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venerdì 25 dicembre 2015

L'apostolo nel buio, ottava parte.

Cari amici, nell'augurarvi un buonissimo Natale e un distinto anno nuovo (come direbbe Fantozzi), posto anche in un giorno tanto speciale la nuova puntata delle indagini dell'ispettore Tullio Paride Agosti!
Vi rimando al riassunto contenente spoiler che trovate qui, ricordando fino alla nausea che i contenuti presenti in questo racconto sono esclusivamente indirizzati verso un pubblico adulto.
Grazie per la vostra presenza, giunta fino a qui.

Lo sguardo grigio metallico di Conrad era cupo e profondo. “Hanno fatto terra bruciata. E se ora ti rivelo tutto quanto la tua vita varrà meno di quel verme nella teca.”
“Ma cosa…”
“Paride: io sono stato fortunato, me la sono cavata terminando di fatto i miei giorni in questo bunker sotterraneo, ma tu sei giovane e ambizioso… scegli! Sapere o prendere quella porta e dimenticare tutto. Non ho altro da dirti.”
Agosti si aprì un po’ il colletto della camicia per respirare, usando indice e medio della mano sinistra. Guardò quel foglietto smozzicato che appariva come un minaccioso drago fumante; la camola, intanto, trotterellò garrula verso l’entrata della noce di cocco. All’interno della teca, l’aria rarefatta.
“Ho promesso che avrei preso il massacratore della Svetlana, Conrad.”
“Promesso? A chi?”
“Ha importanza?”
“No. Prenditi qualcosa di forte da bere, poi ascolta ciò che ho da dire e vattene via.”
La camola scomparve nella noce. L’altra si strinse aggrovigliandosi nelle pieghe della carne viscida, in un disgustoso balletto appiccicaticcio.
 Conrad sprofondò in un lercio divano verde, portandosi una mano alla fronte, massaggiandosela per favorire lo scorrere dei ricordi, le emozioni di un tempo. Infine, parlò: “Quel nome, Gli Apostoli di Edonis, venne usato per più di un decennio, a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, da una setta, possiamo chiamarla così, che seminò il centro Italia di cadaveri, mutilazioni, sacrifici umani.”
“Una setta? Satanisti?”
“Macché, non banalizzare il concetto come fa la maggior parte della gente, Paride! Nel mondo esistono migliaia di associazioni più o meno segrete: esoterismo, occultismo, satanismo, varie derive religiose dalle falangi spesso pericolose, ma la maggior parte di esse sono frequentate da anticonformisti della domenica, contestatori del clero, ragazzotti in cerca di un po’ di sesso anale…”
“Non me ne sono mai occupato, ma ho letto qualcosa in proposito.”
“Insomma, tutta gente alla quale potresti affibbiare al massimo una multa per molestie su animali o per aver imbrattato una chiesa sconsacrata con della vernice nera! Con questo spirito qualunquista le forze dell’ordine si misero a indagare sugli Apostoli di Edonis dopo il ritrovamento del primo cadavere, un giovane industriale rinvenuto morto in un bosco coi genitali tagliati di netto.”
“Perdio…”
“Già, proprio un bel lavoretto… il tizio s’era trascinato per qualche chilometro nel bosco e poi era morto dissanguato!”
“C’eri anche tu tra gli investigatori?”
“C’ero: l’ufficiale dei carabinieri che si occupava delle indagini mi chiamò per un consulto, annusando puzza di setta!”
“Cosa gli aveva fatto balenare il sospetto?”
“L’imprenditore aveva inciso nella pelle uno strano simbolo preso dalla mitologia greca, appena sopra la mutilazione del pene, e questo lo portò a credere che dietro ci fosse un rito di iniziazione o qualcosa del genere.”
“Un tipo in gamba.”
“Ci puoi giurare! Probabilmente all’ultimo il tale, la vittima, s’era tirato indietro e aveva provato a fuggire trovando la morte nel bosco!”
“Cazzo, una fine orribile!”
