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venerdì 27 novembre 2015

L'apostolo nel buio, quarta parte.

Venerdì, Paride Agosti!
Rammento la solita pappardella: il racconto é per un pubblico maturo e il riassunto delle parti precedenti lo trovate qui. Grazie a chi mi ha seguito fino ad ora!

“... anche il suo. Da quando in qua la polizia si scomoda per andare da una persona interessata dei fatti invece di convocarla in commissariato?”
Agosti sorrise, versò ancora del the in una seconda tazza e lo porse alla donna.
“Lei è una donna molto intelligente, oltre che impegnata, Muriel; posso chiamarla Muriel?”
“No, non può. Che gioco sta facendo, Agosti?”
“Va bene, allora scopriamo pure le carte, se la fa sentire meglio: io oggi non ho alcuna autorità per stare in casa sua a porgerle domande sul delitto del lago, ma… ”
“Allora ne parlerò quando se ne occuperà un poliziotto vero. Signor Agosti… ”, e gli indicò la porta d’ingresso.
Paride posò la tazza sul piccolo tavolino in vetro. “D’accordo”, disse asciugandosi le labbra con un fazzoletto, “non credo passerà molto da quel giorno, in tutta franchezza; peccato perché pensavo potessero interessarle alcune mie considerazioni personali.”
Muriel continuò ad indicare la porta. “Per favore… ”
“… ad esempio credo che l’assassino conoscesse un po’ troppo bene quella villa, signora Salieri… ”
Muriel cambiò espressione, inclinò la testa guardando Agosti con una tale intensità che l’ispettore ebbe la sensazione d’essere stato fulminato. Paride si avvicinò alla porta e la aprì.
“… Si, un po’ troppo bene per un delitto improvvisato, signora… modalità, tempi, arma del delitto… ” Agosti si battè due dita sul naso. “Capirà che non c’è niente che possa far pensare ad un delitto commesso da una serie di eventi occasionali; quello conosceva bene la villa, dia retta a me!”
“Ma che diavolo vuole, si può sapere?”
  Paride richiuse la porta senza far rumore. Appoggiò il cappotto sulla mensola delle chiavi accanto all’ingresso. “Tutto! In quanti ci abitavate, perché ve ne andaste, chi lavorava alle dipendenze di vostro padre… tutto!”
Muriel si avvicinò al mobile bar e svitò il tappo di una bottiglia di bourbon. Se ne versò due dita in un lungo calice e poi tornò a guardare verso Agosti. Sembrò meno selvatica.
“Il bourbon non si serve in un calice, signora… ”
“Ne vuole?”
“Meno di quel che si è versata per sé. Grazie.”
Muriel sedette accavallando le splendide gambe. Indossava calze di nylon fumé e continuava a giocare alla femmina perfettamente padrona della situazione. Bevve. 
Bevve anche Paride.
“Sa”, disse infine la donna, “Continuo a non capire il suo ruolo in questo fatto di cronaca…”
Paride guardò alcuni quadri astratti attaccati perfettamente in armonia sulle pareti del soggiorno.
“Sono molto belli!”, commentò.
“Sono orrendi!”, Rispose lei, “retaggio degli anni passati con il mio ex marito. Aveva gusti di merda!”
Agosti poggiò il bicchiere. “Capisco… ”
“Allora?”
“Sto dando una mano ad un amico. Capirà che è una faccenda piuttosto grossa e complicata.”
“Non per noi. Mio padre volle andar via da quella casa che eravamo adolescenti. D’altra parte non era neanche la casa in cui vivevamo abitualmente. Fu più un capriccio di una persona ricca. Mi capisce?”
Agosti annuì continuando a guardare i quadri. Questi erano illuminati da faretti posti su piccoli tavolini in vetro ad angolo. “Ci avete vissuto a lungo?”
“No, ci abbiamo passato giusto qualche estate… ”
“Perché?”
“Nostra madre ne aveva paura.”
“Della villa?”
“Del lago. E’ un posto orribile.”
“L’ho notato!”
“L’ultima volta ci andammo che era maggio… avrò avuto sedici, diciassette anni… ”
“Cosa accadde?”
“Strano lei non lo ricordi.”
