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giovedì 31 dicembre 2015

I bastardi per stirpe di Stefano Jacurti!

Sto finendo in questi giorni un libro scritto da un amico, Stefano Jacurti, che é un navigato uomo di spettacolo: attore, scrittore, regista e Dio sa cos'altro!
Quando scrivo di questo o quell'autore, raramente utilizzo la parola "passione". Non so mai se e quanta di essa venga profusa in un'opera che mi accingo a leggere o, come in questo caso, a finire. 
Diciamo che, troppo spesso, leggo opere o incontro gente cui, purtroppo, la passione ha finito per svanire troppo tempo prima; sarà per l'usura, il guadagno o la fine delle idee, ma sovente la passione, io, non ce la vedo proprio. 
Jacurti fa eccezione. La sua voglia di western e d'avventura, davvero, non conosce confini: la sua é una di quelle passioni in grado di attaccartisi addosso solo a parlarci una manciata di minuti. Della materia trattata in questo suo romanzo, d'altronde, Stefano é un vero e raro conoscitore. 
La trama, credo tutto sommato classica per il filone, vede due tenaci famiglie di allevatori in lotta tra loro senza esclusione di colpi! Uomini e donne, mai stereotipate o dome, vengono calate in quest'avventura e ci stanno a pennello: l'autore scrive proprio come piace a me. Le azioni narrate, gli svolgimenti e i vari colpi di scena sono veloci e frenetici come colpi di Winchester! Non c'é tempo o voglia di stare troppo a girare a vuoto. Tutto scorre, tutto é veloce e tagliato con l'accetta (indiana, ovviamente) e le descrizioni non si perdono mai in dettagli che risulterebbero fuori luogo. Ciò non va a discapito del carattere di personaggi e degli elementi, e questo é un indubbio punto a vantaggio dello scrittore.
Se volete provare un pò di sane emozioni di frontiera, non dovete far altro che ordinare questo volume qui:
E' consigliato, naturalmente, anche a chi ama solamente un pò di sfrenata azione!
L'autore potete trovarlo sulla sua pagina Facebook:
Oltremodo é una persona cordiale e disponibile. 

Vi ringrazio e vi rimando a domani, nuovo anno, per l'ennesima puntata de "L'apostolo nel buio".
Auguri! 

venerdì 25 dicembre 2015

L'apostolo nel buio, ottava parte.

Cari amici, nell'augurarvi un buonissimo Natale e un distinto anno nuovo (come direbbe Fantozzi), posto anche in un giorno tanto speciale la nuova puntata delle indagini dell'ispettore Tullio Paride Agosti!
Vi rimando al riassunto contenente spoiler che trovate qui, ricordando fino alla nausea che i contenuti presenti in questo racconto sono esclusivamente indirizzati verso un pubblico adulto.
Grazie per la vostra presenza, giunta fino a qui.

Lo sguardo grigio metallico di Conrad era cupo e profondo. “Hanno fatto terra bruciata. E se ora ti rivelo tutto quanto la tua vita varrà meno di quel verme nella teca.”
“Ma cosa…”
“Paride: io sono stato fortunato, me la sono cavata terminando di fatto i miei giorni in questo bunker sotterraneo, ma tu sei giovane e ambizioso… scegli! Sapere o prendere quella porta e dimenticare tutto. Non ho altro da dirti.”
Agosti si aprì un po’ il colletto della camicia per respirare, usando indice e medio della mano sinistra. Guardò quel foglietto smozzicato che appariva come un minaccioso drago fumante; la camola, intanto, trotterellò garrula verso l’entrata della noce di cocco. All’interno della teca, l’aria rarefatta.
“Ho promesso che avrei preso il massacratore della Svetlana, Conrad.”
“Promesso? A chi?”
“Ha importanza?”
“No. Prenditi qualcosa di forte da bere, poi ascolta ciò che ho da dire e vattene via.”
La camola scomparve nella noce. L’altra si strinse aggrovigliandosi nelle pieghe della carne viscida, in un disgustoso balletto appiccicaticcio.
 Conrad sprofondò in un lercio divano verde, portandosi una mano alla fronte, massaggiandosela per favorire lo scorrere dei ricordi, le emozioni di un tempo. Infine, parlò: “Quel nome, Gli Apostoli di Edonis, venne usato per più di un decennio, a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, da una setta, possiamo chiamarla così, che seminò il centro Italia di cadaveri, mutilazioni, sacrifici umani.”
“Una setta? Satanisti?”
“Macché, non banalizzare il concetto come fa la maggior parte della gente, Paride! Nel mondo esistono migliaia di associazioni più o meno segrete: esoterismo, occultismo, satanismo, varie derive religiose dalle falangi spesso pericolose, ma la maggior parte di esse sono frequentate da anticonformisti della domenica, contestatori del clero, ragazzotti in cerca di un po’ di sesso anale…”
“Non me ne sono mai occupato, ma ho letto qualcosa in proposito.”
“Insomma, tutta gente alla quale potresti affibbiare al massimo una multa per molestie su animali o per aver imbrattato una chiesa sconsacrata con della vernice nera! Con questo spirito qualunquista le forze dell’ordine si misero a indagare sugli Apostoli di Edonis dopo il ritrovamento del primo cadavere, un giovane industriale rinvenuto morto in un bosco coi genitali tagliati di netto.”
“Perdio…”
“Già, proprio un bel lavoretto… il tizio s’era trascinato per qualche chilometro nel bosco e poi era morto dissanguato!”
“C’eri anche tu tra gli investigatori?”
“C’ero: l’ufficiale dei carabinieri che si occupava delle indagini mi chiamò per un consulto, annusando puzza di setta!”
“Cosa gli aveva fatto balenare il sospetto?”
“L’imprenditore aveva inciso nella pelle uno strano simbolo preso dalla mitologia greca, appena sopra la mutilazione del pene, e questo lo portò a credere che dietro ci fosse un rito di iniziazione o qualcosa del genere.”
“Un tipo in gamba.”
“Ci puoi giurare! Probabilmente all’ultimo il tale, la vittima, s’era tirato indietro e aveva provato a fuggire trovando la morte nel bosco!”
“Cazzo, una fine orribile!”
“Ma è grazie a lui che iniziammo ad occuparci degli Apostoli! Loro erano una sorta di ‘Ndrangheta, senza quella ribellione sanguinosa probabilmente non sarebbero mai stati scoperti! Non avevano pentiti o collaboratori esterni che avrebbero potuto indebolire il loro sistema.”
“Mi stai dicendo che per essere ammessi nella setta occorreva mutilarsi?”
“Lo assodammo con certezza qualche anno dopo. Comunque, loro seguivano questa atroce divinità dell’antica Grecia, Edonis, che profetizzava una società superiore nella quale il forte mangiava il debole. E non metaforicamente, Paride.”
“Tutto ciò è… è…”
“Pauroso? Osceno? Si, lo è. Il loro leader e fondatore, che non abbiamo mai preso, era convinto che attraverso il dolore fisico fosse possibile risvegliare questa divinità che li aiutasse a salire in cima alla nostra società, onde poterla dominare. Sappiamo di questi deliri da alcuni scritti trovati nel corso delle indagini. Roba da farti rovesciare lo stomaco.”
“E’ la cosa più folle che abbia sentito in vita mia.”
“Il fatto è che scoprirono ben presto come fosse più gratificante sequestrare e torturare decine di persone al posto dei loro adepti, e che anche se il loro dio non dava segni di vita, il gioco s’era fatto troppo piacevole ed elettrizzante per smettere di praticare la tortura come dominio.”
“Quanti?”   
“Nei primi anni di vita della setta? Ventidue. Ventidue vite spezzate e ritrovate in boschetti, discariche, zone periferiche. Pescavano tra barboni, prostitute, stravaganti giramondo hippie senza casa e senza parenti, oltre a chi pensavano potesse costituire un pericolo per la loro comunità.”
“Com’è possibile che nessuno legò i fatti tra loro? Che nessuno parlò di una setta, di una congrega criminale?”
“Paride… questo è il paese degli scheletri nell’armadio… vi furono analisi, perquisizioni, accuse e contro accuse, innocenti indagati e polemiche sulle prime pagine dei giornali… ma gli apostoli non vennero mai fuori. Qualche testa con tanto di stellette cominciò a saltare, e la pratica iniziò a girare da una scrivania all’altra, fino a che gli omicidi diminuirono e la cosa si sgonfiò.”
“Cosa successe?”
“Pressioni dall’alto, voci, dicerie. Qualche pezzo grosso era invischiato (lui o qualcuno della sua famiglia), senza contare che io e i carabinieri gli stavamo col fiato sul collo. Dopo il ritrovamento di una loro ultima vittima rimasta in vita, un certo Sergio Saponi, ci fu imposto di chiudere il fascicolo sugli Apostoli di Edonis.”
“Assurdo! Ma perché?”
“L’alto comando interrogò il Saponi, ormai completamente andato di testa, se capisci ciò che intendo, che li mise al corrente del fatto che il leader della setta era deceduto e che gli altri, impauriti dal dispiegamento di forze, avevano deciso di abbandonare la setta!”
“Strana coincidenza, ti pare?”
“Altroché! Saponi fu rinvenuto sulle sponde del Tevere, infilato in un sacco della spazzatura, dopo essere stato torturato a lungo: sostenne la tesi secondo cui, fingendosi morto, era riuscito a farsi gettare in una discarica a cielo aperto! Disse anche che durante la sua prigionia, aveva capito che il capo della setta era morto, e che aveva sentito gli altri dire che lui sarebbe stato l’ultimo.”
“Tu come reagisti?”
“Io? Scrissi una relazione di oltre mille pagine, che consegnai direttamente al Ministero di Grazia e Giustizia, perché non mi fidavo più di nessuno! Ci allegai il quadro psichiatrico del Saponi e le prove raccolte sulla setta durante l’inchiesta. Sto ancora aspettando risposta.”
 “Come finì?”
“Io e l’ufficiale dell’Arma fummo sollevati dall’incarico, mentre il Saponi vegeta in un ospedale per malati di mente, chiedendo solo di essere dimenticato. Ufficialmente la setta è sciolta e il caso formalmente chiuso. Nel 1995 provarono a riaprirlo, ma stette in piedi pochi mesi: durante il tempo trascorso un archivio era andato a fuoco, altre prove indiziarie sparite o distrutte, nessun altro corpo rinvenuto. Niente di niente.”
Paride bevve alzando il bicchiere compulsivamente, guardando oltre il vecchio, senza mettere a fuoco: “Io… vorrei credere che quell’incisione sul corpo dell’assassino, quel nome marchiato come a un animale sia il nome di un attore, di un calciatore, di una persona amata… ma ho paura di conoscere la risposta! Dio Cristo, non posso alzare un casino per un nome fotografato di sguincio su un polso…”
“Si che puoi, altrimenti non saresti venuto da me.”
Agosti pensò alla falange mancante dalla mano di Muriel Salieri, alla ferita sull’occhio dell’ex marito, alle ustioni di Riccardo. Le orrende immagini presero a vorticargli nella testa come assurde immagini tratte da un film sperimentale degli anni settanta. “La domanda è una sola, Conrad, e non c’è verso di evitarla…” tentò di dominarsi con l’unica arma che conosceva: l’analisi, fredda e calcolatrice; “Credi che gli Apostoli di Edonis siano tornati?”
Conrad sorrise e le sue rughe si espansero, correndo sulla faccia di cuoio. “E invece la domanda è un’altra, Paride: se ne sono mai andati?”
Agosti sprofondò nella poltrona, vide di sfuggita otto occhi che lo scrutavano freddi dall’interno del cocco tagliato, nel rettilario. Strinse il bicchiere con la mano destra, tendendo il braccio verso il basso, quasi a sfiorare il pavimento sporco. Conrad parve divertito.
“Su con la vita, comunque, giacché nessuno ti permetterà di alzare alcunché. Altro che casino. La tua indagine finirà in un binario morto come la mia e quelle di chiunque altro mi sia succeduto.” Alzò il proprio bicchiere brindando. Paride lo guardò. 
“L’hanno trovata in cima al lago, vero? In una villa abbandonata?” continuò con un tono normale, quasi distaccato.
“Si.”
“Eh, quel lago ha ammazzato più gente di Jack lo Squartatore! Tra affogati, morti per droga, regolamento di conti, incidenti vari. E’ un lago vulcanico, il fondo è costituito da masse fangose praticamente senza fine. C’è sparito persino un elicottero, dentro. Buffo no?... pensa che una volta quel tale famoso per i documentari, quello francese, tentò di sondarlo, ma fallì miseramente.”
“Tutto questo cosa c’entra con… ?”
Conrad divenne serio improvvisamente, il suo volto emanò un magnetismo addirittura spaventoso. “Cosa si fa quando si intravedono poche strade, Paride? L’antiterrorismo t’ha rincoglionito completamente, per caso?”
“Si ricomincia da capo.”
“Torna alla villa, allora. Adesso sai cosa cercare.”
Paride si alzò, barcollando. Si sentiva stanco e frastornato. E impaurito, anche. Giunsero alla porta; prima di uscire, Agosti si voltò un’ultima volta verso il vecchio. Stette per parlare, ma quello lo anticipò bruscamente: “Non tornare più, Paride: io ti stimo molto, ma a quei maledetti ho già regalato diciotto anni della mia vita e un pezzo della sanità mentale. Credo che basti.”
Agosti annuì, mise le mani in tasca e si avviò a respirare per strada, frugando alla ricerca delle sigarette.