“Ma è grazie a lui che iniziammo ad occuparci degli Apostoli! Loro erano una sorta di ‘Ndrangheta, senza quella ribellione sanguinosa probabilmente non sarebbero mai stati scoperti! Non avevano pentiti o collaboratori esterni che avrebbero potuto indebolire il loro sistema.”
“Mi stai dicendo che per essere ammessi nella setta occorreva mutilarsi?”
“Lo assodammo con certezza qualche anno dopo. Comunque, loro seguivano questa atroce divinità dell’antica Grecia, Edonis, che profetizzava una società superiore nella quale il forte mangiava il debole. E non metaforicamente, Paride.”
“Tutto ciò è… è…”
“Pauroso? Osceno? Si, lo è. Il loro leader e fondatore, che non abbiamo mai preso, era convinto che attraverso il dolore fisico fosse possibile risvegliare questa divinità che li aiutasse a salire in cima alla nostra società, onde poterla dominare. Sappiamo di questi deliri da alcuni scritti trovati nel corso delle indagini. Roba da farti rovesciare lo stomaco.”
“E’ la cosa più folle che abbia sentito in vita mia.”
“Il fatto è che scoprirono ben presto come fosse più gratificante sequestrare e torturare decine di persone al posto dei loro adepti, e che anche se il loro dio non dava segni di vita, il gioco s’era fatto troppo piacevole ed elettrizzante per smettere di praticare la tortura come dominio.”
“Quanti?”   
“Nei primi anni di vita della setta? Ventidue. Ventidue vite spezzate e ritrovate in boschetti, discariche, zone periferiche. Pescavano tra barboni, prostitute, stravaganti giramondo hippie senza casa e senza parenti, oltre a chi pensavano potesse costituire un pericolo per la loro comunità.”
“Com’è possibile che nessuno legò i fatti tra loro? Che nessuno parlò di una setta, di una congrega criminale?”
“Paride… questo è il paese degli scheletri nell’armadio… vi furono analisi, perquisizioni, accuse e contro accuse, innocenti indagati e polemiche sulle prime pagine dei giornali… ma gli apostoli non vennero mai fuori. Qualche testa con tanto di stellette cominciò a saltare, e la pratica iniziò a girare da una scrivania all’altra, fino a che gli omicidi diminuirono e la cosa si sgonfiò.”
“Cosa successe?”
“Pressioni dall’alto, voci, dicerie. Qualche pezzo grosso era invischiato (lui o qualcuno della sua famiglia), senza contare che io e i carabinieri gli stavamo col fiato sul collo. Dopo il ritrovamento di una loro ultima vittima rimasta in vita, un certo Sergio Saponi, ci fu imposto di chiudere il fascicolo sugli Apostoli di Edonis.”
“Assurdo! Ma perché?”
“L’alto comando interrogò il Saponi, ormai completamente andato di testa, se capisci ciò che intendo, che li mise al corrente del fatto che il leader della setta era deceduto e che gli altri, impauriti dal dispiegamento di forze, avevano deciso di abbandonare la setta!”
“Strana coincidenza, ti pare?”
“Altroché! Saponi fu rinvenuto sulle sponde del Tevere, infilato in un sacco della spazzatura, dopo essere stato torturato a lungo: sostenne la tesi secondo cui, fingendosi morto, era riuscito a farsi gettare in una discarica a cielo aperto! Disse anche che durante la sua prigionia, aveva capito che il capo della setta era morto, e che aveva sentito gli altri dire che lui sarebbe stato l’ultimo.”
“Tu come reagisti?”
“Io? Scrissi una relazione di oltre mille pagine, che consegnai direttamente al Ministero di Grazia e Giustizia, perché non mi fidavo più di nessuno! Ci allegai il quadro psichiatrico del Saponi e le prove raccolte sulla setta durante l’inchiesta. Sto ancora aspettando risposta.”
 “Come finì?”
