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venerdì 4 dicembre 2015

L'apostolo nel buio, quinta parte.

Eccoci, come ogni venerdì, con le avventure dell'ispettore Tullio Paride Agosti.
Riassunto della vicenda sulla mia pagina Facebook.
Il racconto é per un pubblico maturo, tutti i diritti riservati e bla bla bla.

Anna guardò verso il marito, che annuì. “... beh, ma intanto stanotte ti fermi qui: ti prendo una coperta e ti sistemi sul divano… Gualtiero ci fa certe dormite, là sopra!”
“E’ vero!”
“Ti ringrazio, Anna, ma a te e a tuo marito ho già dato sin troppo fastidio.”
Gualtiero si alzò e andò ad aprire un’anta della credenza; “Ma quale fastidio? Anzi, tieni quello che mi hai chiesto.”
Consegnò ad Agosti una busta di plastica con dentro una sorta di cartoccio riempito di nastro adesivo.  Paride lo scartò e mise la grossa Beretta dietro la schiena, nascosta dalla giacca.
“E’ la mia”, gli disse Gualtiero, “E’ pulita, non l’ho mai usata.”
“Grazie.”
Anna si alzò. “Vi lascio soli, torno a dormire.”
Paride si alzò leggermente. “Ciao Anna, buona notte.”
Attesero che la donna scomparisse alla fine del corridoio poi Gualtiero avvicinò la sedia al divano. “Sputa, che hai scoperto?”
“Il buffo è questo, Gualtié: io non ho scoperto proprio niente; niente, cioè, che giustificasse una minaccia tanto palese!”
“Magari hai imboccato la giusta strada e non te ne sei manco accorto!”
“Chissà? Magari è così.”
“Perché non mi dai quel proiettile? Lo porto al laboratorio e ti faccio sapere se salta fuori qualcosa.”
Agosti riprese il proiettile e lo rimise in tasca. “No. No, Gualtié.”
Capuano allontanò il busto come a prendere le distanze da Paride. “Oh… non starai mica dicendo che non ti fidi del commissariato?!”
“Fatti due conti: dove sono stato? Da Azumi e ancora non era successo un cazzo, poi al commissariato, alla villa del lago, da quei due stronzi ricchi e viziati e poi di nuovo al commissariato!”
“Vabbé, ma così mi diventi paranoico!”
“Da quando sono sceso da quel treno mi sento un alieno, un extraterrestre atterrato per sbaglio su un pianeta che non mi comprende!”
“Che significa?”
“Che incontro gente smemorata, poliziotti incapaci, delitti che nessuno ricorda, incuria e fotografi dai sogni di gloria!”
“Come? Ma che dici? Guarda che sono io a non capirti!”
“Ah no? Parlami delle indagini, allora!”
Gualtiero riprese ad accarezzarsi la nuca. Si alzò e andò alla finestra. “Parlami, parlami… e di che? Caruzzi e Toselli sono convinti che sia un delitto da attribuire alla malavita del posto, ad un regolamento di conti tra sfruttatori, tra magnaccia!”
“Ma se quella non era una puttana fissa, Gualtié! Ma cercate di ragionare, cazzo! Si prostituiva quando il padre non sganciava i soldi per una dose, non era una battona di professione! Ma che ci vuole una mente superiore per capirlo?”
“Se vuoi il mio parere, finiremo per fare un po’ di casino con i tossici e i piccoli spacciatori del posto e basta! Ma se non altro avremo dato una bella ripulita!”
Agosti si accese una sigaretta nervosamente. “L’hanno fatta a pezzi, Gualtié: stando ben attenti a che fosse viva e ben cosciente da vivere ogni attimo di quello strazio!”
 “Lo so, mica l’ho dimenticato! Se ci ripenso mi vomito pure l’anima, ma cosa posso farci io? Tu, piuttosto… mi dicevi di non aver scoperto un cazzo!”
“C’è una gran confusione e certo i membri della famiglia Salieri ascoltati finora non è che mi siano stati utili. O simpatici!”
“Ma a te non sta simpatico nessuno! Hai sentito tutti loro?”
“No, mi manca… ” e frugò nelle tasche per cercare qualcosa, che trovò nel portafogli. Un biglietto dell’autobus mezzo spiegazzato; sopra aveva scritto un nome a penna: “Ecco, mi manca il fratello minore, un certo… Riccardo Salieri.”
“Che sai di lui?”
“Che la sorella è bona, che è nato in una famiglia sfigata e che non ha un lavoro fisso!”
“Che speri ti dica di diverso dalla sorella e dal cognato?”
Agosti si tolse le scarpe e si accucciò sul divano, buttandosi una coperta addosso. “Boh, e che ne so? Ma devo aggrapparmi a qualcosa, Gualtié… a qualunque cosa!”
Capuano annuì dandogli una pacca sulle gambe. “Dormi, và, che domani cerco di farti sapere qualcosa su questo signorino!”
Spense la luce.