Agosti si voltò a guardare la donna. Aveva le mani dietro la schiena. “Fatico a dormire, la notte. La mia ex dice che aumenta il mio fascino trasandato ma diminuisce la memoria. Temo abbia ragione!”
Muriel sorrise gelida. Versò ancora un dito di bourbon. “Accadde un fatto orribile, la cronaca ne parlò per anni.” Bevve a lungo, chiudendo gli occhi. Agosti non le tolse lo sguardo di dosso.
Quando ebbe finito, posò il bicchiere. Paride notò un leggero tremolio nella mano che aveva retto il cristallo.
“Una mattina uno studente della scuola giardiniera trovò i resti di un corpo umano sulle rive del lago.”
“Chi?”
“Un bimbo. Gli avevano amputato un braccio e un piede. Questi ultimi due non furono mai rinvenuti. Fu una storiaccia in cui ogni tipo di pennivendolo intinse inchiostro per spargere merda sul lago e su chi lo abitava. I ricchi possono risultare molto antipatici alla gente, sa?”
“Lo posso immaginare. Come finì?”
“Siamo in Italia, come vuole che sia finita? Tante piste, qualche indiziato, un paio di innocenti buttati qualche mese in galera e le solite malignità su chi ha raggiunto un traguardo in vita sua. In un nulla di fatto, insomma. E quel bimbo e la sua famiglia attendono ancora giustizia.”
“La giustizia è un somaro dalle tante selle, signora!”
“Uhm. Già. Morale della favola mia madre pregò affinché mio padre non ci portasse più nella villa e da allora è rimasta così. D’altra parte riesco a capirla: eravamo poco più di bambini e i giornali non facevano che parlare del mostro del lago… chiunque avrebbe agito come la mia famiglia!”
“I suoi genitori sono ancora… ?”
“Vivi? Mio papà no, è mancato per colpa di un infarto e mia madre avrebbe fatto meglio a seguirlo, probabilmente!”
“Cosa intende dire?”
“Vive in una casa di cura da tempo, non riconosce più neanche la sua immagine riflessa. Di lei mi resta qualche ricordo e la salatissima rata mensile.”, si alzò risoluta dal divano; “Se a tutto ciò aggiunge che dei quattro fratelli siamo rimasti solo io e un altro, comprenderà facilmente come la famiglia Valle / Salieri non sia nata sotto la migliore stella.”
“Mi spiace, non immaginavo.”
“Un banale incidente d’auto, al ritorno da una festa mondana. Mio fratello aveva bevuto un po’, doveva riportare a casa la minore, Scilla, e per questo spinse un po’ troppo sull’acceleratore. C’era una curva, ma l’auto andò dritta. Giù in un burrone e addio ad un altro pezzo della dinastia!”
Agosti non disse nulla.
“Ora abbiamo finito o intende farmi rammentare tutte le morti di casa Salieri dal medioevo ad oggi?”
“No, certo che no. Mi scusi. Temo che avrò bisogno anche di suo fratello, Riccardo.”
“Faccia come crede, ma vorremmo tanto rimanere fuori dall’ennesimo orrore di quel lago, Agosti. Abbiamo già sofferto troppo per colpa sua!”
Si avvicinarono alla porta. “Lo comprendo. Perché non ve ne siete liberati? Voglio dire…varrà un capitale e per voi rievoca solo orrori… ”
Muriel sorrise. “Sapeste quante volte ho dovuto rispondere a questa domanda… la villa è intestata a mia madre, e francamente vorrei attendere ancora un po’… io e Riccardo non troviamo opportuno farle firmare alcunché ora che si trova in queste condizioni, incapace di intendere e di volere. Lo faremo a tempo debito, ringraziando il cielo non abbiamo urgenza di soldi. Non ne abbiamo mai avuta!”
Agosti salutò con un cenno del capo ed uscì.
Muriel si appoggiò alla porta dopo aver richiuso e respirò forte. Attese qualche minuto, poi andò alla finestra per vedere Paride Agosti che si allontanava a bordo di un taxi e afferrò quindi il telefono.