Attese sul ciglio della strada che i fari dell’ultima automobile sfrecciassero lontano, quindi gettò il mozzicone per terra pestandolo col tacco della scarpa. Si abbottonò bene il cappotto e attraversò la larga strada.
Si arrampicò svelto sul cancello e scese non senza fatica dall’altra parte, dando un’altra rapida occhiata sulla via. Tutto bene. In lontananza, rumore di bestiame. Salì i primi gradini di marmo e accese una torcia elettrica. Giunse frettolosamente davanti al portoncino di ingresso; di nuovo lo assalirono strane suggestioni, riflussi logici nascosti da qualche parte nel fondo del suo intelletto. Ma perché quel parco gli dava così tante e strane sensazioni? Tagliò con una chiave i sigilli della polizia e aprì dando una leggera spallata all’anta di legno. Il buio lo fagocitò in un istante. Il cono della torcia illuminava piccole porzioni di muro davanti a lui, la villa presentava segni di ristrutturazione mai andata a buon fine. Un ampio salone alla sua sinistra, un piccolo corridoio davanti, una stanzetta a destra.
C’era puzza di muffa e di umidità, grossi insetti simili a ragni si ritrassero venendo tagliati a metà dalla luce artificiale. Paride avanzò piano, quasi temendo di fare rumore; le pareti erano alte e spesse, come si facevano una volta: avanzò tenendo la torcia in alto sulla testa. Notò in terra alcuni segni di gesso tracciati dai suoi colleghi, e nel salone principale un camino e alcune sedie coperte da teli impolverati. Passò la luce dappertutto, senza farsi domande su ciò che avrebbe potuto trovare e che poteva essere sfuggito agli inquirenti di Toselli: cercò.
La villa era predisposta su un solo piano, munita di due bagni, tre stanze da letto e una cucina con tinello, un enorme salone. Per ogni stanza sarebbero venuti fuori altrettanti mini appartamenti. Riflettendo si portò una sigaretta alla bocca ma non l’accese, si limitò a stringerla tra le labbra. Ciò lo rese nervoso. Probabilmente gli investigatori, la scientifica e quant’altro avevano setacciato per ore le stesse stanze che stava frequentando lui; eppure c’era qualcosa, doveva esserci qualcosa. Era l’unica certezza che aveva da quando tutta la faccenda era incominciata: quella villa, soprattutto quel parco, custodivano la chiave per arrivare al feroce assassino.
Ma dove?
Passò le mani sul muro del salone, dove chiare e visibili stavano macchie di umidità e zone franche prive di polvere: quadri portati via, probabilmente. Mosse ancora la torcia sugli angoli della stanza e in alto, sul soffitto.
Non c’era niente.
Si allontanò tornando nei pressi dell’atrio. Raggiunse l’ultima stanza in fondo e la perquisì accuratamente, addirittura tastando con le mani le pareti, il pavimento, i pochi mobili presenti. Le ore trascorsero lente e silenziose, aveva così abituato gli occhi al buio che alle volte cercava senza puntare la torcia nella zona interessata; stette in ginocchio e infine uscì riflettendo. Puntò ancora la torcia in alto, sul soffitto compreso tra il tinello e il secondo bagno. C’era una porzione del soffitto, in alto, con una singolare particolarità: una sorta di capitello, di intarsio piuttosto elegante, che mancava nel resto della villa. Certamente erano stati abbandonati in fretta e furia i lavori, una volta che i Salieri s’erano decisi ad abbandonare la casa, tuttavia questo particolare lo colpì molto: perché iniziare l’abbellimento del soffitto quando il resto della casa era all’inizio dei lavori? E perché partire proprio da una zona così scarsamente importante come il soffitto antistante un tinello e un bagno? Mise la torcia in bocca e prese ad arrotolarsi le maniche del maglione e poi della camicia; non toglieva gli occhi da quel soffitto, si scoprì a grondare sudore nonostante il freddo secco della zona. Entrò in cucina, afferrò il tavolo e lo trascinò sotto la porzione di soffitto lavorato. Infine recuperò una sedia e la sistemò sopra al tavolo. Mosse quest’ultimo per saggiarne la stabilità e ci montò sopra. Infine salì sulla sedia. Si trovava ancora abbastanza lontano dal punto interessato, tuttavia poteva tastare con sufficiente comodità. Premette verso il soffitto come nella speranza di trovare una botola, un soppalco. Tolse la polvere e strinse forte la torcia tra i denti: seguì la linea del muro con le dita e scorse una specie di foro, largo quanto la feritoia di una palla da bowling, e ci infilò un dito. Poteva sentire il suo respiro pesante rimbalzare per tutte le stanze della casa, spolverò ancora attorno al foro. Ne trovò un altro. Guardò giù, in basso, quindi infilò il dito dell’altra mano nel nuovo buco. Spinse.
Non accadde niente.
Si costrinse a restare calmo, asciugandosi le mani sui pantaloni. Rimise gli indici nei fori e tirò verso il basso: di scatto, gracchiando, una specie di cassetto mascherato si abbassò verso di lui, scattando in avanti come certe scale dei treni:  rimase sbalordito, senza fiato. Le braccia aperte sui fianchi, le dita delle mani dilatate, lo sguardo a frugare veloce nella sezione di muro. Ci ficcò la mano destra e tastò verso l’alto: si trattava di una larga e bassa sezione interna del muro foderata in legno, al cui interno stavano alcune buste da lettera, un pacco di fogli e altre scartoffie. Afferrò tutto tentando di infilarsi la roba sotto al maglione, nelle tasche posteriori dei calzoni, sotto al braccio sinistro. Rimise il cassetto al suo posto e scese febbrilmente dal suo arrampicamento. Una volta toccato il pavimento coi piedi, tornò a guardare verso l’alto: una volta rimesso al suo posto il meccanismo nascosto, la sezione era tornata praticamente invisibile; non era rimasta ombra nemmeno dei due fori. Paride non si curò di rimettere a posto la sedia e il tavolo, scalciò la sporcizia e i detriti mandandola ad ammucchiarsi da un’altra parte della zona e sparpagliò il contenuto della prima busta sul pavimento. Nell’aria c’era un forte odore di orina e di escrementi d’animale. Fletté le ginocchia illuminando le fotografie scivolate fuori dalla busta, dopo averle scompaginate un po’ con la mano: aveva il viso sporco di polvere e grasso, e i capelli stavano spettinati e attaccati sulla fronte dal sudore.
Fece scorrere il cerchio della luce artificiale sulle immagini scattate in tempi remoti, alcune erano ingiallite dal tempo, altre rovinate dalla scarsa esposizione all’aria. Le guardò dilatando le pupille. Un indicibile, ancestrale orrore lo immobilizzò, impadronendosi di lui in maniera folle e inarrestabile: nonostante ciò, non gli riuscì di smettere di muovere la luce sugli scatti sparpagliati.
Fece scorrere le dita sulle immagini di cadaveri infantili ammucchiati in pile nauseabonde, su donne costrette a rapporti sessuali con grossi cani, su particolari di genitali perforati, bruciati, devastati da una violenza troppo forte da tollerare anche solo col pensiero. Strinse gli occhi ma le lacrime di rabbia e frustrazione gli scorsero ugualmente giù per gli zigomi, allora si asciugò la faccia col gomito e tornò a guardare. Certe foto illustravano l’interno di un imponente surgelatore industriale, nel quale stavano ammassate parti anatomiche umane perfettamente conservate: poi ancora orrore, violenza, sopraffazione, mortificazione e torture selvagge. Rovesciò anche le altre buste, ma nessuna di quelle fotografie mostrava un volto di aguzzino, di stupratore o una sola data, un indizio per risalire a loro. Sedette tenendosi le ginocchia con le mani e stette così a lungo, sperando vanamente che le luci dell’alba lo inglobassero fino a farlo scomparire per sempre, ma rimase solo con la sua desolante lacerazione.
“Sporchi figli di puttana”, sussurrò nell’ombra, “Maledetti, luridi figli di puttana… ma io vi fotto, vi fotterò tutti…”
Raccolse infine tutta la macabra documentazione e con infinita stanchezza se la sistemò sotto il braccio. Tra essa notò per la prima volta alcune buste di plastica contenenti macabri disegni infantili. Tracciati da una mano femminile, ipotizzò. Chissà perché erano stati conservati insieme a quella merda. L’abbraccio con le prime luci del giorno, muovendo passi incerti e tremolanti sul selciato, sembrarono donare a Paride Agosti una nuova vita, una nuova fuoriuscita dal brodo primordiale. Tirò su col naso e, cupo e determinato, prese a scendere a piedi verso sud, lungo le prime case abitate.

