Aggiornati su questo blog tramite una mail!

venerdì 6 novembre 2015

L'apostolo nel buio, prima parte.

Salute!
Diverse volte, dalle righe di questo blog, ho parlato di un mio titolo uscito "indipendente" nel 2009 e poi distribuito on - line da una nota casa editrice che ha tante librerie sparse nella penisola: ecco, ne vedete la copertina qui sopra. Scaduto il contratto qualche tempo fa, ho valutato alcune proposte editoriali che vanno di moda oggigiorno: alla fine ho deciso di ripubblicarlo qui. Gratis.
Da oggi, e per ogni venerdì fino alla conclusione, un capitoletto de "L'apostolo nel buio" per tutti coloro mi hanno seguito fin qui (e pure per gli altri, vai, che pare brutto).
Con un avvertimento, però: il libro é assolutamente consigliato a un pubblico più che maturo.
Spero vi divertirete.
E grazie.

Prima parte.

Zoppicò.
Arrancò a fatica sulla salita spelacchiata che conduceva sulla fila di ville lussuose che dal lago si vedevano svettare volgari nelle notti d’estate, e si fermò solo quando giunse nei pressi di un villone a strapiombo sul lago che stava al buio e occhieggiava su di lui come una funebre civetta  morta.
L’informazione si rivelò corretta. La villa davanti a lui era spenta e vuota. La piscina era colma di foglie morte e di pagine di giornale, mentre il parco interno non aveva manutenzione, e dalla sua posizione gli riusciva di vedere le cime degli alberi che presentavano arbusti incolti e frastagliati.
La villa aveva il cancello a pochi metri dalla strada provinciale e l’abitazione diversi metri più in alto; quando s’avvide di un’automobile che saliva a tutta velocità corse zoppicando verso il crinale e si lasciò cadere su una cunetta poco più in giù. Per poco non gli capitò di cadere nel lago. Il fascio di luce dei fari tagliò la sua figura e poi sfrecciò lontano, nell'oscurità. Imprecò risalendo sulla strada con evidenti difficoltà. Aveva una borsa sportiva con dentro due macchine fotografiche, una dotata di lampada al laser, due mensili e qualche quotidiano, oltre ad un passepartout, una pinza per lucchetti e ad un documento falso.
 Guardò ancora nei due lati della strada e attraversò poi furtivamente verso il cancello. Sudava. Si sfilò un guanto con i denti e si asciugò la faccia.
Non poté vederlo, ma si lasciò una lunga riga di grasso e sporcizia sulla guancia e sulla fronte.
Occhieggiò alle sue spalle.
Poggiò la borsa in terra e ne estrasse impacciato l’arnese per rompere la catena: si avvide del fatto che il cancello era stato forzato a più riprese nel corso degli anni, e nonostante il grosso lucchetto fosse intatto, le due ante del cancello non chiudevano bene lasciando spazio a sufficienza affinché si potesse scivolare all’interno forzandolo un po’ e trattenendo il respiro per qualche istante.
Lo fece.
Guardò ancora alle sue spalle.
In lontananza, un suono, il verso di una scrofa.
Fu quasi sollevato del fatto che non fosse stato costretto a rompere il lucchetto, ma preso dal panico per un’eventuale arrivo di qualcuno dalla strada, entrò brutalmente tirando indietro la pancia e forzando il cancello con il corpo. Appena oltrepassato gli cadde il borsone; siccome lo aveva lasciato aperto per prendere le tenaglie, udì il resto della roba cadere in terra. Le sue chiavi di casa comprese. Si mise in ginocchio, col fiatone, e prese a palpare il terreno, inghiottito dal buio più completo.
Trovò il tappo della macchina fotografica, il guanto e lo ricacciò nella borsa. Poteva sentire il suo respiro pesante. Il sudore che bruciava i peli sul polso.
Rumore di un motore. Ancora. Luci fendenti.
Si gettò pancia sotto sul selciato oltre il cancello. Rantolò.