Contemporaneamente, l’avvocato Antomelli si tolse le coperte sbuffando ferocemente.
“Santa pazienza”, lo rimbrottò la moglie, senza voltarsi: “Ma che t’è preso stanotte? È da quando sei venuto a letto che balli la tarantella! Non hai digerito?”
L’uomo sedette sul letto massaggiandosi lo stomaco. “Macchè”, borbottò, “Te e le tue maledette scrippelle abruzzesi! Poi, c’ho un pensiero che non finisce più! Fisso nella testa!”
“Pensi ancora alla villa?”
“Come non potrei? Ma ti rendi conto? Poteva capitare a noi!”
“Ma non è capitato: vatti a prendere due cucchiaini di bicarbonato e torna a letto.”
“No, Marisa, devo togliermi un dubbio, un tarlo che mi rode e che non mi fa dormire!” Si alzò nella penombra e si infilò pedalini sportivi e scarpe. Lei si tirò su improvvisamente.
“Ma che fai, esci?!”
Antomelli annuì. “Si, si, lo devo fare subito! E’ una cosa importante!”
“Beh, ma… non è una cosa che puoi rimandare a domattina? Tanto ti sei messo in malattia allo studio, no?”
“Si, si… ”
“E allora? Santo Dio, sono le quattro di mattina!”
Antomelli infilò un maglione a collo alto e frugò in una cassapanca antica posizionata ai piedi del letto. Prese una grossa carta topografica e una lampada ad olio. “E’ importante, Marisa… io non vivo più, mi devo togliere il dubbio!”
“… spiegami almeno, fammi capire!”
 Antomelli strinse le spalle della moglie e la guardò in volto: “Ascolta, è una cosa importante! Vado a vedere, poi torno e domattina mettiamo in vendita tutto, tutto quanto!”
Questa notizia sembrò confortare la donna, che osservò bene gli occhi di suo marito.
“Tu intanto rimettiti giù e cerca di dormire! Faccio una volata.”
La donna tornò con la testa sui cuscini. “Non farmi stare in pensiero… ”
“Ma no, può anche darsi che io stia sbagliando, ma devo assolutamente andare a controllare!”
“Va bene, ci vediamo per la colazione!”
Antomelli baciò la nuca della moglie e le sistemò amorevolmente le coperte. “Si. E dopo andiamo insieme all’agenzia immobiliare!”

In strada, Antomelli si diresse verso il garage. Faceva un freddo boia, e la gelida brina sulle superfici dava l’idea che l’inverno fosse aldilà dal finire; si sfregò le mani, girò la chiave nella serratura e la serranda elettrica prese a salire. Montò in auto e partì senza manco fare scaldare il motore. Accese gli abbaglianti e sfrecciò nelle strade desolate, avviandosi verso i monti fuori dalla città. A metà strada si toccò la tasca laterale dei calzoni per vedere se ci fossero le chiavi della villa: era tutto a posto. Con la scusa, avrebbe dato da mangiare al cavallo e controllato un po’ in giro; certo, l’idea di salire lassù, a due passi dal mattatoio compiuto dai vicini, lo terrorizzava; ma ancor di più lo spaventava l’ipotesi che gli si era aperta nella mente man mano che erano passati i giorni dal ritrovamento della ragazza massacrata. Non volle pensarci. Non ancora. Giunto alla villa, scese di corsa per aprire il box e parcheggiare la macchina: continuò a guardarsi alle spalle, intorno, dappertutto: il terrore è una sensazione raggelante che si autoalimenta. Richiuse il box e aprì la porta che conduceva all’appartamento. Dentro notò che era tutto in ordine. Non accese le luci, non voleva assolutamente che qualcuno notasse che c’era gente in villa. Scivolò verso la porta d’ingresso e da lì nel parco. Si addentrò quasi curvo nel viottolo e vide i sigilli svolazzanti della polizia chiudere il varco cui era passato il cavallo. Accese la lampada, diede una letta alla mappa e si diresse senza incertezze verso lo stretto capanno del cavallo. Il vento gelido soffiò alle sue spalle, si scoprì col fiatone. Entrò nel capanno, Zorro stava nitrendo nervoso.
“Buono”, sussurrò Antomelli, “Sono io, non mi riconosci? Buono!” accarezzò il muso dell’animale stando bene attento a stargli di lato, ma quello continuò a scuotere la testa nervosamente. L’avvocato poggiò la lampada su una balla di fieno e tornò a guardare la mappa. Si consumò gli occhi sul foglio di carta, poi, avvinto, cadde quasi seduto per terra. Sfilò i guanti e con la mano nuda si asciugò la bocca, scrutando nel buio davanti a lui. 