“Io e l’ufficiale dell’Arma fummo sollevati dall’incarico, mentre il Saponi vegeta in un ospedale per malati di mente, chiedendo solo di essere dimenticato. Ufficialmente la setta è sciolta e il caso formalmente chiuso. Nel 1995 provarono a riaprirlo, ma stette in piedi pochi mesi: durante il tempo trascorso un archivio era andato a fuoco, altre prove indiziarie sparite o distrutte, nessun altro corpo rinvenuto. Niente di niente.”
Paride bevve alzando il bicchiere compulsivamente, guardando oltre il vecchio, senza mettere a fuoco: “Io… vorrei credere che quell’incisione sul corpo dell’assassino, quel nome marchiato come a un animale sia il nome di un attore, di un calciatore, di una persona amata… ma ho paura di conoscere la risposta! Dio Cristo, non posso alzare un casino per un nome fotografato di sguincio su un polso…”
“Si che puoi, altrimenti non saresti venuto da me.”
Agosti pensò alla falange mancante dalla mano di Muriel Salieri, alla ferita sull’occhio dell’ex marito, alle ustioni di Riccardo. Le orrende immagini presero a vorticargli nella testa come assurde immagini tratte da un film sperimentale degli anni settanta. “La domanda è una sola, Conrad, e non c’è verso di evitarla…” tentò di dominarsi con l’unica arma che conosceva: l’analisi, fredda e calcolatrice; “Credi che gli Apostoli di Edonis siano tornati?”
Conrad sorrise e le sue rughe si espansero, correndo sulla faccia di cuoio. “E invece la domanda è un’altra, Paride: se ne sono mai andati?”
Agosti sprofondò nella poltrona, vide di sfuggita otto occhi che lo scrutavano freddi dall’interno del cocco tagliato, nel rettilario. Strinse il bicchiere con la mano destra, tendendo il braccio verso il basso, quasi a sfiorare il pavimento sporco. Conrad parve divertito.
“Su con la vita, comunque, giacché nessuno ti permetterà di alzare alcunché. Altro che casino. La tua indagine finirà in un binario morto come la mia e quelle di chiunque altro mi sia succeduto.” Alzò il proprio bicchiere brindando. Paride lo guardò. 
“L’hanno trovata in cima al lago, vero? In una villa abbandonata?” continuò con un tono normale, quasi distaccato.
“Si.”
“Eh, quel lago ha ammazzato più gente di Jack lo Squartatore! Tra affogati, morti per droga, regolamento di conti, incidenti vari. E’ un lago vulcanico, il fondo è costituito da masse fangose praticamente senza fine. C’è sparito persino un elicottero, dentro. Buffo no?... pensa che una volta quel tale famoso per i documentari, quello francese, tentò di sondarlo, ma fallì miseramente.”
“Tutto questo cosa c’entra con… ?”
Conrad divenne serio improvvisamente, il suo volto emanò un magnetismo addirittura spaventoso. “Cosa si fa quando si intravedono poche strade, Paride? L’antiterrorismo t’ha rincoglionito completamente, per caso?”
“Si ricomincia da capo.”
“Torna alla villa, allora. Adesso sai cosa cercare.”
Paride si alzò, barcollando. Si sentiva stanco e frastornato. E impaurito, anche. Giunsero alla porta; prima di uscire, Agosti si voltò un’ultima volta verso il vecchio. Stette per parlare, ma quello lo anticipò bruscamente: “Non tornare più, Paride: io ti stimo molto, ma a quei maledetti ho già regalato diciotto anni della mia vita e un pezzo della sanità mentale. Credo che basti.”
Agosti annuì, mise le mani in tasca e si avviò a respirare per strada, frugando alla ricerca delle sigarette.

Attese sul ciglio della strada che i fari dell’ultima automobile sfrecciassero lontano, quindi gettò il mozzicone per terra pestandolo col tacco della scarpa. Si abbottonò bene il cappotto e attraversò la larga strada.