L’auto si fermò proprio poco prima del cancello.
Chiuse gli occhi ed aprì la bocca. Rantolava.
L’auto non spense le luci e manco il motore. Sentì lo sportello aprirsi e voci confuse provenire da essi.
“... Adesso devi pisciare? In mezzo alla strada?”
“Puttana deficiente… se non l’ho fatta nel locale è stato per i cazzi tuoi!”
“Ma fai in fretta, và, vedi di sbrigarti!”
Lui avvertiva le luci dei fari, come baionette gialle, librarsi sulla sua testa, messa di profilo sul terreno, che presentava ciuffi, arbusti e piastrelle di marmo spaccate.
Chiuse gli occhi e pregò che quelli se ne andassero presto.
Silenzio, buio e altro schifo in bocca.
Poi, di nuovo, il rumore delle ruote e le luci che si schiodavano dalla sua testa; raccolse le chiavi e iniziò a salire sulle scale che fendevano i due lati del giardino, con gli arbusti e le piante incolte.
Non vedeva un accidenti.
La vecchia villa si arrampicava oltre la scalinata maestosa di un tempo e ancora non riusciva a vederne i contorni.
Giunse incerto su una specie di terrazza, toccò con entrambe le mani il muro della villa e con gli occhi piantati nell’oscurità immaginò il portone di ingresso.
Lo vide.
Da quello, sapeva che doveva spostarsi di qualche metro sulla sua destra e salire ancora.
Espirò forte, con la testa alta e flettendo le dita delle mani per mantenere costante il flusso sanguigno. Riaprì gli occhi.
Si spostò a destra e camminò incerto incespicando su una cunetta sabbiosa che ricopriva parzialmente un altro segmento di scala in pietra.
Riprese a salire.
Il fiatone, sempre più forte, lo costrinse a fermarsi e a mettere le mani sulle ginocchia. Si vide costretto a respirare più a fondo e più lentamente, a praticarsi un’iperventilazione che gli avrebbe impedito errori.
Alzò il viso e dilatò le pupille: doveva avanzare.
Nell’ultimo tratto la scalinata si spezzava nuovamente, e la sabbia tornava a rendergli difficoltosa la salita; percorse gli ultimi metri quasi in ginocchio, sporcandosi di sabbia e di erba, ma era quasi arrivato.
Tastò il parapetto nord della muraglia della villa e guardò di sottecchi. In lontananza, ancora a nord, vi era un altro villone oscenamente ricco e sguaiato che però stava totalmente illuminato.
Passò la lingua sulle labbra. Non rantolava più.
Posò la borsa sull’erba e l’aprì per bene. Estrasse entrambe le macchine fotografiche e le munì di teleobiettivo; le mise con calma sul muro del giardino e cambiò i guanti. Maledì il fatto di non aver portato con sé nulla da mangiare, probabilmente avrebbe atteso per ore.
Voltò il teleobiettivo verso la villa di fronte e ci piazzò l’occhio goloso. Ora non gli rimaneva che attendere. La villa da spiare si trovava distante dal punto cui si era appostato diverse centinaia di metri, il parco in cui stava era in una villa, una sorta di casolare abbandonato, mentre anche quello adiacente si trovava immerso nel buio e nel silenzio: in pratica, un posto perfetto. Avrebbe ripreso laggiù, nell’unica casa illuminata, qualche cosa di appetitoso: una sniffata, un nudo, una scaramuccia, con le quali campare dignitosamente qualche settimana.

Diede una rapida occhiata all’orologio. Le quattro meno un quarto del mattino. Faceva freddo, ma una stilla di sudore gli bruciò l’occhio sotto il sopracciglio, la tensione rimaneva molto alta, per lui.
Attese.
Dopo qualche minuto, gli sembrò di sentire un rumore sordo provenire dalla villa abbandonata alle sue spalle.
Rimase senza respirare cercando di capire se era la tensione che gli stava rompendo il cazzo o se, invece, aveva realmente udito rumori dal profondo della villa fatiscente.