Gualtiero e Paride assistettero  in un assorto silenzio ad Azumi che riempiva disordinatamente un borsone. Agosti aveva ancora il viso sporco e una manica sola tirata su.
“Ho il mio lavoro qui all’ambasciata…” stava protestando lei, ma sembrava scarsamente convinta persino delle proprie parole; “E non ho avuto neanche il tempo di avvertire mia sorella…”
“Non importa!” esclamò Paride tendendo una mano aperta verso Gualtiero: “Ce l’hai?”
“Certo” rispose quello estraendo un biglietto lungo e stretto dalla tasca frontale della giacca. “Eccolo.”
Paride lo prese e lo ficcò tra le mani di Azumi, che sembrava spaventata e confusa.
“E’ un biglietto per Nagoya, Gualtiero ti accompagnerà in aeroporto. Mi chiami appena arrivi, a qualsiasi ora… siamo intesi?”
Gualtiero abbassò la testa, in serio imbarazzo.
Azumi annuì stringendo le labbra sottili e chiudendo gli occhi. Non intendeva mostrare ulteriormente a quei due la frustrazione repressa e la preoccupazione. Gualtiero le si avvicinò con discrezione.
Sotto gli occhi avviliti di Agosti, Azumi e Gualtiero si avvicinarono alla porta. Lui aprì dando una rapida occhiata fuori, lei mantenne forte la presa sui manici della borsa. Parlò a bassa voce, senza guardare il poliziotto rimasto in casa sua.
“Ti farai ammazzare… questo sarà l’unico risultato alla scoperta di quel maledetto nome, Paride – kun… e mi dispiace. Mi dispiace tanto.”
Agosti non rispose nulla, si limitò a fare un cenno all’indirizzo di Gualtiero, e questi scomparve con la ragazza, dopo aver richiuso la porta. Lo sbirro rimase ancora un po’ così, al centro del salotto con le mani in tasca e una parte del corpo nascosto dalla penombra: chissà se erano stati così anche gli ultimi istanti di coloro che lo avevano preceduto, di tutti coloro che avevano attraversato la strada agli Apostoli di Edonis.
Soli e un po’ sperduti.

“Cerco Piccardi.”
“Si buongiorno, ha un appuntamento?”
“No. Gli dica che sono Paride Agosti e che ho qualcosa di suo.”
“Attenda un attimo, per cortesia.”
Prendendo la cornetta e premendo soltanto tre tasti, la giovane segretaria sbirciò l’aspetto trasandato e nervoso della persona davanti. Agosti non ascoltò la breve conversazione, notò l’arredamento dozzinale, i quadri freddi e vuoti, la pianta di default piazzata all’ingresso.
Tornò a guardare verso la donna. Questa gli sorrise.
“S’accomodi pure: secondo piano, terza porta sulla sinistra; ascensore alla fine del corridoio.”
“Vado a piedi, grazie.”

Seduto dietro la sua poltrona in pelle, Piccardi lo invitò ad entrare, impegnato in una conversazione telefonica. S’era fatto una lampada da poco e il suo ufficio era grande e spoglio come una sala operatoria.
“... fatti mandare i grafici anche via mail e non mancare di tenermi informato!” stava dicendo all’apparecchio, “e ricordati il tennis venerdì o stavolta ci fanno pagare lo stesso il campo! Si, ciao. Ciao!” Mise giù.
Agosti lo guardava in piedi con le mani in tasca. Aveva un aspetto truce.
 “Allora, Agosti… non vuol sedere? Ha qualche novità?”
“No.”
“Ma… si sente bene?”
Paride mise una mano in tasca e tirò fuori un proiettile calibro 6,35 senza la bustina. Così, nudo e crudo.
Piccardi smise di sorridere e strinse le labbra indispettito, fissando prima il proiettile poi Agosti.
Paride piazzò il proiettile in piedi, proprio davanti a Piccardi, sulla scrivania. Questi si vide riflesso nel piombo cilindrico.
 “Sono venuto a riportarti questo.”
“Lei deve essere completamente impazzito!”
“Io non mi spavento facilmente, signor pezzo grosso… vi starò addosso, vi respirerò sul collo, vedrete la mia ombra ogni volta che andrete a coricarvi e quando penserete che ho mollato un po’, quello sarà il momento in cui stringerò il cappio. Te lo giuro avanti a Dio.”
Piccardi si alzò di scatto, incollerito, ma Paride lo spinse di nuovo giù, seduto.
“Inizia pure il tuo giro di telefonate non appena sarò uscito di qui, Piccardi: ti risparmio la fatica dicendoti che non ho persone care che possiate ricattare né una carriera da compromettere: io sono la buccia di banana che vi farà cadere. Vedrai se scherzo. Vedrai!”
Si allontanò senza fretta.
“Vedrai.” Disse ancora, prima di uscire.
Piccardi appoggiò entrambi i gomiti sulla scrivania lucida, chiuse gli occhi e prese a massaggiarsi le tempie come se avvertisse un pungente dolore.

