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domenica 29 novembre 2015

Torre Spaccata Comics 3.

Salve!
Sarò onesto: non avevo mai messo piede al Torre Spaccata Comics. 
Il posto é freddissimo, trattasi dell'ex mercato coperto che si trova in zona omonima, gli stand pochini e si potrebbero trovare altri difetti.
La realtà dei fatti, però, é che io mi sono divertito! Gli ospiti presenti (Moreno Chiacchiera, Pino Rinaldi, Mauro Laurenti etc.) sono di assoluto livello, e nelle fiere piccole si ha sempre la possibilità di avvicinarli e scambiarci due parole in santa pace. Gli organizzatori sono appassionati, competenti e simpatici. Insomma, l'atmosfera, seppur (o proprio per quello) vintage e un pò naif é di quelle che piacciono a me.
Ci tornerò.
Infine: all'entrata ci sono dei piccoli buoni da spendere all'interno della fiera: sarà poco, ma avete mai visto fare altrettanto all'ingresso di Romics, Lucca Comics o Expocartoon?
Vi lascio con delle immagini scattate da Spectrum per la mostra di originali che c'era e del bel disegno che Pino Rinaldi ha voluto fare per me.
Alla prossima!




  

venerdì 27 novembre 2015

L'apostolo nel buio, quarta parte.

Venerdì, Paride Agosti!
Rammento la solita pappardella: il racconto é per un pubblico maturo e il riassunto delle parti precedenti lo trovate qui. Grazie a chi mi ha seguito fino ad ora!

“... anche il suo. Da quando in qua la polizia si scomoda per andare da una persona interessata dei fatti invece di convocarla in commissariato?”
Agosti sorrise, versò ancora del the in una seconda tazza e lo porse alla donna.
“Lei è una donna molto intelligente, oltre che impegnata, Muriel; posso chiamarla Muriel?”
“No, non può. Che gioco sta facendo, Agosti?”
“Va bene, allora scopriamo pure le carte, se la fa sentire meglio: io oggi non ho alcuna autorità per stare in casa sua a porgerle domande sul delitto del lago, ma… ”
“Allora ne parlerò quando se ne occuperà un poliziotto vero. Signor Agosti… ”, e gli indicò la porta d’ingresso.
Paride posò la tazza sul piccolo tavolino in vetro. “D’accordo”, disse asciugandosi le labbra con un fazzoletto, “non credo passerà molto da quel giorno, in tutta franchezza; peccato perché pensavo potessero interessarle alcune mie considerazioni personali.”
Muriel continuò ad indicare la porta. “Per favore… ”
“… ad esempio credo che l’assassino conoscesse un po’ troppo bene quella villa, signora Salieri… ”
Muriel cambiò espressione, inclinò la testa guardando Agosti con una tale intensità che l’ispettore ebbe la sensazione d’essere stato fulminato. Paride si avvicinò alla porta e la aprì.
“… Si, un po’ troppo bene per un delitto improvvisato, signora… modalità, tempi, arma del delitto… ” Agosti si battè due dita sul naso. “Capirà che non c’è niente che possa far pensare ad un delitto commesso da una serie di eventi occasionali; quello conosceva bene la villa, dia retta a me!”
“Ma che diavolo vuole, si può sapere?”
  Paride richiuse la porta senza far rumore. Appoggiò il cappotto sulla mensola delle chiavi accanto all’ingresso. “Tutto! In quanti ci abitavate, perché ve ne andaste, chi lavorava alle dipendenze di vostro padre… tutto!”
Muriel si avvicinò al mobile bar e svitò il tappo di una bottiglia di bourbon. Se ne versò due dita in un lungo calice e poi tornò a guardare verso Agosti. Sembrò meno selvatica.
“Il bourbon non si serve in un calice, signora… ”
“Ne vuole?”
“Meno di quel che si è versata per sé. Grazie.”
Muriel sedette accavallando le splendide gambe. Indossava calze di nylon fumé e continuava a giocare alla femmina perfettamente padrona della situazione. Bevve. 
Bevve anche Paride.
“Sa”, disse infine la donna, “Continuo a non capire il suo ruolo in questo fatto di cronaca…”
Paride guardò alcuni quadri astratti attaccati perfettamente in armonia sulle pareti del soggiorno.
“Sono molto belli!”, commentò.
“Sono orrendi!”, Rispose lei, “retaggio degli anni passati con il mio ex marito. Aveva gusti di merda!”
Agosti poggiò il bicchiere. “Capisco… ”
“Allora?”
“Sto dando una mano ad un amico. Capirà che è una faccenda piuttosto grossa e complicata.”
“Non per noi. Mio padre volle andar via da quella casa che eravamo adolescenti. D’altra parte non era neanche la casa in cui vivevamo abitualmente. Fu più un capriccio di una persona ricca. Mi capisce?”
Agosti annuì continuando a guardare i quadri. Questi erano illuminati da faretti posti su piccoli tavolini in vetro ad angolo. “Ci avete vissuto a lungo?”
“No, ci abbiamo passato giusto qualche estate… ”
“Perché?”
“Nostra madre ne aveva paura.”
“Della villa?”
“Del lago. E’ un posto orribile.”
“L’ho notato!”
“L’ultima volta ci andammo che era maggio… avrò avuto sedici, diciassette anni… ”
“Cosa accadde?”
“Strano lei non lo ricordi.”
Agosti si voltò a guardare la donna. Aveva le mani dietro la schiena. “Fatico a dormire, la notte. La mia ex dice che aumenta il mio fascino trasandato ma diminuisce la memoria. Temo abbia ragione!”
Muriel sorrise gelida. Versò ancora un dito di bourbon. “Accadde un fatto orribile, la cronaca ne parlò per anni.” Bevve a lungo, chiudendo gli occhi. Agosti non le tolse lo sguardo di dosso.
Quando ebbe finito, posò il bicchiere. Paride notò un leggero tremolio nella mano che aveva retto il cristallo.
“Una mattina uno studente della scuola giardiniera trovò i resti di un corpo umano sulle rive del lago.”
“Chi?”
“Un bimbo. Gli avevano amputato un braccio e un piede. Questi ultimi due non furono mai rinvenuti. Fu una storiaccia in cui ogni tipo di pennivendolo intinse inchiostro per spargere merda sul lago e su chi lo abitava. I ricchi possono risultare molto antipatici alla gente, sa?”
“Lo posso immaginare. Come finì?”
“Siamo in Italia, come vuole che sia finita? Tante piste, qualche indiziato, un paio di innocenti buttati qualche mese in galera e le solite malignità su chi ha raggiunto un traguardo in vita sua. In un nulla di fatto, insomma. E quel bimbo e la sua famiglia attendono ancora giustizia.”
“La giustizia è un somaro dalle tante selle, signora!”
“Uhm. Già. Morale della favola mia madre pregò affinché mio padre non ci portasse più nella villa e da allora è rimasta così. D’altra parte riesco a capirla: eravamo poco più di bambini e i giornali non facevano che parlare del mostro del lago… chiunque avrebbe agito come la mia famiglia!”
“I suoi genitori sono ancora… ?”
“Vivi? Mio papà no, è mancato per colpa di un infarto e mia madre avrebbe fatto meglio a seguirlo, probabilmente!”
“Cosa intende dire?”
“Vive in una casa di cura da tempo, non riconosce più neanche la sua immagine riflessa. Di lei mi resta qualche ricordo e la salatissima rata mensile.”, si alzò risoluta dal divano; “Se a tutto ciò aggiunge che dei quattro fratelli siamo rimasti solo io e un altro, comprenderà facilmente come la famiglia Valle / Salieri non sia nata sotto la migliore stella.”
“Mi spiace, non immaginavo.”
“Un banale incidente d’auto, al ritorno da una festa mondana. Mio fratello aveva bevuto un po’, doveva riportare a casa la minore, Scilla, e per questo spinse un po’ troppo sull’acceleratore. C’era una curva, ma l’auto andò dritta. Giù in un burrone e addio ad un altro pezzo della dinastia!”
Agosti non disse nulla.
“Ora abbiamo finito o intende farmi rammentare tutte le morti di casa Salieri dal medioevo ad oggi?”
“No, certo che no. Mi scusi. Temo che avrò bisogno anche di suo fratello, Riccardo.”
“Faccia come crede, ma vorremmo tanto rimanere fuori dall’ennesimo orrore di quel lago, Agosti. Abbiamo già sofferto troppo per colpa sua!”
Si avvicinarono alla porta. “Lo comprendo. Perché non ve ne siete liberati? Voglio dire…varrà un capitale e per voi rievoca solo orrori… ”
Muriel sorrise. “Sapeste quante volte ho dovuto rispondere a questa domanda… la villa è intestata a mia madre, e francamente vorrei attendere ancora un po’… io e Riccardo non troviamo opportuno farle firmare alcunché ora che si trova in queste condizioni, incapace di intendere e di volere. Lo faremo a tempo debito, ringraziando il cielo non abbiamo urgenza di soldi. Non ne abbiamo mai avuta!”
Agosti salutò con un cenno del capo ed uscì.
Muriel si appoggiò alla porta dopo aver richiuso e respirò forte. Attese qualche minuto, poi andò alla finestra per vedere Paride Agosti che si allontanava a bordo di un taxi e afferrò quindi il telefono.