Non sognava mai, Tullio Paride Agosti. Poteva avere dei rimasugli, dei frammenti di immagine che gli frullavano in testa al momento del risveglio, ma niente di più. Giacque sul divano accomodato con la guancia sul palmo della mano, così comodo e sprofondato che non gli riuscì di pensare più a niente. Non che fosse un vero sonno, no, piuttosto un piacevole dormiveglia, una soffice attesa tra il cosciente e il non; una sorta di stand by indotto. Eppure qualcosa funzionava ancora, nel suo cervello. Frasi spezzate, volti, pic sfumate e mai portate a termine. “Non c’è niente”, gli aveva notificato Gualtiero, “hanno setacciato la villa, il terreno e la strada antistante la proprietà dei Salieri in ogni maniera, ma non c’è nulla che possa servire alle indagini. E i nostri frugano bene, Paride, pur non essendo i R.i.s. di Parma! A parte le tracce di tossici, barboni e un gran numero di profilattici tutti rigorosamente usati… roba usuale in posti così, insomma; stiamo passando al setaccio tutto quanto, tracce organiche comprese, sperando che qualcuno sia schedato e possa darci una mano!”
Non era affatto convinto che Capuano gli avesse detto così, e stava troppo bene, lì sul divano, per ficcarsi in riflessioni più precise e attente. Poi il sonno, quello vero, passò a prenderlo e non ce ne fu più per nessuno. Chissà dov’era Stefano Pintori, in quel momento. Erano amici, dopotutto.