Si arrampicò svelto sul cancello e scese non senza fatica dall’altra parte, dando un’altra rapida occhiata sulla via. Tutto bene. In lontananza, rumore di bestiame. Salì i primi gradini di marmo e accese una torcia elettrica. Giunse frettolosamente davanti al portoncino di ingresso; di nuovo lo assalirono strane suggestioni, riflussi logici nascosti da qualche parte nel fondo del suo intelletto. Ma perché quel parco gli dava così tante e strane sensazioni? Tagliò con una chiave i sigilli della polizia e aprì dando una leggera spallata all’anta di legno. Il buio lo fagocitò in un istante. Il cono della torcia illuminava piccole porzioni di muro davanti a lui, la villa presentava segni di ristrutturazione mai andata a buon fine. Un ampio salone alla sua sinistra, un piccolo corridoio davanti, una stanzetta a destra.
C’era puzza di muffa e di umidità, grossi insetti simili a ragni si ritrassero venendo tagliati a metà dalla luce artificiale. Paride avanzò piano, quasi temendo di fare rumore; le pareti erano alte e spesse, come si facevano una volta: avanzò tenendo la torcia in alto sulla testa. Notò in terra alcuni segni di gesso tracciati dai suoi colleghi, e nel salone principale un camino e alcune sedie coperte da teli impolverati. Passò la luce dappertutto, senza farsi domande su ciò che avrebbe potuto trovare e che poteva essere sfuggito agli inquirenti di Toselli: cercò.
La villa era predisposta su un solo piano, munita di due bagni, tre stanze da letto e una cucina con tinello, un enorme salone. Per ogni stanza sarebbero venuti fuori altrettanti mini appartamenti. Riflettendo si portò una sigaretta alla bocca ma non l’accese, si limitò a stringerla tra le labbra. Ciò lo rese nervoso. Probabilmente gli investigatori, la scientifica e quant’altro avevano setacciato per ore le stesse stanze che stava frequentando lui; eppure c’era qualcosa, doveva esserci qualcosa. Era l’unica certezza che aveva da quando tutta la faccenda era incominciata: quella villa, soprattutto quel parco, custodivano la chiave per arrivare al feroce assassino.
Ma dove?
Passò le mani sul muro del salone, dove chiare e visibili stavano macchie di umidità e zone franche prive di polvere: quadri portati via, probabilmente. Mosse ancora la torcia sugli angoli della stanza e in alto, sul soffitto.
Non c’era niente.
Si allontanò tornando nei pressi dell’atrio. Raggiunse l’ultima stanza in fondo e la perquisì accuratamente, addirittura tastando con le mani le pareti, il pavimento, i pochi mobili presenti. Le ore trascorsero lente e silenziose, aveva così abituato gli occhi al buio che alle volte cercava senza puntare la torcia nella zona interessata; stette in ginocchio e infine uscì riflettendo. Puntò ancora la torcia in alto, sul soffitto compreso tra il tinello e il secondo bagno. C’era una porzione del soffitto, in alto, con una singolare particolarità: una sorta di capitello, di intarsio piuttosto elegante, che mancava nel resto della villa. Certamente erano stati abbandonati in fretta e furia i lavori, una volta che i Salieri s’erano decisi ad abbandonare la casa, tuttavia questo particolare lo colpì molto: perché iniziare l’abbellimento del soffitto quando il resto della casa era all’inizio dei lavori? E perché partire proprio da una zona così scarsamente importante come il soffitto antistante un tinello e un bagno? Mise la torcia in bocca e prese ad arrotolarsi le maniche del maglione e poi della camicia; non toglieva gli occhi da quel soffitto, si scoprì a grondare sudore nonostante il freddo secco della zona. Entrò in cucina, afferrò il tavolo e lo trascinò sotto la porzione di soffitto lavorato. Infine recuperò una sedia e la sistemò sopra al tavolo. Mosse quest’ultimo per saggiarne la stabilità e ci montò sopra. Infine salì sulla sedia. Si trovava ancora abbastanza lontano dal punto interessato, tuttavia poteva tastare con sufficiente comodità. Premette verso il soffitto come nella speranza di trovare una botola, un soppalco. Tolse la polvere e strinse forte la torcia tra i denti: seguì la linea del muro con le dita e scorse una specie di foro, largo quanto la feritoia di una palla da bowling, e ci infilò un dito. Poteva sentire il suo respiro pesante rimbalzare per tutte le stanze della casa, spolverò ancora attorno al foro. Ne trovò un altro. Guardò giù, in basso, quindi infilò il dito dell’altra mano nel nuovo buco. Spinse.
