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venerdì 20 novembre 2015

L'apostolo nel buio, terza parte.

Salve!
Oggi é venerdì, quindi sotto con la terza parte del romanzo.
Ricordo due cose: la prima, é che il racconto é rivolto esclusivamente a un pubblico adulto! La seconda é che il riassunto delle puntate precedenti lo trovate qui.

“Grazie Gualtiero. Ti prendi un caffè?”
“Scherzi? È già arrivato il PM e ha un diavolo per capello! Se sa che ti ho fatto sbirciare questi documenti sono cazzi!”
Agosti allora prese commiato dall’amico e si concesse un caffè amaro. Sedette quindi su una poltroncina accanto al distributore e lo assaporò chiudendo gli occhi. Si sbottonò la camicia per respirare meglio. Passarono quaranta minuti buoni, poi rivide il gruppetto incrociato sulle scale dirigere verso gli uffici del quarto piano, seguiti velocemente da Gualtiero. Avevano facce che non promettevano nulla di buono. Girò con lo stecchetto di plastica il fondo del caffè e attese. Altri dieci minuti e venne giù uno dei tre incravattati, un uomo tozzo e  grassoccio, sulla cinquantina, semi calvo e dall’aria incazzata. Si piazzò davanti a Paride.
“Paride Agosti?”, chiese arrogante rivelando un accento meridionale. Agosti annuì tirandosi in piedi.
“Io sono Tonino Caruzzi, vicequestore aggiunto, gestisco questa pratica.”
“Pratica?” domandò Agosti senza scomporsi. 
“Si, la vicenda Dasaniev. Sto andando via, mi chiedevo però se lei sia quel Paride Agosti e cosa faccia eventualmente qui!” aveva un paio di denti otturati che brillavano innaturali alla luce artificiale. Sembrava una bocca malmessa. Agosti non rispose.
“... ma si, quello che a Milano chiamano The Genius, Il Genio. Beh, a me non servono i geni, ispettore Agosti, ma solo poliziotti che sappiano fare bene il proprio dovere. Perché è in questo commissariato?”
“Avevo delle questioni di cui discutere con il commissario Toselli.”
“Mi dicono che è qua a bighellonare da ieri pomeriggio, immagino avrà avuto tutto il tempo per affrontare queste faccende. Ergo… ”
“Cosa vuole da me, Caruzzi?”
“Io? Proprio niente, ispettore! Solo non mi piace vederla girovagare se non ha niente da fare; lei ha uno stato di servizio per ciò che concerne la disciplinare lungo da qui al cesso, e mi ha dato fastidio vederla che mi cascava in braccio proprio in un momento così difficile! Mi domando come si sia permesso di scendere ad interrogare il medico legale, visto che è a ottocento chilometri dal suo commissariato, e chi cazzo l’abbia portata sul luogo del delitto! Qui non siamo abituati a fare come minchia ci pare e piace, capito? Faccia un favore a tutti: risolva la sua questione e riprenda l’aereo per Milano.” Caruzzi si allontanò trotterellando. “... e con tanti saluti alla Madonnina, ovviamente!”
Quando il dirigente fu scomparso oltre le rampe di scale, Agosti gettò il bicchiere di carta nel secchio.
“Pezzo di merda… ”, sussurrò.
Gualtiero gli si avvicinò dalle spalle.
“Ho appena conosciuto Caruzzi.” Lo informò Paride.
“Don Tonino? Vedessi come s’è incazzato per la storia della Jacopetti! Le hanno fatto uno shampoo che non finiva più! Quando riparti?”
“Ancora non lo so. M’ha legato le mani quello stronzo, Gualtié!”
“Va bene, ma cosa intendevi fare? Toselli può sentirti per un parere, ma il tuo ruolo sull’omicidio finisce qui, non può spingersi oltre.”
Agosti guardò lontano, oltre l’ampia finestra del commissariato. “Questo lo vedremo.”
“Beh, io prendo servizio, ci sentiamo più tardi?”
“Si… ”
“Ciao, allora! E non fare stronzate!”
Appena Gualtiero scese le scale, il telefonino di Agosti vibrò.