Il vecchio calvo si asciugò le mani sulla stoffa dei pantaloni e si apprestò ad abbandonare la camera oscura. Si muoveva pianissimo, raggiunse la porta e parve titubare; Stefano Pintori s’era già messo all’opera, sistemando le bacinelle e guardando febbrilmente sulle etichette dei solventi. Pareva invasato. Allora il vecchio gli parlò:
“Pintori, non sarà mica roba coi bambini… ?”
Pintori lo guardò torvo.
“No, perché in quel caso io ti scarico, ti mollo… non ce la voglio quella roba qui dentro!”
“No, no… fammi lavorare!”
“Ne ho trattata di immondizia, ma i bambini ti fanno finire in galera prima ancora di rendertene conto!”
“Hai preso i soldi, no? Allora levati dal cazzo, che ho prescia! T’ho detto che non sono foto di bambini… per chi cazzo m’hai preso?”
Il vecchio si fermò sulla soglia. “Per un disperato, Pintori, e i disperati fanno qualunque cosa… ”
Stefano mise una mano in tasca e tirò fuori altri tre, quattro pezzi da venti euro e li infilò tra le dita del vecchio. Questi li guardò.
“... eccoti altri soldi, ho bisogno di questo posto per qualche oretta, non di più! L’abbiamo già fatto, no? Fammi sviluppare e non starmi col fiato sul collo… t’ho detto che non avrai guai a causa di questa roba.”
“E va bene. Sono su in negozio, fammi un fischio quando hai finito.”
“Si… si.”
Stefano Pintori rimase nella luce arancio della camera oscura, zoppicò verso i rollini e iniziò a svilupparli. Sudava copiosamente e non gli riusciva di pensare con lucidità. Mentre il foglio lucido affogava nei solventi, mise una mano sul fianco e con una pinza stuzzicò la bacinella, affinché si muovesse ritmicamente. Tracce di colore affiorarono dalla fotografia, riflettendo sul suo viso strani arabeschi di luce; si morse un labbro e tamponò il sudore dal collo. Doveva avere pazienza. Quando l’immagine della prima foto fu soddisfacente, la prese con la pinza e la stese su una corda lurida appesa alle estremità del muro. Si passò la lingua sulle labbra, diede una prima scrollata al nuovo foglio della bacinella e si dedicò alla contemplazione della foto appesa. Si vedeva un grosso cespuglio e un paio di piedi sfocati. Una merda.
Colpì la foto e si portò tre dita sulle tempie. Si costrinse a mantenere la calma, aveva quasi un rollino intero da visionare.
Però era iniziata male, cazzo. Molto male.
Lavorò alacremente allo sviluppo delle altre foto, facendo voto di visionarle minuziosamente solo dopo averle ben trattate e appese sulle mollette. Doveva stare calmo e seguire la solita procedura cui era abituato. Quando tutte le foto furono penzolanti dalla corda, zoppicò verso la porta e si chiuse dentro.  Si asciugò le mani e passò in rassegna gli scatti, uno per uno. Strappò dalle mollette quelle che giudicò degne di un’occhiata più approfondita e si stropicciò gli occhi a furia di cercare quel particolare che lo avrebbe reso celebre.
Non erano un granché. Senza flash, scattate in movimento, con le mani tremolanti, sotto un forte stress. Sapeva già tutto questo, ma egualmente sperava di trovare un qualcosa in più, roba forte, sconvolgente. Ma persino la ragazza in terra era una forma scura difficilmente riconoscibile dal resto dell’ambiente, se non fosse stato per i capelli o una mano. Perse bava dalla bocca, mentre girava e rigirava gli scatti tra le mani. E l’assassino? Non si vedeva niente, quasi niente. Una figura più scura del fondale, una forma primordiale e senza particolari, un’arma indistinguibile che scendeva verso la forma della vittima, un paio di scatti completamente neri, un altro con il solo movimento delle foglie secche attaccate ad un ramo.
Niente, un cazzo di niente.
Gli montarono le lacrime agli occhi e si morse una mano per non gridare di rabbia e di frustrazione. Erano scatti che francamente il nipote di tredici anni avrebbe fatto meglio. Proprio nel momento più importante della sua vita il suo talento, la sua sveltezza avevano fatto cilecca. Erano foto che qualunque sciacallo gli avrebbe pagato due soldi con la scusa del casino e della pericolosità, e del fatto che lì, in sostanza, non si vedeva nulla a parte un gran casino e due figure distorte. Riprese quella con la figura dell’assassino quasi intera, che aveva scattato mentre fuggiva via, torcendo la macchinetta fotografica all’indietro. Porca puttana, era tagliata proprio all’altezza delle dita della mano. Quel polso e quella mano che reggeva la testa che quel bastardo aveva reciso. La fortuna non l’aveva aiutato manco questa volta, non l’aveva mai fatto. Scoppiò a ridere,  furiosamente, acciuffando la busta da lettera unta che aveva messo in tasca. Rise a crepapelle, con le lacrime agli occhi, comprimendo gli scatti nella busta e richiudendola per bene. Scrisse un indirizzo sopra di essa e si apprestò ad uscire.

