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venerdì 13 novembre 2015

L'apostolo nel buio, seconda parte.

Ricordo che il romanzo é per un pubblico maturo.
Il riassunto della parte precedente lo trovate sulla mia pagina Facebook (bieco modo per farvici andare!):

Un’altra figura in tuta bianca, che stava accucciata accanto ai referti, allungò una mano per farlo fermare. “Stia lì, per favore!”
Agosti annuì.
Quella si tolse la mascherina e respirò forte. Era una donna. “Ahh… mi scusi, ma questa scena del crimine è una gabbia di pazzi… ”
“L’ho notato.”
“Lei chi è, mi perdoni?”
“Paride Agosti.”
“Non è del circoscrizionale!”
“No, no.”
“Piacere, Isabella Jacopetti, medico legale. Sono corsa subito, ma quando sono arrivata qui c'era già un casino.”
“Il cavallo?”
“E non solo.”
Agosti si guardò intorno.
“Sa in cosa siamo gli ultimi, noi italiani?” si lamentò Isabella sistemando alla meglio alcune bustine contenitore.
“Nella scena del crimine”, rispose Agosti.
“Esatto!” Lei si tirò in piedi lasciando cadere un morbido groviglio di capelli color miele. Non era bella ma aveva un viso interessante, sulla quarantina. “In tutti paesi del mondo, e dico in tutti, la prima cosa che si fa è delimitare la zona per iniziare le indagini… in Italia questa procedura non esiste: io ho già repertato le impronte di due agenti, quelle della mortuaria che è venuta a portar via i poveri resti e le vostre ora. Senza contare quelle del cavallo! Capisce cosa intendo dire?”
Agosti annuì convinto. “Che è tutto inquinato.”
“Esatto! I primi rilievi sono fondamentali per la cattura del soggetto, così come le prime ore di indagini. Qui sembra che facciate a gara nel rendere tutto il più difficile!”
Stettero un po’ in silenzio.
“Mi scusi, non volevo essere scortese… ”
“Non si preoccupi.”
“E’ che questo ritrovamento mi ha sconvolta, e badi che ne ho viste tante!”
“Lei è stanca.”
“Si, e sono solo a metà dell’opera. Mi segua.”
Si avvicinarono ai lenzuoli. “La ragazza è stata… si, insomma, se scopre un po’ il reperto B… ”
Agosti si infilò i plantari sterili e scoprì un lembo del lenzuolo più largo. Sentì gli occhi lacrimare stizziti.
“Ecco”, continuò la Jacopetti facendo un respiro profondo, “Questo è il tronco e le gambe…”
Agosti fece scorrere gli occhi sulle ferite profonde e irregolari, e le ossa nude sbiancarono pallide alla luna. “Il primo colpo, presumibilmente, glielo hanno inferto qui, sulla schiena!”
La schiena presentava un foro largo e slabbrato, qualche centimetro giù dal collo. Anche Toselli si avvicinò alla scena con le mani in  tasca.
 “Poi hanno tentato di inchiodarle le braccia sul pavimento.”
“Pavimento?”
“Si”, interruppe Toselli, “All’interno della villa ci sono tracce di sangue larghe come fontane!”
“Perché hanno?” domandò Paride; Isabella si sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
“Mi tengo vaga, all’inizio. Posso essere precisa solo dopo averla portata in laboratorio.”
“Vada avanti”, esortò Toselli; lei tornò a guardare verso i poveri resti.
“Si, ecco… hanno… ha tentato di tenerla immobile piantandole dei ferri nei polsi… qui e anche qui… ”
“Cristo di Dio… che roba… ” Toselli scosse il capo alzando le punte delle scarpe dal terreno.
“Non doveva essere soddisfatto del risultato del foro sulla schiena…”
Agosti rimpicciolì gli occhi, per meglio riflettere: “Il buco sulla schiena potrebbe essere un rozzo tentativo di paralizzarla?”
“Potrebbe.”