“Si!”
“Paride”, si sentì dall’altra parte dell’apparecchio, “sono Elena; hai un momento?”
Agosti sedette. “Come no? Dimmi tutto.”

La vecchia scuola abbandonata sembrava un disegno pop schizzato su un quadro d’arte antica. Stretto tra due palazzoni d’epoca, con una fetta di parco in cui stavano ancora ammassati banchi e lavagne, tendoni e vecchi oggetti. Era una costruzione stretta e alta, in cui, tanti anni prima, c’era stata una scuola privata che insegnava inglese. Si trovava in una strada a senso unico buia e malandata, appena fuori dal quartiere di Santa Croce. Era sera e veniva giù una leggera pioggerellina che si posava sugli abiti come nevischio; Paride Agosti tirò vigorosamente i battenti del portoncino verso di lui ma non gli riuscì di aprire. Poi spinse vigorosamente. Doveva avere i paletti piantati dall’interno, come si usava una volta. Guardò in alto: tutte le finestre tappate e nessuna luce. Borbottò avviandosi verso il muro alla sua destra.
Il muro era alto una buona metrata e finiva con una barriera di filo spinato malconcio e arrugginito. Mosse i polpastrelli e puntò il piede sul muro per arrampicarsi. Arrivare in cima e scavalcare non fu un’impresa; appena dentro al giardino sembrò che i rumori della città si fermassero alle mura esterne. Una leggera nebbiolina violacea stagnava all’altezza delle caviglie, si mosse nell’erba e si avviò verso l’interno. Oltre ai banchi e agli altri oggetti c’era un capannone semi distrutto con vecchie tastiere da computer, attrezzi per il giardinaggio e pile di registri mangiati dal tempo. Agosti mise le mani nel cappotto e si guardò attorno. Vide due portoncini, entrambi deturpati dalle scritte spray; le ignorò e guardò verso un’ampia finestra nella quale non si vedeva l’interno, c’era qualcosa che copriva le vetrate.
Si guardò attorno e raccolse nei pressi del capannone una trave metallica stretta e robusta. Con essa si avvicinò alla finestra e la aprì in meno di un minuto.
Un’ultima occhiata intorno e saltò agilmente all’interno della palazzina.
Agosti notò, facendo luce con l’accendino, che la stanza in cui era penetrato presentava pannelli isolanti su tutti i lati, e anche sulla finestra. Attese per vedere se qualcuno aveva sentito la sua intrusione poi si avviò verso la porta e quindi nel piccolo corridoio.
Camminò senza esitazioni verso la scala che scendeva, piccola e scomoda, quindi al piano inferiore.
Alla sua sinistra una piccola camera alloggiava la caldaia, rotta e bucata, mentre alla sua destra un piccolo, lurido bagno. Avanzò ancora, centellinando la fiammella dell’accendino usufruendone solo quando la memoria gli veniva meno; si arrestò di fronte ad una porta a due ante metallica. Si guardò alle spalle e infilò la mano dietro la giacca per impugnare la pistola automatica. “Stefano… ”, chiamò senza troppa convinzione, “Stefano Pintori… ”
Silenzio, solo il lontano gocciolare di qualcosa, più in alto. Tolse il pollice dall’accendino ed impugnò la Beretta con entrambe le mani. Maledì il fatto di non aver portato una torcia elettrica e si apprestò ad aprire la porta: ormai era in ballo e avrebbe giocato fino in fondo. Colpì il ferro della porta con la pianta del piede e questa si spalancò con un assordante rumore! Agosti dovette girare la faccia per la polvere di metallo che si staccò dal soffitto investendolo.
Si accorse di un movimento, rapido, in fondo alla sala.
Puntò la pistola. “Fermo, chiunque tu sia! Sono l’ispettore Agosti, polizia!”
Più nessun movimento.
“Mi hai sentito, cazzo? Stringo un’arma e sparo anche solo se provi a scoreggiare!”
Niente.
Entrò di un solo passo sentendo vetri e detriti sotto la scarpa. “Sto cercando una persona che forse si nasconde qui, se sei un tossico o un barbone non me ne frega un cazzo, ma vieni allo scoperto, ora!”