Il vecchio calvo si asciugò le mani sulla stoffa dei pantaloni e si apprestò ad abbandonare la camera oscura. Si muoveva pianissimo, raggiunse la porta e parve titubare; Stefano Pintori s’era già messo all’opera, sistemando le bacinelle e guardando febbrilmente sulle etichette dei solventi. Pareva invasato. Allora il vecchio gli parlò:
“Pintori, non sarà mica roba coi bambini… ?”
Pintori lo guardò torvo.
“No, perché in quel caso io ti scarico, ti mollo… non ce la voglio quella roba qui dentro!”
“No, no… fammi lavorare!”
“Ne ho trattata di immondizia, ma i bambini ti fanno finire in galera prima ancora di rendertene conto!”
“Hai preso i soldi, no? Allora levati dal cazzo, che ho prescia! T’ho detto che non sono foto di bambini… per chi cazzo m’hai preso?”
Il vecchio si fermò sulla soglia. “Per un disperato, Pintori, e i disperati fanno qualunque cosa… ”
Stefano mise una mano in tasca e tirò fuori altri tre, quattro pezzi da venti euro e li infilò tra le dita del vecchio. Questi li guardò.
“... eccoti altri soldi, ho bisogno di questo posto per qualche oretta, non di più! L’abbiamo già fatto, no? Fammi sviluppare e non starmi col fiato sul collo… t’ho detto che non avrai guai a causa di questa roba.”
“E va bene. Sono su in negozio, fammi un fischio quando hai finito.”
“Si… si.”
Stefano Pintori rimase nella luce arancio della camera oscura, zoppicò verso i rollini e iniziò a svilupparli. Sudava copiosamente e non gli riusciva di pensare con lucidità. Mentre il foglio lucido affogava nei solventi, mise una mano sul fianco e con una pinza stuzzicò la bacinella, affinché si muovesse ritmicamente. Tracce di colore affiorarono dalla fotografia, riflettendo sul suo viso strani arabeschi di luce; si morse un labbro e tamponò il sudore dal collo. Doveva avere pazienza. Quando l’immagine della prima foto fu soddisfacente, la prese con la pinza e la stese su una corda lurida appesa alle estremità del muro. Si passò la lingua sulle labbra, diede una prima scrollata al nuovo foglio della bacinella e si dedicò alla contemplazione della foto appesa. Si vedeva un grosso cespuglio e un paio di piedi sfocati. Una merda.
Colpì la foto e si portò tre dita sulle tempie. Si costrinse a mantenere la calma, aveva quasi un rollino intero da visionare.
Però era iniziata male, cazzo. Molto male.
Lavorò alacremente allo sviluppo delle altre foto, facendo voto di visionarle minuziosamente solo dopo averle ben trattate e appese sulle mollette. Doveva stare calmo e seguire la solita procedura cui era abituato. Quando tutte le foto furono penzolanti dalla corda, zoppicò verso la porta e si chiuse dentro.  Si asciugò le mani e passò in rassegna gli scatti, uno per uno. Strappò dalle mollette quelle che giudicò degne di un’occhiata più approfondita e si stropicciò gli occhi a furia di cercare quel particolare che lo avrebbe reso celebre.
Non erano un granché. Senza flash, scattate in movimento, con le mani tremolanti, sotto un forte stress. Sapeva già tutto questo, ma egualmente sperava di trovare un qualcosa in più, roba forte, sconvolgente. Ma persino la ragazza in terra era una forma scura difficilmente riconoscibile dal resto dell’ambiente, se non fosse stato per i capelli o una mano. Perse bava dalla bocca, mentre girava e rigirava gli scatti tra le mani. E l’assassino? Non si vedeva niente, quasi niente. Una figura più scura del fondale, una forma primordiale e senza particolari, un’arma indistinguibile che scendeva verso la forma della vittima, un paio di scatti completamente neri, un altro con il solo movimento delle foglie secche attaccate ad un ramo.
Niente, un cazzo di niente.
