che potrebbero costarti la vita!”
“Io non ti capisco, veramente!”
 “No? Allora guarda qui…” il vecchio batté con un dito sul vetro, di fronte al rifugio di cocco. “Lo vedi quel verme grassoccio nel recipiente?” domandò con impeto.
“Andiamo, cosa vuoi che mi importi di una camola! Io…”
“Lo vedi oppure no?”
“Si, cazzo, lo vedo!”
La gonfia camola si rigirava nella sua bassa prigione, dava quasi l’idea di un grasso mercante comodamente affondato nel suo letto. “Ecco, osservala bene… tra poco si renderà conto che non è così difficile trascinarsi verso il bordo della vaschetta e uscirne! Vedrà colui che vive nella noce di cocco, ma non se ne curerà, perché non conosce i predatori, è sempre vissuta in uno schifoso pabulum di farina, miele, biscotti tritati e riso!”
Il verme vagò cambiando continuamente direzione.
“… se ne avrà occasione gli andrà incontro, anche se vede nell’ombra le zanne velenose… e finirà divorata.”
“Beh, pazienza, mi dispiace tanto per quel verme, ma io cosa…”
“Tu sei uguale!” il tono del vecchio si fece alto e sprezzante; “Mi chiedi chi porta il nome Edonis, dimostrandomi così la tua enorme ignoranza!”
Conrad afferrò un mucchio di giornali e li batté violentemente su un’altra scrivania ingombra di materiale vario. “Vi date arie da grandi investigatori, ma non andate più in là del vostro naso…” si voltò all’improvviso fronteggiando Paride Agosti: “La domanda giusta, caro Paride, non è chi portava quel nome, ma quale organizzazione se ne servì per le orrende malefatte! Dove lo hai scovato…?”
Colpito da tutto quanto, Agosti balbettò qualche cosa, poi tornò a guardare la teca, col verme che scendeva lentamente dal piccolo recipiente. “E’ tatuato sul polso dell’assassino di Svetlana, Conrad, è tutto quello che ho scoperto!”
“Tutto? E ti pare poco, razza di incosciente?”
“Insomma, io non so niente di quello strano termine, intesi? Se sono venuto da te è per averne lumi! Ma se devi fare lo stronzo io me ne vado anche subito… cazzo, un amico è morto per questo e io non ho intenzione di…”
“Non hai trovato niente, giusto? Vecchi inquirenti distratti, prove scomparse, reperti distrutti.”
Paride tornò seduto. “Scomparso, tutto scomparso.”

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