Un altro passo all’interno.
“Mi hai sentito, porca puttana?”
Poi, come un lampo nel buio, vide qualcosa di metallico uscire dall’oscurità e andargli addosso. Schivò con l’istinto e avvertì un dolore bestiale all’altezza del collo. Resistette al dolore evitando di finire in terra, ma il dolore lancinante gli impedì di alzare la pistola, non avvertiva più sensibilità alle dita. L’aggressore gli era addosso, a non più di trenta centimetri. Allora afferrò lo stipite della porta con la sinistra e la sbatté violentemente avanti a lui. Sentì un colpo sordo e un grido di dolore. “Brutto pezzo di merda”, gridò all’oscurità, “ti faccio passare la voglia… ”
“No, no, fermo per carità!” Gli fece eco una voce stravolta. “Sei Paride? Sei veramente Paride Agosti?”
“Pintori?!”
“Si, si, non sparare per l’amor di Dio, sono Stefano!”
Agosti si abbandonò con la schiena contro la porta espirando forte. “Ma brutto coglione”, rantolò, “ti serve una porta in faccia per renderti conto che sono io? Ti ho chiamato, prima di entrare!”
“Scusami, mi devi scusare, non vedi in che fogna vivo nascosto? Dammi il tempo, dammi solo il tempo di arrivare alla lampada… io… non l’accendo, non l’accendo mai!”
“E accendila adesso, và, che di fuori non c’è nessuno!”
“Si, subito… ” nel buio Agosti sentì un passo claudicante spostarsi verso il fondo della camera e poi un lento sfrigolare. Infine ci fu luce.
Paride si massaggiò il collo con una mano. Vide un uomo sulla quarantina, la barba lunga e i capelli unti. Sembrava un profugo. “Ma con cosa mi hai colpito, cazzo?” gli chiese Agosti senza essere abbandonato dal pungente dolore.
“Perdonami, Paride, ho afferrato la prima cosa che ho trovato qui dentro!”
“E meno male che non hai trovato una scure!” Avanzò tra i rifiuti e i rottami, giungendo verso il fondo, dove un lungo tavolaccio di metallo era stato attrezzato per la sopravvivenza: sopra stavano cartoni di latte, qualche scatoletta, un fiasco e dei biscotti. Agosti mise via la pistola e si avvicinò all’uomo, per meglio scrutarlo in volto.
Quello tenne le braccia lungo il corpo. Il capo chino.
“Come mi hai trovato? È stato così facile… ?” sembrava più impaurito che sorpreso.
Agosti si guardò intorno. “Venivamo qui assieme da ragazzi, no?”
Stefano sorrise, aveva gli occhi abbottati. “E’ vero”, annuì, “C’eravamo messi in testa di imparare l’inglese!”
“Tu l’hai fatto!”
“Mi serviva per il lavoro… adesso rispondimi, dai: è stato facile?”
“Per me si: non venivamo sempre qui, dopo la chiusura della scuola, per farci le canne?”
Stefano poggiò la fronte al muro. “Ma si, si… ”
“E quelle francesi? Si, quelle due abbordate davanti all’Altare della Patria? Dove le abbiamo portate?”
“Sempre qui… e una di queste ti fece un taglio sul, si nel… ”
Agosti alzò le mani. “E allora? Dove sarei dovuto andare a cercarti, Stefano?”
Pintori annuì, aveva diversi tagli sulla guancia e sul collo. Sedette su uno sgabello e poggiò una mano sul tavolaccio. “Ma cosa fai qui? Ti credevo a Milano… ”
Agosti vide un tocco di fumo e alcune cartine sul tavolo. “Le canne te le fai ancora!” Esclamò senza toni particolari nella voce.
Quello mise le dita sulla fronte. “Sono nei guai, Paride, nei casini fino al collo… ”
Agosti gli diede un’occhiata poi si accese una canna. Buttò il fumo in alto e tornò a guardare verso l’amico. “Eh, lo so. Era davvero tua quella roba, in cima alla villa sul lago… ”
Stefano si voltò di scatto verso il poliziotto, aprendo gli occhi per la sorpresa. “Ma allora lo sai!” Esclamò, “Sai tutto!”