“Allora?”
“Tutto a posto, è partita una decina di minuti fa. Non sembrava molto contenta se posso dirti la mia, Paride!”
“Puoi raggiungermi?”
“Si. Cosa stai facendo?”
Agosti aveva sul tavolo alcuni disegni infantili, taluni neri e indecifrabili, altri tracciati col solo colore rosso, e mostravano un uomo infilzato da tantissime punte che sembravano lance. “Rifletto. Vieni da me?”
“Si. Ci vediamo là.”
Gualtiero trovò l’amico immerso in una nuvola di fumo intento a scrutare alcune fotografie e disegni rozzi sistemati sul tavolo accanto al PC; “Paride…”
“Siedi e ascoltami bene!” spense l’ennesima cicca nel portacenere: “Guarda bene questa roba, guardala bene…” batté le dita sui fogli.
Capuano scosse il capo con un moto di rassegnazione, allargando le braccia. Prese alcuni disegni a caso: in uno c’era raffigurato quello che sembrava un prato, ovviamente distorto dalla fantasia dei bambini. Non c’era firma, non c’erano scritte. Niente. Sbuffò. Paride lo guardava con aria attenta, pareva in attesa del responso dell’oracolo.  Gualtiero fece scorrere gli occhi sulle fotografie, sugli orrendi strazi, sui muti visi lacerati dal dolore, dalla disperazione, dalla prigionia. Strinse gli occhi senza emettere un suono.
Poi, per non indugiare oltre, sistemò l’ultimo disegno sopra agli altri, davanti ad Agosti, e sedette dirimpetto alla scrivania.
“Non abbiamo niente, Paride.” Disse solennemente, stando ben attento al tono da utilizzare, per non irritare l’amico e collega; questi aprì la bocca incredulo, mischiò le foto e ricominciò a rotearle sotto gli occhi di Gualtiero, che tese una mano per allontanarle.
“Come niente? Ma guarda, guarda qui… vittime, corpi, atrocità… bestialità! Come niente?!”
“Niente, Paride: te lo ripeto!”
“Ma guarda che non le ho mica trovate nel secchio della spazzatura in strada, eh? Io…”
“Guarda che lo so, Cristo… sono ore che mi sventoli quella merda sotto il naso… quando mi hai chiesto di accompagnare Azumi a Fiumicino ho tirato un sospiro di sollievo!”
“Ah si?”
“Si, cazzo! Lo vedo pure io quello che hanno fatto a quella gente, mi credi cieco? Il problema è che non c’è un punto di riferimento, un’indicazione per trovare corpi e tracce, una faccia di aguzzino, non c’è niente Paride! E lo sai anche tu!”
“Un cazzo! Le ho trovate nella villa dei Salieri e sicuramente i due fratelli, Muriel e Riccardo, ci sono dentro fino al collo! Per non parlare di quello stronzo di Piccardi!”
“Si, probabilmente si, probabilmente hai ragione, e allora? Facciamo riaprire le indagini? Me lo hai detto tu stesso che questa storia è un gran mucchio di merda e che decine di personaggi illustri ci hanno ficcato le mani per insabbiare e proteggere! Me lo hai detto tu!”
Agosti si tirò in piedi di scatto, massaggiandosi i capelli all’indietro con entrambe le mani, tentando di dominare l’insofferenza. Urtò la scrivania e numerose fotografie finirono in terra. Gualtiero cominciò a raccoglierle.
“Non possiamo… non posso far riaprire le indagini, Gualtié… hanno già il loro bel colpevole sepolto a Prima Porta e una storia che è costata gradi e poltrone a parecchi gallinacci…”
Gualtiero sistemò ordinatamente le foto in pile: “E poi la villa e il parco sono state setacciate da cima a fondo, non ci hanno trovato un cazzo, a parte…” abbassò la testa senza parlare più.
“A parte la roba di Pintori? Guarda che puoi dirlo, eh! La verità è che non sei convinto manco tu, Gualtié! E dimmelo una buona volta in faccia, cazzo!”
“No! No che non sono convinto, Paride! Stavolta potresti aver preso una cantonata!”
“Ah si? Ma guarda un po’ che combinazione! Una ragazza viene rinvenuta torturata e uccisa in una villa nella quale trovo reperti riconducibili agli Apostoli di Edonis e tu non sei convinto? Ma che cazzo dovevo fare, pescarceli con i cappucci e i camici da chirurgo mentre giocano all’allegro sadico? Ragiona, Gualtié, usa la testa! Usala, o vincono anche questa volta!”
Passò qualche istante di silenzio tra i due; Gualtiero teneva le mani sui fianchi e guardava torvo sul pavimento, Paride fuori dalla finestra. Sembravano due bambini in lite per una stronzata.
“E va bene”, disse allora il primo, “cerchiamo una persona di cui fidarci alla scientifica e gli facciamo analizzare le foto, vedrai che salta fuori qualcosa… conosco chi potrebbe…”
“No. Io non mollo niente, ci dormo sopra se necessario, con questa roba; io non mi fido, Gualtiero! E non dovresti farlo nemmeno tu!”
“D’accordo! Allora mi spieghi questo cambio di strategia della setta? Almeno questo puoi farmelo capire?”
“Quale strategia?”
“Beh, io parlo per ciò che mi hai raccontato tu… dopo anni e anni di silenzio, questi risaltano fuori ammazzando una ragazza (tra l’altro di buona famiglia) e proprio nella villa che nasconde un loro atroce segreto! Lo vedi da solo che non regge, Paride! Senza contare che rischiano di esser scoperti da un fotografo di mezza tacca: non mi sembrano tutto questo granché, i terribili apostoli… politica, massoni e servizi segreti avrebbero tramato anni per nasconderli agli occhi dell’opinione pubblica?”
Seppur indispettito, Agosti dovette convenire su alcuni punti sollevati dall’amico. Si prese il labbro inferiore con indice e pollice e camminò per la stanza riflettendo.
“Ci deve essere una spiegazione, Gualtié!”
“Uno o più emuli? Qualcuno che ha trovato le foto e tenta di riprodurre gli stessi crimini?”
“No, io stesso le ho scovate per un pelo, dopo che erano sfuggite anche a voialtri e sappiamo entrambi che i primi delitti seriali nascondono sempre diversi errori  che l’assassino compie, e che qui risultano assenti!”
“Perché seriale? La ragazza faceva uso di stupefacenti, non è escluso che…”


lunedì 21 dicembre 2015

Ironsword: Tomorrow - Aggiornamento.

