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venerdì 11 dicembre 2015

L'apostolo nel buio, sesta parte.

Riassunto sulla mia pagina Facebook, amici!
Il romanzo é esclusivamente per un pubblico adulto.

“Vabbé, bevi adesso… non c’è proprio niente che puoi dirmi, Riccà? ... che possa aiutarmi?”
Il giovane uomo bevve la sua birra fermandosi poi d’improvviso. Si asciugò la schiuma dalle labbra fissando il vuoto dietro di Agosti. “Si”, rispose infine: “Vattene. Lascia perdere tutto e vattene via. Non c’è nessuno che riesca a salvarsi, una volta attirato dal lago… a me ha mangiato quasi tutta la famiglia.”
Agosti bevve a sua volta. “Già”, mormorò, “e a me sta fottendo l’anima…”
Dopo un protratto, ambiguo silenzio, Paride sentì vibrare il telefono cellulare.
“Agosti.”
Dall’altra parte lo raggiunse la voce di Gualtiero: “Paride, guarda che Toselli e Caruzzi ti cercano per via di quel tuo amico, il fotografo…”
“Che vogliono?”
“Non hai preso il giornale? Pintori è indiziato per il delitto del lago, e i media hanno preso il suo suicidio come una specie di ammissione di colpa!”
“Cazzo, è assurdo!”
“Beh, non è che avesse la fedina penale immacolata e la roba trovata vicino al cadavere era sua…”
“Lo so, lo so, non mi raccontare di nuovo le stesse stronzate! C’ero pure io quella notte, te lo sei scordato?”
“Non t’incazzare! Tu piuttosto, trovato niente?”
Agosti guardò verso il giovane menomato, che guardava in alto come non gli fregasse niente del mondo. 
“Macché”, rispose, “Niente di niente…”
“Con quei due che faccio?”
“Coprimi ancora, Gualtié, devo avere il tempo di inventarmi qualcosa!”
“Ci proverò. Senti, del rollino che doveva avere Pintori non abbiamo trovato traccia, tu ne sai qualcosa?”
“Io? No… cosa vai a chiedermi?”
“Mmm. Va bene, ma stai in campana Paride: ci sentiamo presto!”
Il rollino, già. Un mucchio di fotografie scattate male e che già erano costate la vita ad una persona.
Ma non gli era rimasto altro. Si alzò, pagò per lui e per il ragazzo e se ne uscì, tuffandosi nella notte.

“Ho saputo di Stefano… Dio quanto mi dispiace, Paride! Ho letto che è stato lui a…”
“Tu non devi dispiacerti di niente e non leggere di nessuno, Azumi! Devi solo prestarmi il tuo studio per qualche ora e basta!”
La ragazza rimase impietrita dallo scatto d’ira dell’ex compagno. “La strada la conosci, no? Fai quello che devi fare e poi vattene.”
Agosti poggiò gli occhiali che s’era messo sul tavolino del soggiorno e si massaggiò il viso con entrambe le mani. “Scusami, Azumi… scusami… sono sotto pressione e sto tentando di dare una mano a quello che era un mio amico… già ho digerito a fatica ciò che è successo, accettare ora che lo si incolpi di aver torturato e ucciso mi fa impazzire!”
“Non t’avevo mai visto così. Da quando sei tornato a Roma niente è come prima. Lasciati aiutare.”
Si guardarono a lungo.
Lui si alzò, prendendo la sua borsa e il pacchetto delle fotografie: “No, Azumi, no… sotto a questa faccenda c’è tanta di quella merda da sommergere chiunque ci ficchi il naso; lasciami se vuoi,  torna a Nagoya o dimenticami col primo che passa… ma non chiedermi di trascinarti in tutto ciò, perché sento che è orribile.”
“Hai paura?”
Chiuse gli occhiali e li mise nel taschino della camicia. “Io… vado di là, preparami un caffè lungo, di quelli che sai fare tu: mi aspetta una lunga notte…”
Senza fare il minimo rumore, la giovane orientale girò su se stessa e scomparve oltre la cucina. 