“Ma quale tutto, Stefano? Io non so un cazzo, invece, ma vorrei tanto capire perché stavi lassù mentre qualcuno faceva a pezzi una specie di tossica!”
“Oddio, Dio mio!”
“E smettila di piagnucolare che mi sembri uno scemo! Porca puttana!”
“Ma se ci sei arrivato tu, a quest’ora lo sapranno anche i tuoi colleghi!”
“Ma no, loro ci metteranno qualche giorno in più, non conoscendoti! Ma che ci arrivino è sicuro, non sono mica coglioni!”
Pintori mise entrambe le mani sulla testa.
Agosti spense la sigaretta d’erba schiacciandola contro il bordo del tavolo, poi sedette di fronte all’amico. Tenne un tono di voce calmo e rilassato: “Al momento il problema principale non è la polizia, amico bello!”
Pintori tornò a guardarlo. “A che cosa ti riferisci?”
“Dai che lo sai bene, Stefano… tu hai visto qualcosa lassù… qualcosa di brutto… ”
Pintori si asciugò gli occhi, tirò su col naso e si accese una sigaretta. Si sfregò pollice e indice tenendo la sigaretta tra le dita. Poi annuì.
“Ho visto quel maledetto, Paride… mentre massacrava la donna… ” lo disse piano, tentando di tenere a freno i nervi.
“Era un uomo?”
 “Credo di si… ”
“No credo, Stefano! Era un uomo o cosa?”
“Si, cazzo!”
“L’hai visto in faccia quindi… ?”
“Macché… aveva una specie di maschera, ma priva dei lineamenti… come una mascherina da chirurgo! Inoltre era buio, cazzo… non si vedeva manco per pisciare!”
“Allora perché dici che era un uomo?”
“Perché quando… mentre stringeva quella cosa, la testa della ragazza, ho visto il suo corpo, il torace… ed era un uomo, non ci sono dubbi! So riconoscere ancora un paio di tette su un corpo, no?! Che cazzo!”
“Va bene, calmati! Era un uomo… e poi?”
“E poi non starmi addosso, cazzo, che non lo sopporto! Credi che sia stata una bella cosa? Perdio, le ha staccato la testa e se la portava a spasso… che merda!!”
Agosti gli batté un colpetto sulla schiena. “Va bene, stai calmo… se lo voglio sapere è perché voglio aiutarti, no? Tu mi aiutavi a rimediare qualche scopata, ed ora ti restituisco il favore!”
Pintori provò a sorridere. “Non è la stessa cosa, Paride… no… ”
Agosti tornò serio. “Che ci facevi lassù… ?”
“Già, Dio mi maledica! Non sto più dietro alle cose, Paride… il mutuo, le bollette e tutto il resto… non ci sto più dietro, non ce la faccio!”
“E allora?”
“E allora quando è venuto in redazione questo stronzo, questo attorucolo da strapazzo, gli ho dato retta!”
“Che voleva da te?”
“Ma niente, delle foto… s’era fatto un’attrice di grido, ad una festa, ed era venuto a sapere che questa tipa è dall’apertura di gambe facile: capito, no? Si, ci stava con tutti, e pensava di approfittarne!”
“Un ricatto?”
“Che cazzo ne so? Io dovevo solo andare ad appostarmi di fronte alla villa della zoccola e fotografarla mentre si concedeva a qualche stronzo… mi disse che non avrei dovuto aspettare molto!”
“E hai scelto quella villa abbandonata.”
Annuì scrutando nel buio. “Si. Tu che avresti fatto? Era perfetta… avrei dovuto scattare qualche foto compromettente e poi tornare da lui e ognuno per i cazzi suoi… invece… ”
“Che merdata di storia, Stefano! Che merdata di storia… credi di essere l’unico ad avere problemi con i soldi, oggigiorno? Che cazzo, eri qualcuno con la macchinetta in mano!”