“Povera diavola”, borbottò ancora Toselli, “Immobilizzare quaranta chili di pelle e ossa…che figlio di una stramaledetta puttana!”
“E non è tutto… ” sussurrò la Jacopetti, risollevando la mascherina sul naso: indicò alcune ferite sulla pancia e sulle braccia. “Vedete? Tutte le ferite da taglio sono state ripetute, come se… ”
“Come se non avesse messo forza sufficiente per fare male, per uccidere!” concluse Agosti.
“O non ne avesse!” aggiunse Toselli.
“Per uccidere lo escluderei, almeno non era la sua intenzione principale!”
“Cosa intende, dottoressa?”
Isabella respirò forte, poi fece un breve giro dei resti e scoprì la parte inferiore del corpo decapitato.
Toselli si volse a lato digrignando i denti.
Agosti dovette abbassarsi un po’ a sbirciare tra le gambe della vittima. “Sangue anche lì… ”
“L’ha torturata, a lungo e con ogni mezzo. Ha qualcosa infilato nella vagina, ma qui non posso toccarla. Dovrete aspettare.”
Toselli e Agosti si guardarono imbarazzati.
“Le ha tagliato entrambi i seni, ha risparmiato solo le dita delle mani e dei piedi.” Agosti tentò di mantenere un tono formale e professionale.
Toselli gridò verso un gruppetto di agenti, ce n’era qualcuno in borghese. “Salerno, sappiamo chi è almeno? O non sappiamo un cazzo?”
“Ancora niente, commissario: all’interno della villa c’era una borsetta ma non conteneva documenti.”
Agosti si allontanò un po’, verso il reperto C.
Prese una biro dalla tasca e con essa sollevò un poco il lenzuolo; lo sguardo vitreo della ragazza lo fissò nella penombra delle lampade. Aveva un’assurda, grottesca espressione di stupito dolore dipinto sul volto, e un pezzo di lingua penzolava gonfia dal taglio sulla guancia. Agosti fece scorrere lo sguardo su tutta la superficie della testa recisa grossolanamente. Pensare, doveva pensare. Era l’unico metodo che conosceva per arginare l’orrore, la solitudine del suo lavoro. Sentì ancora la voce dei suoi colleghi, ma fu come se fosse riuscito ad isolarla dalla scena.
Poteva sentirli eccome, ma non permise loro di intralciare il flusso dei suoi pensieri.
“E diamoci una mossa, cazzo!” gridò Toselli battendo le mani, “fate sparire quelle volanti dalla strada, che la gente deve poter passare! Frigi, posteggi sempre a cazzo di cane! Mi avete rintracciato il vicino? O devo portarmi il cavallo in commissariato? Ma dimmi tu… ”
Agosti e la decapitata si guardarono ancora. Paride piegò impercettibilmente il capo. Cosa aveva pensato per l’ultima volta, cosa aveva visto? Aveva chiesto aiuto o non le era riuscito manco col pensiero? Si massaggiò la barba. Doveva radersi. Sorrise un po’. Ricoprì il reperto.
“Che merdata, eh?” gli chiese Gualtiero accendendosi una sigaretta.
“Una prostituta.”
“Che dici?”
“Era una prostituta, forse. Guardale il trucco attorno agli occhi e sulle guance, e poi il rossetto… non avete visto com’è sbafato?”
“Veramente no.”
“Beh, io si. E’ inutile che cerchiate i documenti, sette prostitute su dieci non li portano addosso. Devi sentire chi si occupa di droga e prostituzione e dargli una descrizione della morta. Vedrai che qualcosa salta fuori.”
“Droga?”
“Si. Ha le pupille dilatate, potrebbero essere così per il dolore e la frustrazione, ma io credo che si sia infilata qui per farsi una pera o per scoparsi il cliente.”
“Beh, ma… che cazzo, non potrebbe avercela trascinata l’assassino?”
“No. Chi l’ha uccisa non aveva tutta quella forza, l’ha colpita alla schiena per immobilizzarla e mostra insicurezza su tutta la scena del crimine… ”
“Va bene.” Gualtiero si allontanò verso il cancello, dabbasso.