Paride si sistemò nello studio della ragazza, aprì il portatile sulla scrivania e vi collegò lo scanner di Azumi. Mentre il sistema operativo veniva caricato, Paride si immerse completamente nei propri pensieri, nelle ansie e nelle paure di chi ha l’ultima carta da giocare.
Diede ancora uno sguardo a quelle maledette fotografie, benché ne conoscesse a memoria ogni piega, ogni sfumatura di colore, ogni minimo dettaglio. Scartò tutte tranne una, posizionandola con estrema cura nello scanner. Era l’unica foto che gli aveva lasciato più di un dubbio, quella con l’assassino che guarda diritto dopo aver tagliato la testa della povera vittima. A occhio nudo si vedeva bene che indossava guanti sterili, ma c’era qualcosa, come un puntino tra il polso e l’inizio della maglia scura indossata dal massacratore, che lo aveva incuriosito. Alla scientifica sarebbe stato infinitamente più facile ingrandire quel particolare e scoprire cosa fosse, ma non lo aveva fatto. S’era tenuto tutto per sé, e avvertiva un peso sul petto come se conservasse interamente le memorie di un morto; Toselli e Caruzzi gli erano contro, aveva protetto un testimone chiave ora potenziale omicida e certo non poteva presentarsi come niente fosse sventolando le fotografie da analizzare.
E c’era dell’altro.
Ma cosa? Il fatto che poteva non rimanere contento da ciò che avrebbero trovato nelle foto scattate? Qualcosa sul suo amico Pintori? Si massaggiò le labbra prendendole tra indice e pollice, infine si decise ad avviare il programma di scansione. Ne aveva uno formidabile, preso in questura, su a Milano, che dava risultati sorprendenti: certo, bisognava saperlo usare; alzò il livello di DPI quasi al massimo, per una visualizzazione quanto più precisa e potente al momento di allargare l’immagine. Intorno a lui silenzio e la sola luce della lampada.
Azumi entrò in punta di piedi con il caffè. Lo lasciò sul mobile del telefono e sedette compostamente sulle ginocchia. 
Agosti collegò al notebook un piccolo mouse ed avviò la scansione. Stette senza pensare, senza particolari attese, come una cosa che andava fatta e basta; Azumi l’osservò con discrezione. Fece scorrere gli occhi sull’atteggiamento di lui, che teneva il mento poggiato sulle mani e quegli occhi nocciola e profondi che seguivano l’avanzare della scansione con puntiglio non esasperato.
Dallo scanner scese e si mosse una tenue luce orizzontale che camminò per tutta la superficie del piano, bianca e ovattata, accompagnata da un impercettibile ronzio.
All’improvviso, Azumi parlò, spezzando la concentrazione di lui.
“Perché qui? Perché sei tornato?” chiese.
Lui girò il busto verso il caffè e se ne versò una tazza. Lo avvicinò alle labbra ma non ne ingurgitò manco una goccia; “Per le dimissioni. Le mie dimissioni. E’ la prima cosa che ho fatto arrivando è stato venire a dartene notizia.”
Lei sorrise per non far scorrere l’ira. “Balle. Tutte stronzate. E perché saresti stato così zelante da portarle qui, al commissariato di Toselli?”
Paride strinse le labbra, l’espressione si fece cupa e irritata. “Perché a Milano sono stato mandato per occuparmi di una cosa che…”
“Quale cosa?”
“Ma guarda tu che cazzo… ! Che cazzo di domande, ma cos’è, una specie di interrogatorio questo?”
Azumi abbassò lo sguardo sul pavimento, delusa dalla reazione dell’ex compagno. La scansione procedette lenta.
Lui si prese un respiro profondo, rimase seduto ma guardò verso la finestra. Fuori tutto sembrava scomparso.
“Chiamalo come vuoi, se sei incapace di una discussione normale.” Aggiunse la ragazza.