“E lo sono ancora, cazzo! Non farmi la predica… perché credi sia venuto da me, quel tipo? Perché scatto bene! E non uso le digitali, io; non uso quella merda! Me l’ha insegnato mio padre, ricordi? La bellezza di uno scatto, l’emozione della camera oscura… ”
Paride sorrise a mezza bocca. “Già… ”
“Io so cogliere un uccello che spicca il volo a metri di distanza, e tutti, tutti lo sanno… ”
“Va bene, non ti scaldare!”
“Scaldarsi… parli bene, tu… non ti sarai arricchito ma hai un lavoro stimabile e sei stato anche in televisione, qualche volta! … hai un cervello grosso così, ma io? Io? Che ne è stato di me quando quel fottuto tetto m’ha buttato giù?”
“Lo so, ne abbiamo parlato tante volte… ”
“E’ già difficile, il mio lavoro, ma per uno zoppo lo è ancora di più… quindi non farmi la morale, non è con le buone azioni e la dignità che pago le bollette!”
Stettero per un po’ così, in silenzio. Poi fu ancora Pintori a rompere il silenzio.
“Io… non posso, non posso farlo, Paride.” Disse piano, quasi dolcemente.
Agosti tornò a guardarlo. “Di che parli?”
“Del rollino”
“Hai scattato, hai fatto delle foto!”
“Si, e neanche poche!”
“E dove, dove cazzo stanno?”
“Al sicuro, le ho nascoste.”
Paride balzò in piedi con un moto di furia. Afferrò al bavero della giacca l’amico e lo trascinò verso il muro.
“Ma si”, borbottò questi, “picchiami pure, fammi male, buttami a terra… ” lacrimò, “Non ho preso altro che calci in culo, in vita mia… ma stavolta fotto io, li fotto tutti!”
“Ma ti rendi conto di quello che dici? Ti rendi conto che la verità, la giustizia sulla sorte di una vita spezzata dipendono da te?”
“Ma quale giustizia, Paride? Quale verità? E lasciami, cazzo!”
“Ma si, vaffanculo, và!”
“E poi non c’è niente in quel rollino, te l’ho detto! O credi che abbia scattato un bel primo piano dell’assassino? Troppo facile, Genio!”
“Allora cosa accidenti te ne fai?”
“Scherzi? Ora il coglione sei tu, amico mio: io ho ripreso in diretta uno dei delitti più atroci mai visti nel nostro paese, e anche se non troverò nessuno che voglia comprare questa merda, appena avrò sviluppato tutto comunque si parlerà di me, delle mie foto, della mia passione… ”
“Illuso! Ma quanto sei illuso!”
 “Si, può darsi, ma comunque il polverone sollevato dalla notizia mi spingerà in alto! Poi starà a me cavalcare l’onda.”
Agosti tentò di tenere a bada la furia, la frustrazione. “Ti chiedo di farmele vedere, di farmici dare solo un'occhiata… ”
“No, niente da fare… e poi tu che c’entri in questa storia? Tu lavori a Milano, tornatene lassù e dimenticati di questa storia.”
“Sai che non lo farò.”
“Senti, io apprezzo che sei venuto a cercarmi e tutto il resto, e so che ti spingi a vedere laddove altri lasciano perdere, ma io intendo prima cercarmi un posto sicuro, dove né i tuoi colleghi né… lui possano trovarmi, e qui sviluppare il mio rollino. Una volta fatto ciò, mi farò un po’ di pubblicità e sarai il primo a vedere gli scatti, d’accordo?”
“Ma sarà tardi, sai che sarà troppo tardi… ”
“Guardami, Paride… ”
“Ma lascia perdere, dai!”
“Guardami.”
Agosti fece scorrere gli occhi sull’amico.
“Eccomi, sono Stefano Pintori: fotografo avviato ad una brillante carriera sulle tracce del padre, stroncata da una ragazzata che mi ha scaraventato sull’asfalto da diversi metri… ”
Agosti distolse lo sguardo. “Ma lo so, cazzo!”