Tenne inchiodati gli occhi sulla massa scura ed enorme che rappresentava il palazzo abbandonato, ci mancava solo che qualche stronzo si fosse introdotto nella villa approfittando del cancello parzialmente aperto da lui… un senzatetto, magari, o un tossico... o peggio. Non ascoltò più nulla, gli parve che anche il lago, laggiù sullo sfondo, avesse smesso di respirare. Guardava ora la villa lontana ora quella livida alle sue spalle, con un senso di angoscia repressa a fatica.
Gli parve che tutto fosse tornato normale. Magari i locali abbandonati erano divenuti col tempo il ritrovo di topi, uccellacci o qualche altro cazzo di lurido animale. Tornò a guardare nel suo obiettivo.  
Un vento leggero si alzò a trasportare l’alba, e le fronde si mossero come a formare un lugubre coro di anime dannate. Avvertì il rumore sgradevole e notò che sudore gelido gli scorreva lungo il collo. Alzò il bavero della giacca e non poté fare a meno di tornare a guardare indietro, nel buio. Ancora le fronde.
Era zoppo. Da bambino era scivolato da un’impalcatura spaccandosi la gamba in quattro parti. Lassù, su quel palazzo in costruzione, c’era salito con tre amici per dimostrare al mondo che era cresciuto, lui, insieme agli altri babbei, e che era pronto a sfidare il mondo. Solo che anche lui – il mondo – lo aveva sfidato, battendolo beffardamente. Così aveva una gamba più corta dell’altra, con un chilo di ferro nel ginocchio che lo teneva attaccato al resto dell’arto. Se qualche vagabondo malintenzionato fosse sbucato da quel buio certo non avrebbe potuto arrancare fino al cancello in basso. Si sarebbe battuto con ciò che poteva. Senza arretrare.
Non aveva fatto altro, del resto, in tutta la sua vita.
Combattere senza arretrare. Mai.
Un altro rumore, oltre allo sfregare delle fronde. Forte, stavolta; netto. Rimase immobile per cercare di separare i due suoni e tentar di capire cosa fosse stato. Passi, poi, inequivocabili. Si leccò le labbra secche.
Aveva sentito bene, stavolta. Fece qualche passo incerto per andare a vedere.
Altri rumori, più confusi, un mugolio disperato. Lotta?
Tornò indietro ansimando e si infilò in tasca la macchina fotografica più piccola, una Nikon che aveva comprato su eBay da un coreano mezzo matto. Si asciugò gli occhi dal sudore e si aggrappò ad un arbusto appeso per non scivolare. Ripercorse mentalmente la strada che aveva fatto per giungere dove era in quel momento e la rifece in senso inverso. Scese di qualche metro verso il posto in cui aveva visto la sagoma del portone della villa. Fece correre giù per le scale qualche roccia, così si appiattì contro un enorme vaso di terracotta, aiutandosi con le mani per far flettere bene il ginocchio malconcio.
Si diede poi dello stupido, giacché gli eventuali nuovi arrivati non potevano scorgerlo, visto che non c’erano tracce di torce o di altre luci elettriche.
Si sporse un po’. Rumore di legno marcio. Il portone si aprì malamente di qualche centimetro. Poi più forte. Si appiattì dietro al vaso. Ancora rumori, come di qualcuno che apre a calci un vecchio portone sbilenco. Poi, più tardi, una flebile luce. Tornò a fare capolino. La luce giungeva da dentro la villa ed era flebile e instabile, come quella di una candela.
Il vecchio istinto lo portò a prendere la macchina fotografica con entrambe le mani, a togliere il coperchio e a mettere l’indice sul pulsante di scatto e il pollice dell’altra mano sul grilletto della ricarica. Poi altro rumore, forte, ed una figura biancastra uscire malamente dal portone e andare ad abbattersi al suolo.