Paride si costrinse a sussurrare: “Ma se quando mi sono precipitato qui con l’auto di servizio mi hai praticamente buttato fuori!” Allargò le braccia, ma sembrò un gesto di resa, allora spostò il mouse senza che ce ne fosse ragione. “Io non sono stato trasferito a Milano, Azumi. Non ufficialmente, almeno; possiamo parlare di decentramento, di prestito o di consulenza a lunga scadenza, se vuoi… ma io appartengo ancora al distretto di Toselli: lì c’è la mia scheda, le mie pratiche, tutto…” pensò alla reazione di Caruzzi, trovandola in quel momento profondamente ingiusta, oltre che ingiustificata, giù al commissariato.
“E a Milano mi sono occupato di terrorismo, anche se mi rendo conto che è un termine eccessivamente generico, per il mio paese…” continuò, “forse è stato proprio il momentaneo incarico a confermarmi certe riflessioni, certi miei dubbi, non lo so…”
“E hai deciso di scendere a rassegnare le dimissioni.”
“Si… mi sono messo in aspettativa e ci ho pensato su, ma è solo un rimandare ciò che sento profondamente. E cioè che devo cambiare vita.”
“Senza quell’aspettativa non potresti occuparti del tuo amico Stefano e di tutta la vicenda del lago.” 
“Guarda che non cambia di molto: per i miei colleghi sono cominciato ad essere né più né meno di un fantasma, per non parlare dei superiori. Muovermi è difficile e pericoloso, per me.”
“E non a Milano.”
“Cosa?”
“Non hai pensato a rassegnare le tue dimissioni lassù. Hai deciso di farlo qui, sapendo che non c’è n’è ragione. Perché?”
“Toselli è il mio capo, non volevo dargli l’impressione che…”
“Perché, Paride?”
“Ma che stai insinuando?”
“Che sei sceso a vedere come erano andate le cose in tutti gli anni che sei stato via; a misurare lo stato del commissariato senza il lavoro del Genio, a studiare l’effetto che avrebbero avuto le tue dimissioni davanti a coloro che placidamente acconsentirono al tuo… momentaneo… trasferimento: a fargli pesare Dio solo sa che cosa!”
“Si, brava. Per me la discussione è finita.”
“Le discussioni non sono mai iniziate con te, Paride. Non mi hai mai parlato del tuo lavoro, di quello che fai o aspiri ad essere: persino del tuo trasferimento l’ho saputo una settimana prima, mentre sceglievi una cravatta per uscire! Tieni tutto dentro e pretendi che la gente della tua vita capisca, anzi, intuisca i tuoi stati d’animo da uno sguardo, un solo gesto! La vita non è così, dannazione!”   
Paride si alzò, indicando la finestra: “Fuori si stanno sistemando la tavola come cazzo gli pare, hanno una drogata su un lettino d’obitorio della quale non frega un cazzo a nessuno, e proprio io gli ho fornito il più comodo (e falso) dei colpevoli, giocando all’investigatore!”
Azumi lo fronteggiò. “A te! A te importa di quella donna, Paride… e al diavolo le tue storie sul prete che ha perduto la fede, perché io leggo nei tuoi occhi che tutta questa faccenda è un rospo che non riesci a ingoiare!”
“Perdio, non so neanche perché stiamo qui a…”
Il pc fece uno strano, breve rumore, una specie di bip smorzato. Agosti ed Azumi si voltarono come se tutti i telefoni di casa avessero iniziato a suonare, poi il poliziotto corse a sedere.
Lo scanner aveva finito di scansionare.
L’aria nella stanza si fece quasi rarefatta dalla tensione, dalla disperata speranza appesa ad un’unica fotografia; Azumi si mise dietro alla sedia di lui, che scrutava perplesso quell’agglomerato di pixel che erano l’ingrandimento dello scatto. 
“E’… la sua mano?” sussurrò la ragazza trattenendo il respiro. Paride annuì. Aprì il cassetto e prese un block notes e poi una penna; incominciò a prendere appunti, sparpagliando tutte le fotografie sulla scrivania. Scrisse:
Altezza media
Corporatura magra
Indossa felpa e pantaloni
Barbone?