Ormai in preda al terrore più nero, Antomelli prese il cellulare. Fu come se i suoi incubi più spaventosi si fossero materializzati all’improvviso davanti a lui, dando riscontro all’orrendo sospetto che aveva custodito fino a quella notte. Gli tremavano le mani, e costringersi a stare calmo e fermo non era affatto semplice; si apprestò a fare il centotredici quando un flebile, fulmineo rumore giunse dalle sue spalle. Non ebbe il tempo di voltarsi a guardare cosa fosse né chi lo avesse provocato, avvertì solo il dolore, forte e penetrante, alla base del collo.
Un colpo impreciso, dato con scarsa forza ma con una certa precisione. Qualcosa di metallico lo penetrò alla base della nuca, sfondandogli una parte del cranio e facendogli istantaneamente sentire il sapore del sangue in bocca. Cadde secco sul fieno, con le braccia lunghe sui fianchi e l’espressione di chi ha avuto un infarto.
Sentiva che riusciva a muovere solamente le dita di una mano e quelle dei piedi, il resto era un atroce dolore che risuonava in tutto il suo essere; aveva la faccia voltata a sinistra e il collo secco come un tronco di legno. Teneva la lingua di fuori, nel sangue, e non riusciva a rimetterla in bocca: solo gli occhi, a fatica, frugavano attorno. Ebbe solo la netta sensazione che il suo aggressore fosse chinato su di lui a vedere se era cosciente e in grado di difendersi. Non lo era. Fu afferrato a fatica per i capelli e trascinato nel buio, in una sorta di penosa discesa; ingoiò terra e fieno, e benché non gli riuscisse di pensare con razionalità, qualcosa dentro di sé gli urlava forte di lasciarsi morire. Mentre veniva tirato via, mosse le dita e gorgogliò orribilmente, sputando grumi di sangue scuro. Sentì rumori di fogliame e di legno che si chiudeva, poi una flebile luce. L’aggressore lo voltò, sempre con un certo affanno. Sentì i calzoni e le mutande scivolare via e poi due mani gelide tirargli il maglione e la camicia sopra la testa.
Mugugnò ancora forte, disperatamente.
L’aggressore non sembrava avere nessuna intenzione di accelerare le operazioni di ciò che aveva in mente. Si mosse lentamente verso il telefono cellulare dell’avvocato e lo gettò in terra, calpestandolo. Dopo averlo frantumato per bene, scavò una buca sul terreno e lo seppellì. Quindi tornò diritto e avanzò verso un tavolaccio da giardino unto e incrostato. Sopra di esso c’erano diversi utensili, più alcune siringhe e coltelli di vario taglio, con le lame vecchie e consumate. Stette davanti al tavolo per diversi minuti, poi tornò da Antomelli, e constatato che era ancora in vita, si mise al lavoro.
Gli accarezzò i peli sul petto, con il palmo della mano steso e aperto, poi gli tirò i capezzoli. Antomelli gridò, tentò di guardare disperatamente verso l’aggressore, ma aveva le pupille così  dilatate che vide solo dei riflessi carnosi in mezzo ad una forte luce bianca. Colpì allora il terreno con la testa, picchiandola ripetutamente all’indietro, fino a che il suo carceriere non placò gli sforzi sistemando sotto l’avvocato uno straccio lercio ripiegato più volte. Gli occhi di Antomelli lacrimarono.
Il primo capezzolo saltò via lontano, nel buio. Antomelli gridò ancora disperatamente, e il suono della sua voce sembrò il distorto pianto di un cucciolo lontano. Il torturatore stese la mano oltre il cono di luce, tastando il terreno alla ricerca della parte recisa, poi sbavò indispettito quando non l’ebbe trovato.
Impugnò allora le grosse forbici e tagliò l’altro capezzolo, facendo ben attenzione a che restasse dove poter recuperarlo; fatto ciò, stese sulle due ferite dei batuffoli di ovatta sporca e tornò al tavolo: posò le forbici, scartò un vecchio rasoio arrugginito e si decise su un grosso coltello da caccia lungo una dozzina di centimetri. Girò attorno al tavolo, farfugliò qualcosa confusamente e si avvicinò all’avvocato, steso sul proprio piscio. Piangeva muovendo gli occhi a destra e a sinistra. Lo afferrò per i piedi e lo girò di pochi passi, mettendolo in condizioni di luce più favorevoli. Gli allargò le gambe e si sporse un po’ in avanti, per osservargli il piccolo pene. Lo pungolò con le dita e lo afferrò improvvisamente con la mano sinistra; dopo averlo tenuto diritto, incominciò a tagliare.
Doveva ricordarsi di tornare a prendere la mappa e la lampada, una volta finito. Ma c’era tempo, la notte era ancora lunga.

Pochi giorni dopo, il cellulare di Paride Agosti vibrò nella tasca. Rispose velocemente.
“Agosti.”
“Paride, sono Gualtiero!”
“Dimmi tutto.”
“Ho qualche notizia in più sul tuo fratellino!”
“Riccardo Salieri? Spara!”
“Nulla di che, ma qualcosa di interessante è saltato fuori: nel novantanove è stato denunciato per atti osceni in luogo pubblico e i vicini lo hanno segnalato più di una volta alle forze dell’ordine perché pare si diverta a farsi del male!”
“Eh?”
“Si, lo sentivano gridare e hanno chiamato i carabinieri: quando questi sono andati sul posto lo hanno trovato che si stava infilando degli aghi su per l’inguine!”
“Cazzo, ti pare nulla di che?”
Gualtiero scoppiò in una grassa risata, dall’altra parte del telefono. “Finché si fanno male da soli non mi preoccupo, lo sai! Comunque è stato in cura da uno psichiatra dell’Asl per qualche mese, poi non c’è più andato. Per me è solo un coglione masochista, ma se davvero ti interessa parlare con lui lo trovi all’Impiccato.”
L’Impiccato? Che roba eh?”
“Un locale per sfigati che amano vestirsi da vampiri… segnati l’indirizzo e poi fammi sapere… ”
“Appena ci vediamo ti do un bel bacio, Gualtié!”
“Si, vattene affanculo! Ciao!”
 Chiuse il cellulare e si apprestò a prendere appunti, quando questi tornò a vibrare. “Si?”
“Paride, sono io… ”
“Azumi… ?”
“Lasciami parlare: è arrivata una cosa per te, a casa mia… una busta lercia con il tuo nome sopra.”
“Una busta?”
“Si… è grande e sporca… vienitela a prendere, mi fa paura!”
“Se sei in casa volo da te. Rimani calma, però!”
“Sono a casa, ti aspetto. Ciao.”
“Ciao.”
Attraversò la città cupo e malinconico; qualcosa, in quella telefonata, lo aveva depresso da morire. Sarà stato il tono scostante di lei, o la busta recapitata. Un triste presentimento lo accompagnò per tutto il tragitto, fino a che non ebbe suonato al citofono di Azumi.