Portò l’occhio nel mirino dell’obiettivo e zoomò verso la figura rannicchiata per terra. Si trattava di una donna. Aveva solo una gonna lacera e il reggiseno, ma un piccolo seno era scivolato fuori da una coppa dello stesso. Sembrava pesta e lacera. Non aveva le scarpe. Le avevano legato brutalmente le mani dietro la schiena e non appariva presente a se stessa.
Scattò una, due, tre foto. Senza flash, ovviamente, ma non si preoccupò troppo del risultato finale. Sapeva far miracoli, lui.
Cazzo, per una buona fotografia non servono gambe sane, solo l'istinto fulmineo del saper cogliere il momento perfetto.
Poi sgranò gli occhi quando vide una seconda figura uscire dal portone e fermarsi torreggiando sulla donna in terra; la figura si muoveva come tarantolata, si tirò dietro la porta malconcia e assestò un calcio sulla schiena della donna a terra.
Il fotografo pensò che gli sarebbe arrivato presto un infarto come al padre, vent'anni prima, ma non smise di scattare.
La donna fu afferrata per i capelli e trascinata brutalmente dietro una massa più scura, forse un cespuglio.
Doveva rimanere lucido, anche se non vedeva più i due. Si stirò le dita delle mani e tolse il sudore dagli occhi. Rotolò goffamente su un fianco e avanzò simulando un passo da pantera. Dalla massa scura intanto arrivavano colpi sordi, lievi sussulti, un lamento strozzato.
Avanzò strappandosi il maglione e quasi perdendo una scarpa. Dio, aveva il cuore in gola e temette di cagarsi addosso. Ma non indietreggiò. Avvertì con le mani il marmo sotto di sé e virò di qualche metro. Gli riuscì di vedere di nuovo i piedi della ragazza uscire dal cespuglio. Sembravano fare piccoli scatti come durante un elettroshock.
Si fermò e riprese a scattare. Il suo cervello continuò a registrare immagini che andava confusamente archiviando in qualche angolo della memoria. Doveva solo scattare.
Macchia scura sotto i piedi della vittima, scivolava lenta. I piedi non si mossero. Le fronde, il sudore. Fronde e sudore. Il corpo non aveva più sussulti, eppure colpi ritmicamente sordi continuavano da dietro la siepe, e cominciò a farci l’abitudine. Si asciugò ancora e poi scivolò all’indietro per trovare riparo. Il suono dei colpi si fermò.
Fu il momento in cui ebbe più terrore: l’aggressore poteva decidere di dare un’occhiata in giro prima di andarsene o vederlo semplicemente per sbaglio mentre fuggiva via. Si accorse solo allora del mortale pericolo che stava rischiando e lacrimò affondando la testa nel prato. Stava con le braccia e le gambe larghe pregando che non fosse visibile. Quel silenzio lo fece tremare più di qualunque altra cosa. Pianse, costringendosi a mettere la bocca nell’erba per soffocare i singhiozzi: era ridotto a una merda. Alzò gli occhi solo di rado, ma quasi in maniera compulsiva, per vedere se c’erano movimenti. Niente.
Poi la vide.
O meglio, fu come un bagliore. Un lampo metallico e ipnotico a pochissimi metri da sé. Deformò le labbra e si costrinse a tirare più su la testa.
Ma che cazzo era?
Guardò meglio.
Un’ascia.
Cristo, un’ascia da falegname grossa quanto una sedia. Puntata in basso, accanto un tessuto, blu. Una gamba.
L’assassino.
Di profilo, probabilmente guardava verso la cima, laddove aveva lasciato la sua roba per spiare quel coglione cocainomane della villa lontana.
Panico.
Bastava un respiro e quello lo avrebbe visto o sentito.
Decise di rimanere fermo e zitto. Le nuvole tornarono a coprire quel po’ di luna in cielo, e non vide più il bagliore dell’ascia.
Quel fottuto s’era allontanato.
Fece di scatto un paio di metri verso il fondo strisciando come un verme e poi in ginocchio avvertendo la scalinata in pietra. In cima ad essa, oltre la villa, la figura sembrava di spalle a guardare lassù. Stava diritta senza un sussulto, manco fosse di creta.