Toselli si pulì una scarpa su un vaso. “Inizi a far funzionare il tuo 195 di quoziente intellettivo?”
“Avete ritrovato i seni recisi?”
“No.”
“Porta via dei feticci con sé.”
“A che pensi?”
“A niente, è ancora presto.”
“Senti, Paride… ma cos’era tutta quella fretta? Perché sei venuto giù? Di cosa volevi parlarmi di tanto urgente?”
Agosti ebbe la vivida visione della lettera di dimissioni ficcata nella tasca del cappotto. “Gliene parlo a mente lucida, commissario… non ora!”
“Come vuoi… mi fa piacere averti qui, però… ecco… non offenderti… presti servizio in un’altra città, hai chiesto un'aspettativa… ”
“Capito. Discrezione totale, giusto?”
Toselli sorrise, e stringendo le labbra finì per annuire.

“Dio mio!”
Agosti e Toselli si voltarono verso un buffo ometto scortato dagli agenti.
“Lei chi è?” domandò brusco Toselli.
“Sono Antomelli, ho la casa accanto a questa… ma che è successo? Dio mio… ”
“Dai”, gesticolò Toselli, “Me lo portate sulla scena del crimine? Ma che cazzo fate? Venga, venga signor Antomelli, andiamo verso casa sua… ”
 Si incamminarono verso il fondo del parco est: Toselli, Antomelli (che continuava a guardare all’indietro con le mani sulla nuca pelata), Agosti, Gualtiero e un agente. Arrivati in cima, Toselli batté due dita sul petto dell’agente. “Chiamami la Tosi, fa il piacere!”
“Si, subito!”
Gualtiero si accese una sigaretta. “Guarda tu che parco, non finisce più… deve avere un bel valore, eh, signor Antomelli?”
“Eh… ? Ah… beh, cosa vuole… lo comprammo quasi assieme io e i vecchi proprietari di questa; allora non fu tutta questa spesa.”
Agosti vide che il parco girava attorno alla villa, e la zona in cui si trovavano al momento era meno lunga del parco che si sviluppava in direzione opposta; vide la rete che delimitava le due proprietà e il tratto di muro ad esso collegato. Puzzo di selvatico.
“Di cosa si occupa, Antomelli?” chiese ancora Gualtiero.
Quello si asciugò la fronte con un fazzoletto. “Di legge. Sono un avvocato.”
Intanto giunsero l’agente con una collega.
“Oh”, disse Toselli, “Nicoletta… vedi un po’ di anticipare la stampa… portati anche la Mazzei: niente particolari e niente foto!”
Nicoletta annuì.
“E stai abbottonata su ipotesi e previsioni; praticamente non dire un cazzo!”
“Dov’è Zorro, il mio cavallo?” domandò Antomelli, che sembrò sul punto di vomitare.
“Sta bene, sta bene… ” rispose bruscamente Toselli, “Lo abbiamo parcheggiato in strada perché aveva del sangue sulla groppa!”
“Del sangue? Ma allora hanno ferito pure lui, povera bestia!”
“Antomé, parliamoci chiaro: qui non c’è il tempo di pensare a Zorro e manco a Pippo o a Paperino: c’è stato un omicidio violentissimo, e dobbiamo analizzare pure le foglie che son cadute per terra durante la notte!”
“E’ qui!” esclamò Agosti dal buio, vicino alla rete sfondata. Gli altri si avvicinarono. “L’animale ha scavato con gli zoccoli fino a che non è riuscito ad incurvarsi e ad entrare nel parco adiacente e quindi sul luogo del cadavere; si è ferito qui, in cima alle punte!”
Toselli vide del sangue sulla parte alta della rete divelta. Annuì con la bocca aperta. “Si, lo vedo: ricordiamoci di far passare la Jacopetti anche qui, prima di andarcene!”