La busta, gialla e larga, sembrava uscita da una discarica. Azumi l’aveva deposta sulla mensola delle chiavi, accanto alla porta. Poi l’aveva indicata a Paride, senza più toccarla. Dopo s’era limitata ad osservare, standosene impettita e con le braccia conserte al centro dell’atrio. Anche Agosti stava guardando la busta, nonostante avesse già riconosciuto la calligrafia di Pintori.
Guardò verso la ragazza giapponese. “Era nella cassetta?”
“Si.”
La prese e la aprì. Dentro c’erano delle fotografie. Tante fotografie. Alcune erano  sporche, con le impronte di dita sopra, altre sembravano strapazzate. Il cuore gli si strinse come dentro una morsa. Diede una prima, rapida occhiata agli scatti, poi guardò verso Azumi. Ma la sua mente era lontana.
La giovane si accarezzò le braccia, come avesse freddo. “Che succede, Paride?”
Lui tolse un altro foglio dalla busta, più chiaro e pulito, scritto a mano. Era di Pintori. Prima di leggerlo rimise le foto nella busta.

Paride, tra di noi non ci sono mai state formalità. Non so se a bruciarmi è più il fatto che avrei potuto aiutare quella disgraziata o che finisci sempre per avere ragione; nelle foto non c’è un cazzo, lo avrai già visto da te! E io sono stato accecato da un miraggio di gloria vuoto e stupido. Forse, se avessi chiamato subito la polizia, se fossi rimasto nelle vicinanze, quella ragazza sarebbe ancora viva: invece sai bene come sono fatto… buono di cuore, ma il coraggio… quello proprio no, non ce l’ho mai avuto! Te le mando comunque, le tue foto, magari ne trarrai qualcosa di più, anche se ne dubito. Non giudicarmi male, Paride, pago anche questo sbaglio, come tutti gli altri. Anzi, mentre leggi avrò già espiato. Ti voglio bene,
Tuo Stefano.

Dopo aver finito di leggere Agosti rimase così, imbalsamato con il foglio in mano.  Quasi incredulo. Azumi gli si avvicinò toccandogli un braccio. Come risvegliato dal torpore, Paride piegò la lettera e la mise assieme alle foto.
“Paride… va tutto bene?”
Lui annuì, ma lei si accorse degli occhi lucidi, arrossati dell’uomo.
“Devo andare, Azumi. E di corsa, anche!”
Lei allargò le braccia. “In che storia ti sei ficcato, Paride? Mi devo spaventare?”
Lui arrivò alla porta con lunghe falcate. Prima di uscire la guardò ancora. “Non lo so, io… non lo so.”