Faccio fumetti per diletto praticamente da sempre, dalla fine degli anni '70. Su fogli A4 di qualunque tipo: cartoncini, fogli da fotocopie, Fabriano... qualunque superficie A4 andava benone, per me.
Poi, col passar del tempo, il formato ha iniziato a starmi stretto: in tutti i sensi! Cominciava a pesarmi la gabbia così limitata, nella quale - talvolta - ero costretto a modificare la scena descritta in sceneggiatura perché impossibile da completare: avete mai provato a mettere 4 personaggi, un ambiente e due balloon di dialogo in una vignetta divisa su un foglio A4?
Era difficile, quasi sfiancante. Passare al classico formato A3 un sogno, ma fuori dalla portata delle mie tasche. Poi, qualche mese fa, l'illuminazione: vedo la pubblicità di una multifunzione Epson A3 ben al di sotto dei 200 euro. Mi sembra strano ma controllo. Per passare a quel formato mi serve uno scanner e una stampante, dato che faccio tutto io, dall'ideazione alla rifinitura: a quel prezzo non le ho viste mai!
La compro al volo ed eccomi qui. Tutto é cambiato. Non voglio infinocchiarvi dicendovi balle del tipo "sono diventato bravo", "disegno meglio" e via dicendo, no; semplicemente oggi posso strutturare e disegnare una tavola unicamente per come IO l'avevo immaginata. I miei occhi si stancano meno, la pennellata é più piena, appagante. I risultati, ai miei occhi, decisamente migliori. 
Posso utilizzare un tipo di carta, la francese Canson, che avevo in studio ma che non avevo mai potuto utilizzare se non per bozzetti o sketch. Il piacere di disegnare, indubbiamente, é aumentato! Quanto durerà? Non so, ma per ora va alla grande. 
Per dirvela proprio tutta non é stato l'unico cambiamento: chi sta molte ore su un foglio bianco sa che, dopo un pò, questa specie di isolamento può diventare pesante e inficiare persino la creatività; beh, almeno a me era successo! Così, oltre alla carta, decisi di cambiare tutto in pochi giorni: orari di lavoro, compagnia (il Mac sempre acceso per ricevere messaggi dagli amici, novità dai social e dai media etc.) metodo (scansiono subito la tavola finita così non si ammucchiano), che ha reso più piacevoli le giornate al tavolo di lavoro. Tutto questo ha fatto bene alla mia autostima, anche in termini di produttività: da una vignetta al giorno sono passato a farne tranquillamente due, inchiostrate e rifinite. 
... quindi, e qui sta la novità, "Ironsword: Tomorrow"  da ora in poi uscirà ben prima dei due soli numeri l'anno! Spero la notizia vi faccia piacere, così come ha fatto piacere a me vedere rifiorire un pò di passione.
Vi ringrazio per la pazienza e la cortesia con la quale avete seguito i miei lavori negli ultimi anni.
Ciao!
La fotografia del materiale é presa dal mio rivenditore di fiducia, che potete trovare qui per tutte le info!
  

venerdì 18 dicembre 2015

L'apostolo nel buio, settima parte.


Salve!
Prima di postare la nuova puntata, rammento che le tematiche trattate in questo racconto sono da intendersi rivolte ESCLUSIVAMENTE a un pubblico adulto! Linko la mia pagina ufficiale Facebook dove potrete leggere il riassunto delle parti precedenti.
Grazie!

“Boh, forse si. Ma è una cosa che mi fa paura.”
“Che cosa? A me lo puoi dire, cazzo!”
“Meglio di no. Ma prima o poi è un dubbio che mi dovrò togliere o mi impedirà di vivere…”

La bara, una povera cassa di legno offerta dal comune, fu tumulata in alto, verso la terza fila. Sul marmo fresco avevano scritto incidendo con la punta di uno scalpello il nome Pintori, in attesa di una lapide vera e propria, semmai in futuro ne avesse avuta una. Tutto lì. Un vento gelido e impetuoso fece svolazzare i cappotti di Agosti e di Gualtiero, compunti seppur con le mani sprofondate nelle tasche ampie. Capuano stava leggermente più indietro, vide l’amico allungare una mancia al muratore e questi si allontanò dopo aver rimesso a posto la scala quadrata in ferro. Tutto attorno silenzio, a parte lo sfrigolio delle erbacce, ignoti militi di defunti presto dimenticati. Rimasero con i nasi all’insù, verso quel rettangolo murato accanto agli altri morti.
Gualtiero rabbrividì dal freddo, batté i piedi in terra e tornò a guardare verso Paride, senza sfilare le mani dal caldo rassicurante delle tasche foderate. Agosti stava immobile. Gualtiero si guardò attorno, non c’era veramente nessuno.
“Possibile”, disse rispettosamente tenendo la voce bassa, “che non avesse un parente, un amico, un cane che gli volesse bene?”
“Nessuno. Di certo credevo, speravo, che almeno coloro che lo hanno sfruttato una vita, nel settore della pornografia, si affacciassero per salutarlo. Almeno oggi.”
“Io… non vorrei finire così, Paride… senza manco una foto sulla tomba.”
“Perdio! Proprio a lui, che fotografava divinamente!”
Gualtiero gli si avvicinò, stringendogli una spalla con la mano. Fu una stretta rinfrancante.
Paride si voltò per fissarlo bene in volto, l’amico Capuano: “Gualtié, ancora grazie per avermi avvertito subito della resa della salma… dirgli addio un’ultima volta mi fa stare meglio.”
“Ma non così bene, vero?”
Paride serrò le mascelle. “No. La morte di Stefano è collegata alla vicenda della villa, ed è un dramma da accollare all’assassino di Svetlana Dasaniev: ho perso un amico, Azumi, e forse non sono poi quel gran poliziotto che si dice in giro, ma di una cosa sono certo, convinto: non avrò pace fino a che non avrò scoperto chi c’è dietro a tutto questo orrore, dovessi finire anch’io sotto un metro di terra!”
 “... intanto potrebbe finire incriminato per occultamento di prove, intralcio alle indagini, negligenza e… vado avanti, ispettore Agosti… ?”
Voltandosi verso il vialetto alle loro spalle, Paride e Gualtiero videro giungere Caruzzi, Toselli e un paio di sbirri in borghese.
“Cristo”, sussurrò Capuano, “questo stronzo parla come il Tenente Colombo!”
“Lascialo fare!”
Il quartetto si avvicinò indolente verso lo spoglio funerale. “Allora, Agosti? Siamo diventati uccel di bosco… ”
“Non qui e non ora, Caruzzi.”
Il capo sorrise con fare teatrale allargando le braccia e fissando i tre accompagnatori, con Toselli visibilmente imbarazzato.
“E dove?” gli disse ancora Caruzzi, sfavillante nella sua dentiera strampalata, “dorme qua e là come un senza tetto, non si fa vedere in commissariato e agisce come se l’inchiesta Svetlana fosse sua!”
“Era un mio amico, quello appena tumulato! E anche l’inchiesta Svetlana lo è, un po’, la mia!”
“Magari se fosse venuto a vuotare il sacco invece di giocare a Sherlock Holmes il Pintori sarebbe ancora vivo!”
“Ma vaffanculo!”
“No, é lei a finire a puttane, amico mio, e una spintarella gliela do volentieri anche io, porca puttana! Ma si rende conto si o no? Nasconde un assassino, interroga famiglie intere senza averne l'autorizzazione, usa Capuano come fosse il suo autista personale e tratta i suoi superiori come pezze da piedi! Io sono stufo, Agosti, stufo marcio di lei, dei suoi modi di fare e dell’atteggiamento arrogante e presuntuoso indegno per tutta la categoria!”
Agosti sorrise. “La categoria…”
“Rida pure, le preparo una lettera di richiamo così lunga che da Milano la spediscono direttamente a Udine, così vediamo se impara un po’ di buone maniere!”
Agosti si avvicinò a Caruzzi, con fare così minaccioso che i due poliziotti di accompagno istintivamente si porsero davanti al loro capo per proteggerlo.
“Tu sei stufo, Caruzzi?” si limitò a dire Agosti con un tono gelido, “se solo sapessi quanto è colmo il mio,  di limite di sopportazione, cazzo, ti toglieresti dalla faccia quell’odiosa espressione strafottente!”
“Paride…” provò a intervenire Toselli, ma ebbe l’impressione netta e precisa di aver ficcato il dito in una presa della corrente.
“Limitati a stare lontano dal mio commissariato e resta accucciato fino a che non avrai notizie dai tuoi superiori!” Nonostante il tono secco e bilanciato, Caruzzi aveva una grossa vena pulsante che affiorava sulla tempia destra. Indicò la tomba di Pintori: “Quello è l’assassino di Villa Salieri, che ti piaccia oppure no! E dovresti vergognarti solo di frequentare certa gente, vista la divisa che porti!”
“Ti piacerebbe, eh? La verità è che attorno a quel lago c’è qualcosa, qualcosa che vi fa fessi, e non è poi così difficile visto che non siete capaci nemmeno di pulirvi il culo da soli!”
“Continua, continua pure…”
“Ci puoi giurare: tu non hai alcun motivo per allontanarmi dalla città, e io mille per restarci! Vedremo chi la spunta, grosso sacco di merda!”
Gualtiero lo tirò per la giacca. “Basta, vieni via che hai già fatto abbastanza casini…”
Il gruppetto di sbirri prese ad allontanarsi dal luogo, solo Caruzzi, fatto qualche passo, tornò a voltarsi verso Capuano, parlandogli con tono perentorio: “Con lei ci vediamo nell’ufficio di Toselli prima che prende servizio.”
“Io… si, certo.”
Spariti alla fine del vialetto, Agosti tirò la giacca violentemente dalle mani di Gualtiero; “E lasciami cazzo, non sono mica un cane!”
“Quello te lo mette nel culo, Paride… possibile non lo capisci? Alle volte mi chiedo cosa mai ti passi per la capoccia!”
Agosti abbassò il capo, lo fece con tale velocità che parve fosse stato colpito da un fendente alla nuca. “Sono stanco, Gualtié, così stanco…”
Capuano gli poggiò una mano sulla schiena. “Ma allora perché non molli tutto e te ne vai? Perché non ti godi l’aspettativa e fai un po’ d’ordine nella tua vita? Pintori non ritornerà, niente lo farà tornare in vita, Paride…”
“Io non voglio diventare come loro, Gualtié… accartocciarmi su me stesso col passar degli anni, desiderare che il giorno finisca presto e che la notte mi porti solo oblio senza sogni, sentire avvizzire ogni sentimento, fagocitato dal tempo, dalla noia, dall’usura… ritrovarmi a prendere rilievi su un’automobile ribaltata con dentro quattro morti senza che ciò mi faccia alcun effetto…”
“E’ una cosa normale, Paride… succede agli infermieri, ai dottori e persino ai veterinari… e succede a noi, dannato testone: è un meccanismo di difesa se vuoi, parlare di una partita di calcio mentre stai sulla scena del crimine, sdrammatizzare con feroce ironia davanti ad un cadavere pronto per l’autopsia… è normale ti dico, aiuta a sopravvivere, a farti crescere il pelo sullo stomaco…” 
Agosti scosse il capo guardando l’amico negli occhi. “No, non è normale… sai che non lo è.”
Capuano sorrise e gli occhi piccoli gli si ingrandirono strafottenti. “Andrai avanti, vero?”
“Si. Fino in fondo. Costi quello che costi.”
Capuano continuò a sorridere scuotendo la testa. Rifletté un po’, poi mise le mani in tasca e ne estrasse un piccolo foglietto, sul quale stavano alcune parole, molte delle quali cancellate; “Ecco, tieni allora: è quello che mi hai chiesto di cercare!
Scosso dalla notizia, Agosti parve di nuovo presente a se stesso: prese il foglietto e lo lesse con tanta determinazione che Capuano non si sarebbe stupito vedendoglielo mangiare. Trascorsero alcuni minuti, poi Paride tornò a guardare verso Gualtiero.
“Hai scartato tutte le parole, tutte tranne questa…”
Edonis. Ho chiesto in giro, si. E non è stato facile.”
“Va bene, ma… Edonis, che cazzo vuol dire?”
“Non me lo chiedere, so solo che i carabinieri hanno un fascicolo con riferimento a questa parola.”
“I carabinieri?”
“Si, non so altro. Vai alla caserma dall’altra parte del lago, proprio dirimpetto a Villa Salieri e vedi un po’ se ti raccontano qualcosa, io ho già faticato per trovare il collegamento.”
“Ci vado si, stai pur certo che ci vado!”
Agosti vide dall’altra parte del vialetto una donna compunta stretta in un abitino arancione. Mise il foglietto in tasca e andò in quella direzione.
“Stai attento, Paride. Io ti ho avvisato.”
Agosti affrettò il passo verso la donna tendendo una mano all’indietro, come a salutare Capuano; “Ma si, si. Stai tranquillo!” Gualtiero dunque si strinse il bavero della giacca sulla gola e andò via.
Elena si vide riflessa pallidamente nelle iridi di Paride Agosti. Lo salutò con un impercettibile segno del capo.
Agosti la scrutò a lungo, come avesse intenzione di leggerle dentro. La donna stette diritta con uno strano comportamento.
Strano, si. Quasi compunto, si diceva, ma il rossetto grossolanamente fuori dalla linea delle labbra e la borsetta di finta pelle stridevano con la dignità esibita all’ombra della tomba di Stefano. Si costrinse a guardare negli occhi il poliziotto.
“Non c’era nessuno, vero?” Suonò a metà tra una domanda e una triste affermazione.
Paride vide le rughe sul collo di lei celate maldestramente da due dita di fard e il seno florido strizzato da un push up ben visibile dal bordo dell’abitino.
“La tumulazione è finita da un pezzo.”
Elena si accese una sigaretta con fare nervoso, pizzicò il filtro con il pollice tentando di guardare lontano. “Non rompermi i coglioni, Paride, sono già sufficientemente avvilita.”
Lui mise le mani in tasca e assieme guardarono verso l’alto, in direzione di tutto ciò che rimane di una persona andata per sempre.
“Letto i giornali? Non si parla d’altro… prima l’hanno ammazzato, ora gli rovesciano addosso palate di merda…” continuava a tenere un tono di voce afono e distante. Lo hanno in molti, parlando con un poliziotto.
Paride non aveva voglia di rispondere alcunché, infatti rimase muto.
Elena aspirò un quarto della sigaretta. “Che schifo… è la cosa peggiore che possa capitare ad una persona, morire nel corpo e nella memoria.”
“No”, esclamò finalmente Agosti, senza guardare la donna; “La cosa peggiore che possa capitare è che il tuo assassino non venga mai preso, che la giustizia langua in un fondo di magazzino, che la verità rimanga nascosta!”
“Cazzo, sei tu il poliziotto, queste cose le vieni a dire a me…?”
Agosti si scoprì a sorridere. “Già”, farfugliò, “hai ragione…” volse le spalle e lasciò il cimitero.
Su, in alto, perpendicolare alla città, una leggera pioggia acida cominciò a toccare ogni superficie, leggera e silente, simile a calde lacrime di angelo pietoso.