Non è mancino
Animale notturno
Tornò infine a focalizzare l’attenzione sull’ingrandimento della mano; all’altezza del pollice, quasi alla piega dell’arto, c’era questo famoso segno, che nel normale sviluppo fotografico appariva come un puntino, ma che l’ingrandimento mostrava come una sorta di scritta, di scarabocchio cutaneo. 
“Cos’è?” chiese lei.
Paride intrecciò le dita della mano appoggiandoci la testa. Non ne aveva la benché minima idea. Indicò il monitor: “Indossa guanti sterili ma non ne ha motivo, visto che sono lerci e strappati, guarda qui e qui…”
“Forse per non lasciare impronte?”
“Questo bastardo non è schedato, Azumi: nulla rilevato dentro e fuori la villa e che possa essere accostato all’omicidio appartiene a qualcuno presente nei nostri schedari… questo almeno è ciò che mi ha riferito Gualtiero…”
Tornarono a guardare ancora l’immagine, con quello strano segno. 
“Che ore si sono fatte?” domandò infine Paride, tempo dopo. Di caffè non ve n’era più traccia. 
“Quasi le quattro.”
Agosti si alzò stirandosi le braccia e la schiena. “Allora per ora basta così, riproverò domani a mente fredda, sperando di avere qualche idea.”
Sulla scrivania, nel disordine, fogli e fogli sui quali l’ispettore aveva provato a schizzare, immaginare, riprodurre quello strano segno della mano. “Poi”, continuò, “se avrò fatto cilecca anche domani, non avrò altro da fare che chiamare Gualtiero e consegnarmi al pubblico ludibrio!”
“Non devi già vederlo, domani? Cioè tra poche ore?”
 Lui si batté una mano sulla testa. “Hai ragione, porca puttana! Vuole dirmi qualcosa di nuovo, anche se non ha accennato nulla per telefono! Chissà che non siano più avanti di me nelle indagini!” Afferrò la giacca e se la mise.
“Ma… adesso dove vai?”
“A prendere aria, Azumi… inutile che mi butti sul divano a girarmi e rigirarmi in preda a pensieri e ipotesi: preferisco uscire a farmi una bella colazione e poi filare da Gualtiero.”
Lei annuì.
Paride la baciò sulla nuca. “Grazie per l’aiuto che mi hai dato, Azumi – chan, e ricorda: Quando sono via non aprire a nessuno e registra ogni chiamata, intesi?”
“Si.”
“Ci si sente in serata, ciao.”
La porta si chiuse, gettando una lunga ombra sull’immobile Azumi.
Gualtiero Capuano guidava un’orrenda Twingo color cachi, con l’interno sporco e trascurato; il sedile cui stava Agosti era squarciato in più punti, e le molle uscivano tra le gambe dell’ispettore. 
“... il più pulito ha la rogna, Paride!” Stava dicendo l’amico, “quella bella lenza di Dasaniev, si, il suonatore di violino…”
“Il padre della vittima?”
“Lui! Sai che abbiamo scoperto sul signorino? Che da giovane è stato processato e condannato per aver abusato di una sua amica, là in Ungheria…”
“Però!”
“Eh!” Gualtiero impugnò il volante con entrambe le mani, tirando su il culo per meglio sistemarsi, ma Paride capì che si trattava di un movimento nervoso. “Altro che! Quello è venuto in commissariato per raccomandarsi, per evitare di sputtanarsi, te lo dice questo stronzo qua! Si vedeva lontano un miglio che non gli fregava niente della figlia, che era venuto solo per evitare casini! Sai che bella pubblicità per il conservatorio?! Io non ho figli, ma certo un padre così…”
  “Come va in commissariato?”
“E come va, hanno un diavolo per capello! E Toselli ti cerca con il vasetto di vaselina in mano; vedessi com’è incazzato! Se l’è presa anche con me!”
 “Dove andiamo?”
“A casa di Antomelli, voglio farci due chiacchiere a proposito dell’ex vicino di casa! Ma con te presente, ecco perché non l’ho convocato in questura!”
