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sabato 12 gennaio 2013

Addio, fratello rosso!

Tra i misteri che costringono da secoli l'uomo a brancolare nel buio sui più disparati argomenti, ce n'é uno ancora più oscuro e inspiegabile: il fatto, ad esempio, che non tutti i fan zagoriani mettano una saga come quella composta dagli albi "La rabbia degli Osages", "Arrestate Billy Boy", "Il giorno della giustizia" e "Addio, fratello rosso!"  in cima alle proprie top then personali.
C'é chi la colloca nella Golden Age Zagoriana "ma non ai primissimi posti", chi dimentica di citarla e chi, anche recentemente, la giudica poco più di "una storiella".
Perché?
Perché Zagor perde, probabilmente; e perde di brutto!
A molti, questo fatto, non va proprio giù. Non va giù ai talebani più oltranzisti, non va giù al neofita che ha letto gli Zagor recenti e lo giudica quindi diversamente, forse non va giù nemmeno al ragazzino con in testa l'eroe tutto d'un pezzo che "non può perdere mai".
Mi si permetta, almeno in questo mio angolo e nel pieno del rispetto sui gusti altrui, di prendere le distanze da alcuni lettori e appassionati di Zagor, capaci di esultare sul terzo ritorno di Rakosi, salvo poi leggere tiepidi e persino un pò infastiditi la seconda apparizione del vampiro, capolavoro,  ad opera di Alfredo Castelli perché "Zagor alla fine non uccide il cattivo!"
E noi, popolo fumettaro, sappiamo che deve sempre essere lui, l'eroe, il protagonista, ad affrontare ed uccidere in duello il nemico all'ultimo fiato.
Ma quando mai?
La storia di Nolitta e Donatelli é una drammatica, cruda messinscena western attualissima ancora oggi, perfettamente orchestrata ed efficacemente illustrata da Franco Donatelli capace, semmai ve ne fosse ancora bisogno (e c'é, temo!), di raccontare un personaggio vestito da super eroe col cuore fortemente, tremendamente umano.

Lo fanno fesso, Zagor, in questa storia, e con lui si fanno beffe anche di noi i burocrati, i potenti, i vigliacchi, tutti coloro che colpiscono e poi ritirano la mano, tanto se la cavano sempre.
Ci saremmo caduti anche noi, come Zagor, nella tragica tela tessuta dai protagonisti di questo dramma, che ha i colori e i pennelli un pò sbiaditi dal tempo, ma il sapore e il profumo dell'Italia di oggi, del contemporaneo che ancora viviamo, talvolta in complice rassegnazione.
Quando, alla fine della rassegna, ci si rende conto che lo Zagor segnato, stanco, ferito, dalla barba lunga e dalle occhiaie nulla ha potuto per raggiungere quella Giustizia che é sbandierata dall'inizio della storia, non si può che provare affetto e ammirazione (oltre a un pò di pena) per colui che non é un freddo robot, capace di sbandierare la parola "giustizia" e "libertà" come in uno spompato refrain costretto a recitare,  ma un meraviglioso personaggio a tutto tondo capace di respirare, di vivere, di sognare.
Di perdere.
Se non avete capito questa storia, sono davvero spiacente per voi.
Non avete capito Zagor.

(Dalla mia collezione, una tavola originale di questa storia.)

5 commenti:

  1. Le tue parole sono come musica per le mie orecchio Francesco, complimenti per il post!
    Simone

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  2. Si, proprio una bella storia! Ehi, io la metto tra le migliori! XD Si scherza. ^^

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  3. "perché "Zagor alla fine non uccide il cattivo!""

    Questa cosa non la capisco neanch' io.

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    1. Non si può pretendere che ogni cosa fili sempre sullo stesso binario, Francesco; specie in saghe lunghe decine di anni. Zagor ha oltre 50 anni: non ci sarebbe nulla di male nel fare una, dico UNA storia in cui Cico non c'é! Spiegandone ovviamente la motivazione, ma credo che variare ogni tanto il menu non possa far arrabbiare il fan più ortodosso.

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