Arrivò nella vecchia scuola abbandonata col fiatone e il cuore in gola, che pulsava talmente forte da fargli male. Non aveva altro in testa che non quel vecchio edificio; sperava fosse là, non avrebbe saputo dove altro cercare.
Scavalcò il muro senza badare a niente e nessuno, atterrò nel giardino e corse alla finestra: vi penetrò e corse giù per le scale.
Nulla sembrava cambiato dall’ultima volta che c’era stato. Estrasse la pistola, la caricò ed entrò nello stanzone. Un po’ di luce penetrava a spicchi. Avanzò. Il silenzio era il solito, assoluto e spettrale, come tutta la palazzina non si fosse accorta dell’arrivo del giorno. Camminò sui rifiuti, sui detriti e sui frammenti di vetro. Giunto in fondo lo vide, ma dovette alzare di parecchio la testa.
Stefano Pintori era là, con la lingua gonfia e bluastra penzoloni, i capelli spettinati e le mani leggermente in avanti, con i pollici allargati: gli occhi, rivolti all’insù, sembravano appellarsi ad un qualche dio della pietà, che se n'era fregato.
Agosti diede una scorsa intorno a lui, poi mise via l’arma. Si avvicinò all’amico. Il corpo di Pintori si trovava appeso alla cravatta, con il collo innaturalmente piegato a est e una sedia rovesciata sul tavolaccio. Chiuse gli occhi e volse la testa altrove. Prese il cellulare. Doveva chiamare Gualtiero, ma occorreva una buona storia, prima. Avrebbe taciuto delle foto, certo, ma non avrebbe potuto eludere la tonnellata di domande che gli sarebbero piovute addosso; s’intimò la calma e continuò a pensare.
Gli serviva tempo per analizzare meglio quegli scatti. Lo doveva fare. Erano costate la vita ad un uomo, ad un amico, dopotutto. Rifletté.
La stanza sembrò vorticare attorno a lui, luci impazzite danzavano per impedirgli la concentrazione. Tornò a guardare verso l’amico impiccato, lassù. Poi la sua mano, la sinistra, scivolò verso la tasca del cappotto, per cercare il pacchetto di sigarette. Trovò invece una grossa busta ammaccata.
Le sue dimissioni.
Agosti strinse gli occhi.
Le sue dimissioni. Se ne vergognò, davanti al cadavere dell’amico; la vita può assumere l’aspetto di una fiera che ghermisce nel buio, qualche volta.
Strinse forte la busta. Perdio, avrebbero aspettato un altro po’, quelle dimissioni; c’era da prendere il figlio di puttana che col suo bestiale delitto aveva scatenato tutto questo. Poi, una volta preso il bastardo a calci nel culo, le avrebbe sbattute in faccia a Caruzzi. Così, manco fosse un orgasmo irresistibile.
Compose il numero dell’amico Capuano e attese che questi ebbe risposto.