Non accadde niente.
Si costrinse a restare calmo, asciugandosi le mani sui pantaloni. Rimise gli indici nei fori e tirò verso il basso: di scatto, gracchiando, una specie di cassetto mascherato si abbassò verso di lui, scattando in avanti come certe scale dei treni:  rimase sbalordito, senza fiato. Le braccia aperte sui fianchi, le dita delle mani dilatate, lo sguardo a frugare veloce nella sezione di muro. Ci ficcò la mano destra e tastò verso l’alto: si trattava di una larga e bassa sezione interna del muro foderata in legno, al cui interno stavano alcune buste da lettera, un pacco di fogli e altre scartoffie. Afferrò tutto tentando di infilarsi la roba sotto al maglione, nelle tasche posteriori dei calzoni, sotto al braccio sinistro. Rimise il cassetto al suo posto e scese febbrilmente dal suo arrampicamento. Una volta toccato il pavimento coi piedi, tornò a guardare verso l’alto: una volta rimesso al suo posto il meccanismo nascosto, la sezione era tornata praticamente invisibile; non era rimasta ombra nemmeno dei due fori. Paride non si curò di rimettere a posto la sedia e il tavolo, scalciò la sporcizia e i detriti mandandola ad ammucchiarsi da un’altra parte della zona e sparpagliò il contenuto della prima busta sul pavimento. Nell’aria c’era un forte odore di orina e di escrementi d’animale. Fletté le ginocchia illuminando le fotografie scivolate fuori dalla busta, dopo averle scompaginate un po’ con la mano: aveva il viso sporco di polvere e grasso, e i capelli stavano spettinati e attaccati sulla fronte dal sudore.
Fece scorrere il cerchio della luce artificiale sulle immagini scattate in tempi remoti, alcune erano ingiallite dal tempo, altre rovinate dalla scarsa esposizione all’aria. Le guardò dilatando le pupille. Un indicibile, ancestrale orrore lo immobilizzò, impadronendosi di lui in maniera folle e inarrestabile: nonostante ciò, non gli riuscì di smettere di muovere la luce sugli scatti sparpagliati.
Fece scorrere le dita sulle immagini di cadaveri infantili ammucchiati in pile nauseabonde, su donne costrette a rapporti sessuali con grossi cani, su particolari di genitali perforati, bruciati, devastati da una violenza troppo forte da tollerare anche solo col pensiero. Strinse gli occhi ma le lacrime di rabbia e frustrazione gli scorsero ugualmente giù per gli zigomi, allora si asciugò la faccia col gomito e tornò a guardare. Certe foto illustravano l’interno di un imponente surgelatore industriale, nel quale stavano ammassate parti anatomiche umane perfettamente conservate: poi ancora orrore, violenza, sopraffazione, mortificazione e torture selvagge. Rovesciò anche le altre buste, ma nessuna di quelle fotografie mostrava un volto di aguzzino, di stupratore o una sola data, un indizio per risalire a loro. Sedette tenendosi le ginocchia con le mani e stette così a lungo, sperando vanamente che le luci dell’alba lo inglobassero fino a farlo scomparire per sempre, ma rimase solo con la sua desolante lacerazione.