La pioggia sembrò venire giù al solo scopo di lavare un po’ i peccati della città. Le fogne si riempirono velocemente, e le grondaie cominciarono a lavorare penosamente; il traffico divenne così caotico che ben presto le vie principali tentarono di assomigliare ad un quadro post moderno, nel quale si riesce a vedere solo qualche faro colorato spruzzato nello smog e nell’oscurità. Fumo grigio si levò dai marciapiedi immalinconendo l’umore della gente in strada. Qualche caffè accese le insegne, mentre la sera cominciò a mangiare un pezzo del giorno. Tullio Paride Agosti camminò nel commissariato semi vuoto tenendo le mani nel cappotto. Era inzuppato fradicio ed aveva un buco nello stomaco. Incontrò qualche collega dal passo frettoloso, avendo il netto sospetto che tentassero di evitarlo o che lo guardassero in cagnesco, quando passava oltre. Scese giù all’archivio e sedette a un tavolino. Accese il pc e si mise a cercare tra i faldoni. Inforcò gli occhiali e stette a consumarsi gli occhi sulle vecchie scritte per più di tre ore. Non chiese niente a nessuno, si affidò unicamente alla propria pazienza e al suo tempo libero:  scansò gli anni sessanta ed incominciò ad accatastare accanto al monitor del computer tutti i faldoni della metà degli anni settanta. Di lì effettuò un’ulteriore scrematura atta a fargli ottenere solo quelle pratiche che riguardassero i crimini o gli incidenti gravi avvenuti nella zona del lago, su qualsiasi sponda, dato che ognuna di esse si affacciava su un paese o un comune differente. Fatto ciò, effettuò la connessione ad internet ed entrò nello spazio on – line di un importante quotidiano che metteva a disposizione degli utenti i vecchi numeri usciti nel corso del tempo. Il bagliore del monitor lo invecchiò; cliccò sugli arretrati di cronaca nera degli anni settanta e si alzò per prendersi un caffè: mise il cappotto sul termosifone per farlo asciugare e tornò seduto armato di pazienza.
Aprì tutti i faldoni: spulciò gli incidenti mortali, le cadute dalla motocicletta, gli annegati, gli scomparsi dopo una gara di canoa, i tossici morti di overdose, una vecchia deceduta dopo una rovinosa caduta causatagli da uno scippatore, i giovani morti per aver partecipato a una corsa clandestina notturna sulla strada del lago.
Tolse gli occhiali e li poggiò sul tavolo. Faceva freddo e sentiva tutte le ossa contrite. Si massaggiò il naso e la pelle sotto agli occhi, con movimenti concentrici del pollice e dell’indice, lentamente.
Quel lago era una sorta di mostro famelico sempre alla ricerca di vite umane; dopo diverse ore le vecchie e tristi foto degli scomparsi presero a vorticargli nella testa come se avesse preso una sbornia terrificante. Andò alla macchinetta del caffè e vi guardò dentro, manco si trattasse di una finestra.
Era assurda, terribilmente crudele l’incuria con cui erano stati redatti alcuni verbali dell’epoca. Così incompleti e trasandati da rasentare un insulto per quelle povere vittime. Erano fogli di poche righe, redatte in un italiano claudicante e con  macchie di unto, di sporco, di inciviltà. Mentre era assorto nei suoi pensieri, scese un agente di polizia a posare una cartella anonima. Guardò verso Agosti, che stava appoggiato al distributore di caffè leggermente curvo, con i piedi incrociati. Quello diede una sbirciata al tavolo di Paride e strinse le labbra indifferente. Si apprestò a tornare di sopra.
Agosti bevve un sorso di caffè. Girò lo zucchero e guardò verso il poliziotto in divisa, solo una guardatina.
“Ci si abitua in fretta, non é vero?”, gli chiese sarcastico. L’agente lo guardò tra il sorpreso e l’annoiato.
“Prego?”, rispose di getto.
Agosti indicò i faldoni con il bastoncino in plastica del caffè. “Ai morti, alle famiglie distrutte, alle faide di sangue… ”
L’agente continuò a guardare con l’espressione di chi sta tentando di decodificare un linguaggio alieno.
Agosti sorrise sornione. “E’ come gli infermieri. I primi mesi si appassionano ai pazienti e alle loro vite; poi passano gli anni e l’esperienza si fa strada… e dopo un po’ i pazienti e le loro famiglie cominciano a divenire facce grigie e sfumate, dai contorni sempre uguali…dopo rimane solo il fastidio, la monotonia, la sottile tortura del quotidiano, e i pazienti e le loro famiglie cominciano a diventare solo una massa informe di rompicoglioni!”
“Questo è un commissariato.”
“Si, si, lo vedo, ma non cambia un cazzo! E’ la stessa, identica cosa.” Agosti colpì con un calcio il piccolo tavolino, e i faldoni finirono sul pavimento con un fragore incredibile, come una specie di sparo. L’agente sgranò gli occhi e si affrettò a tornare di sopra; qui incrociò alcuni colleghi che si erano affacciati sulle scale per vedere cosa fosse successo, e lui si limitò a fare il gesto dell’indice che gira attorno alla tempia, per indicare un matto. I colleghi sorrisero dandosi di gomito.
“Guarda!”, continuò Agosti ritrovandosi solo, “non c’è un cazzo di niente! Nessun bambino trovato mutilato, nessun omicidio di minori, niente di niente.  Ma com’è possibile, perdio!?” tornò a rovistare tra i fogli sparsi sul pavimento.
“Perché potremmo non essercene occupati noi.”
Paride si girò verso un poliziotto sulla cinquantina, aveva occhi chiari e rughe profonde. “Lei è l’ispettore Agosti, vero?”
“Si… ”
“Lo supponevo. Io sono il sovrintendente Renzi, la persona che dovrà sistemare tutto questo casino.”
“Mi dispiace… ”
“Francamente non sembra. Ora le spiace se… ?” e gli fece gesto con gli occhi verso le scale che portavano di sopra.
“Si, si certo, me ne vado… ”
“Ecco, bravo.”
Agosti cominciò a salire. Si sistemò i capelli sulla fronte, passandoci la mano. “Cosa stava dicendo a proposito di prima?” chiese fermandosi sulle scale.
Renzi stava inginocchiato a raccogliere i primi faldoni. Rispose senza voltarsi. “Che potrebbe essere stato un altro distretto: fino a trent’anni fa ce n’erano quattro attorno al lago, poi tutti affluiti qui, e qualche pratica potrebbe essere andata persa durante il trasporto; oppure, semplicemente, non ce ne siamo occupati noi. La polizia, intendo.”
Agosti annuì, si accarezzò ancora la testa e poi, dopo aver afferrato il cappotto, continuò a salire le scale. Lentamente. Cos’era quel gelo che provava ogni volta si avvicinasse ad un indizio, ad una traccia, una pista? Perché provava la netta sensazione di indossare la stessa divisa dei suoi colleghi ma di un colore diverso? Quando affrontò il corridoio sbucante nella guardiola del commissariato, s’accorse che gli agenti di turno lo stavano guardando, qualcuno aveva lasciato perdere ciò che stava facendo per stare ad osservarlo mentre raggiungeva il portone di ingresso. Camminò lentamente, sfidando tutti gli sguardi dei colleghi; gli sembrò che occorresse un secolo per oltrepassare la soglia ed uscirsene da quel posto. Allo stesso tempo non voleva né affrettare troppo il passo né dare l’impressione di camminare impaurito. Avanzò normalmente fino al portone, lo aprì e si apprestò ad uscire dando le spalle alla strada. Lanciò un ultimo sguardo ai poliziotti e si ricongiunse con la pioggia acida.

“... francamente lo trovo molto, molto fastidioso!”
L’uomo alto, dinoccolato e con una calvizie incipiente, mise zucchero abbondante nel latte e vi soffiò sopra. Vestiva con un gessato blu ed emanava un forte odore di dopobarba.
“Cosa? Che stia parlando con me?” chiese Agosti.
L’uomo bevve un rapido sorso di latte, poi guardò verso Paride muovendo le pupille; sembrò che stesse indagando nelle intenzioni dello sbirro. Infine guardò verso la tovaglia del tavolino e fece di no con la testa. “Sono una persona molto indaffarata, e sono solito dare l’esempio ai miei dipendenti arrivando in ufficio perfettamente in orario!”
Paride ammiccò. Giocherellò con il bordo della tazzina da caffè e tornò a osservare l’uomo elegante. Era sul biondo cenere e teneva un’antipatica espressione di superiorità dipinta sul volto irregolare; aveva una profonda cicatrice sopra l’occhio destro, una ferita antica che gli aveva cancellato quasi completamente il sopracciglio. Agosti non poté fare a meno di chiedersi come fosse possibile che un tipo così avesse interessato Muriel Salieri. Odori probabilmente, pensò. L’uomo guardò il nodo della cravatta di Agosti, così piccolo e rinsecchito da avere l’aria di esser stato fatto settimane prima.
Paride se ne accorse e la slacciò, ficcandosela in tasca.
“... il punto è che non capisco come io o la mia ex moglie si possa essere d’aiuto! Andavamo già poco in quella casa, ma dopo la morte del padre di Muriel praticamente non ci abbiamo più messo piede: sapevo comunque che quella villa avrebbe continuato a perseguitarla… ”
“Si spieghi meglio.”
“Ma si… porta male, è sempre stata iellata… l’ho detto a Muriel centinaia di volte: vendila, liberatene, falla abbattere! Ormai è un ritrovo di barboni, tossici e delinquenti. Prima o poi il morto doveva scapparci.” Bevve il latte. “Non si trattava di una prostituta? La morta, intendo.”
Paride annuì. Aveva una strana espressione in volto, come quella di un bambino che cerca di capire meglio le parole di un adulto: con le labbra strette e gli occhi serrati.
“Per l’appunto! Qualche anno fa poteva pure essere un posto chic, anche se l’ho sempre detestato, ma ora è veramente ridotto peggio di un ghetto. Pensi che una volta, era estate, Muriel mi raccontò che trovarono in giardino un tipo che stava piantando la sua tenda! S’era messo con i paletti e tutto il resto a sistemare questa tenda nel bel mezzo del parco! Era un vagabondo, una specie di figlio dei fiori… il povero Salieri dovette imbracciare il fucile per farlo sloggiare… ” sorrise rendendo il viso ancor più sgradevole. “Già allora cominciava ad essere un posto strano e imprevedibile.”
Agosti ricambiò il sorriso, ma gli riuscì un ghigno duro e vagamente minaccioso. “Perché divorziaste, signor Piccardi? Lei e Muriel, intendo.”
Piccardi tornò serio. “Per diversi motivi… un po’ il lavoro, che ci impediva di vederci persino di sera, un po’ per la mancanza di un figlio; io ne volevo uno, Muriel era irremovibile.”
“Perché?”
“Eh, vallo a sapere! Non so se lo ha accennato, ma Muriel ha perso due fratelli in modo tragico, e magari poteva essere uno dei motivi per cui non voleva saperne di avere un bambino suo… non lo so.”
“In che rapporti siete rimasti?”
“Eccellenti.”
Agosti mise una banconota da cinque Euro sul tavolino del bar e sorrise all’uomo. “La colazione la offro io, Piccardi.”
“Troppo gentile.” Si alzarono.
“A che punto siete?”, chiese poi l’uomo stringendo la mano dell’ispettore; “Con le indagini, voglio dire… ci sono indiziati, speranze di prendere quella bestia?”
“Per ora proprio no, temo.”
“Ah! Permetta ora a me una domanda, Agosti… ”
“La prego.”
“Muriel mi ha detto del fatto che lei non è specificatamente coinvolto nelle indagini… ”
“Non ufficialmente, é vero.”
“Beh, ma allora chi glielo fa fare, scusi?”
“Diciamo che sono un tipo molto pignolo. Quando c’è un delitto misterioso ho come una specie di orologio che inizia a girarmi in testa, sento come un tic tac incessante e fastidioso, che smette solo quando arrivo alla soluzione.”
“E ci arriva spesso?”
Agosti fece una pausa prima di rispondere: “Sempre”, disse infine; “Anche quando si tratta di una puttana della quale, apparentemente, non frega niente a nessuno.”
Paride alzò il bavero del cappotto e si avviò verso l’angolo, lasciando Piccardi accanto al tavolino, con la ventiquattro ore in mano e la panna del cappuccino ammassata nell’angolo superiore della bocca.