Gli montarono le lacrime agli occhi e si morse una mano per non gridare di rabbia e di frustrazione. Erano scatti che francamente il nipote di tredici anni avrebbe fatto meglio. Proprio nel momento più importante della sua vita il suo talento, la sua sveltezza avevano fatto cilecca. Erano foto che qualunque sciacallo gli avrebbe pagato due soldi con la scusa del casino e della pericolosità, e del fatto che lì, in sostanza, non si vedeva nulla a parte un gran casino e due figure distorte. Riprese quella con la figura dell’assassino quasi intera, che aveva scattato mentre fuggiva via, torcendo la macchinetta fotografica all’indietro. Porca puttana, era tagliata proprio all’altezza delle dita della mano. Quel polso e quella mano che reggeva la testa che quel bastardo aveva reciso. La fortuna non l’aveva aiutato manco questa volta, non l’aveva mai fatto. Scoppiò a ridere,  furiosamente, acciuffando la busta da lettera unta che aveva messo in tasca. Rise a crepapelle, con le lacrime agli occhi, comprimendo gli scatti nella busta e richiudendola per bene. Scrisse un indirizzo sopra di essa e si apprestò ad uscire.

La pioggia sembrò venire giù al solo scopo di lavare un po’ i peccati della città. Le fogne si riempirono velocemente, e le grondaie cominciarono a lavorare penosamente; il traffico divenne così caotico che ben presto le vie principali tentarono di assomigliare ad un quadro post moderno, nel quale si riesce a vedere solo qualche faro colorato spruzzato nello smog e nell’oscurità. Fumo grigio si levò dai marciapiedi immalinconendo l’umore della gente in strada. Qualche caffè accese le insegne, mentre la sera cominciò a mangiare un pezzo del giorno. Tullio Paride Agosti camminò nel commissariato semi vuoto tenendo le mani nel cappotto. Era inzuppato fradicio ed aveva un buco nello stomaco. Incontrò qualche collega dal passo frettoloso, avendo il netto sospetto che tentassero di evitarlo o che lo guardassero in cagnesco, quando passava oltre. Scese giù all’archivio e sedette a un tavolino. Accese il pc e si mise a cercare tra i faldoni. Inforcò gli occhiali e stette a consumarsi gli occhi sulle vecchie scritte per più di tre ore. Non chiese niente a nessuno, si affidò unicamente alla propria pazienza e al suo tempo libero:  scansò gli anni sessanta ed incominciò ad accatastare accanto al monitor del computer tutti i faldoni della metà degli anni settanta. Di lì effettuò un’ulteriore scrematura atta a fargli ottenere solo quelle pratiche che riguardassero i crimini o gli incidenti gravi avvenuti nella zona del lago, su qualsiasi sponda, dato che ognuna di esse si affacciava su un paese o un comune differente. Fatto ciò, effettuò la connessione ad internet ed entrò nello spazio on – line di un importante quotidiano che metteva a disposizione degli utenti i vecchi numeri usciti nel corso del tempo. Il bagliore del monitor lo invecchiò; cliccò sugli arretrati di cronaca nera degli anni settanta e si alzò per prendersi un caffè: mise il cappotto sul termosifone per farlo asciugare e tornò seduto armato di pazienza.
Aprì tutti i faldoni: spulciò gli incidenti mortali, le cadute dalla motocicletta, gli annegati, gli scomparsi dopo una gara di canoa, i tossici morti di overdose, una vecchia deceduta dopo una rovinosa caduta causatagli da uno scippatore, i giovani morti per aver partecipato a una corsa clandestina notturna sulla strada del lago.
Tolse gli occhiali e li poggiò sul tavolo. Faceva freddo e sentiva tutte le ossa contrite. Si massaggiò il naso e la pelle sotto agli occhi, con movimenti concentrici del pollice e dell’indice, lentamente.
Quel lago era una sorta di mostro famelico sempre alla ricerca di vite umane; dopo diverse ore le vecchie e tristi foto degli scomparsi presero a vorticargli nella testa come se avesse preso una sbornia terrificante. Andò alla macchinetta del caffè e vi guardò dentro, manco si trattasse di una finestra.
Era assurda, terribilmente crudele l’incuria con cui erano stati redatti alcuni verbali dell’epoca. Così incompleti e trasandati da rasentare un insulto per quelle povere vittime. Erano fogli di poche righe, redatte in un italiano claudicante e con  macchie di unto, di sporco, di inciviltà. Mentre era assorto nei suoi pensieri, scese un agente di polizia a posare una cartella anonima. Guardò verso Agosti, che stava appoggiato al distributore di caffè leggermente curvo, con i piedi incrociati. Quello diede una sbirciata al tavolo di Paride e strinse le labbra indifferente. Si apprestò a tornare di sopra.