“Ma certo non è un lavoro di un giorno”, aggiunse Agosti continuando a star chinato; “La rete è abbastanza nuova e quella bestia non può aver sfondato la recinzione nel giro di qualche ora!”
Toselli fissò Antomelli dritto in volto.
“Lei non si fa vedere spesso da queste parti, non è così?” gli disse secco.
“Io… no, certo che no! Lavoro tutta la settimana e salgo qui qualche week end al mese, da solo, perché mia moglie non ama eccessivamente questo posto… e da stanotte non vorrà più metterci piede!”
“Rifaccio la domanda… ”
“Ma… che diavolo, commissario; sarò venuto l’ultima volta ad inizio mese, ma ho puntuale un giardiniere che mi cura anche il cavallo!”
“Non tanto, se quella bestia ha sentito il bisogno di scavare una buca tanto profonda da sconfinare… magari cercava da mangiare o da bere!” Agosti sembrò alterato.
“Mi sa che chiediamo all’E.N.P.A di salire a farsi un giretto qui, che dice commissario?” chiese Gualtiero con tono ironico.
“E perché no? Intanto facciamo i rilievi sulla groppa di Zorro e vediamo se effettivamente è sangue suo.”
“Ma di chi volete che sia? E poi, in fondo, se non fosse per il mio cavallo chissà quando avreste ritrovato il morto… ”
Toselli e Agosti si guardarono. Era vero. Una macchina che aveva forato e scendeva a passo d’uomo per la strada davanti la villa aveva visto la sagoma del cavallo che si aggirava nervosamente all’interno di un parco abbandonato e aveva pensato di avvertire i vigili urbani.
Toselli si accese una sigaretta. “Lei come lo sa?”
“Me lo ha detto l’agente che mi ha tirato giù dal letto.”
Agosti entrò nel foro della recinzione e fece qualche passo nella proprietà di Antomelli. “E’ padrone di questa villa da molto, avvocato?” domandò.
  Quello annuì. “Si, la comprammo praticamente nella stessa settimana, io e Salieri. Fu un affare, ricordo che Salieri firmò l’impegno senza manco vedere tutto l'immobile.”
“Salieri?”
“Si, un imprenditore del varesotto: lavorava il mattone ed era proprietario di una mezza dozzina di imprese su al nord. Intendeva passare le estati qui al lago… il posto gli venne indicato da un suo parente, un cardinale di stanza al Vaticano.”
“Il terreno era già diviso?”
“Si, esattamente come lo vedete… solo che la mia villa era un disastro e dovetti farla rimettere in sesto, mentre la sua era già abitabile. Poi, dopo un po’ di anni, lui e la famiglia scomparvero all’improvviso.”
“Così, dal giorno alla notte?”
“Si, mi pare proprio di si… almeno è ciò che mi raccontarono i vicini!”
“E che può essere mai successo?”
“Non lo so, a quei tempi qui attorno non c’era niente, e le donne non ci volevano stare. Mia moglie la pensa ancora così. Sapete no? Risse, droga, prostituzione… ancora oggi, se vi fate un giro del lago non vi dico che ci trovate! Oltre le nostre ville attorno non c’era praticamente niente.”
“Grazie.”
“E di che? Me ne posso andare?”
Toselli lo indirizzò verso Gualtiero. “Segua ancora per qualche secondo lui per un paio di firme e poi la mandiamo a dormire!”
“E il mio cavallo?”
“Buona notte, avvocato Antomelli!”
Quando si furono allontanati per la discesa, Toselli guardò verso Agosti. “Brutta, brutta faccenda, eh?”
“Si. Quella disgraziata può aver gridato per ore, non l’avrebbe sentita nessuno.”
“Solo il cavallo… ”
Agosti sorrise amaro. “Già”, ammise, “Solo quel cavallo… ”
Continuando a scendere Agosti notò la Jacopetti che seguiva stancamente la mortuaria che aveva rimosso le ultime parti del cadavere; dietro al macabro gruppetto stavano un paio di agenti della scientifica con una grande cassa.