Agosti camminò senza una vera meta; lo faceva spesso, specialmente di notte, perché camminare senza assilli lo aiutava a riflettere, a pensare meglio. Si accese una sigaretta e godette della visione di un bel culo che gli passò accanto, infine andò alla prima edicola per comperare un paio di quotidiani. Prese il resto e diede una scorsa alle prime pagine, con la sigaretta ficcata tra le labbra, fumante. Richiuse quindi i giornali e li mise sotto il braccio, allontanandosi ancora. Ficcò una mano in tasca, prese il cellulare e controllò il campo. Tre tacchette. Non che avesse eccessiva importanza: non essendo in servizio e  avendo rotto con Azumi, non lo chiamava mai nessuno. Non lo avrebbe chiamato nessuno.
Giunse sotto un portico e si apprestò a fare una chiamata. Infilò gli occhiali per trovare il numero dalla rubrica e poi ci ripensò, rimettendo in tasca il telefonino. Quando ebbe lasciato il cellulare, notò che aveva un’altra cosa, scivolata sul fondo della tasca; un pezzetto di metallo avvolto nella plastica. Si guardò in giro e prese l’oggetto: si trattava di un piccolo proiettile, un calibro 6,35 inesploso, ficcato in una bustina di plastica richiudibile, che qualcuno gli aveva fatto scivolare nella tasca del cappotto.   
Si guardò rapidamente attorno e fece la strada all’inverso, fino al bar, stando attento a eventuali inseguitori, a facce strane, a qualsiasi dettaglio insolito.
Non ne trovò.
Si mise allora con le spalle al muro, in una piazzetta, e mise l’auricolare del cellulare in un orecchio, componendo un numero.
Attese qualche istante, poi parlò quand’ebbero risposto: “Sono Agosti, cercavo il vice ispettore Capuano. Si, aspetto in linea. Grazie.”
Si guardò ancora in giro. Mattino freddissimo. Spense la sigaretta gettandola in terra e finendo di calpestarla.
“Pronto, Gualtié? Sono io: cerca di procurarmi un ferro… si, pulito, senza matricole, senza niente… no, per ora non m’è capitato nulla di che, ma devo potermi muovere con sicurezza. Vedo quando posso passare da te, intanto poso la mia in una cassetta di scurezza. Ma no, poi ti spiego. Ciao!”
Passò il resto della giornata a riflettere, a tentare di mettere a fuoco qualsiasi particolare lo aiutasse a capire chi gli si era avvicinato furtivamente e perché.
Intanto, col trascorrere della giornata, la pioggia tornò a colpire con rinnovata violenza.

Gualtiero Capuano si rigirò nel letto svariate volte. S’era addormentato verso le undici e risvegliato alle due con un doloroso cerchio alla testa. La grassa moglie, spiaggiata lì accanto, russava come una falegnameria svedese e dopo l’ennesima occhiata alla sveglia si decise ad alzarsi; camminò sbarellando verso la cucina e dopo aver aperto il frigo si versò una tazza di latte freddo. Bevve e si attaccò anche al cartone del latte, quando la tazza restò vuota. Si affacciò alla finestra, la pioggia veniva giù così fitta che il palazzo di fronte sembrava un disegno fatto con il solo tratteggio. Restò a guardare qualche minuto fissando un punto immaginario con la mente, poi scorse una rapida figura che in strada voltava l’angolo infilandosi sotto al suo portone. Il citofono suonò piano una, due, tre volte. Rapide suonate intervallate di pochi secondi. Prima di andare a rispondere Gualtiero tentò di guardare verso il basso, verso il portone, ma non gli riuscì di vedere nessuno.
“Gualtiero?”, si lamentò la moglie dalla stanza da letto, “ma chi è a quest’ora?”
“E che ne so? Dammi il tempo di andare a vedere!” raggiunse la cornetta del citofono e lo sollevò. Non ebbe tempo neppure di chiedere chi fosse.
“Sono Paride. Paride Agosti.”

La signora Capuano allungò un asciugamano bianco e profumato verso Agosti, che lo usò per asciugarsi il collo e i capelli; era inzuppato come un pulcino.
“Preparo un caffè per tutti”, disse la donna stringendosi nella vestaglia.
“Grazie Anna.”, rispose Paride.
Gualtiero afferrò una sedia, la voltò con lo schienale verso il collega e vi si sedette, poggiando entrambe le braccia sul legno. Guardò senza dire niente.
Agosti piegò e mise l’asciugamani sul divano.
Capuano si grattò un orecchio, guardò verso il pavimento e sembrò che stesse cercando le parole giuste. Agosti intrecciò le dita della mano.
“Paride… guarda che tu non puoi continuare così!”
Agosti tirò su col naso. “Così come?”
“Così… ma guardati! Sembri uscito da una centrifuga! Non dormi da giorni, vai in giro a fare il detective privato, ti stai inimicando tutti quanti, giù al commissariato!”
Agosti scrollò le spalle.
“E non fare così! Vuoi farti cacciare via? Vuoi essere licenziato?”
Agosti sorrise tenebroso, ma non volle rivelare niente al suo amico del motivo per cui era sceso nella capitale. Anna portò un vassoio con sopra tre tazzine e qualche biscotto. Bevvero tutti quanti, ingoiati da uno strano e imbarazzato silenzio. Agosti poggiò la tazzina sul vassoio. “Grazie Anna, come fai il caffè tu manco a Napoli!”
Anna sorrise dolcemente. “Grazie. Non hai un posto dove andare a dormire?”
Agosti guardò verso il tavolino con lo sguardo perso. “No. Azumi mi ha praticamente sbattuto fuori di casa.”
Gualtiero si guardò con la moglie. “Non puoi prendere una stanza d’albergo?”
“Adesso no, non più Gualtié.” Mise una mano in tasca e ne estrasse il proiettile ricevuto, mettendolo sul tavolino.
Anna trasalì, l’amico lo fissò aggrottando le ciglia.
“Qualche stronzo me lo ha ficcato in tasca stamattina, Gualtiero… e pochissime persone sanno che mi sto occupando della questione del lago… io praticamente sono in vacanza!”
“Ma… non potrebbe essere per qualcos’altro?” Gualtiero cercò un consenso negli occhi della moglie, che tuttavia restò neutrale. “Si, voglio dire… perché accomuni la minaccia a quell’omicidio?”
Agosti si alzò di scatto raggiungendo la finestra. “Dai Gualtiero, non prendermi per il culo! Sono a Roma da poche ore e non tornavo da anni! Comincio a fare qualche domanda in giro e mi mettono un proiettile in tasca! Anche un povero coglione capirebbe che sono due cose collegate! Scusa eh, Anna!”
Capuano si grattò il collo. Soffiò riflettendo. “E va bene, hai ragione: ma chi?”
“Qualcuno con cui ho parlato, o che magari ha voluto spaventarmi perché sa che interrogherò altre persone a lui collegate!”
“Beh, ma qualcuno che ti conosce bene, che ha potuto starti così vicino da ficcarti quel coso in tasca senza che tu te ne accorgessi!”
“E invece mi conosce poco, Gualtié, veramente poco, se spera di mettermi a tacere con una volgare minaccia! Non ho paura di nessuno io, cazzo!”