Dietro al bancone stava un atroce calvo con l’atteggiamento da duro e i calzoni di pelle così stretti che avresti potuto vedergli il taglio dell’appendicite; sistemava le bottiglie sotto al lavandino e ogni tanto scambiava due parole con una fica dai lunghi capelli corvini che serviva ai tavoli; lei indossava un abitino corto di pelle nera, con la gonna inguinale e stretta e il davanzale florido che faceva ballonzolare due seni bianchi e maturi davanti ai clienti che li avresti strizzati come cornamuse; s’era truccata di bianco latte e il pesante ombretto nero sotto agli occhi invecchiava di un po’ il suo aspetto. Lui teneva una maglia a rete che lasciava vedere il piercing sui capezzoli e i muscoli sviluppati.
Attorno la scarsa clientela parlottava fitta lasciando intravedere il genere di moda seguita: gotica e dark. Molto dark. Le pareti erano abbellite con quadri ordinatamente appesi raffiguranti poster di David Bowie, Marylin Manson e i Sex Pistols. Nonostante il divieto tassativo, una coltre di fumo sostava a mezza altezza rendendo persino difficile scorgere in fondo al locale, stretto e lungo. L’Impiccato stava sotto la linea dei marciapiedi, in una via laterale e poco battuta, dovevi scendere due rampe di scale strette e scomode per arrivarci, e trovarti poi il bancone davanti al grugno. Non serviva tessera.   
Agosti scese le scale e aprì la porta.
Certo, proprio un bello scherzo del cazzo, entrare in un locale chiamato L’Impiccato proprio poche ore dopo che un tuo amico è morto col collo spezzato penzolante da una lurida trave.
Il calvo al bancone lo guardò infastidito, mentre la mora gli fece un sorriso falso come le monete da tre euro; Paride notò che lei aveva una catenella che dalla narice saliva fino ad un orecchino d’argento. I tavoli erano tutti preparati con delle calde tovaglie viola.
Non mancavano candelabri dalla forgia dozzinale.
Si avvicinò al bancone e restò in piedi, poggiando le braccia sul marmo. Il tipo chinato sulle bottiglie continuò ad ignorarlo consapevolmente, ostentando un atteggiamento ostile. Dietro di lui, tra l’erogatore di birra alla spina e il mobile dei bicchieri, un poster senza cornice del film Ragazzi perduti.
“Ciao!” gli disse la giovane arrivandogli alle spalle. “Cosa posso servirti?”
“Carino qui”, mentì lui, “una birra media, grazie.”
“Sono subito da te.”
“Fai pure con comodo!”
Il tizio si alzò, chiuse uno sportello all’altezza delle ginocchia e guardò negli occhi Paride, che gli stava sorridendo. Era proprio grosso, quel tizio: alto e piazzato, dall’espressione viscida. Agosti tirò fuori sigarette e accendino e le mise sul marmo del bancone. Se ne ficcò una in bocca e se la accese. “Fumi?” chiese poi al tizio. Quello ci mise un po’ prima di rispondere.
“Si”, disse, “ma adesso non ne ho voglia!”
“Io me ne fumo sempre una, prima di bere. Le sigarette si accompagnano a tutto!”
“Si, davvero divertente.”
Agosti sorrise dietro i suoi occhi furbi, poi aspirò la nicotina, soffiando via il fumo sopra le loro teste. La ragazza tornò con un vassoio vuoto e andò dietro al bancone, accanto al pelato. “Birra media, vero?”
“Infatti!”
“Eccola qui, fresca e spumeggiante!”
“Come te!”
Lei rise di gusto facendo un po’ la vanitosa. Agosti si accorse che ogni mossa della giovane era seguita dagli sguardi arrapati degli avventori. Già, quelli. Li osservò bene, sorseggiando la sua birra. Alla sinistra di dov’era seduto, c’erano sei tavoli, di cui quattro occupati. A destra, quattro tavoli; solo uno con due ragazzi, due ragazzi che si tenevano la mano. Sembravano giovanissimi. Fece scorrere gli occhi tenendo il boccale di birra e la sigaretta con la stessa mano. C’erano tutti giovani sotto ai vent’anni, immersi in discussioni fitte e inudibili, e nessuno di questi lo aveva degnato di uno sguardo. Finì di bere la birra e chiese quanto fosse da pagare. Pagò. Rimise le sigarette in tasca e poi tornò a parlare con il tizio del bancone.
“Sto cercando Riccardo. Riccardo Salieri.”
“Mi sa che hai sbagliato locale.”
“No, macché sbagliato! Sforzati, magari sai dov’è.”
L’uomo si sporse dal bancone, con fare aggressivo. “Che cercavi rogna l’ho capito da quando sei sceso, amico mio, ma vedi di non esagerare o… ”
Agosti scoprì il calcio della pistola, da sotto la giacca, bene in vista nei pantaloni.
“E tu cerca di non farmi rodere il culo, Nosferatu, che ho avute giornate molto balorde!”