“Sporchi figli di puttana”, sussurrò nell’ombra, “Maledetti, luridi figli di puttana… ma io vi fotto, vi fotterò tutti…”
Raccolse infine tutta la macabra documentazione e con infinita stanchezza se la sistemò sotto il braccio. Tra essa notò per la prima volta alcune buste di plastica contenenti macabri disegni infantili. Tracciati da una mano femminile, ipotizzò. Chissà perché erano stati conservati insieme a quella merda. L’abbraccio con le prime luci del giorno, muovendo passi incerti e tremolanti sul selciato, sembrarono donare a Paride Agosti una nuova vita, una nuova fuoriuscita dal brodo primordiale. Tirò su col naso e, cupo e determinato, prese a scendere a piedi verso sud, lungo le prime case abitate.

Gualtiero e Paride assistettero  in un assorto silenzio ad Azumi che riempiva disordinatamente un borsone. Agosti aveva ancora il viso sporco e una manica sola tirata su.
“Ho il mio lavoro qui all’ambasciata…” stava protestando lei, ma sembrava scarsamente convinta persino delle proprie parole; “E non ho avuto neanche il tempo di avvertire mia sorella…”
“Non importa!” esclamò Paride tendendo una mano aperta verso Gualtiero: “Ce l’hai?”
“Certo” rispose quello estraendo un biglietto lungo e stretto dalla tasca frontale della giacca. “Eccolo.”
Paride lo prese e lo ficcò tra le mani di Azumi, che sembrava spaventata e confusa.
“E’ un biglietto per Nagoya, Gualtiero ti accompagnerà in aeroporto. Mi chiami appena arrivi, a qualsiasi ora… siamo intesi?”
Gualtiero abbassò la testa, in serio imbarazzo.
Azumi annuì stringendo le labbra sottili e chiudendo gli occhi. Non intendeva mostrare ulteriormente a quei due la frustrazione repressa e la preoccupazione. Gualtiero le si avvicinò con discrezione.
Sotto gli occhi avviliti di Agosti, Azumi e Gualtiero si avvicinarono alla porta. Lui aprì dando una rapida occhiata fuori, lei mantenne forte la presa sui manici della borsa. Parlò a bassa voce, senza guardare il poliziotto rimasto in casa sua.
“Ti farai ammazzare… questo sarà l’unico risultato alla scoperta di quel maledetto nome, Paride – kun… e mi dispiace. Mi dispiace tanto.”
Agosti non rispose nulla, si limitò a fare un cenno all’indirizzo di Gualtiero, e questi scomparve con la ragazza, dopo aver richiuso la porta. Lo sbirro rimase ancora un po’ così, al centro del salotto con le mani in tasca e una parte del corpo nascosto dalla penombra: chissà se erano stati così anche gli ultimi istanti di coloro che lo avevano preceduto, di tutti coloro che avevano attraversato la strada agli Apostoli di Edonis.
Soli e un po’ sperduti.

“Cerco Piccardi.”
“Si buongiorno, ha un appuntamento?”
“No. Gli dica che sono Paride Agosti e che ho qualcosa di suo.”
“Attenda un attimo, per cortesia.”
Prendendo la cornetta e premendo soltanto tre tasti, la giovane segretaria sbirciò l’aspetto trasandato e nervoso della persona davanti. Agosti non ascoltò la breve conversazione, notò l’arredamento dozzinale, i quadri freddi e vuoti, la pianta di default piazzata all’ingresso.
Tornò a guardare verso la donna. Questa gli sorrise.
“S’accomodi pure: secondo piano, terza porta sulla sinistra; ascensore alla fine del corridoio.”
“Vado a piedi, grazie.”

Seduto dietro la sua poltrona in pelle, Piccardi lo invitò ad entrare, impegnato in una conversazione telefonica. S’era fatto una lampada da poco e il suo ufficio era grande e spoglio come una sala operatoria.
“... fatti mandare i grafici anche via mail e non mancare di tenermi informato!” stava dicendo all’apparecchio, “e ricordati il tennis venerdì o stavolta ci fanno pagare lo stesso il campo! Si, ciao. Ciao!” Mise giù.
Agosti lo guardava in piedi con le mani in tasca. Aveva un aspetto truce.
 “Allora, Agosti… non vuol sedere? Ha qualche novità?”