Poi Agosti si accorse che Anna era rimasta spaventata e allora abbassò il tono di voce, tornando seduto. “Il fatto è che ora non mi fido, non mi fido più di nessuno… e non posso stare fermo in una stanza di hotel, visto che sono nel mirino di qualche balordo!”

mercoledì 25 novembre 2015

La sceneggiatura de "La fata del buio".

Una storia scritta per un mediometraggio una ventina d'anni fa che, ahimè, non si fece mai. Peccato, la storia era carina! Lo spunto iniziale lo utilizzai poi per il romanzo "L'apostolo nel buio".

venerdì 20 novembre 2015

L'apostolo nel buio, terza parte.

Salve!
Oggi é venerdì, quindi sotto con la terza parte del romanzo.
Ricordo due cose: la prima, é che il racconto é rivolto esclusivamente a un pubblico adulto! La seconda é che il riassunto delle puntate precedenti lo trovate qui.

“Grazie Gualtiero. Ti prendi un caffè?”
“Scherzi? È già arrivato il PM e ha un diavolo per capello! Se sa che ti ho fatto sbirciare questi documenti sono cazzi!”
Agosti allora prese commiato dall’amico e si concesse un caffè amaro. Sedette quindi su una poltroncina accanto al distributore e lo assaporò chiudendo gli occhi. Si sbottonò la camicia per respirare meglio. Passarono quaranta minuti buoni, poi rivide il gruppetto incrociato sulle scale dirigere verso gli uffici del quarto piano, seguiti velocemente da Gualtiero. Avevano facce che non promettevano nulla di buono. Girò con lo stecchetto di plastica il fondo del caffè e attese. Altri dieci minuti e venne giù uno dei tre incravattati, un uomo tozzo e  grassoccio, sulla cinquantina, semi calvo e dall’aria incazzata. Si piazzò davanti a Paride.
“Paride Agosti?”, chiese arrogante rivelando un accento meridionale. Agosti annuì tirandosi in piedi.
“Io sono Tonino Caruzzi, vicequestore aggiunto, gestisco questa pratica.”
“Pratica?” domandò Agosti senza scomporsi. 
“Si, la vicenda Dasaniev. Sto andando via, mi chiedevo però se lei sia quel Paride Agosti e cosa faccia eventualmente qui!” aveva un paio di denti otturati che brillavano innaturali alla luce artificiale. Sembrava una bocca malmessa. Agosti non rispose.
“... ma si, quello che a Milano chiamano The Genius, Il Genio. Beh, a me non servono i geni, ispettore Agosti, ma solo poliziotti che sappiano fare bene il proprio dovere. Perché è in questo commissariato?”
“Avevo delle questioni di cui discutere con il commissario Toselli.”
“Mi dicono che è qua a bighellonare da ieri pomeriggio, immagino avrà avuto tutto il tempo per affrontare queste faccende. Ergo… ”
“Cosa vuole da me, Caruzzi?”
“Io? Proprio niente, ispettore! Solo non mi piace vederla girovagare se non ha niente da fare; lei ha uno stato di servizio per ciò che concerne la disciplinare lungo da qui al cesso, e mi ha dato fastidio vederla che mi cascava in braccio proprio in un momento così difficile! Mi domando come si sia permesso di scendere ad interrogare il medico legale, visto che è a ottocento chilometri dal suo commissariato, e chi cazzo l’abbia portata sul luogo del delitto! Qui non siamo abituati a fare come minchia ci pare e piace, capito? Faccia un favore a tutti: risolva la sua questione e riprenda l’aereo per Milano.” Caruzzi si allontanò trotterellando. “... e con tanti saluti alla Madonnina, ovviamente!”
Quando il dirigente fu scomparso oltre le rampe di scale, Agosti gettò il bicchiere di carta nel secchio.
“Pezzo di merda… ”, sussurrò.
Gualtiero gli si avvicinò dalle spalle.
“Ho appena conosciuto Caruzzi.” Lo informò Paride.
“Don Tonino? Vedessi come s’è incazzato per la storia della Jacopetti! Le hanno fatto uno shampoo che non finiva più! Quando riparti?”
“Ancora non lo so. M’ha legato le mani quello stronzo, Gualtié!”
“Va bene, ma cosa intendevi fare? Toselli può sentirti per un parere, ma il tuo ruolo sull’omicidio finisce qui, non può spingersi oltre.”
Agosti guardò lontano, oltre l’ampia finestra del commissariato. “Questo lo vedremo.”
“Beh, io prendo servizio, ci sentiamo più tardi?”
“Si… ”
“Ciao, allora! E non fare stronzate!”
Appena Gualtiero scese le scale, il telefonino di Agosti vibrò.
“Si!”
“Paride”, si sentì dall’altra parte dell’apparecchio, “sono Elena; hai un momento?”
Agosti sedette. “Come no? Dimmi tutto.”