Lui scese ancora un po’.
Doveva arrivare al cancello.
Ma quanti cazzo di metri saranno stati da lui al cancello? Cazzo, mica così tanti, no? Si asciugò le mani sui calzoni e brancicò verso il basso. Decise di giocare il tutto per tutto, mentre il… lui, l’aggressore insomma, guardava altrove.
Si tirò in piedi.
Barcollò e scese i gradoni. Alla sua destra, appena un passo più in là, il grosso cespuglio. Quel cespuglio. Tremò. Teneva le mani larghe sui fianchi e vibrava come in preda alla febbre più alta; cacciò una mano in tasca e riprese la macchina fotografica. Era più forte di lui, come un arto supplementare assolutamente fuori controllo. Volse meccanicamente verso il cespuglio e avanzò piano.
C’era una macchia scura che si allargava a vista d’occhio per terra e due piedi, si. Due piedi nudi che spuntavano dal cespuglio. Fece un ultimo passo e si affacciò. Non gli riuscì di vedere molti particolari, e nemmeno quante e quali ferite avessero spacciato la ragazza; intendeva scattare ancora ma lo terrorizzò l’idea del grilletto che rumoreggia per caricare la macchina fotografica. Agiva e pensava tentando di razionalizzare, come in un sogno del dormiveglia. Spostò il cespuglio per non mettere la scarpa nella pozza di sangue e, contemporaneamente, poter affacciarsi sul corpo.
Intanto, una voce terrorizzata al suo interno lo informò che c’era un rumore dall’alto, da dove stava quello.
Doveva guardare, si era spinto troppo oltre per tornare indietro. E guardò.
Intanto i passi sulla scala in alto si fecero più decisi.
Guardò in quella direzione, poi tornò a scrutare la ragazza mettendosi una mano sulla bocca, quasi a tapparsela.
L’assassino venne giù dalla scala, con quella cosa, quella cosa assurda in mano.
Lui si gettò verso il cancello, rotolando e vomitandosi addosso.
L’aveva vista, aveva visto com’era ridotta quella giovane, e aveva visto lui, seppur non in volto. Ma aveva visto quella cosa, la cosa che stringeva in pugno. Saltò quasi al cancello e nello spingersi oltre il varco bloccato da un pezzo di catena si lacerò un po’ di carne dal petto; l’inseguitore ebbe un attimo di incertezza, parve quasi fermarsi.
Lui si trovò da solo, in mezzo alla strada, col maglione impastato di sangue e vomito, e vedeva quel maledetto in mezzo alla scalinata, con l’ascia in mano e la testa della ragazza nell’altra; dallo squarcio del collo penzolavano una parte di filamenti sanguinolenti, come frattaglie dense e gelatinose e lo sguardo della giovane pareva uscito da un quadro del Tintoretto.
“Aiuto!” Gridò zoppicando mentre un fascio di luci di fari lo puntava. “Aiuto, per amor di Dio, aiutatemi!!”
Al rumor della frenata l’assassino risalì la scalinata senza voltarsi.
“Aiutatemi”, pianse disperatamente il fotografo, “... per l’amor di Dio…”

I due agenti di polizia presero i documenti in mano e li aprirono.
Uno dei due fissò in volto l’uomo alto e slanciato che attendeva con un cappotto in mano e una valigetta porta notebook nell’altra. Si guardarono. L’agente aveva le efelidi e i capelli rossi, l’uomo una fitta barba scura e i capelli perfettamente pettinati sul capo, con una riga che scostava sul volto puntuto la frangia di capelli. Qualche capello bianco di troppo. Attese.
L’altro agente gli ridiede il tesserino e lo salutò portandosi una mano sulla fronte: un saluto militare fatto malissimo.
“E’ tutto a posto ispettore, e ci scusi!”
“Ma non ero atteso?”
“Si, ma ci hanno detto solo ora di venire a prenderla in stazione e quindi sa, per non fare figure di merda…”
Si diressero verso la volante.
