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martedì 13 gennaio 2015

Tasti solitari.

La casa in cui sono nato, e che ho dovuto abbandonare nel 2005, era molto grande.
C'erano due corridoi, uno all'ingresso e uno più avanti, che iniziava dove il primo finiva, che formavano una lunga "L" che giungeva fino in cucina.
Qui, accanto a pareti da una parte all'altra ricoperte da librerie, io sono venuto al mondo. Tra i libri.
C'erano libri, libri dappertutto: i classici per ragazzi? Tutti.
All'età di sette, otto anni li avevo letti per intero. Alcuni anche due volte.
"Ciuffettino", "Piccole donne", "Il mago di Oz", "Il giornalino di Gian Burrasca", "Robinson Crusoe", "L'isola del tesoro", "Pinocchio"...leggevo ogni cosa mi passasse sotto il naso.
Mi bastava un niente, anche sedere sul pavimento. Iniziavo e staccavo solo dopo aver terminato o per una costrizione materna.
Non riuscivo a capacitarmi di come una sola persona potesse, armato solo delle parole, farmi viaggiare in lungo e in largo aprendomi la mente in maniera così entusiasmante. Non c'era nulla che potesse emozionarmi come un libro: non la televisione e neppure i fumetti, che avrei finito per amare incondizionatamente di lì a poco.
Niente.
Cominciai a chiedere in casa, a fare domande.
"Basta una macchina per scrivere", mi rispondevano, "ma anche una biro!"
Sgranavo gli occhi: "Una semplice penna?!"
Era incredibile.
Mi sembrava un oggetto simile ad una bacchetta magica. Così finii per desiderarne una.
Una macchina per scrivere che fosse solo mia, quante cose avrei potuto sognarci e immaginarci sopra! Volevo anche io essere come uno di quegli scrittori fantastici. Volevo far sognare.
Per diverso tempo non fu possibile averne, la mia famiglia non navigava certo nell'oro, e un oggetto di quelli era roba per grandi uffici o per persone che se ne servivano professionalmente.
Non mi persi d'animo, cominciai a scrivere su fogli, quadernoni, quadernetti. Ovunque vi fosse uno spazio bianco.
Poi, un giorno, sarà stato il 1984, mio padre tornò a casa, per il mio compleanno, con una sorta di piccola valigetta rigida al cui interno - sorpresa assoluta! - stava l'arnese dei miei sogni: una magnifica macchina per scrivere della Olivetti, la cui tastiera mi aveva abbagliato.
Compivo 11 anni.
Beh, "magnifica" forse non é la parola più adatta per descriverla.
Era una Olivetti di terza mano, la custodia era lisa e alcuni tasti difettosi.
Per usare lo spazio, ad esempio, dovevo pigiare con entrambe le mani, e la "A" funzionava a singhiozzo. Il nastro dell'inchiostro (rosso e blu), stava lento e ogni tanto bisognava aprire la "scocca" per rimetterlo a posto.
Non mi importava, non conoscevo ancora a fondo la mia fantasia e la mia immaginazione, ma ero certo che fosse quello l'oggetto della mia vita.
Lo misi sul tavolo della cucina e incominciai a batterci sopra: storielle urbane, western, paurose. Improbabili, strampalate e prive di senso, naturalmente, ma erano le mie.
Esattamente come quelle che avevo letto e riletto fino a consumarne le pagine, quegli scritti li avevo fatti io, con le mie dita e, sopratutto, con la mia testa.
Era fantastico!
Scrivevo così tanto, appena tornato da scuola, che i miei genitori furono costretti a darmi delle regole: i tasti della macchina per scrivere, ovviamente, facevano un fracasso infernale, e non era certo piacevole avercelo nelle orecchie dopo pranzo o quando calava la sera. Così, mi fu imposto, avrei potuto scrivere solo in alcune ore del giorno, lontano dagli orari di riposo.
Non importava. Scrissi.
Il primo racconto che realizzai si intitolava "La Bambola di Cristallo", e narrava le gesta di un poliziotto, Walter Gano, che dava la caccia ad un maniaco (oggi diremmo serial killer) che uccideva uomini soli.
Walter Gano era timido e pasticcione, e aveva le mie fattezze!
Nel 1988 con alcuni amici ne facemmo una buffa versione attraverso una telecamera: un cortometraggio di 35 minuti!
Gano, ancora oggi, lo utilizzo di tanto in tanto. E' un vecchio amico con il quale non ho mai interrotto i contatti.
Intanto, continuando a pistare furiosamente quei tasti, avevo scassato i timpani a tutti quanti, specialmente a mia sorella: così non si poteva continuare!
Nel 1992, dovendo acquistare un nuovo elettrodomestico,  mio padre prese un prestito nel posto di lavoro in cui prestava servizio, e in questa sorta di buono lavorativo ci scappò la mia nuova macchina: elettrica!