“Gualtiero Capuano che si prende una libertà dopo trent’anni di servizio e procede con un interrogatorio non autorizzato? È da tramandare ai posteri!”
“E non prendermi per il culo, dai, che non andiamo a interrogare nessuno…”
“Sospetti?”
“So solo che è un gran casino, Paride, e che da noi non si cava un ragno dal buco… so del tuo amico, so che quando pigli a cuore una vicenda tu…”
“Frena la sviolinata, Gualtié! Ti accompagno volentieri, cazzo! Anzi… sono in debito con te e con Anna lo sai.”
La Twingo svoltò verso un quartiere residenziale un po’ fuori dal centro urbano; la zona era silenziosa e discreta, tutte le palazzine avevano il garage aperto sotto il porticato e ogni balcone si presentava verde e curato. “Ricchi”, si lagnò Gualtiero scendendo dall’auto dopo averla parcheggiata davanti ai bidoni della spazzatura, “curano sempre le cose inutili.”
Si avviarono verso la palazzina alla loro destra e citofonarono a lungo. 

La casa brillava di pulito e di cure quasi maniacali. Il salone era stato arredato in maniera spartana ma efficace, nel corridoio i due poliziotti videro mobili pregiati salire fino al soffitto e tappeti finemente intarsiati ornare le basi dei tavoli e del piccolo studiolo ricavato in fondo al salone, prima della porta del balcone.
 La signora Marisa stette seduta in punta di divano, osservando con fare cortese i due poliziotti seduti sulle poltrone. Gualtiero assaggiò una fetta del ciambelline offerto dalla donna. Questa mostrava un’età tra i cinquanta e i cinquantacinque anni, capelli in ordine, unghie curate e un aspetto generale gradevole e profumato. 
“Signora”, disse Capuano, “noi speravamo di trovare suo marito.”
“Ci sono novità?”
Gualtiero e Agosti si guardarono.
“No; per ora no” rispose lo sbirro, “ma c’è qualcosa che intendevamo approfondire con l’avvocato!”
“Mi spiace molto, è andato a Ferrara per un congresso e non credo sarà qui prima di qualche giorno!”
Gualtiero allargò le mani. “Beh, non è così urgente signora… lei conosceva i vecchi vicini, su al lago?”
“I Salieri?”
Paride Agosti intanto guardò le foto e i quadri alle pareti. Gente di buongusto, senza dubbio…pensò.
“Poco”, continuò la donna, “andarono via all’improvviso, non vennero neanche a salutarci, a dirci una parola: niente! Non che avessimo molta confidenza, ma insomma, l’educazione dovrebbe essere sacra!”
“Che tipi erano?”
“Tristi. Gente sfortunata, intendiamoci, ma anche molto grigi. Stavano l’estate con le persiane della villa chiuse, ricordo che costringevano i figli a scendere a lago con i pantaloncini e le canottiere, roba da fargli prendere la rosolia, povere creature!”
Agosti notò le foto ben incorniciate sui mobili: foto dell’avvocato a cavallo, di loro due in acqua con un delfino e sdraiati con espressione persa ma felice su un campo di margherite.
“Avete figli, signora?” chiese poi Paride, con noncuranza. 
Marisa pose la sua attenzione all’ultima domanda, bilanciando bene il significato della stessa; il poliziotto più giovane dava l’idea di non parlare mai tanto per. Quale poliziotto lo faceva, d’altronde?
“Purtroppo no, ispettore; mio marito è sterile.”
“Mi spiace.”
“E di che? Oramai siamo entrambi fuori tempo massimo anche per le adozioni o per le nuove diavolerie d’oggigiorno.”
Gualtiero prese un’altra fetta di dolce, avvedendosi del fatto che Agosti, con fare discreto, girovagava per il salone sbirciando nelle altre camere.
“Il ciambellone è ottimo, signora, lo ha fatto lei?”
“Si, ma la vera specialità della casa è la torta di mele, fatta con frutta fresca, ovviamente!”