Agosti bevve un sorso di caffè. Girò lo zucchero e guardò verso il poliziotto in divisa, solo una guardatina.
“Ci si abitua in fretta, non é vero?”, gli chiese sarcastico. L’agente lo guardò tra il sorpreso e l’annoiato.
“Prego?”, rispose di getto.
Agosti indicò i faldoni con il bastoncino in plastica del caffè. “Ai morti, alle famiglie distrutte, alle faide di sangue… ”
L’agente continuò a guardare con l’espressione di chi sta tentando di decodificare un linguaggio alieno.
Agosti sorrise sornione. “E’ come gli infermieri. I primi mesi si appassionano ai pazienti e alle loro vite; poi passano gli anni e l’esperienza si fa strada… e dopo un po’ i pazienti e le loro famiglie cominciano a divenire facce grigie e sfumate, dai contorni sempre uguali…dopo rimane solo il fastidio, la monotonia, la sottile tortura del quotidiano, e i pazienti e le loro famiglie cominciano a diventare solo una massa informe di rompicoglioni!”
“Questo è un commissariato.”
“Si, si, lo vedo, ma non cambia un cazzo! E’ la stessa, identica cosa.” Agosti colpì con un calcio il piccolo tavolino, e i faldoni finirono sul pavimento con un fragore incredibile, come una specie di sparo. L’agente sgranò gli occhi e si affrettò a tornare di sopra; qui incrociò alcuni colleghi che si erano affacciati sulle scale per vedere cosa fosse successo, e lui si limitò a fare il gesto dell’indice che gira attorno alla tempia, per indicare un matto. I colleghi sorrisero dandosi di gomito.
“Guarda!”, continuò Agosti ritrovandosi solo, “non c’è un cazzo di niente! Nessun bambino trovato mutilato, nessun omicidio di minori, niente di niente.  Ma com’è possibile, perdio!?” tornò a rovistare tra i fogli sparsi sul pavimento.
“Perché potremmo non essercene occupati noi.”
Paride si girò verso un poliziotto sulla cinquantina, aveva occhi chiari e rughe profonde. “Lei è l’ispettore Agosti, vero?”
“Si… ”
“Lo supponevo. Io sono il sovrintendente Renzi, la persona che dovrà sistemare tutto questo casino.”
“Mi dispiace… ”
“Francamente non sembra. Ora le spiace se… ?” e gli fece gesto con gli occhi verso le scale che portavano di sopra.
“Si, si certo, me ne vado… ”
“Ecco, bravo.”
Agosti cominciò a salire. Si sistemò i capelli sulla fronte, passandoci la mano. “Cosa stava dicendo a proposito di prima?” chiese fermandosi sulle scale.
Renzi stava inginocchiato a raccogliere i primi faldoni. Rispose senza voltarsi. “Che potrebbe essere stato un altro distretto: fino a trent’anni fa ce n’erano quattro attorno al lago, poi tutti affluiti qui, e qualche pratica potrebbe essere andata persa durante il trasporto; oppure, semplicemente, non ce ne siamo occupati noi. La polizia, intendo.”
Agosti annuì, si accarezzò ancora la testa e poi, dopo aver afferrato il cappotto, continuò a salire le scale. Lentamente. Cos’era quel gelo che provava ogni volta si avvicinasse ad un indizio, ad una traccia, una pista? Perché provava la netta sensazione di indossare la stessa divisa dei suoi colleghi ma di un colore diverso? Quando affrontò il corridoio sbucante nella guardiola del commissariato, s’accorse che gli agenti di turno lo stavano guardando, qualcuno aveva lasciato perdere ciò che stava facendo per stare ad osservarlo mentre raggiungeva il portone di ingresso. Camminò lentamente, sfidando tutti gli sguardi dei colleghi; gli sembrò che occorresse un secolo per oltrepassare la soglia ed uscirsene da quel posto. Allo stesso tempo non voleva né affrettare troppo il passo né dare l’impressione di camminare impaurito. Avanzò normalmente fino al portone, lo aprì e si apprestò ad uscire dando le spalle alla strada. Lanciò un ultimo sguardo ai poliziotti e si ricongiunse con la pioggia acida.