La vecchia scuola abbandonata sembrava un disegno pop schizzato su un quadro d’arte antica. Stretto tra due palazzoni d’epoca, con una fetta di parco in cui stavano ancora ammassati banchi e lavagne, tendoni e vecchi oggetti. Era una costruzione stretta e alta, in cui, tanti anni prima, c’era stata una scuola privata che insegnava inglese. Si trovava in una strada a senso unico buia e malandata, appena fuori dal quartiere di Santa Croce. Era sera e veniva giù una leggera pioggerellina che si posava sugli abiti come nevischio; Paride Agosti tirò vigorosamente i battenti del portoncino verso di lui ma non gli riuscì di aprire. Poi spinse vigorosamente. Doveva avere i paletti piantati dall’interno, come si usava una volta. Guardò in alto: tutte le finestre tappate e nessuna luce. Borbottò avviandosi verso il muro alla sua destra.
Il muro era alto una buona metrata e finiva con una barriera di filo spinato malconcio e arrugginito. Mosse i polpastrelli e puntò il piede sul muro per arrampicarsi. Arrivare in cima e scavalcare non fu un’impresa; appena dentro al giardino sembrò che i rumori della città si fermassero alle mura esterne. Una leggera nebbiolina violacea stagnava all’altezza delle caviglie, si mosse nell’erba e si avviò verso l’interno. Oltre ai banchi e agli altri oggetti c’era un capannone semi distrutto con vecchie tastiere da computer, attrezzi per il giardinaggio e pile di registri mangiati dal tempo. Agosti mise le mani nel cappotto e si guardò attorno. Vide due portoncini, entrambi deturpati dalle scritte spray; le ignorò e guardò verso un’ampia finestra nella quale non si vedeva l’interno, c’era qualcosa che copriva le vetrate.
Si guardò attorno e raccolse nei pressi del capannone una trave metallica stretta e robusta. Con essa si avvicinò alla finestra e la aprì in meno di un minuto.
Un’ultima occhiata intorno e saltò agilmente all’interno della palazzina.
Agosti notò, facendo luce con l’accendino, che la stanza in cui era penetrato presentava pannelli isolanti su tutti i lati, e anche sulla finestra. Attese per vedere se qualcuno aveva sentito la sua intrusione poi si avviò verso la porta e quindi nel piccolo corridoio.
Camminò senza esitazioni verso la scala che scendeva, piccola e scomoda, quindi al piano inferiore.
Alla sua sinistra una piccola camera alloggiava la caldaia, rotta e bucata, mentre alla sua destra un piccolo, lurido bagno. Avanzò ancora, centellinando la fiammella dell’accendino usufruendone solo quando la memoria gli veniva meno; si arrestò di fronte ad una porta a due ante metallica. Si guardò alle spalle e infilò la mano dietro la giacca per impugnare la pistola automatica. “Stefano… ”, chiamò senza troppa convinzione, “Stefano Pintori… ”
Silenzio, solo il lontano gocciolare di qualcosa, più in alto. Tolse il pollice dall’accendino ed impugnò la Beretta con entrambe le mani. Maledì il fatto di non aver portato una torcia elettrica e si apprestò ad aprire la porta: ormai era in ballo e avrebbe giocato fino in fondo. Colpì il ferro della porta con la pianta del piede e questa si spalancò con un assordante rumore! Agosti dovette girare la faccia per la polvere di metallo che si staccò dal soffitto investendolo.
Si accorse di un movimento, rapido, in fondo alla sala.
Puntò la pistola. “Fermo, chiunque tu sia! Sono l’ispettore Agosti, polizia!”
Più nessun movimento.
“Mi hai sentito, cazzo? Stringo un’arma e sparo anche solo se provi a scoreggiare!”
Niente.
Entrò di un solo passo sentendo vetri e detriti sotto la scarpa. “Sto cercando una persona che forse si nasconde qui, se sei un tossico o un barbone non me ne frega un cazzo, ma vieni allo scoperto, ora!”
Un altro passo all’interno.
“Mi hai sentito, porca puttana?”
Poi, come un lampo nel buio, vide qualcosa di metallico uscire dall’oscurità e andargli addosso. Schivò con l’istinto e avvertì un dolore bestiale all’altezza del collo. Resistette al dolore evitando di finire in terra, ma il dolore lancinante gli impedì di alzare la pistola, non avvertiva più sensibilità alle dita. L’aggressore gli era addosso, a non più di trenta centimetri. Allora afferrò lo stipite della porta con la sinistra e la sbatté violentemente avanti a lui. Sentì un colpo sordo e un grido di dolore. “Brutto pezzo di merda”, gridò all’oscurità, “ti faccio passare la voglia… ”
“No, no, fermo per carità!” Gli fece eco una voce stravolta. “Sei Paride? Sei veramente Paride Agosti?”
“Pintori?!”
“Si, si, non sparare per l’amor di Dio, sono Stefano!”
Agosti si abbandonò con la schiena contro la porta espirando forte. “Ma brutto coglione”, rantolò, “ti serve una porta in faccia per renderti conto che sono io? Ti ho chiamato, prima di entrare!”
“Scusami, mi devi scusare, non vedi in che fogna vivo nascosto? Dammi il tempo, dammi solo il tempo di arrivare alla lampada… io… non l’accendo, non l’accendo mai!”
“E accendila adesso, và, che di fuori non c’è nessuno!”
“Si, subito… ” nel buio Agosti sentì un passo claudicante spostarsi verso il fondo della camera e poi un lento sfrigolare. Infine ci fu luce.
Paride si massaggiò il collo con una mano. Vide un uomo sulla quarantina, la barba lunga e i capelli unti. Sembrava un profugo. “Ma con cosa mi hai colpito, cazzo?” gli chiese Agosti senza essere abbandonato dal pungente dolore.
“Perdonami, Paride, ho afferrato la prima cosa che ho trovato qui dentro!”
“E meno male che non hai trovato una scure!” Avanzò tra i rifiuti e i rottami, giungendo verso il fondo, dove un lungo tavolaccio di metallo era stato attrezzato per la sopravvivenza: sopra stavano cartoni di latte, qualche scatoletta, un fiasco e dei biscotti. Agosti mise via la pistola e si avvicinò all’uomo, per meglio scrutarlo in volto.
Quello tenne le braccia lungo il corpo. Il capo chino.
“Come mi hai trovato? È stato così facile… ?” sembrava più impaurito che sorpreso.
Agosti si guardò intorno. “Venivamo qui assieme da ragazzi, no?”
Stefano sorrise, aveva gli occhi abbottati. “E’ vero”, annuì, “C’eravamo messi in testa di imparare l’inglese!”
“Tu l’hai fatto!”
“Mi serviva per il lavoro… adesso rispondimi, dai: è stato facile?”
“Per me si: non venivamo sempre qui, dopo la chiusura della scuola, per farci le canne?”
Stefano poggiò la fronte al muro. “Ma si, si… ”
“E quelle francesi? Si, quelle due abbordate davanti all’Altare della Patria? Dove le abbiamo portate?”
“Sempre qui… e una di queste ti fece un taglio sul, si nel… ”
Agosti alzò le mani. “E allora? Dove sarei dovuto andare a cercarti, Stefano?”
Pintori annuì, aveva diversi tagli sulla guancia e sul collo. Sedette su uno sgabello e poggiò una mano sul tavolaccio. “Ma cosa fai qui? Ti credevo a Milano… ”
Agosti vide un tocco di fumo e alcune cartine sul tavolo. “Le canne te le fai ancora!” Esclamò senza toni particolari nella voce.
Quello mise le dita sulla fronte. “Sono nei guai, Paride, nei casini fino al collo… ”
Agosti gli diede un’occhiata poi si accese una canna. Buttò il fumo in alto e tornò a guardare verso l’amico. “Eh, lo so. Era davvero tua quella roba, in cima alla villa sul lago… ”
Stefano si voltò di scatto verso il poliziotto, aprendo gli occhi per la sorpresa. “Ma allora lo sai!” Esclamò, “Sai tutto!”
“Ma quale tutto, Stefano? Io non so un cazzo, invece, ma vorrei tanto capire perché stavi lassù mentre qualcuno faceva a pezzi una specie di tossica!”
“Oddio, Dio mio!”
“E smettila di piagnucolare che mi sembri uno scemo! Porca puttana!”
“Ma se ci sei arrivato tu, a quest’ora lo sapranno anche i tuoi colleghi!”
“Ma no, loro ci metteranno qualche giorno in più, non conoscendoti! Ma che ci arrivino è sicuro, non sono mica coglioni!”
Pintori mise entrambe le mani sulla testa.