“Ovviamente!”
Paride riuscì a vedere la camera da letto, un piccolo sgabuzzino e un’altra stanza, più piccola, completamente vuota.
“Come mai sceglieste quella villa, signora, proprio sul lago, accanto a quella dei Salieri?” domandò ancora Capuano, la donna rispose buttando la testa all’indietro: “Fu un capriccio, un capriccio di mio marito… il prezzo era così basso che Salieri acquistò la sua villa senza manco guardarla internamente! Rammento che Salieri firmò l’assegno dell’anticipo sulla soglia del cancello, direttamente al vecchio proprietario… così il nostro venditore provò ad alzare il prezzo ma la villa ci costò ugualmente pochissimo. Parliamo di altri tempi, naturalmente.”
“Certo che oggi ha un gran bel valore, direi.” Aggiunse Paride senza guardare i due. Finse di continuare a guardare i quadri appesi, ma il suo cervello lavorava incessantemente come l’hard disk di un computer. 
“Quattro volte tanto, come minimo; ma calcolate anche che mio marito ha dovuto metterci le mani. A differenza dei vicini, la nostra villa non era proprio in perfette condizioni. Specialmente il parco e il gazebo versavano in condizioni… non dico scarsamente abitabili, ma quasi.”
“Lei ama quella villa, signora?”
La signora Marisa si bloccò. Prese la tazza di the portandosela alla bocca, ma non ne assaggiò neanche una goccia. Agosti ebbe la netta sensazione che la donna stesse frugando in qualche angolo della mente per trovare la risposta migliore da servire assieme al ciambellone.
“Piace a mio marito.” Rispose con tono asettico, “E ciò che piace a lui va bene anche per me.”
Agosti strinse le labbra alzando le sopracciglia. Continuò a mostrare superficialità nel colloquio. “Ho notato una stanza completamente vuota, di là. Spoglia di tutto.”
La donna iniziò a togliere le tazze e i piattini: forse un messaggio subliminale, forse no. Passò per andare verso la cucina avvicinandosi particolarmente a Paride Agosti: “Siamo venuti ad abitare qui una volta giunti da Cosenza, prendemmo una bella casa luminosa e spaziosa, in previsione di…”
“Di… ?”
Marisa abbassò gli occhi. “… di avere dei figli. Ma, come le ho detto…”
“Già.”
“Ispettore, lei è un bell’uomo, ma perché non si taglia via quella barba? Dimostrerebbe la metà degli anni, se posso permettermi.”
Agosti annuì sorridendo sotto ai baffi. 
Gualtiero si avvicinò alla porta. “Signora, togliamo il disturbo! Se volesse essere così gentile da farci contattare da suo marito…”
“Ma certo, come no?”
“Le dica che non c’è nulla di preoccupante, è solo per una chiacchierata informale.”
La donna poggiò il vassoio sul tavolo della cucina, poi, brandendo il coltello col quale aveva tagliato il dolce, sorrise verso Agosti. 
“Mi dia retta, ispettore. Un bel taglio e via.”
La lama brillò attraverso la luce della finestra.

“Agosti.”
“Paride, sono io. Ma non memorizzi i numeri della rubrica?”
“No, io uso ancora le rubriche di carta. Dimmi tutto!”
“Corri a casa.”
“Problemi?”
“No, ma corri!”
“Arrivo! Gualtiero, puoi portarmi a casa di Azumi?”
Capuano attese che i due smisero la conversazione ed effettuò un’inversione a u tornando quindi a parlare: “Certo. Come va con Fior di Loto?”
“Male, te l’ho detto. Poi a te non è mai stata simpatica!”
“E’ gelida come un iceberg.”
“Macché, sei tu che non capisci quanto siano diversi da noi, i giapponesi.”
“I giapponesi non sono veri giapponesi se scappano da tutte le parti.”
“Ma che… ma che cazzo di teoria eh, Gualtiero? Era la tua, dunque! Me la spieghi una volta per tutte?”