“Sapevo; io… lo sapevo in qualche maniera…” Riccardo si asciugò il pianto col dorso della mano, assolutamente incapace di frenare la commozione a lungo trattenuta: scostò coi piedi l’immondizia e il letame accumulato sul fondo dell’incredibile abitazione e poi si avvicinò un po’. Vedendo la figura di fronte impaurita e nervosa si frenò, mettendo le mani in avanti: “No, non aver paura… possibile mai non mi riconosci? Guarda che te ne devi andare! Lasciati aiutare… vuoi?”
Di fronte occhi selvaggi lo scrutarono nervosamente, metà del corpo era avvolto dal buio.
“Come ci sono arrivato io, qui, può farlo chiunque… anche… anche la polizia, capisci?”
Erano occhi iniettati di sangue ad ascoltarlo dal fondo del luogo. Sulla fronte tracce di sporco e di sangue rappreso; l’odore, terribile.
Riccardo Salieri allungò una mano, scoprendola tremante e incerta. “So quello che hai fatto, non te ne faccio una colpa… io, come potrei? Coraggio, prendimi la mano e vieni lentamente… dobbiamo andare via… su, vieni!”
Dal fondo la figura, lentamente, avanzò qualche passo verso il giovane, calzava logori stivali di colore diverso e non sembrava ancora convinta.
Salieri tese anche l’altra mano, prendeva coraggio e confidenza. “Non è stato così difficile trovarti, sai, non per me!” sorrise, “ma io conosco tutto, tutte le brutte cose del passato…vieni… così, lentamente… verso di me… non aver timore!”
Furono finalmente vicini. Riccardo accarezzò la figura, guardandola bene in volto: ma gli occhi, quegli occhi, erano ancora terribili e crudeli, iniettati di sangue e di violenza. Riccardo poté quasi annusare la tensione e l’orrore del posto, ma quando si avvide che la persona davanti a lui stringeva forte una grossa pietra spigolosa, fu troppo tardi. Seguì con gli occhi la pietra alzarsi sulla sua testa e, invece che coprirsi a mo di difesa, fece solo scorrere lo sguardo sulla faccia di fronte a lui, sorpreso. “No!” gridò disperato, poi la pietra scese sulla sua testa, frantumandogliela in un’orribile poltiglia gialla.