“... francamente lo trovo molto, molto fastidioso!”
L’uomo alto, dinoccolato e con una calvizie incipiente, mise zucchero abbondante nel latte e vi soffiò sopra. Vestiva con un gessato blu ed emanava un forte odore di dopobarba.
“Cosa? Che stia parlando con me?” chiese Agosti.
L’uomo bevve un rapido sorso di latte, poi guardò verso Paride muovendo le pupille; sembrò che stesse indagando nelle intenzioni dello sbirro. Infine guardò verso la tovaglia del tavolino e fece di no con la testa. “Sono una persona molto indaffarata, e sono solito dare l’esempio ai miei dipendenti arrivando in ufficio perfettamente in orario!”
Paride ammiccò. Giocherellò con il bordo della tazzina da caffè e tornò a osservare l’uomo elegante. Era sul biondo cenere e teneva un’antipatica espressione di superiorità dipinta sul volto irregolare; aveva una profonda cicatrice sopra l’occhio destro, una ferita antica che gli aveva cancellato quasi completamente il sopracciglio. Agosti non poté fare a meno di chiedersi come fosse possibile che un tipo così avesse interessato Muriel Salieri. Odori probabilmente, pensò. L’uomo guardò il nodo della cravatta di Agosti, così piccolo e rinsecchito da avere l’aria di esser stato fatto settimane prima.
Paride se ne accorse e la slacciò, ficcandosela in tasca.
“... il punto è che non capisco come io o la mia ex moglie si possa essere d’aiuto! Andavamo già poco in quella casa, ma dopo la morte del padre di Muriel praticamente non ci abbiamo più messo piede: sapevo comunque che quella villa avrebbe continuato a perseguitarla… ”
“Si spieghi meglio.”
“Ma si… porta male, è sempre stata iellata… l’ho detto a Muriel centinaia di volte: vendila, liberatene, falla abbattere! Ormai è un ritrovo di barboni, tossici e delinquenti. Prima o poi il morto doveva scapparci.” Bevve il latte. “Non si trattava di una prostituta? La morta, intendo.”
Paride annuì. Aveva una strana espressione in volto, come quella di un bambino che cerca di capire meglio le parole di un adulto: con le labbra strette e gli occhi serrati.
“Per l’appunto! Qualche anno fa poteva pure essere un posto chic, anche se l’ho sempre detestato, ma ora è veramente ridotto peggio di un ghetto. Pensi che una volta, era estate, Muriel mi raccontò che trovarono in giardino un tipo che stava piantando la sua tenda! S’era messo con i paletti e tutto il resto a sistemare questa tenda nel bel mezzo del parco! Era un vagabondo, una specie di figlio dei fiori… il povero Salieri dovette imbracciare il fucile per farlo sloggiare… ” sorrise rendendo il viso ancor più sgradevole. “Già allora cominciava ad essere un posto strano e imprevedibile.”
Agosti ricambiò il sorriso, ma gli riuscì un ghigno duro e vagamente minaccioso. “Perché divorziaste, signor Piccardi? Lei e Muriel, intendo.”
Piccardi tornò serio. “Per diversi motivi… un po’ il lavoro, che ci impediva di vederci persino di sera, un po’ per la mancanza di un figlio; io ne volevo uno, Muriel era irremovibile.”
“Perché?”
“Eh, vallo a sapere! Non so se lo ha accennato, ma Muriel ha perso due fratelli in modo tragico, e magari poteva essere uno dei motivi per cui non voleva saperne di avere un bambino suo… non lo so.”
“In che rapporti siete rimasti?”
“Eccellenti.”
Agosti mise una banconota da cinque Euro sul tavolino del bar e sorrise all’uomo. “La colazione la offro io, Piccardi.”
“Troppo gentile.” Si alzarono.
“A che punto siete?”, chiese poi l’uomo stringendo la mano dell’ispettore; “Con le indagini, voglio dire… ci sono indiziati, speranze di prendere quella bestia?”
“Per ora proprio no, temo.”
“Ah! Permetta ora a me una domanda, Agosti… ”
“La prego.”