“No.”
“Ma… si sente bene?”
Paride mise una mano in tasca e tirò fuori un proiettile calibro 6,35 senza la bustina. Così, nudo e crudo.
Piccardi smise di sorridere e strinse le labbra indispettito, fissando prima il proiettile poi Agosti.
Paride piazzò il proiettile in piedi, proprio davanti a Piccardi, sulla scrivania. Questi si vide riflesso nel piombo cilindrico.
 “Sono venuto a riportarti questo.”
“Lei deve essere completamente impazzito!”
“Io non mi spavento facilmente, signor pezzo grosso… vi starò addosso, vi respirerò sul collo, vedrete la mia ombra ogni volta che andrete a coricarvi e quando penserete che ho mollato un po’, quello sarà il momento in cui stringerò il cappio. Te lo giuro avanti a Dio.”
Piccardi si alzò di scatto, incollerito, ma Paride lo spinse di nuovo giù, seduto.
“Inizia pure il tuo giro di telefonate non appena sarò uscito di qui, Piccardi: ti risparmio la fatica dicendoti che non ho persone care che possiate ricattare né una carriera da compromettere: io sono la buccia di banana che vi farà cadere. Vedrai se scherzo. Vedrai!”
Si allontanò senza fretta.
“Vedrai.” Disse ancora, prima di uscire.
Piccardi appoggiò entrambi i gomiti sulla scrivania lucida, chiuse gli occhi e prese a massaggiarsi le tempie come se avvertisse un pungente dolore.

“Allora?”
“Tutto a posto, è partita una decina di minuti fa. Non sembrava molto contenta se posso dirti la mia, Paride!”
“Puoi raggiungermi?”
“Si. Cosa stai facendo?”
Agosti aveva sul tavolo alcuni disegni infantili, taluni neri e indecifrabili, altri tracciati col solo colore rosso, e mostravano un uomo infilzato da tantissime punte che sembravano lance. “Rifletto. Vieni da me?”
“Si. Ci vediamo là.”
Gualtiero trovò l’amico immerso in una nuvola di fumo intento a scrutare alcune fotografie e disegni rozzi sistemati sul tavolo accanto al PC; “Paride…”
“Siedi e ascoltami bene!” spense l’ennesima cicca nel portacenere: “Guarda bene questa roba, guardala bene…” batté le dita sui fogli.
Capuano scosse il capo con un moto di rassegnazione, allargando le braccia. Prese alcuni disegni a caso: in uno c’era raffigurato quello che sembrava un prato, ovviamente distorto dalla fantasia dei bambini. Non c’era firma, non c’erano scritte. Niente. Sbuffò. Paride lo guardava con aria attenta, pareva in attesa del responso dell’oracolo.  Gualtiero fece scorrere gli occhi sulle fotografie, sugli orrendi strazi, sui muti visi lacerati dal dolore, dalla disperazione, dalla prigionia. Strinse gli occhi senza emettere un suono.
Poi, per non indugiare oltre, sistemò l’ultimo disegno sopra agli altri, davanti ad Agosti, e sedette dirimpetto alla scrivania.
“Non abbiamo niente, Paride.” Disse solennemente, stando ben attento al tono da utilizzare, per non irritare l’amico e collega; questi aprì la bocca incredulo, mischiò le foto e ricominciò a rotearle sotto gli occhi di Gualtiero, che tese una mano per allontanarle.
“Come niente? Ma guarda, guarda qui… vittime, corpi, atrocità… bestialità! Come niente?!”
“Niente, Paride: te lo ripeto!”
“Ma guarda che non le ho mica trovate nel secchio della spazzatura in strada, eh? Io…”
“Guarda che lo so, Cristo… sono ore che mi sventoli quella merda sotto il naso… quando mi hai chiesto di accompagnare Azumi a Fiumicino ho tirato un sospiro di sollievo!”
“Ah si?”