“Fermi!”, esclamò al loro indirizzo quando li ebbe a tiro di voce, “Quella che roba eh?”
I due si guardarono sorpresi. “Altri reperti, stavano in cima al muro in alto… probabilmente della vittima… ”
Agosti si sbrigò a sfilare un paio di guanti in lattice dalla tasca di uno dei due e se li infilò alla meglio.
“Fatemi guardare, cortesemente.”
Quelli annuirono con fare sconsolato. Agosti depositò la cassa sul terreno e la aprì. “Fate luce qui, per piacere!”
Catalogati come D E e F, Paride vide un cavalletto, una borsa per attrezzature fotografiche, un pacchetto di gomme senza zucchero, una rivista pornografica.
“Questa come mai non ha lettera?” domandò sbrigativo. Era sporca, spiegazzata e piena di terra.
“Non era nelle vicinanze, stava buttata a terra, tra le foglie. Prima di catalogarla vediamo un po’ se è attinente con la scena del crimine!” rispose uno dei due.
Agosti si tirò in piedi sbuffando. “Qui è tutto attinente, per la puttana! Anche un ramo spezzato, una cicca di sigaretta o una merda di uccello caduta a venti metri di distanza!”
“Si, lo sappiamo… in fondo l’abbiamo presa no?”
“Ma lei poi chi cazzo eh?” aggiunse il secondo.
Avvedendosi del fatto che Toselli gli era giunto alle spalle Agosti scosse il capo come a riprendere lucidità. “Io… si, avete ragione… ” si ficcò una mano sotto la camicia e ne estrasse il distintivo appeso alla catenella. Lo lasciò penzolare sul petto. “Sono l’ispettore Tullio Paride Agosti.”
“Eh, adesso vengono pure da fuori a romperci i coglioni!”
Agosti fece scorrere minuziosamente lo sguardo sulla copertina della rivista: c’era una ragazza piegata sulle ginocchia che guardava verso il lettore con un’espressione da troia; dietro di lei, senza che si vedesse il volto, un uomo in jeans sembrava pronto a sodomizzarla. La testata della rivista era Vizi segreti, con un grappolo di ciliegie a fare da contorno al titolo e la dicitura vietata ai minori sul laterale. Sembrava veramente una merda di rivista. Non la toccò. Vizi segreti.
La mortuaria sistemò rumorosamente le casse di metallo sul retro del furgone nero e gli addetti parlarono con la Jacopetti. Ad Agosti non gli riuscì di sentire un cazzo. Allora si avvicinò.
“Agosti… è ancora qui? Io scappo, ho un esame e due autopsie, per me la notte è ancora lunga.”
“Anche per me.” Mise una mano nel portafogli e ne estrasse un biglietto da visita. Lo porse alla dottoressa tenendolo con due dita. “Anzi, se volesse usarmi la cortesia di avvisarmi appena ha notizie precise su quella povera sventurata gliene sarei molto grato.”
Isabella prese il biglietto sorridendo. “Lei ha sempre questa abnegazione sul lavoro, Agosti?”
Paride indurì la mascella. “Sempre. Tutte le volte.”
Il vento gelido colse gli agenti mentre sigillavano l’ingresso della villa e la recinzione divelta di Villa Antomelli e l’ispettore Tullio Paride Agosti che, nella vivida luce dell’alba, guardava con le mani in tasca l’orrenda villa affacciata sul lago.

“Ma… chi è? Chi c’è in casa… ? Cazzo… !” La donna si alzò dal letto barcollando e afferrò una mazza da baseball appoggiata al muro. I piedi nudi urtarono un mucchio di bottiglie vuote piazzate ai piedi del letto e arrancò verso la porta della camera. “Sei un fottuto ladro? Ti spacco la testa, cazzo… ”
“Sono io.”
La donna trasalì sgranando gli occhi tentando di fissare l’oscurità, poi due forti mani da uomo la bloccarono. “Stai buona, sono io!”
Avvertì l’odore buono di muschio.