“Com’è andato il viaggio, ispettore?” chiese l’agente roscio.
“Così e così.”
Si infilarono in macchina.
I due agenti salirono davanti, l’uomo dietro. “Io sono l’agente scelto Nannelli”, affermò il roscio con fare confidenziale;  “Ed io Alfonsini.”, aggiunse l’altro.
L’uomo con la barba li osservò dallo specchietto retrovisore. L’agente ricambiò lo sguardo. Ne aveva sentite molto sull’ispettore che stavano portando in macchina. Aveva gli occhi nocciola e, nonostante il cipiglio, non sembravano occhi cattivi.
L’auto si infilò nel traffico.
“Vi dispiace fare una deviazione prima di arrivare al commissariato?” chiese al primo semaforo. I due agenti si guardarono poi il roscio gli sorrise: “No ispettore, siamo al suo servizio!”
“Grazie.”
La volante svoltò sgommando ad un incrocio e sfilò sulla tangenziale. L’uomo guardò severo fuori dal finestrino. Strinse la borsa sulle ginocchia e mentre i pensieri sfilavano nella sua mente si scoprì quasi ad accarezzare la pelle della stessa, nervosamente.

Dal terrazzino, su al terzo piano, il vetro della finestra rimandava il lampeggiare della volante ferma sotto casa.
“Cos’è?”, disse la ragazza giapponese in piedi davanti alla porta, “Hai trovato un minuto per me?”
“E’ la prima cosa che ho fatto, tornando qui.”
“Hai fatto male!”
“Azumi… ”
“Il mondo, tutto il mondo non gira a seconda di te e delle tue stramaledette scelte di vita!”
L’uomo poggiò il cappotto su una sedia ma non si mosse da lì.
“Lo so.” Si limitò a sussurrare.
Azumi lo fissò con quello strano sguardo tagliato. “Guarda che conosco il motivo del perché sei qui, del perché sei tornato!”
Lui guardò verso la borsa.
“Anzi, si può dire che lo sanno tutti… ”
“Ma quali tutti? In città ho lasciato solo te… ”
“Allora per quand’è?”
Lui abbassò gli occhi. “Non conosco i termini tecnici delle mie dimissioni Azumi, ma credo saranno effettive tra una decina di giorni. Sono in aspettativa da un po’.”
Lei gli si avvicinò.
“Allora hai già deciso!”
“Si.”
“Potevi risparmiarti il viaggetto a casa mia, allora!”
Lui l’afferrò per le braccia costringendola a guardarlo: “Speravo… no, credevo, che almeno tu avresti compreso… non è stata una scelta facile, la mia!”
“Tu non mi hai dato la possibilità di capire, Paride, non mi hai dato nemmeno la possibilità di parlare! E lasciami, cazzo!”
La liberò dalla stretta.
“…Quando c’è da fare una scelta importante per la tua vita escludi tutto quanto, ti chiudi a riccio sperando poi che chi ti sta accanto capisca e benedica le tue decisioni!”
“Sei ingiusta… ”
“Si, come no? Fammi il piacere…”
Paride spostò gli occhi sul basso tavolino in vetro che stava davanti al televisore e vide la netta strisciata bianca. Non si mosse.
Lei seguì gli occhi di lui e si parò davanti al tavolino.
“Continui con quella merda, Azumi?”
Lei si voltò e mettendo una mano a tappare la radice sinistra pippò una buona striscia di roba: “Si, cazzo… è buona e mi fa stare bene, a differenza di te!”
Lui annuì amaro, raccolse il cappotto e si avvicinò alla porta.
“Ma si, vattene!… almeno a sapere cosa cazzo ti è preso!”
Lui stava con una mano sulla porta. Voltato appena. “Sono solo stanco, Azumi. Non t’è capitato mai?”
Lei fece di no con la testa, i capelli corvini le si sciolsero dalla biro con cui li teneva legati dietro la nuca. “Io non sono il miglior poliziotto di Milano… ”
Paride batté le ciglia un paio di volte, poi abbassò lo sguardo pensoso. “Vedi, credo che il punto sia proprio questo, amore mio… ”
Si guardarono per un po’, la porta del balcone batté per un colpo di vento.