“Allora sai anche quello che ho mandato giù quando sono uscito da quella cazzo di clinica e crescendo ho cercato di farmi una carriera: i contratti stracciati, gli editori che ti ridono in faccia e le barzellette sul fotoreporter zoppo… ”
“Nella storia in cui ti sei ficcato non ti giochi una gamba, Stefano: ti giochi la pelle, e di quella ne hai una, una soltanto!”
“E va bene, me la voglio giocare, non sono libero di giocarmela? Fammi tentare, Paride, fammi giocare d’azzardo, questa volta: dammi solo qualche giorno e poi avrai quegli scatti e anche i negativi, se non ne tiro fuori un cazzo! Ma che ti costa?!”
“E’ una puttanata, Stefano… una puttanata pericolosa!”
Pintori scoppiò infine a ridere, avvicinandosi al tavolo. “Sai che ti dico? Beviamoci su! E’ vino in cartone, ma non è così malaccio… ne vuoi?”
“No.”
Pintori bevve dal cartone facendo un casino e sporcandosi il mento e il collo. Bevve senza togliere gli occhi da Paride Agosti. Poi ruttò pulendosi la bocca col dorso della mano. “E poi, tu lo beccherai prima che io abbia dei casini, Paride, lo beccherai presto quel figlio di puttana! Sei il Genio, no? Hai sempre fatto così! Zac, li hai sempre fottuti tutti, tutti quanti!”
Sapendo bene che si sarebbe presto pentito di quel gesto, Agosti prese un suo biglietto da visita da una tasca e lo ficcò nella camicia di Pintori. Si guardarono un po’.
“C’è il numero del mio cellulare, Sté”, gli disse piano, “E’ acceso ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni: se credi, se pensi di essere individuato, se hai anche solo un sospetto chiamami… ”
“Ma si certo! Ti chiamo sì, cazzo… mica voglio crepare veramente!”
“Non ne vale la pena, Sté… chiama. Non voglio averti sulla coscienza, siamo intesi?”

Uscì all’aria fresca e gli parve di tornare a vivere. Camminò al centro della strada, con le mani in tasca e la testa alta ad ammirare i capitelli sopra ai tetti addormentati. Sorrise chiudendo gli occhi. Perdio, com’era ancora bella Roma, com’era magnificamente bella.

“Hai letto?”
“Si.”
“Che ne pensi? Arriveranno a noi?”
“Certo. Strano che non ci abbiano già convocati.”
“Cosa facciamo?”
“Niente di niente. Vediamo come si muovono loro, i poliziotti, poi tireremo due conti.”
“Ci vediamo?”
“No, per ora no, l’acqua è già abbastanza torbida.”
“D’accordo, ti saluto.”
“Ciao, e ricorda quello che ti ho detto: niente più telefoni, per intenderci useremo il vecchio sistema.”
“Vecchio sistema, d’accordo. Ciao.”
Appesero la cornetta.

Il vecchietto con la faccia da topo aprì la vecchia cartina topografica sul tavolo tenendola ferma con due porta nastri adesivi. Sistemò gli occhialini tondi sul naso e guardò soddisfatto verso Agosti.
“E’ questa?”, chiese.
Agosti fece scorrere gli occhi sulla carta. C’erano le due ville e il lago, i parchi e tutto il resto. La cartina era molto vecchia. “Si. Quando è stata fatta?”
Il vecchio schiacciò la faccia sulla carta. “Tanti anni fa, nel 1972, mi pare… ” fece scorrere il dito grinzoso sull’angolo della cartina, verso una specie di antico sigillo in rilievo. “Si, ecco qua… 1972 spaccato! Può controllare!”
Agosti seguì con il dito la planimetria della villa, più e più volte. Pareva dubbioso. “Eppure”, bofonchiò quasi a se stesso, “C’è qualcosa che non quadra… ”
“Cosa?”, domandò il vecchio.
“Non so, è più una sensazione.” Si alzò e si mise ritto, quasi in una sorta di posizione militare, con la testa rivolta ad est; il vecchio abbassò gli occhi per squadrarlo da sotto le lenti, con un’espressione come a dire: questo è tutto scemo, poi poggiò il pugno chiuso sul tavolo, in attesa. “Ebbene?”, domandò curioso. Agosti si grattò il mento.