“Paride! Paride Agosti, sei tu?”
“Si… dov’è la luce?!”
“Cazzo… un infarto, un infarto m’hai fatto venire… ! Cazzo, che Dio ti maledica… ”
“Sono le cinque di mattina e sei ancora ubriaca?”
“Un infarto… ”
Brevi rumori confusi, poi una luce tenue si accese.
Agosti rimpicciolì gli occhi per adattarli al cambio e osservò la stanza. Pareva una tana di un animale solitario, più che un soggiorno. Si fece largo tra vestiti, riviste e bottiglie e sprofondò sul divano, senza togliersi il cappotto.
La donna bionda mostrava ancora qualche traccia di trucco sugli occhi e sulle guance, teneva una mano sulla fronte e la mazza nell’altra; i capelli lisci, lunghi sulla schiena e una vestaglia trasparente aperta sul davanti. Agosti si versò un doppio scotch con due cubetti di ghiaccio. Si accese una sigaretta e spense il fiammifero nel portacenere.
“Dove hai preso quella mazza, Elena, pensavo esistessero solo nei programmi televisivi americani!”
Elena sedette di fronte all’uomo stringendosi le mani.
“Che t’è capitato”, rispose, “La giapponesina t’ha buttato fuori di casa?”
Agosti bevve facendo di no col dito. “Le giapponesi che scelgono di vivere fuori dal loro paese sono tutte matte, te lo dico io! O, almeno, è quello che mi ha detto un mio amico, anche se non ricordo quale, al momento!”
“Dio, hai un aspetto di merda!”
“Anche tu.”
“Che vuoi Paride, che sei tornato a fare?”
“Devo consegnare una cosa… e non sarà piacevole!”
“Intendevo qui, da me. A casa mia!”
“Niente. Non dormo mai e non sapevo dove andare… Cristo, sono sceso dal treno nemmeno ventiquattro ore fa e mi sembra tutto così ostile.”
Elena sorrise infastidita.
“Tu non fai mai niente per caso, Paride; dimmi pertanto che cosa cerchi e facciamola finita…tra due ore mi suona la sveglia.”
Agosti posò il bicchiere. “D’accordo… lavori ancora per quella rivista di merda, Vizi segreti?”
Lei lo guardò a lungo negli occhi, muovendo le pupille come per saggiare tutta l’intensità negli occhi di lui.
“No”, rispose infine.
“Andiamo, Elena, guarda che non me ne frega niente… ”
“Non ci lavoro più, ti ho detto!”
“Sei passata ai film?”
“Tu non cambi mai, vero? L’ostilità te la attiri come un parafulmine, altro che palle!”
“Sono fatto così.”
“E ridammi le chiavi di casa mia, cazzo! Quello che hai fatto stanotte è inammissibile! E anche illegale!”
Paride mise una mano in tasca e gettò le chiavi sul tavolino. “Non ci lavorava Pintori?”, chiese poi.
“A Vizi segreti? Non so, può darsi… chi vuoi che faccia caso ai fotografi, ai redattori e a tutta l’altra gente che gravita attorno a una rivista pornografica?”
Agosti bevve ancora senza smettere di fissare Elena. Aveva lo sguardo cupo e penetrante come quello dei gatti selvatici. “Io”, ammise, “Io sono interessato… ”
“Devo averci fatto qualche servizio, anni addietro.”
“Sicura?”
“Ma si, scattava con una vecchia Nikon a pellicola, di quelle che si usavano una volta… sul set lo pigliavano tutti per il culo… ”
“La usa ancora, quella Nikon. Ci devo parlare, Elena, inventati qualcosa. Chiama la rivista, fatti dare un numero, un recapito… ”
“Beh, ma… non lo conoscevi anche tu, Pintori? Non eravate amici?”
“Da ragazzini, poi me ne sono andato e ora ho bisogno urgente di parlargli. Fammi il favore, dai!”
Elena andò a farsi un caffè. L’aroma giunse fino al naso di Agosti, poi il suo cellulare vibrò.