“Tu guardi a me come ad un poliziotto, commettendo un errore… ” lei fissò l’uomo con un moto di stupore. Lui seguitò piano a parlare. “Quando dovresti paragonarmi ad un prete. Ad un prete che ha perso la fede.”
“Ma che dici… ? Che significa?”
“Quando ero piccolo e i miei mi costringevano ad andare a messa tutte le sante domeniche, mi chiedevo cosa sarebbe successo se nel preciso momento in cui il prete ti sta ficcando l’ostia in bocca smettesse di credere in Dio… ” allargò le braccia e guardò lontano. “Il prete come si comporterebbe, che farebbe?”
“Tu non sei un prete, Paride, e manco un crociato!”
“No, ma nella giustizia c’ho creduto come fosse una missione. E tu lo sai! Solo che adesso io non lo so, non lo so più! Mi sono preso un periodo per riflettere, per cercare di fare ordine nei miei pensieri, nella mia vita, ma non c’è stato niente da fare! Io non ci credo più, Azumi, e ogni volta che compilo un verbale o eseguo un arresto mi sembra che sia stato tutto inutile… ”
“Paride, io… ”
“Bah, magari hai ragione, hai ragione tu.”
“Cosa farai? Cosa ti metterai a fare… ?”
“Ci credi se dico che non ci ho pensato?”
Lei gli rise in faccia, con tanta crudeltà che parve sputare acido. Si versò da bere, la mano le tremava un po’: “Hai pensato al metronotte? No, meglio il guardiano notturno… ”
Lui raggiunse la porta. “La tua cattiveria è sprecata, Azumi. Io non sono un impiegato o un marchettaro che gioca con la giustizia. Sono un poliziotto che vuole farlo bene, il proprio mestiere. Oppure lasciare perdere. Se non riuscite a capirlo, cazzo, tanto peggio per voi.”
 Scese le scale due alla volta e si infilò nella volante scuro in volto. Per il resto del viaggio i due poliziotti non fecero alcun commento, si limitarono a guardare avanti immersi ciascuno nei propri pensieri.
Le luci amare della sera si specchiarono sui vetri dell’auto, anch’esse sembrarono guardare all’interno come per sfottere e deridere l’uomo seduto dietro.
Giunti in prossimità del commissariato centrale, Paride aprì la borsa per estrarre una busta chiusa piuttosto voluminosa. La girò tra le dita e la ficcò nella tasca ampia del cappotto: l’avrebbe consegnata subito, avrebbe strappato il dente e via. Chiuse gli occhi e si sbottonò l’ultimo bottone della camicia.
I lampeggianti blu schiarirono il portone del commissariato, che si trovava alle spalle di un quartiere popoloso, accanto ad un piccolo giardino in disuso.
Paride ringraziò i due agenti e si affrettò ad entrare.
“Paride!”, lo chiamò una voce accanto ad una volante parcheggiata: “Tullio Paride Agosti!”
Si voltò e si avvide di un corpulento poliziotto che andava a salutarlo. “Ma che ci fai qui?”
“Gualtiero! Ciao, devo parlare con Toselli!”
“Non c’è, ha un cazzo per il culo che non ti dico… ”
Agosti si rabbuiò. “Che intendi dire?”
“Toh, pigliati una sigaretta… sono andati su al castello, è successo un casino!”
“Tipo?”
“Un morto ammazzato, ho sentito di un casino grosso… sei in servizio?”
“Io… si, teoricamente si!” mentì.
“Allora perché non vieni? Il vecchio ci vuole tutti su, così dai un’occhiata e ci parli!”
Agosti gettò via la sigaretta a metà. “Io… non so se è una buona idea, cazzo!”
“Ma si che lo è, vieni… gli farà piacere avere il tuo parere! Ti stima, no?”