“E’ solo una sensazione, gliel’ho detto… ma molto forte, precisa! Esiste solo questo riferimento della zona?”
“Se intende le abitazioni sopra il lago si, anche questa che sta consultando s’è salvata per miracolo: un incendio bruciò tre quarti del catasto di zona diversi anni fa. S’è salvato poco.”
“Però c’erano, esistevano mappe più recenti di questa?”
“Certo che si!”
“Porca puttana, che iella! Senta, ho bisogno di sapere chi viveva nella villa più a ovest, questa qui per intenderci!”
“E cosa ci vuole? Però devo chiamarle una signorina più giovane di me, perché con i computer non ci so fare!”
“Non si disturbi, vado io… ”

“E’ della polizia?”
“Come?”
La ragazza guardò verso Agosti. “Lei è della polizia?”
“Si, certo… ” prese il tesserino e lo mostrò all’impiegata stando ben attento a non far vedere le sue generalità, ma solo la patacca. “Sono un ispettore e sto conducendo un’indagine patrimoniale… ”
“Fico! Ecco le informazioni che mi ha chiesto, la villa non è abbandonata, beh non nel senso comunemente inteso, almeno!”
“Ma che vuol dire?”
“Che non ci vive nessuno, ma risulta ancora di proprietà della Famiglia Valle / Salieri, e addirittura non ha pendenze o more e tantomeno ipoteche.”
“Però è strano… uno possiede una simile proprietà e la lascia in quello stato di abbandono… ”
 “E lo dice a me? Io ho trenta metri quadri e mi tocca conviverci con altre tre persone!”

Gualtiero tirò un pezzo di pane alle paperelle del laghetto, che incominciarono ad azzuffarsi starnazzando. Agosti gli strappò la busta di carta.
“Piantala, dai, con questa roba… ”
Gualtiero rise ficcandosi le mani in tasca. La mattina era limpida e solare. Freddissima. “Hai dormito col culo di fuori?”
“Magari avessi dormito, Gualtiero… ”
“Uh, soffri ancora di insonnia?”
“Sempre.”
“E’ per via di quel cervello che ti ritrovi, pulsa comprimendoti il cranio e impedendoti di dormire!”
“Hai finito?”
“Ma si, dai, non ti scaldare… Cristo… se continuiamo a vederci così finiranno per scambiarci per due froci!”
“Che mi puoi dire?”
“Che è un gran casino, e tutta la merda non è ancora venuta fuori; Toselli ha annusato il fatto che sia un delitto particolare e non una storia di droga, ma Caruzzi non ne vuole sentir parlare!”
 “Che coglione!”
“Quello sta a un metro dalla pensione, Paride… magari anche io tirerei i remi in barca come lui, nella stessa posizione… ”
Agosti si appoggiò alla staccionata sul laghetto. “No… tu sei un buon poliziotto, Gualtiero… per questo sei ancora per strada!”
Gualtiero si mise accanto all’amico, nella stessa posizione, con i gomiti sulla staccionata di legno. “Grazie tante! Che schifo di storia… ”
“Il padre che dice?”
“Della tossica? È stato due ore nell’ufficio dei capi, più che a discutere della morte della figlia pareva una riunione di governo! Vacca schifo, sembrava più interessato a coprire la storia personale della ragazza che non il fatto stesso… una roba da vomitare!”
Agosti si specchiò nell’acqua verdognola. “C’è troppa roba che non torna, Gualtiero, troppi pezzi che non sono al proprio posto… ”
“Tipo?”
“L’incendio al catasto, il padre reticente, il procuratore cazzone e il vicino viscido… sembra un puzzle nel quale ogni pezzo schizza via dopo che lo hai piazzato!”
“Guarda che non è niente di straordinario, vecchio mio… Caruzzi difende il suo futuro e quel po’ di reputazione che si è costruito e il padre della ragazza insegna al conservatorio e tiene concerti in tutta Europa… vanno avanti, Paride, cercano di mantenere quel che gli è rimasto; magari hanno ragione loro!”