Era silenziosa e precisa, ma non aveva la magia dell'altra. La Olivetti andò in pensione su un palchettone polveroso, ogni tanto salivo per guardarla, ormai coperta di polvere.
Chissà dov'é ora, quella sgangherata macchina squadrata, che per fare lo spazio ti dovevi dannare.
Starà in casa di qualcuno che ama conservare le cose antiche? Oppure, dopo essermene liberato per fare spazio alle diavolerie moderne che ogni tanto compravamo, qualcuno ignaro della magia che sprigionava l'avrà gettata tra i rifiuti?
Ci ripenso ogni tanto, con serenità. Ripenso al rumore gustoso dei suoi tasti battuti, alle correzioni malfatte o al terrore che mi prendeva ogni volta il nastro dell'inchiostro giungeva alla fine e chissà se avrei potuto comprarne subito un altro.
Sapori e sensazioni di un'epoca che non c'é più, e che come tutte le cose scivolate via non potrà tornerà nella stessa veste.
Sono stato un bambino felice. Lo confesso.


10 commenti:

  1. E' possibile leggere "La bambola di cristallo"? Ed è possibile vedere da qualche parte il cortometraggio dell'88?

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    1. Fortunatamente quel "film" non é visibile da nessuna parte.
      E, altrettanto fortunatamente, il racconto da cui fu tratto non esiste più!

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  2. In quali luoghi fu girato il corto?

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    1. Eravamo ragazzini, dunque tutto intorno alle nostre abitazioni! Quasi quasi dopo gli dedico un post tutto suo...:)

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  3. Incredibile! Sembra quasi la mia storia!!!
    Anch'io ricevetti a Natale del mio 11esimo anno una macchina da scrivere portatile (una Antares) e scrissi il mio primo racconto intitolato "Africa: Operazion Venere" che narrava la storia di quattro ragazzi che sventavano la distruzione del mondo da parte di uno scienziato pazzo... ;-)

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  4. Bell'articolo! Io non ho mai scritto le mie cose su macchina di scrivere. Mio padre ne ha avuta una, elettronica, ma era già tardi. Ci ho scribacchiato qualcosa, ma niente di degno di nota. Poi è arrivato il computer.

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  5. Io con la macchina da scrivere - la vecchia Olivetti di mio padre, da lui ancora usata - ho scritto buona parte della mia tesi di laurea, poiché non avevo ancora il computer (che avrei poi preso non molto tempo dopo). La cosa strana è che, quando facevo dattilografia alla scuola superiore e utilizzavo una macchina da scrivere elettrica simile a quella ricevuta in regalo da Fran, ero molto lento e facevo parecchi errori; al contrario, con la sopracitata Olivetti, ero diventato veloce e preciso e avevo fatto pure i calli ai polpastrelli. Tutto sommato, però, meglio il computer (anche per i polpastrelli :-) )

    P. S.: "Quasi quasi dopo gli dedico un post tutto suo". Scrivilo, Fran. Sono curioso.

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