Prima ancora di avere le idee più chiare, Agosti si trovò in auto con Gualtiero ed un agente. Notò che Gualtiero pareva invecchiato, ingrassato e sfatto, con la barba incolta, il nodo della cravatta vecchio di settimane e un cattivo odore di dopobarba misto a fumo incollato addosso.
Ogni tanto Gualtiero lo guardava di sottecchi, guidava con tutte e due le mani sul volante, e ad ogni salita si spingeva in avanti con la schiena come a spingere più in alto.
I fari tagliarono la notte in due come una scimitarra di luce.
“Sei già stato da Azumi?” gli chiese a bruciapelo.
Agosti lo guardò un secondo prima di rispondere.
“Non ne voglio parlare, Gualtiero. Dio, che giornata di merda!”
“E ancora non è finita”, informò l’amico non appena la volante svoltò nei pressi di una vecchia villa a strapiombo sul lago.

I reperti A, B, e C stavano a qualche metro l’uno dall’altro, coperti da lenzuoli bianchi. La zona era discretamente illuminata dalle lampade della polizia, e non era difficile scorgere i rivoli di sangue che uscivano da sotto i reperti.
Agosti si accese un’altra sigaretta sotto i flash dei fotografi della scientifica.
Gualtiero, in lontananza, stava parlando con un tizio in borghese che si passava le mani nei capelli. La villa appariva vecchia e spettrale, senza dubbio abbandonata da anni; insolito, per una costruzione lussuosa abbarbicata su una zona turistica.
“A che pensi?” chiese Gualtiero dopo averlo raggiunto.
“A questo posto. Ci sono altre ville abbandonate nella zona?”
“No. Che io sappia no. Vieni su, andiamo dagli altri.”
Giancarlo Toselli vestiva di un completo blu liso e puzzolente di naftalina, strinse la mano a Paride guardandolo appena. “Ciao Agosti, come stai? Hai visto che roba?”
“No. Veramente ancora no.” Vide però più in alto, oltre la villa, un muretto con sopra un altro cartello: reperto D, E, F.
“Beh, abbiamo una ragazza, giovane… sui venti anni… quello che ne rimane lo trovi lì, lì e laggiù!”
Agosti girò su se stesso a guardare verso i lenzuoli. “A pezzi?” disse senza particolari tonalità di voce.
Toselli annuì stringendo le labbra. “Una cosa da vomitare. Gesù Cristo, ma dove cazzo stiamo finendo? Qui la gente s’è venduta il cervello, te lo dico io! Cristo di un Dio… ”
“Chi l’ha trovata? Dalla strada son si vede niente… ”
“Un cavallo. Un cazzo di cavallo!”
“Mi prende per il culo? Un cavallo?!”
“Macché per il culo!” Cercò in tasca, poi Gualtiero gli accese una sigaretta col proprio accendino. “Ah, grazie!” Indicò verso est, una zona buia del parco. “Il cavallo dei vicini…pare abbia sfondato la recinzione e sia venuto qui a fare le proprie cose!”
“Ha cagato dappertutto!” Affermò anche Gualtiero, allargando le braccia sconsolato.
Uno sbirro con la tuta bianca parlò spostandosi la mascherina dalla bocca. Stava vicino ai reperti. “Se è per quello ha anche spostato il tronco della vittima col muso… lo ha trascinato da quel grosso cespuglio fino a qui!”
“Avete avvertito il padrone di questo cavallo di merda?” chiese Toselli innervosito.
“Si”, disse un altro poliziotto in borghese, “Viene qui un paio di volte al mese… ha uno stalliere che cura il cavallo… ”
“Cura una sega!” Si lamentò Toselli guardando verso il cielo, “a me pare che non curi un cazzo, altroché! Non è che un cavallo si mette a distruggere una rete di recinzione in una notte, no? Quella rete era già bella allentata, te lo dico io! Altro che stronzate!”

“Probabile…” riflettè Agosti avvicinandosi ai lenzuoli. “Dopo vado a dare un’occhiata… ”

Nessun commento:

Posta un commento