“Agosti.”
“Agosti, sono Jacopetti. Può raggiungermi in laboratorio?”
“Di corsa!” Si alzò raggiungendo la porta di ingresso.
Elena lo guardò confusa. “Non lo vuoi il caffè?”
“No, fattelo tu doppio. Trovami quel contatto, Elena. Ci conto.”

La ragazza stava stesa innaturale come se l’assemblatore pazzo avesse fatto un lavoro sommario. Aveva gli occhi chiusi e le cuciture sul collo, sulle braccia, sul torso e sulla schiena.
Isabella Jacopetti bevve un sorso d’acqua da un bicchiere di carta. Si appoggiò distrutta al porta oggetti di metallo. Accavallò i piedi.
Agosti si sporgeva sul cadavere come un gufo dal ramo. “Ha fatto un ottimo lavoro… ”
“Macché… il nostro operato è lungo e faticoso, Agosti… anche se la gente non lo sa.”
Paride guardò verso la dottoressa.
“Pensano che, come in una fiction, ci basti un’occhiata per capire come il soggetto è morto, a che ora e perché… ” Isabella accarezzò i capelli della donna stesa sul ferro. “Invece lavoro da ore su questo corpo e neanche sono riuscita a darle compostezza o un briciolo di dignità… ”
“Non è il suo compito.”
“Lo so. Il fatto è che non avevo mai visto tanta angoscia, tanto dolore nello sguardo di un…di un soggetto che portano qui giù, capisce?”
“Credo di si.”
“L’hanno legata, così forte da procurargli lesioni gravi ai polsi e alle caviglie. Sappiamo chi è?”
“No.”
“Poi, post mortem è stata slegata. Hanno tentato in ogni modo di impedirne reazioni, ma stando ben attenti a che rimanesse viva… ”
“Era fatta?”
“Strafatta. Tra le dita dei piedi, però, si faceva. Era pulita e tutto sommato curata.”
“Ma non le ha dato l’idea di una puttana.”
“No, in effetti. Potrebbe essere una tossica di buona famiglia. Chi si fa ancora di eroina, oggigiorno?”
“Già.” Agosti girò attorno al tavolo. Teneva le mani in tasca e le spalle leggermente abbassate.
“Non ha un bell’aspetto”, gli disse Isabella.
“Me l’hanno detto. Mi dica delle torture… ”
“Io mi auguro che fosse drogata abbastanza. Mi capisce?”
“Certo.”
“Ecco, l’hanno seviziata usando molto probabilmente una pinza, una tenaglia… qui, qui e qui; non ha tracce di bruciature né di percosse; piuttosto l’hanno sfregata dappertutto con qualcosa tipo filo spinato o – meglio – un fascio di spine.”
“Figli di una gran puttana! Quando potrà essere più precisa?”
“Mi spiace, non prima del pomeriggio. Vorrei fare qualcosa come vivere, tra un’analisi e l’altra!”
“Ha ragione.”
“Guardi che la capisco, sa? Oramai nei telefilm le patologhe fanno autopsie e rilievi nel giro di dieci minuti e… ”
“E i mandati di perquisizione giungono in mezz’ora così come i mandati di cattura. Cristo, ci manderei Ricky Memphis a fare questo lavoro di merda.”
“Se ne è stancato?”
Agosti scattò a guardare verso la dottoressa, così impetuosamente che lei arrossì un po’. Per darsi un tono afferrò allora un vassoio di ferro coperto da un lenzuolo. Lo posizionò davanti allo sbirro. Silenzio assoluto. Agosti scoprì il vassoio.
Jacopetti tornò a parlare, il tono s’era fatto meno confidenziale: “E questo è ciò che è stato infilato a forza nella vagina e nel retto del soggetto: un rossetto, un portachiavi di scarso valore, una moneta da due Euro… ”
“Ed era viva… ? Sempre viva, durante tutto questo… ?”
Jacopetti annuì. “Le abrasioni e le secrezioni parlano chiaro, Agosti. Se esiste un inferno per i vivi sulla terra, questa ragazza l’ha attraversato tutto.”