Non appena ebbe finito di dire ciò, dal fondo del locale si aprì una tenda e ne uscì un ragazzone sui trent’anni, dai lunghi capelli ricci e i vestiti trasandati; si stava chiudendo la chiusura lampo dei calzoni. Barcollava. Vide Agosti e il pelato a colloquio stretto e restò perplesso. Guardò per qualche istante e decise di tornare oltre la tenda.
“E’ lui?” domandò Agosti.
“Si, cazzo! Ma chi sei? Cosa vai cercando?”
“Non ti preoccupare, che ormai sono un amico di famiglia!” Avanzò verso il fondo del locale stando ben attento a ciò che succedeva alle sue spalle. La ragazza restò ferma a guardare le mosse dello sbirro. Questi si affrettò a sparire dietro la tenda. Oltre di essa stava una frazione di corridoio, completamente al buio, fatta eccezione per una tenue luce blu che giungeva dal fondo. Tenne la mano sulla pistola e affrettò il passo; superato il corridoio giunse nei pressi di una sorta di privè, una saletta minuscola immersa nella semi oscurità e nella quale si sentiva in sottofondo una musica tambureggiante. C’era gente.
Agosti nascose la mano sull’impugnatura dell’arma coprendola con un lembo della giacca, e continuò ad avanzare. A un tavolino rotondo vide una coppia intenta a baciarsi con la lingua. Entrambi avevano la testa rasata, lei indossava una felpa trasandata col simbolo dell’anarchia tracciato in rosso mentre lui aveva penzoloni dalla cinta alcune catene e un moschettone di ferro. Non badarono a Paride. Vide anche Riccardo, più in fondo, procedere velocemente. Cazzo, quel locale pareva un vagone della metropolitana! A sinistra e a destra superò dei bagni, ebbe solo il tempo, la frazione di un secondo, per vedere una giovane donna accovacciata nei pressi della tazza che stava vomitando.
“Riccà!”, lo chiamò all’improvviso, “comincio ad avere il fiatone, e il gioco m’ha stancato! Fermati e facciamo due chiacchiere!”
Il giovanotto, giù in fondo, al buio, tentennò. Paride riusciva a scorgere un braccio e una parte del bacino del tipo. Alle loro spalle, qualcuno prese ad avanzare.
“Allora, Riccà?”
“Io ti conosco, a te… sei andato da mia sorella e da mio cognato… ma cosa vuoi? Chi cazzo ti conosce?”
Agosti guardò alle sue spalle, poi di nuovo avanti. “Esci alla luce, avvicinati… ti offro una cosa da bere e parliamo un po’… tutto qua!” Allungò una mano, un gesto distensivo.
Riccardo si mosse, a scatti; Paride udì rumore di carta, poi qualcosa cadere ai piedi del giovane e una scarpa schiacciare in terra ciò che vi era finito. Intanto il calvo del bancone raggiunse i due.
“Io non voglio casini!”, esclamò osservando ora Paride ora il ragazzo al buio, “andatevene fuori tutti e due, il locale non è mio e… ”
Riccardo uscì dal fondo della sala, avvicinandosi ai due. Agosti trasalì.
Riccardo Salieri aveva un orrendo squarcio che dalla bocca gli saliva fino a una sorta di foro che occupava lo spazio dove prima c’era stato l’orecchio; questo buco carnoso era avvizzito e incrostato, presentava pieghe e tracce evidenti di una lontana ustione. Indossava una camicia blu a quadri sotto la quale si vedeva un po’ della t – shirt nera, con il simbolo di un gruppo death metal, i Cannibal Corpse. Teneva i capelli ricci e lunghi sulle spalle, l’espressione fulminata e un orecchino a brillantino sull’altro orecchio, quello buono.
Abbassò la testa.
“Carino eh?”, rise l’uomo calvo, “Noi qua lo chiamiamo Bruschetta… ”
Agosti aprì il palmo della mano, rivolto all’omone. “Va bene, come vedi è tutto a posto! Ora ci sediamo qui da qualche parte, ci beviamo qualcosa e chiacchieriamo un po’!”
“Per me, se ti piace la compagnia di questo scimunito, ci puoi rimanere anche tutta la notte. Ma tieni a posto il ferro, che qui c’è tutta gente che non rompe il cazzo a nessuno!”
Agosti buttò un occhio ai tocchi di fumo che Bruschetta aveva gettato per terra e calpestato.
“Cristo di Dio”, disse poi all’uomo quando furono seduti, “Ma che vi hanno partoriti a trance, a voi Salieri?”
Riccardo si accarezzò l’ustione. “Siamo gente maledetta, giù al lago lo dicevano tutti… ” “Perché?”
“Boh, così… la gente fa spesso delle cose senza motivo… a casa mia abbiamo avuto incidenti di ogni tipo: lutti, tragedie, disordini… anche mamma è in ospedale.”
“Si, si, ne sono a conoscenza! Hai saputo degli ultimi fatti?”
Bruschetta giocherellò con l’orecchino, guardando un punto lontano con noncuranza. “Me l’ha detto Muriel.”
“Che ne pensi?”

“Io? E che devo pensarne? Quello è un posto maledetto, tutto è maledetto, là! Gliel’ho detto diecimila volte di vendere tutto, così rimedio qualche soldo pure io… non lavoro, non ho niente… chi lo vuole uno come me? E invece no, non ci sentono.”

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