“Si, cazzo! Lo vedo pure io quello che hanno fatto a quella gente, mi credi cieco? Il problema è che non c’è un punto di riferimento, un’indicazione per trovare corpi e tracce, una faccia di aguzzino, non c’è niente Paride! E lo sai anche tu!”
“Un cazzo! Le ho trovate nella villa dei Salieri e sicuramente i due fratelli, Muriel e Riccardo, ci sono dentro fino al collo! Per non parlare di quello stronzo di Piccardi!”
“Si, probabilmente si, probabilmente hai ragione, e allora? Facciamo riaprire le indagini? Me lo hai detto tu stesso che questa storia è un gran mucchio di merda e che decine di personaggi illustri ci hanno ficcato le mani per insabbiare e proteggere! Me lo hai detto tu!”
Agosti si tirò in piedi di scatto, massaggiandosi i capelli all’indietro con entrambe le mani, tentando di dominare l’insofferenza. Urtò la scrivania e numerose fotografie finirono in terra. Gualtiero cominciò a raccoglierle.
“Non possiamo… non posso far riaprire le indagini, Gualtié… hanno già il loro bel colpevole sepolto a Prima Porta e una storia che è costata gradi e poltrone a parecchi gallinacci…”
Gualtiero sistemò ordinatamente le foto in pile: “E poi la villa e il parco sono state setacciate da cima a fondo, non ci hanno trovato un cazzo, a parte…” abbassò la testa senza parlare più.
“A parte la roba di Pintori? Guarda che puoi dirlo, eh! La verità è che non sei convinto manco tu, Gualtié! E dimmelo una buona volta in faccia, cazzo!”
“No! No che non sono convinto, Paride! Stavolta potresti aver preso una cantonata!”
“Ah si? Ma guarda un po’ che combinazione! Una ragazza viene rinvenuta torturata e uccisa in una villa nella quale trovo reperti riconducibili agli Apostoli di Edonis e tu non sei convinto? Ma che cazzo dovevo fare, pescarceli con i cappucci e i camici da chirurgo mentre giocano all’allegro sadico? Ragiona, Gualtié, usa la testa! Usala, o vincono anche questa volta!”
Passò qualche istante di silenzio tra i due; Gualtiero teneva le mani sui fianchi e guardava torvo sul pavimento, Paride fuori dalla finestra. Sembravano due bambini in lite per una stronzata.
“E va bene”, disse allora il primo, “cerchiamo una persona di cui fidarci alla scientifica e gli facciamo analizzare le foto, vedrai che salta fuori qualcosa… conosco chi potrebbe…”
“No. Io non mollo niente, ci dormo sopra se necessario, con questa roba; io non mi fido, Gualtiero! E non dovresti farlo nemmeno tu!”
“D’accordo! Allora mi spieghi questo cambio di strategia della setta? Almeno questo puoi farmelo capire?”
“Quale strategia?”
“Beh, io parlo per ciò che mi hai raccontato tu… dopo anni e anni di silenzio, questi risaltano fuori ammazzando una ragazza (tra l’altro di buona famiglia) e proprio nella villa che nasconde un loro atroce segreto! Lo vedi da solo che non regge, Paride! Senza contare che rischiano di esser scoperti da un fotografo di mezza tacca: non mi sembrano tutto questo granché, i terribili apostoli… politica, massoni e servizi segreti avrebbero tramato anni per nasconderli agli occhi dell’opinione pubblica?”
Seppur indispettito, Agosti dovette convenire su alcuni punti sollevati dall’amico. Si prese il labbro inferiore con indice e pollice e camminò per la stanza riflettendo.
“Ci deve essere una spiegazione, Gualtié!”
“Uno o più emuli? Qualcuno che ha trovato le foto e tenta di riprodurre gli stessi crimini?”
“No, io stesso le ho scovate per un pelo, dopo che erano sfuggite anche a voialtri e sappiamo entrambi che i primi delitti seriali nascondono sempre diversi errori  che l’assassino compie, e che qui risultano assenti!”
“Perché seriale? La ragazza faceva uso di stupefacenti, non è escluso che…”


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