Stettero un po’ senza parlare.
“Cosa pensa?”, chiese infine la dottoressa.
“Che molte, troppe cose non quadrano.”
“Ho notato che non è mai entrato nella villa… eppure anche lì son state repertate diverse cose interessanti!”
“No, no… c’è qualcosa, nel parco… qualcosa che mi ha colpito appena ci ho messo piede…sarò stato suggestionato dal ritrovamento, o dalla strana atmosfera che ogni edificio abbandonato porta con sé… ma credo fermamente che è lì, tra quell’erba alta e quelle piante incolte la soluzione di questo orrendo crimine!”
Agosti si avvicinò all’uscita. “… tutto questo non ha senso… probabilmente la ragazza è penetrata nella villa solo per trovarsi un posto tranquillo dove farsi, eppure l’assassino ha potuto agire con precisione e tempo, quasi fosse un rituale cui è abituato… ”
“E’ un posto isolato… ”
“Non mi basta! Chi ha fatto questo scempio sembrava a proprio agio: sicuro, senza esitazioni; ha aggredito la donna, l’ha colpita, spogliata e torturata a lungo nella villa, poi l’ha trascinata fuori e ha finito di macellarla. Ma perché? Perché fuori? Perché rischiare che qualcuno vedesse o sentisse? E portava con sé gli attrezzi serviti per le torture? Sperava di trovare il soggetto giusto o stava seguendo la ragazza?”
“Forse intendeva spostare il cadavere, farlo a pezzi per poi tentare di farlo sparire… ”
“Già, può darsi… ”
Isabella mise una mano sulla testa, come a misurarsi la temperatura: “Non so se è peggio tornare ad occuparmi di questa sventurata o ripetere da capo tutta la storia ai suoi colleghi.”
“A proposito, dottoressa, io… non so come ringraziarla per avermi avvertito prima degli altri! Perché lo ha fatto? Solo perché gliel’ho chiesto gentilmente?”
Lei abbozzò un sorriso. “Io ho visto tanti, troppi poliziotti come lei scendere qui in cerca di un miracolo da parte mia… lei mi ha colpito, in quella villa, stanotte. Non glielo nascondo.”
“Perchè?”
“Perché m’è sembrato l’unico interessato alla vicenda di questa ragazza. E non mi chieda altro, sono troppo stanca… ”

Sulle scale, Paride incrociò Toselli, un paio di funzionari vestiti come manichini e tre agenti scendere verso il laboratorio della Jacopetti. Arrivato a metà scala fu fermato al volo da Gualtiero. “Cercavo te, Paride!”
Gualtiero si ficcò una mano sotto la giacca e tirò fuori una cartellina di cartone, con dentro un paio di fogli. Ne allungò uno ad Agosti. Paride si mise un paio di occhiali che aveva nel taschino della giacca. “Dimmi tutto… ”
“Si chiamava Svetlana Dasaniev, ventidue anni domani.”
“Russa?”
“Ungherese. Non è nei nostri archivi ma ho spremuto un po’ di conoscenze e ne è venuto fuori un quadro piuttosto interessante: pare che la signorina avesse l’abitudine di frequentare i balordi della zona, su al lago, e che si facesse di brutto… ”
“Vai avanti.”
“Beh, capitava che non avesse i soldi per pagarsi le dosi, e allora cambiava sistema. Pagava in natura, intendo.”
“Di buona famiglia?”
“Ottima direi. Suo padre lavora al conservatorio, col violino in mano è un cazzo per il culo, dicono. Come lo sai?”
“Dai dettagli. La famiglia è stata avvertita?”
“No, stanno decidendo a chi tocca. Il padre e la madre della Dasaniev erano sostanzialmente separati in casa, ma li sentivano spesso gridare e lanciarsi dietro degli oggetti; la ragazza non doveva vivere una bella situazione. Hanno un palazzo dietro Piazza Vittorio.”

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