“Muriel mi ha detto del fatto che lei non è specificatamente coinvolto nelle indagini… ”
“Non ufficialmente, é vero.”
“Beh, ma allora chi glielo fa fare, scusi?”
“Diciamo che sono un tipo molto pignolo. Quando c’è un delitto misterioso ho come una specie di orologio che inizia a girarmi in testa, sento come un tic tac incessante e fastidioso, che smette solo quando arrivo alla soluzione.”
“E ci arriva spesso?”
Agosti fece una pausa prima di rispondere: “Sempre”, disse infine; “Anche quando si tratta di una puttana della quale, apparentemente, non frega niente a nessuno.”
Paride alzò il bavero del cappotto e si avviò verso l’angolo, lasciando Piccardi accanto al tavolino, con la ventiquattro ore in mano e la panna del cappuccino ammassata nell’angolo superiore della bocca.

Agosti camminò senza una vera meta; lo faceva spesso, specialmente di notte, perché camminare senza assilli lo aiutava a riflettere, a pensare meglio. Si accese una sigaretta e godette della visione di un bel culo che gli passò accanto, infine andò alla prima edicola per comperare un paio di quotidiani. Prese il resto e diede una scorsa alle prime pagine, con la sigaretta ficcata tra le labbra, fumante. Richiuse quindi i giornali e li mise sotto il braccio, allontanandosi ancora. Ficcò una mano in tasca, prese il cellulare e controllò il campo. Tre tacchette. Non che avesse eccessiva importanza: non essendo in servizio e  avendo rotto con Azumi, non lo chiamava mai nessuno. Non lo avrebbe chiamato nessuno.
Giunse sotto un portico e si apprestò a fare una chiamata. Infilò gli occhiali per trovare il numero dalla rubrica e poi ci ripensò, rimettendo in tasca il telefonino. Quando ebbe lasciato il cellulare, notò che aveva un’altra cosa, scivolata sul fondo della tasca; un pezzetto di metallo avvolto nella plastica. Si guardò in giro e prese l’oggetto: si trattava di un piccolo proiettile, un calibro 6,35 inesploso, ficcato in una bustina di plastica richiudibile, che qualcuno gli aveva fatto scivolare nella tasca del cappotto.   
Si guardò rapidamente attorno e fece la strada all’inverso, fino al bar, stando attento a eventuali inseguitori, a facce strane, a qualsiasi dettaglio insolito.
Non ne trovò.
Si mise allora con le spalle al muro, in una piazzetta, e mise l’auricolare del cellulare in un orecchio, componendo un numero.
Attese qualche istante, poi parlò quand’ebbero risposto: “Sono Agosti, cercavo il vice ispettore Capuano. Si, aspetto in linea. Grazie.”
Si guardò ancora in giro. Mattino freddissimo. Spense la sigaretta gettandola in terra e finendo di calpestarla.
“Pronto, Gualtié? Sono io: cerca di procurarmi un ferro… si, pulito, senza matricole, senza niente… no, per ora non m’è capitato nulla di che, ma devo potermi muovere con sicurezza. Vedo quando posso passare da te, intanto poso la mia in una cassetta di scurezza. Ma no, poi ti spiego. Ciao!”
Passò il resto della giornata a riflettere, a tentare di mettere a fuoco qualsiasi particolare lo aiutasse a capire chi gli si era avvicinato furtivamente e perché.
Intanto, col trascorrere della giornata, la pioggia tornò a colpire con rinnovata violenza.

Gualtiero Capuano si rigirò nel letto svariate volte. S’era addormentato verso le undici e risvegliato alle due con un doloroso cerchio alla testa. La grassa moglie, spiaggiata lì accanto, russava come una falegnameria svedese e dopo l’ennesima occhiata alla sveglia si decise ad alzarsi; camminò sbarellando verso la cucina e dopo aver aperto il frigo si versò una tazza di latte freddo. Bevve e si attaccò anche al cartone del latte, quando la tazza restò vuota. Si affacciò alla finestra, la pioggia veniva giù così fitta che il palazzo di fronte sembrava un disegno fatto con il solo tratteggio. Restò a guardare qualche minuto fissando un punto immaginario con la mente, poi scorse una rapida figura che in strada voltava l’angolo infilandosi sotto al suo portone. Il citofono suonò piano una, due, tre volte. Rapide suonate intervallate di pochi secondi. Prima di andare a rispondere Gualtiero tentò di guardare verso il basso, verso il portone, ma non gli riuscì di vedere nessuno.