Agosti spense la sigaretta d’erba schiacciandola contro il bordo del tavolo, poi sedette di fronte all’amico. Tenne un tono di voce calmo e rilassato: “Al momento il problema principale non è la polizia, amico bello!”
Pintori tornò a guardarlo. “A che cosa ti riferisci?”
“Dai che lo sai bene, Stefano… tu hai visto qualcosa lassù… qualcosa di brutto… ”
Pintori si asciugò gli occhi, tirò su col naso e si accese una sigaretta. Si sfregò pollice e indice tenendo la sigaretta tra le dita. Poi annuì.
“Ho visto quel maledetto, Paride… mentre massacrava la donna… ” lo disse piano, tentando di tenere a freno i nervi.
“Era un uomo?”
 “Credo di si… ”
“No credo, Stefano! Era un uomo o cosa?”
“Si, cazzo!”
“L’hai visto in faccia quindi… ?”
“Macché… aveva una specie di maschera, ma priva dei lineamenti… come una mascherina da chirurgo! Inoltre era buio, cazzo… non si vedeva manco per pisciare!”
“Allora perché dici che era un uomo?”
“Perché quando… mentre stringeva quella cosa, la testa della ragazza, ho visto il suo corpo, il torace… ed era un uomo, non ci sono dubbi! So riconoscere ancora un paio di tette su un corpo, no?! Che cazzo!”
“Va bene, calmati! Era un uomo… e poi?”
“E poi non starmi addosso, cazzo, che non lo sopporto! Credi che sia stata una bella cosa? Perdio, le ha staccato la testa e se la portava a spasso… che merda!!”
Agosti gli batté un colpetto sulla schiena. “Va bene, stai calmo… se lo voglio sapere è perché voglio aiutarti, no? Tu mi aiutavi a rimediare qualche scopata, ed ora ti restituisco il favore!”
Pintori provò a sorridere. “Non è la stessa cosa, Paride… no… ”
Agosti tornò serio. “Che ci facevi lassù… ?”
“Già, Dio mi maledica! Non sto più dietro alle cose, Paride… il mutuo, le bollette e tutto il resto… non ci sto più dietro, non ce la faccio!”
“E allora?”
“E allora quando è venuto in redazione questo stronzo, questo attorucolo da strapazzo, gli ho dato retta!”
“Che voleva da te?”
“Ma niente, delle foto… s’era fatto un’attrice di grido, ad una festa, ed era venuto a sapere che questa tipa è dall’apertura di gambe facile: capito, no? Si, ci stava con tutti, e pensava di approfittarne!”
“Un ricatto?”
“Che cazzo ne so? Io dovevo solo andare ad appostarmi di fronte alla villa della zoccola e fotografarla mentre si concedeva a qualche stronzo… mi disse che non avrei dovuto aspettare molto!”
“E hai scelto quella villa abbandonata.”
Annuì scrutando nel buio. “Si. Tu che avresti fatto? Era perfetta… avrei dovuto scattare qualche foto compromettente e poi tornare da lui e ognuno per i cazzi suoi… invece… ”
“Che merdata di storia, Stefano! Che merdata di storia… credi di essere l’unico ad avere problemi con i soldi, oggigiorno? Che cazzo, eri qualcuno con la macchinetta in mano!”
“E lo sono ancora, cazzo! Non farmi la predica… perché credi sia venuto da me, quel tipo? Perché scatto bene! E non uso le digitali, io; non uso quella merda! Me l’ha insegnato mio padre, ricordi? La bellezza di uno scatto, l’emozione della camera oscura… ”
Paride sorrise a mezza bocca. “Già… ”
“Io so cogliere un uccello che spicca il volo a metri di distanza, e tutti, tutti lo sanno… ”
“Va bene, non ti scaldare!”
“Scaldarsi… parli bene, tu… non ti sarai arricchito ma hai un lavoro stimabile e sei stato anche in televisione, qualche volta! … hai un cervello grosso così, ma io? Io? Che ne è stato di me quando quel fottuto tetto m’ha buttato giù?”
“Lo so, ne abbiamo parlato tante volte… ”
“E’ già difficile, il mio lavoro, ma per uno zoppo lo è ancora di più… quindi non farmi la morale, non è con le buone azioni e la dignità che pago le bollette!”
Stettero per un po’ così, in silenzio. Poi fu ancora Pintori a rompere il silenzio.
“Io… non posso, non posso farlo, Paride.” Disse piano, quasi dolcemente.
Agosti tornò a guardarlo. “Di che parli?”
“Del rollino”
“Hai scattato, hai fatto delle foto!”
“Si, e neanche poche!”
“E dove, dove cazzo stanno?”
“Al sicuro, le ho nascoste.”
Paride balzò in piedi con un moto di furia. Afferrò al bavero della giacca l’amico e lo trascinò verso il muro.
“Ma si”, borbottò questi, “picchiami pure, fammi male, buttami a terra… ” lacrimò, “Non ho preso altro che calci in culo, in vita mia… ma stavolta fotto io, li fotto tutti!”
“Ma ti rendi conto di quello che dici? Ti rendi conto che la verità, la giustizia sulla sorte di una vita spezzata dipendono da te?”
“Ma quale giustizia, Paride? Quale verità? E lasciami, cazzo!”
“Ma si, vaffanculo, và!”
“E poi non c’è niente in quel rollino, te l’ho detto! O credi che abbia scattato un bel primo piano dell’assassino? Troppo facile, Genio!”
“Allora cosa accidenti te ne fai?”
“Scherzi? Ora il coglione sei tu, amico mio: io ho ripreso in diretta uno dei delitti più atroci mai visti nel nostro paese, e anche se non troverò nessuno che voglia comprare questa merda, appena avrò sviluppato tutto comunque si parlerà di me, delle mie foto, della mia passione… ”
“Illuso! Ma quanto sei illuso!”
 “Si, può darsi, ma comunque il polverone sollevato dalla notizia mi spingerà in alto! Poi starà a me cavalcare l’onda.”
Agosti tentò di tenere a bada la furia, la frustrazione. “Ti chiedo di farmele vedere, di farmici dare solo un'occhiata… ”
“No, niente da fare… e poi tu che c’entri in questa storia? Tu lavori a Milano, tornatene lassù e dimenticati di questa storia.”
“Sai che non lo farò.”
“Senti, io apprezzo che sei venuto a cercarmi e tutto il resto, e so che ti spingi a vedere laddove altri lasciano perdere, ma io intendo prima cercarmi un posto sicuro, dove né i tuoi colleghi né… lui possano trovarmi, e qui sviluppare il mio rollino. Una volta fatto ciò, mi farò un po’ di pubblicità e sarai il primo a vedere gli scatti, d’accordo?”
“Ma sarà tardi, sai che sarà troppo tardi… ”
“Guardami, Paride… ”
“Ma lascia perdere, dai!”
“Guardami.”
Agosti fece scorrere gli occhi sull’amico.
“Eccomi, sono Stefano Pintori: fotografo avviato ad una brillante carriera sulle tracce del padre, stroncata da una ragazzata che mi ha scaraventato sull’asfalto da diversi metri… ”
Agosti distolse lo sguardo. “Ma lo so, cazzo!”
“Allora sai anche quello che ho mandato giù quando sono uscito da quella cazzo di clinica e crescendo ho cercato di farmi una carriera: i contratti stracciati, gli editori che ti ridono in faccia e le barzellette sul fotoreporter zoppo… ”
“Nella storia in cui ti sei ficcato non ti giochi una gamba, Stefano: ti giochi la pelle, e di quella ne hai una, una soltanto!”
“E va bene, me la voglio giocare, non sono libero di giocarmela? Fammi tentare, Paride, fammi giocare d’azzardo, questa volta: dammi solo qualche giorno e poi avrai quegli scatti e anche i negativi, se non ne tiro fuori un cazzo! Ma che ti costa?!”
“E’ una puttanata, Stefano… una puttanata pericolosa!”
Pintori scoppiò infine a ridere, avvicinandosi al tavolo. “Sai che ti dico? Beviamoci su! E’ vino in cartone, ma non è così malaccio… ne vuoi?”
“No.”
Pintori bevve dal cartone facendo un casino e sporcandosi il mento e il collo. Bevve senza togliere gli occhi da Paride Agosti. Poi ruttò pulendosi la bocca col dorso della mano. “E poi, tu lo beccherai prima che io abbia dei casini, Paride, lo beccherai presto quel figlio di puttana! Sei il Genio, no? Hai sempre fatto così! Zac, li hai sempre fottuti tutti, tutti quanti!”
Sapendo bene che si sarebbe presto pentito di quel gesto, Agosti prese un suo biglietto da visita da una tasca e lo ficcò nella camicia di Pintori. Si guardarono un po’.
“C’è il numero del mio cellulare, Sté”, gli disse piano, “E’ acceso ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni: se credi, se pensi di essere individuato, se hai anche solo un sospetto chiamami… ”
“Ma si certo! Ti chiamo sì, cazzo… mica voglio crepare veramente!”
“Non ne vale la pena, Sté… chiama. Non voglio averti sulla coscienza, siamo intesi?”