Scomposto, quasi sdraiato, Agosti attese con le mani chiuse sullo stomaco che qualcuno lo ricevesse. S’era quasi addormentato, con lo sguardo fisso avanti a sé, mirato a vedere senza osservare un quadro di due carabinieri a cavallo nei pressi del Colosseo e l’immancabile calendario della Benemerita. Stava così, vivo senza pensare a niente nella sala d’aspetto della caserma intitolata ad un oscuro appuntato caduto per la Giustizia.
Passarono una quarantina di minuti durante i quali stette fermo e immobile come una lucertola al sole, quando finalmente un militare molto giovane si affacciò sorridendogli.
“Da questa parte, ispettore, l’archivio è in fondo alle scale, sulla destra. Dovrà arrangiarsi da solo, il vecchio archivista, il maresciallo Rocchi, è andato in pensione e ancora il comandante di stazione non s’è deciso a sostituirlo.”
Non sapeva bene il perché, ma Agosti non rimase stupito dalla notizia. Si alzò, abbozzò un sorriso di circostanza e si stirò malamente. Fece qualche passo in direzione della zona indicata, sentì forte su di lui lo sguardo del giovane carabiniere e allora si voltò: “Cerco notizie su una pratica, un caso che avete chiamato Edonis, pensi che potrò avere notizie da qualcuno in carne e ossa, oltre che dall’archivio cartaceo?”
Il militare ci pensò un po’ su, strinse le labbra in cerca di una buona risposta: “Non so, non credo… se è una vicenda vecchia le serve un ufficiale o un sott’ufficiale che abbia memoria dell’epoca… ma il vecchio comandante è morto l’anno passato, e come detto Rocchi non è più in organico.”
“Si, ho capito.”
“Tuttavia abbiamo da tempo iniziato a informatizzare il nostro archivio, troverà due pc a sua disposizione. Di più non posso fare!”
“Grazie.”
Scese nell’archivio e lo trovò pulito e ben ordinato; poggiò il cappotto sulla prima poltrona che vide e inforcò gli occhiali: aveva una febbre da ricerca difficile da tenere a bada quindi iniziò subito a scorrere le pratiche, i faldoni e i raccoglitori più vecchi. Ben presto lo scorrere del tempo si fece opaco e lontano nella sua mente; i carabinieri avevano decisamente fatto un buon lavoro, la polvere poggiata sopra le pratiche era assolutamente assente dai titoli e dalle annate, e non mancavano marcature sulle scritte più vecchie, fatte con un pennarello dalla punta nuova.
Tutti quei nomi, quei numeri di referti e di pratiche, quegli anni così lontani nel tempo e da lui, vorticarono confusi dentro i suoi occhi, dandogli un vago senso di ipnosi rilassante; crimini e criminali, vittime oltraggiate da brutali assassini che erano velocemente balzate agli onori della cronaca mentre loro, i caduti, finivano in vecchie foto in bianco e nero delle quali nessuno ricordava più le generalità. Per sentirsi vivo pronunciò a fil di denti i numeri letti, i nomi scorsi, come quando da ragazzo lavorava come commesso in una grande libreria del centro di Roma per mantenersi gli studi e gli toccava di sistemare le rese. I minuti prima e le ore dopo scivolarono silenti senza che nessuno lo molestasse, salvo fatto per qualche militare che ogni tanto entrava svagato a cercare qualcosa. C’è routine in ogni cosa, pensava spesso, anche per il crimine. Al calar della sera vide in alto, oltre il quarto scaffale, un faldone tenuto insieme da un fiocco di corda impilato sopra una fila di cartelline colorate; si leggevano chiaramente le prime due lettere, ED, e una data aggiunta a penna sotto, il millenovecentottanta. Si allungò sullo sgabello e galvanizzato tirò giù il plico.
Leggero.
Un po’ troppo leggero.
Furibondo slacciò la corda e in una nuvola di polvere ebbe conferma al terribile sospetto:
Il faldone con la scritta “Edonis 1980” era vuoto. Totalmente, irrimediabilmente vuoto.

“Ma allora cosa pensi? A cosa pensi?”
Paride guardò velocemente verso Azumi, ma così furioso che la ragazza si ritrasse.
Si alzò, infilò le mani in tasca e parve infine rilassarsi espirando tristemente. Si avvicinò alla finestra, dove i riflessi dell’alba creavano curiosi giochi sui vetri, e schiacciò il naso opacizzando la superficie con il vapore del respiro. Si volse un paio di volte, tentennò su cosa dire, su quale risposta scegliere; si limitò infine a sorridere amaramente.
“Non lo so, Azumi – chan, non so più a cosa pensare… se analizzo freddamente i dati, ho sotto gli occhi prove scomparse, personaggi dal passato oscuro, archivi andati a fuoco e un lago che sembra fagocitare tutti coloro che osano ficcarci il naso…” lei trattenne il fiato, non voleva interrompere il flusso dei pensieri di Paride, e in un lampo le tornarono in mente le frasi, le orribili cattiverie vomitate addosso all’ex compagno quando lui era tornato a Roma. Si trovava davanti un uomo triste e stanco, con le maniche della camicia consumate a forza di arrotolamenti, la barba folta e i capelli spettinati che davano l’aspetto d’insieme di uno scienziato pazzo scarsamente ispirato; “Ma sono solo”, continuò il poliziotto, “sono invischiato fino al collo in una vicenda che mi respinge e attrae come nient’altro nella mia carriera… nella mia vita. E quello di perdere la freddezza e l’obiettività è un lusso che non posso permettermi, Azumi.”
Lei annuì compostamente, con rapidi scatti della testa, alla maniera giapponese. Paride sorrise ancora. “Io… ti ringrazio per aver deposto le armi durante questi giorni difficili…l’ho apprezzato molto, credimi.”
“Lo so.”
Agosti tolse le mani dalla tasca, prese la giacca con due dita, se l’infilò stancamente e poi mise anche il cappotto. Continuò a guardare Azumi. Lei stava diritta con le mani unite davanti al grembo; “Dove vai, Paride? Hai bisogno di dormire.”
Agosti aveva un’ombra davanti agli occhi, un velo nero profondo e impenetrabile, forse portato dall’altalenarsi delle emozioni: dalla forza ostinata di un giorno alla quasi rassegnazione di un altro. Si avvicinò alla porta e impugnò la maniglia, facendo rumore.
“Provo l’ultima carta, un incastro difficile, una mano senza bluff o rilanci.”
“Non capisco.”
“Non importa. Ciao.” Uscì e si apprestò a chiudere la porta dietro di lui, quando la voce di Azumi gli arrivò ancora, quasi flebile: “E se quest'ultima carta va male, Paride… ?”
Era una domanda legittima. Scomoda ma legittima, alla quale preferì non rispondere, terminando di tirarsi dietro la porta tenendo gli occhi chiusi.