“I giapponesi veri, quelli cortesi, dai mille inchini e sempre operosi sono soltanto coloro che restano in patria; gli altri sono giapponesi finti, che proprio perché diversi fuggono per abitare altrove! La tua Azumi non ha nulla di dolce e gentile, come tramandano invece da secoli le geisha.”
“Questa è la teoria più razzista e strampalata che io abbia mai sentito in vita mia, Gualtié! Ci sarebbe da farti cacciar via dalla Polizia!”
“Si, si, poi sai chi ficcano ai turni di notte tutti i santi giorni! Siamo arrivati.”

Agosti entrò, si tolse la giacca buttandola sul divano e si avviò verso lo studio: “Azumi, posso sapere cos’è di tanto importante che devi dirmi?” chiamò.
Entrò nello studio, che stava sommerso nel buio a parte le luci del computer e del monitor. Si sbottonò la camicia dirigendosi verso il tavolo del pc, notò pile di fogli scarabocchiati e numerose stampe delle fotografie sparpagliate sul piano, quando si accorse di una figura che lo raggiunse da dietro puntando alla sua schiena. Teneva qualcosa in mano. Fu costretto a voltarsi improvvisamente e ad afferrare la mano del nuovo venuto.
Si udì un rantolio sommesso e un bicchiere di vetro frantumarsi in mille pezzi sul pavimento.
Azumi gemette sotto la stretta forte di Agosti, digrignando i denti; molto lentamente, il liquido denso e appiccicoso del bicchiere spaccato si spanse fin sotto al tavolo.
Paride lasciò la stretta sul polso aiutando la giovane orientale a rimettersi diritta. “Azumi…” farfugliò stringendole le spalle, “Ma sei impazzita? Giungermi così, alle spalle, con tutta la tensione che ho addosso… ?”
Lei aveva un leggero broncio dipinto sul bel viso delicato; “Ero solo andata in cucina a prendermi da bere… ho avvertito un rumore nello studio e mi sono avvicinata piano…”
Agosti si passò la mano tra i capelli, tentando di riprendere il controllo sui propri nervi. Rimase assorto anche quando lei ricomparve con una scopa e una paletta per raccogliere i vetri infranti.  “Lascia perdere, Azumi…”
Lei invece continuò, mettendosi ginocchioni per asciugare con uno strofinaccio umido.
“… per favore… Azumi…”
 L’aiutò a mettersi di fronte a lui: “Lascia perdere tutto e dimmi il motivo della tua urgenza!”
Lei annuì forte, con due, tre rapidi cenni del capo. Scivolò dietro la scrivania cliccando con il mouse dopo averlo mosso con decisione.
Agosti fece scorrere gli occhi sulla nuova schermata; “Hai continuato a lavorare su quel dettaglio, Azumi? È così?”
Comparve sullo schermo il particolare della macchia sul polso dell’assassino. 
“Non è una macchia di sporco, Paride…” sussurrò. Lui, prima di parlare, concentrò l’attenzione sul monitor, ma come in precedenza non ne ricavò nulla. “Un tatuaggio… ?”
Azumi prese alcune stampe e le passò al poliziotto, che le osservò senza prenderle in mano. Pareva scoraggiato. “Io… ci ho passato tutta la notte su quel piccolo segno, Azumi… dimmi qualcosa che…”
“E’ una piccola scritta. Ma non tatuata.”
Come ripresosi dallo scoramento, Paride prese i fogli sfogliandoli disordinatamente. Qua e là, effettivamente, emergeva quella che sembrava una scritta vera e propria; ma bizzarra, distorta, troppo sgranata nelle centinaia di stampe e ingrandimenti. “Una scritta? Che scritta, e se non è un tatuaggio…”
“E’ incisa. E’ una scritta incisa nella carne, Paride.”
“Una scarificazione?”