“Loro vanno avanti e un altro cadavere finisce repertato tra i casi irrisolti… ”
Stettero un po’ senza dire niente, ciascuno seguendo il filo dei propri pensieri.
“Non è stato archiviato niente, solo che stiamo andando nella direzione sbagliata, secondo me!”, il tentativo di recuperare la conversazione da parte di Gualtiero parve arido e raffazzonato. Agosti lo guardò.
“Riesci a coprirmi ancora un po’?”
Gualtiero annuì timidamente.
“Grazie. Sappiamo che i proprietari della villa, i Salieri, non mettono piede nella proprietà da decenni, pur rimanendone i legittimi proprietari… ”
“E allora? Magari sono ricchi e viziati o al lago si prendono i reumatismi o per qualche altra stronzata! A cosa ti serve, Paride? A cosa ti servono i Salieri?”
“Non lo so. Ma voglio parlarci.”
“Non riusciremo a nascondere le tue indagini ancora a lungo, Paride.  Muoviti in fretta o sono cazzi. Muoviti in fretta.” Gualtiero si guardò intorno e fece un passo verso il vialetto sterrato. “S’è fatto tardi e devo andare, o la mia vecchia mi rompe i coglioni fino a stasera.”
Agosti annuì. Vide l’amico allontanarsi.
“Sai qual è la magia dei puzzle, Gualtiero?” esclamò a voce alta, per farsi sentire dallo sbirro che s’allontanava. Quello si fermò voltandosi. “No… ”, rispose divertito.
“E’ l’euforia dell’incastro, l’emozione del passo avanti.”
Abbassò la voce tornando a guardare verso le papere.
“... non è il gusto del trovare i pezzi, quello potrebbe farlo anche una vecchietta con spirito di osservazione, no… non è quello.”
Si guardarono, Agosti e Gualtiero.
“... é l’abilità del ricomporre quando i pezzi si hanno tutti in mano, sparpagliati sul tavolo, Gualtiero; lì ti accorgi se hai talento oppure no, quando hai tutti i pezzi e devi metterti al lavoro, con il cervello, la memoria, l’esperienza di tanti altri pezzi che hai visto in vita tua.”
“Noi non abbiamo tutti i pezzi, Paride.”

Stefano Pintori si asciugò il sudore gelido dalla fronte, con la mano, tornando a scrivere. Teneva una piccola lampada da campo appoggiata ad un bidone arrugginito, e riempiva un foglio di carta lercio con una penna biro. Quando ebbe finito piegò il foglio, lo ficcò in una busta da lettere e la costrinse in una tasca senza leccare l’estremità per chiudere. Si alzò in piedi, diede un’occhiata dalla porta, poi spense la lampada e sistemò poche cose in uno zainetto. Camminò sui rifiuti e sui detriti, quindi salì verso il piano superiore, e da lì verso l’uscita.

La donna, una splendida quarantenne minuta ma formosissima, stette al centro del soggiorno con le braccia incrociate e le scarpe col tacco alto puntate verso il divano cui era seduto Agosti. Paride pensò che erano scarpe terribilmente arrapanti, e anche la camicia stretta sul busto e l’atteggiamento severo lo colpivano molto, facendole sembrare estremamente seducente quella femmina. Teneva i capelli ricci raccolti in una coda e le orecchie, i polsi e le dita erano ornati da gioielli.
Agosti notò che le mancava il mignolo dalla mano sinistra.
“Se ha finito di esplorarmi con gli occhi, signor Agosti, le sarei grata se arrivasse al punto: sono una persona molto, molto impegnata!”
Paride si versò del the senza smettere di osservarla.
“Di cosa si occupa?”, domandò cortese.
“Insegno in un liceo.”
“Sposata?”
“Divorziata. Abbiamo finito?”
Agosti si alzò in piedi.

“Temo di no”, rispose, “vede, signora Salieri, il primo aggettivo che dovrebbe venir usato per un poliziotto è curioso, ed io sono molto, molto curioso: così curioso da sembrarmi francamente assurdo il suo comportamento!”

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