“Gualtiero?”, si lamentò la moglie dalla stanza da letto, “ma chi è a quest’ora?”
“E che ne so? Dammi il tempo di andare a vedere!” raggiunse la cornetta del citofono e lo sollevò. Non ebbe tempo neppure di chiedere chi fosse.
“Sono Paride. Paride Agosti.”

La signora Capuano allungò un asciugamano bianco e profumato verso Agosti, che lo usò per asciugarsi il collo e i capelli; era inzuppato come un pulcino.
“Preparo un caffè per tutti”, disse la donna stringendosi nella vestaglia.
“Grazie Anna.”, rispose Paride.
Gualtiero afferrò una sedia, la voltò con lo schienale verso il collega e vi si sedette, poggiando entrambe le braccia sul legno. Guardò senza dire niente.
Agosti piegò e mise l’asciugamani sul divano.
Capuano si grattò un orecchio, guardò verso il pavimento e sembrò che stesse cercando le parole giuste. Agosti intrecciò le dita della mano.
“Paride… guarda che tu non puoi continuare così!”
Agosti tirò su col naso. “Così come?”
“Così… ma guardati! Sembri uscito da una centrifuga! Non dormi da giorni, vai in giro a fare il detective privato, ti stai inimicando tutti quanti, giù al commissariato!”
Agosti scrollò le spalle.
“E non fare così! Vuoi farti cacciare via? Vuoi essere licenziato?”
Agosti sorrise tenebroso, ma non volle rivelare niente al suo amico del motivo per cui era sceso nella capitale. Anna portò un vassoio con sopra tre tazzine e qualche biscotto. Bevvero tutti quanti, ingoiati da uno strano e imbarazzato silenzio. Agosti poggiò la tazzina sul vassoio. “Grazie Anna, come fai il caffè tu manco a Napoli!”
Anna sorrise dolcemente. “Grazie. Non hai un posto dove andare a dormire?”
Agosti guardò verso il tavolino con lo sguardo perso. “No. Azumi mi ha praticamente sbattuto fuori di casa.”
Gualtiero si guardò con la moglie. “Non puoi prendere una stanza d’albergo?”
“Adesso no, non più Gualtié.” Mise una mano in tasca e ne estrasse il proiettile ricevuto, mettendolo sul tavolino.
Anna trasalì, l’amico lo fissò aggrottando le ciglia.
“Qualche stronzo me lo ha ficcato in tasca stamattina, Gualtiero… e pochissime persone sanno che mi sto occupando della questione del lago… io praticamente sono in vacanza!”
“Ma… non potrebbe essere per qualcos’altro?” Gualtiero cercò un consenso negli occhi della moglie, che tuttavia restò neutrale. “Si, voglio dire… perché accomuni la minaccia a quell’omicidio?”
Agosti si alzò di scatto raggiungendo la finestra. “Dai Gualtiero, non prendermi per il culo! Sono a Roma da poche ore e non tornavo da anni! Comincio a fare qualche domanda in giro e mi mettono un proiettile in tasca! Anche un povero coglione capirebbe che sono due cose collegate! Scusa eh, Anna!”
Capuano si grattò il collo. Soffiò riflettendo. “E va bene, hai ragione: ma chi?”
“Qualcuno con cui ho parlato, o che magari ha voluto spaventarmi perché sa che interrogherò altre persone a lui collegate!”
“Beh, ma qualcuno che ti conosce bene, che ha potuto starti così vicino da ficcarti quel coso in tasca senza che tu te ne accorgessi!”
“E invece mi conosce poco, Gualtié, veramente poco, se spera di mettermi a tacere con una volgare minaccia! Non ho paura di nessuno io, cazzo!”

Poi Agosti si accorse che Anna era rimasta spaventata e allora abbassò il tono di voce, tornando seduto. “Il fatto è che ora non mi fido, non mi fido più di nessuno… e non posso stare fermo in una stanza di hotel, visto che sono nel mirino di qualche balordo!”

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