Azumi sedette facendo toccare le ginocchia tra di loro, sulla poltrona. Annuì: “Certo, non si vede bene, ma in Giappone sono piuttosto diffuse…”
Agosti sedette davanti al computer continuando ad alternare la vista sullo schermo e poi sulle stampe. “Ma si, ovvio… come ho fatto a non pensarci? Ora bisognerebbe capire che razza di scritta eh, e se può essermi d’aiuto in qualche modo! Che cazzo, va bene il Giappone, ma qui a Roma non credo siano tantissime le teste di cazzo in grado di fare questo tipo di lavoro…”
“Paride, io… non voglio scoraggiarti, ma potrebbe essere una scarificazione auto inflitta, o rappresentare un qualcosa priva di senso… quanti drogati o alcolizzati hai conosciuto in grado di infliggersi simili ferite? Sigarette spente sulle mani, ginocchia tagliate da…”
Agosti tese una mano col palmo aperto verso la ragazza, senza distogliere gli occhi dai suoi studi. “Io non ho altro, Azumi. Hai provato a capire cosa sia la scritta?”
“Si. C’è un foglio con delle prove, lì alla tua destra… ma mi sembrano tutte cose prive di senso.”
Paride prese il foglio e lo piazzò al centro della scrivania, togliendo tutto il resto, spostando anche la tastiera. Tenne il foglio di Azumi e l’ingrandimento migliore del polso dell’assassino; Lesse tenendo una mano a reggergli la fronte.
Edonio, Ledon, Edone, Sdones, Edonis
Paride nominò a fior di labbra ognuna delle parole scritte da Azumi, come tentando di far affiorare tramite la bocca qualcosa nascosta nella sua memoria, ma effettivamente ogni suono pronunciato aveva il vuoto sapore dell’inconsistenza.  Sdonis, Ebonis, Ebone, Leonis. Prese senza guardare una matita e incominciò a tracciare dei cerchi o delle righe su alcune parole. Non gli riusciva neppure di capire se erano nomi, titoli o spezzoni di frase, e a quale lingua potessero assomigliare. Decise di non perdere altro tempo. Afferrò il cellulare e chiamò Gualtiero. In attesa che questi rispondesse, scambiò un lungo sguardo con Azumi. Il mistero, la tensione mista alla paura di quella vicenda, avevano completamente mutato lo sguardo e il modo di fare della giovane orientale, che non aveva quasi più nulla dell’ostilità manifestata nei primi giorni di Paride a Roma. 
Sospirò, fissando un punto imprecisato della parete davanti.

Riccardo Salieri, Bruschetta, fumò tenendo una mano dietro la testa e inseguendo personaggi immaginari che si rincorrevano sul soffitto bianco. Stava a torso nudo e reggeva la sigaretta con le labbra; il giovane sdraiato lateralmente accanto a lui smaniava muovendo le coperte. Riccardo gli batté una mano sulle chiappe, sorridendo nervosamente.
“Non t’ho fatto dormire, eh?” gli domandò infine.
Quello non si mosse. “No, così abbiamo fatto notte bianca in due, contento? Ma che ti piglia?”
Riccardo fece rotolare la sigaretta da una parte all’altra della bocca. Sembrava sorridere, ma di un sorriso ebete; “Boh… sarà stata la notizia del delitto su in villa o quello stronzo, quella specie di poliziotto che sta rompendo la minchia a tutta la mia famiglia!”
“Ma che cazzo vuole?”
“Vallo a sapere, sono giorni che gira intorno a me e a mia sorella, oltre che all’ex di Muriel…”
“Pure?”
“Eh no? Manco l’avessimo ammazzata noi, quella puttana!”
Finalmente il giovane si girò mettendosi anche lui a pancia in su a fissare il soffitto: aveva radi capelli ricci e gli occhi piccoli e ravvicinati. “Pare non fosse una puttana.”
“Beh, comunque quello non molla, non ci lascia in pace! A Stelvio, giù al pub, gli ha fatto vedere la pistola per intimorirlo!”
“Eh, lo fanno… senza di quella sarebbero tutti dei poveri infelici, delle nullità!”
Stettero per un po’ in silenzio, senza pensare a niente.

“C’è altro… ?” chiese infine il ragazzo di Riccardo.

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