Uscì all’aria fresca e gli parve di tornare a vivere. Camminò al centro della strada, con le mani in tasca e la testa alta ad ammirare i capitelli sopra ai tetti addormentati. Sorrise chiudendo gli occhi. Perdio, com’era ancora bella Roma, com’era magnificamente bella.

“Hai letto?”
“Si.”
“Che ne pensi? Arriveranno a noi?”
“Certo. Strano che non ci abbiano già convocati.”
“Cosa facciamo?”
“Niente di niente. Vediamo come si muovono loro, i poliziotti, poi tireremo due conti.”
“Ci vediamo?”
“No, per ora no, l’acqua è già abbastanza torbida.”
“D’accordo, ti saluto.”
“Ciao, e ricorda quello che ti ho detto: niente più telefoni, per intenderci useremo il vecchio sistema.”
“Vecchio sistema, d’accordo. Ciao.”
Appesero la cornetta.

Il vecchietto con la faccia da topo aprì la vecchia cartina topografica sul tavolo tenendola ferma con due porta nastri adesivi. Sistemò gli occhialini tondi sul naso e guardò soddisfatto verso Agosti.
“E’ questa?”, chiese.
Agosti fece scorrere gli occhi sulla carta. C’erano le due ville e il lago, i parchi e tutto il resto. La cartina era molto vecchia. “Si. Quando è stata fatta?”
Il vecchio schiacciò la faccia sulla carta. “Tanti anni fa, nel 1972, mi pare… ” fece scorrere il dito grinzoso sull’angolo della cartina, verso una specie di antico sigillo in rilievo. “Si, ecco qua… 1972 spaccato! Può controllare!”
Agosti seguì con il dito la planimetria della villa, più e più volte. Pareva dubbioso. “Eppure”, bofonchiò quasi a se stesso, “C’è qualcosa che non quadra… ”
“Cosa?”, domandò il vecchio.
“Non so, è più una sensazione.” Si alzò e si mise ritto, quasi in una sorta di posizione militare, con la testa rivolta ad est; il vecchio abbassò gli occhi per squadrarlo da sotto le lenti, con un’espressione come a dire: questo è tutto scemo, poi poggiò il pugno chiuso sul tavolo, in attesa. “Ebbene?”, domandò curioso. Agosti si grattò il mento.
“E’ solo una sensazione, gliel’ho detto… ma molto forte, precisa! Esiste solo questo riferimento della zona?”
“Se intende le abitazioni sopra il lago si, anche questa che sta consultando s’è salvata per miracolo: un incendio bruciò tre quarti del catasto di zona diversi anni fa. S’è salvato poco.”
“Però c’erano, esistevano mappe più recenti di questa?”
“Certo che si!”
“Porca puttana, che iella! Senta, ho bisogno di sapere chi viveva nella villa più a ovest, questa qui per intenderci!”
“E cosa ci vuole? Però devo chiamarle una signorina più giovane di me, perché con i computer non ci so fare!”
“Non si disturbi, vado io… ”

“E’ della polizia?”
“Come?”
La ragazza guardò verso Agosti. “Lei è della polizia?”
“Si, certo… ” prese il tesserino e lo mostrò all’impiegata stando ben attento a non far vedere le sue generalità, ma solo la patacca. “Sono un ispettore e sto conducendo un’indagine patrimoniale… ”
“Fico! Ecco le informazioni che mi ha chiesto, la villa non è abbandonata, beh non nel senso comunemente inteso, almeno!”
“Ma che vuol dire?”
“Che non ci vive nessuno, ma risulta ancora di proprietà della Famiglia Valle / Salieri, e addirittura non ha pendenze o more e tantomeno ipoteche.”
“Però è strano… uno possiede una simile proprietà e la lascia in quello stato di abbandono… ”
 “E lo dice a me? Io ho trenta metri quadri e mi tocca conviverci con altre tre persone!”

Gualtiero tirò un pezzo di pane alle paperelle del laghetto, che incominciarono ad azzuffarsi starnazzando. Agosti gli strappò la busta di carta.
“Piantala, dai, con questa roba… ”
Gualtiero rise ficcandosi le mani in tasca. La mattina era limpida e solare. Freddissima. “Hai dormito col culo di fuori?”
“Magari avessi dormito, Gualtiero… ”
“Uh, soffri ancora di insonnia?”
“Sempre.”
“E’ per via di quel cervello che ti ritrovi, pulsa comprimendoti il cranio e impedendoti di dormire!”
“Hai finito?”
“Ma si, dai, non ti scaldare… Cristo… se continuiamo a vederci così finiranno per scambiarci per due froci!”
“Che mi puoi dire?”
“Che è un gran casino, e tutta la merda non è ancora venuta fuori; Toselli ha annusato il fatto che sia un delitto particolare e non una storia di droga, ma Caruzzi non ne vuole sentir parlare!”
 “Che coglione!”
“Quello sta a un metro dalla pensione, Paride… magari anche io tirerei i remi in barca come lui, nella stessa posizione… ”
Agosti si appoggiò alla staccionata sul laghetto. “No… tu sei un buon poliziotto, Gualtiero… per questo sei ancora per strada!”
Gualtiero si mise accanto all’amico, nella stessa posizione, con i gomiti sulla staccionata di legno. “Grazie tante! Che schifo di storia… ”
“Il padre che dice?”
“Della tossica? È stato due ore nell’ufficio dei capi, più che a discutere della morte della figlia pareva una riunione di governo! Vacca schifo, sembrava più interessato a coprire la storia personale della ragazza che non il fatto stesso… una roba da vomitare!”
Agosti si specchiò nell’acqua verdognola. “C’è troppa roba che non torna, Gualtiero, troppi pezzi che non sono al proprio posto… ”
“Tipo?”
“L’incendio al catasto, il padre reticente, il procuratore cazzone e il vicino viscido… sembra un puzzle nel quale ogni pezzo schizza via dopo che lo hai piazzato!”
“Guarda che non è niente di straordinario, vecchio mio… Caruzzi difende il suo futuro e quel po’ di reputazione che si è costruito e il padre della ragazza insegna al conservatorio e tiene concerti in tutta Europa… vanno avanti, Paride, cercano di mantenere quel che gli è rimasto; magari hanno ragione loro!”
“Loro vanno avanti e un altro cadavere finisce repertato tra i casi irrisolti… ”
Stettero un po’ senza dire niente, ciascuno seguendo il filo dei propri pensieri.
“Non è stato archiviato niente, solo che stiamo andando nella direzione sbagliata, secondo me!”, il tentativo di recuperare la conversazione da parte di Gualtiero parve arido e raffazzonato. Agosti lo guardò.
“Riesci a coprirmi ancora un po’?”
Gualtiero annuì timidamente.
“Grazie. Sappiamo che i proprietari della villa, i Salieri, non mettono piede nella proprietà da decenni, pur rimanendone i legittimi proprietari… ”
“E allora? Magari sono ricchi e viziati o al lago si prendono i reumatismi o per qualche altra stronzata! A cosa ti serve, Paride? A cosa ti servono i Salieri?”
“Non lo so. Ma voglio parlarci.”
“Non riusciremo a nascondere le tue indagini ancora a lungo, Paride.  Muoviti in fretta o sono cazzi. Muoviti in fretta.” Gualtiero si guardò intorno e fece un passo verso il vialetto sterrato. “S’è fatto tardi e devo andare, o la mia vecchia mi rompe i coglioni fino a stasera.”
Agosti annuì. Vide l’amico allontanarsi.
“Sai qual è la magia dei puzzle, Gualtiero?” esclamò a voce alta, per farsi sentire dallo sbirro che s’allontanava. Quello si fermò voltandosi. “No… ”, rispose divertito.
“E’ l’euforia dell’incastro, l’emozione del passo avanti.”
Abbassò la voce tornando a guardare verso le papere.
“... non è il gusto del trovare i pezzi, quello potrebbe farlo anche una vecchietta con spirito di osservazione, no… non è quello.”
Si guardarono, Agosti e Gualtiero.
“... é l’abilità del ricomporre quando i pezzi si hanno tutti in mano, sparpagliati sul tavolo, Gualtiero; lì ti accorgi se hai talento oppure no, quando hai tutti i pezzi e devi metterti al lavoro, con il cervello, la memoria, l’esperienza di tanti altri pezzi che hai visto in vita tua.”
“Noi non abbiamo tutti i pezzi, Paride.”

Stefano Pintori si asciugò il sudore gelido dalla fronte, con la mano, tornando a scrivere. Teneva una piccola lampada da campo appoggiata ad un bidone arrugginito, e riempiva un foglio di carta lercio con una penna biro. Quando ebbe finito piegò il foglio, lo ficcò in una busta da lettere e la costrinse in una tasca senza leccare l’estremità per chiudere. Si alzò in piedi, diede un’occhiata dalla porta, poi spense la lampada e sistemò poche cose in uno zainetto. Camminò sui rifiuti e sui detriti, quindi salì verso il piano superiore, e da lì verso l’uscita.

La donna, una splendida quarantenne minuta ma formosissima, stette al centro del soggiorno con le braccia incrociate e le scarpe col tacco alto puntate verso il divano cui era seduto Agosti. Paride pensò che erano scarpe terribilmente arrapanti, e anche la camicia stretta sul busto e l’atteggiamento severo lo colpivano molto, facendole sembrare estremamente seducente quella femmina. Teneva i capelli ricci raccolti in una coda e le orecchie, i polsi e le dita erano ornati da gioielli.
Agosti notò che le mancava il mignolo dalla mano sinistra.
“Se ha finito di esplorarmi con gli occhi, signor Agosti, le sarei grata se arrivasse al punto: sono una persona molto, molto impegnata!”
Paride si versò del the senza smettere di osservarla.
“Di cosa si occupa?”, domandò cortese.
“Insegno in un liceo.”
“Sposata?”
“Divorziata. Abbiamo finito?”
Agosti si alzò in piedi.

“Temo di no”, rispose, “vede, signora Salieri, il primo aggettivo che dovrebbe venir usato per un poliziotto è curioso, ed io sono molto, molto curioso: così curioso da sembrarmi francamente assurdo il suo comportamento!”