L’abitazione era in estrema periferia, un seminterrato vasto e dalle mura spesse, d’altri tempi; la porta d’ingresso aveva ai lati delle erbacce cresciute che stonavano col legno massiccio e con l’intonaco cadente. Nessun nome sul campanello, niente numero civico.
Paride suonò al campanello rotondo, ma esso non emise alcun suono. Allora bussò forte, con impazienza, tre / quattro volte.
Dietro la porta, lontano, udì un lento strascicare di ciabatte, immediato, segno inequivocabile che la persona disturbata era ben sveglia alle prime ore del mattino; attese ancora a lungo, poi una voce aspra e sprezzante gli giunse chiara e forte.
“Chi diavolo è a quest’ora? Devo uscire a prendervi a calci in culo?”
Paride sorrise sotto ai baffi.
“No, Conrad, sono io: Paride Agosti.”
Ancora silenzio.
Poi: “Paride Agosti? Che ci fai a Roma? Ti hanno cacciato dalla polizia?”
“Se apri te lo racconto, vecchio cazzone…”
Fu quindi un rumore pesante di catene, catenacci, chiavi; infine la porta si aprì, ma una catenella rimase a dividere i due. L’uomo dall’altra parte scrutò bene Agosti, senza aprire del tutto. “Sei proprio tu, ti sei fatto crescere la barba? Ti sta malissimo. Vieni, entra.”
Una volta oltrepassata la soglia, il vecchio richiuse con cura sigilli e catenacci. Aveva una faccia segnata dalle rughe, che attraversavano tutta la superficie solcandola come tanti laghi su una mappa geografica; i capelli, bianchissimi e soffici, stavano tondi e elettrici, mentre una corta e fine barba bianca spezzava l’armonia aspra del viso. Niente baffi. “Vieni, vieni, rompicoglioni… ti pare l’ora di disturbare un povero anziano?”
Agosti notò che il corridoio basso era pitturato di nero, e che tutti gli specchi erano stati imbrattati da una vernice del medesimo colore. Oltrepassarono una piccola cucina e un salottino, quindi giunsero in una sorta di studio, caotico e disordinato. Videocassette e riviste giacevano dappertutto, persino in alcuni portavasi, e c’era una puzza di chiuso da fare schifo. Accanto alla finestra, murata, stavano appoggiate le imposte della finestra e alcuni utensili per muratura.
Paride si slacciò la camicia nell’ultimo bottone in alto. “Cazzo, ma come fai a respirare qui sotto, Conrad?”
“Non ho tempo di respirare: trovati una sedia e spiegami il motivo della tua +visita.”
 Agosti poggiò delicatamente in terra alcuni quadri a olio dipinti frettolosamente e sedette incerto su una sedia di legno. Accanto a lui, sul tavolino, vide una teca di legno e vetro, delle misure di circa mezzo metro per trenta centimetri, al cui interno si scorgeva una noce di cocco vuota spaccata a metà e adagiata sul fondo, accanto a una minuscola ciotola in plastica dentro cui si agitavano un paio di camole della farina.
“Allora?” borbottò il vecchio sistemando alcune cose accanto ad un computer, mostrando una divertita insofferenza.
Agosti tornò a guardare verso Conrad, ma non era minimamente a proprio agio.
“Mi sto occupando dell’omicidio su al lago, quello della giovane…”
“Svetlana Dasaniev?”
“Esatto.”
Conrad si versò uno strano intruglio in una tazza verde ma non lo bevve, lo poggiò accanto ad altri bicchieri sporchi nei pressi della tastiera. Per quanti sforzi facesse, a Paride fu impossibile stabilire con certezza la fascia d’età del vecchio rugoso.
“Ufficialmente… ?” domandò ancora Conrad, spostando a casaccio pile di riviste impolverate.
“No.” Rispose senza fretta lo sbirro.
Conrad si illuminò in uno strano sorriso. “Allora raccontami tutto, non ho simpatia per le cose ufficiali! Non ho simpatia nemmeno per la polizia, in verità.”
“Ma ci hai collaborato per trent’anni.”
Il vecchio smise di fare ciò che lo aveva impegnato fino ad allora e si piazzò a pochi centimetri dal poliziotto: “Io ho dato una mano affinché dei mostri venissero tolti dalla circolazione e rinchiusi in luoghi a loro consoni. Per fare ciò, avrei collaborato persino con la Gestapo, te lo posso garantire!”
Mostri?”
“Si, mostri. La cosa ti scandalizza?”
“No. Solo, sono abituato al political correct di studiosi come te.”
“’Fanculo. Ho scritto qualche libro, si, che ha venduto pure parecchio… ma non mi reputo uno studioso, semmai un cacciatore. Perché questo ho fatto per tutta la mia vita, Paride, cacciare e mettere al sicuro criminali orribili come serial killer e maniaci assortiti!”
“Mostri…”
“Io ho interrogato decine e decine di serial killer: italiani, austriaci come me, australiani, americani, russi… nella stanza c’eravamo io, loro e medici e psichiatri.”
“Lo posso immaginare…”
“Sai che di qualche figlio di puttana abbiamo persino analizzato il cervello dopo che erano schiattati? Ebbene, una buona parte di loro non aveva anomalie, traumi o segni concreti di malattie mentali…”
Agosti avvertì un brivido di freddo.
“…Eppure pochi mesi prima avevano sterminato famiglie, torturato a morte giovani studentesse, massacrato bambini…”
Agosti guardò ancora verso la teca.
“Come te lo spieghi?” incalzò il vecchio.
“Hai provato a domandarglielo?” rispose Paride.
“Ci puoi scommettere la vita, che l’ho fatto: e l’ho fatto guardandoli diritti in faccia!”
Agosti decise di reggere il peso dello sguardo del vecchio, e lo fece fissandolo negli occhi a sua volta. Nello sguardo di Conrad c’era qualcosa di spento, qualcosa di morto: “Molti di loro hanno risposto sorridendo sotto ai baffi come un gatto che ripensa all’ultimo topo che ha ingurgitato… altri mi hanno detto che lo avevano fatto perché gli piaceva, ed erano sicuri che sarebbero tornati di nuovo liberi per rifarlo ancora!” Conrad afferrò un bicchiere di carta con dentro acqua e lo bevve d’un sorso, aveva un lieve tremolio alla mano. “Diversi, infine, hanno scrollato le spalle rivelando che lo dovevano fare e basta. Gente normale, Paride, come me o te.”
“Ricordo un tuo testo, Missione uccidere, nel quale riportavi un’antica teoria…”
Conrad sorrise. “Lo ricordi? Allora non sei cambiato. Già da piccolo avevi un cervello diverso dai tuoi coetanei: sveglio, lucido, selettivo… e con una memoria prodigiosa…”
Agosti non disse nulla.
“…Avevi una carriera sfavillante davanti, invece ti sei messo a fare il cane da guardia…dov’è che ti hanno mandato, ultimamente? A Milano? Ecco, bravo, salutami Milano… ti occupi di antiterrorismo?”
“Mi occupo di ciò che serve.”
“Ah! Ah! Ma non farmi ridere: sei allergico alle autorità, detesti ricevere ordini da mediocri burocrati e ti commuovi ancora di fronte alla disperazione di una persona… ammetti di aver fatto la scelta sbagliata, arruolandoti in polizia, e basta!”
Agosti strinse la lettera consumata nella tasca del cappotto.
“Lo ammetto…” sussurrò.
 “Non ho niente da offrirti, mi dispiace. Non ricevo mai visite e detesto la gente!”
 “Parlami di quella teoria, Conrad…”
“Quella su Missione uccidere? La sentii per la prima volta in India, un altro paese che ha la piaga dei serial killer, me la espose un uomo di religione di laggiù, un guru sikh o qualcosa del genere… quando seppe che mi occupavo di catalogare i vari tipi di assassini seriali mi scoppiò a ridere in faccia! Sosteneva infatti che un serial killer altri non è che un demone sotto forma umana mandato sulla terra per uccidere. Null’altro. Semplice, no?”
Paride Agosti mise una mano in tasca, estrasse il foglietto con su scritto Edonis e lo mise sul tavolino del computer, sotto il naso del vecchio. Ci mise quattro dita sopra e lo spinse verso Conrad.
“Io cerco il mio demone.”
Per un lunghissimo istante Conrad sostò in piedi, fissando il foglio di carta stropicciato; a Paride sembrò che il vecchio stesse facendo mente locale, o semplicemente stesse metabolizzando il nome scritto. I secondi si fecero pesanti come macigni. Conrad alternò l’occhio sul nome e sul viso di Paride, impassibile. Poi il vecchio grinzoso aprì un mobiletto in alto con le mani dalle quali spuntavano gli angiomi e ne trasse un paio di occhiali spessi e dalla montatura antica; se li mise spingendoli sul naso. L’atmosfera si fece lucida e tesa.
 “... devo sapere tutto su questo nome e chi lo porta, Conrad: non ho altro.” Ribadì visto che il vecchio non apriva più bocca.
“Tu non sai niente…”
Paride aprì le braccia sconsolato. “Io… no, cazzo, certo che no! Sarei forse venuto a romperti i coglioni, altrimenti?”
Conrad scosse il capo sorridendo ironico. “Stupido…”
Paride si accorse che Conrad non scherzava, non scherzava affatto.
“Stupido!” ribadì ancora avvicinandosi alla teca di vetro.
“Ti sto chiedendo aiuto, caprone, e tu…”
“No!” lo interruppe l’austriaco, “mi stai chiedendo di squarciare un velo antico che cela orrori inconfessabili che potrebbero costarti la vita!”
“Io non ti capisco, veramente!”
 “No? Allora guarda qui…” il vecchio batté con un dito sul vetro, di fronte al rifugio di cocco. “Lo vedi quel verme grassoccio nel recipiente?” domandò con impeto.
“Andiamo, cosa vuoi che mi importi di una camola! Io…”
“Lo vedi oppure no?”
“Si, cazzo, lo vedo!”
La gonfia camola si rigirava nella sua bassa prigione, dava quasi l’idea di un grasso mercante comodamente affondato nel suo letto. “Ecco, osservala bene… tra poco si renderà conto che non è così difficile trascinarsi verso il bordo della vaschetta e uscirne! Vedrà colui che vive nella noce di cocco, ma non se ne curerà, perché non conosce i predatori, è sempre vissuta in uno schifoso pabulum di farina, miele, biscotti tritati e riso!”
Il verme vagò cambiando continuamente direzione.
“… se ne avrà occasione gli andrà incontro, anche se vede nell’ombra le zanne velenose… e finirà divorata.”
“Beh, pazienza, mi dispiace tanto per quel verme, ma io cosa…”
“Tu sei uguale!” il tono del vecchio si fece alto e sprezzante; “Mi chiedi chi porta il nome Edonis, dimostrandomi così la tua enorme ignoranza!”
Conrad afferrò un mucchio di giornali e li batté violentemente su un’altra scrivania ingombra di materiale vario. “Vi date arie da grandi investigatori, ma non andate più in là del vostro naso…” si voltò all’improvviso fronteggiando Paride Agosti: “La domanda giusta, caro Paride, non è chi portava quel nome, ma quale organizzazione se ne servì per le orrende malefatte! Dove lo hai scovato…?”
Colpito da tutto quanto, Agosti balbettò qualche cosa, poi tornò a guardare la teca, col verme che scendeva lentamente dal piccolo recipiente. “E’ tatuato sul polso dell’assassino di Svetlana, Conrad, è tutto quello che ho scoperto!”
“Tutto? E ti pare poco, razza di incosciente?”
“Insomma, io non so niente di quello strano termine, intesi? Se sono venuto da te è per averne lumi! Ma se devi fare lo stronzo io me ne vado anche subito… cazzo, un amico è morto per questo e io non ho intenzione di…”
“Non hai trovato niente, giusto? Vecchi inquirenti distratti, prove scomparse, reperti distrutti.”
Paride tornò seduto. “Scomparso, tutto scomparso.”