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domenica 28 ottobre 2012

Ironsword, parte 2a.

(Ironsword, visto da Fabio Mantovani - 1993)

"...perfetta! Gigantesco come un lottatore di wrestling e agile e slanciato come un nuotatore.

Ma come presero, intanto, l’esordio di Ironsword i miei amici, i miei giovani lettori e compagni di gioco di ruolo?
Male. Malissimo.
Alcuni di loro erano abituati a Wolf Man, personaggio western che era letto persino in certe ore di educazione artistica, alla scuola Petrocchi del IX Municipio e che avevo ideato due anni prima assieme ad uno strampalato gruppetto di amici di quartiere.
Wolf Man non smetteva mai di parlare, parlava continuamente “col” lettore, facendolo partecipe dei suoi pensieri, dei suoi piani di azione, dei suoi (scarsissimi) stati d’animo.
Ironsword non parlava mai.
Wolf Man sapeva costantemente dove stava il bene e dove il male, il suo mondo era una gigantesca tela in cui si distinguevano soltanto il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. E non sbagliava mai, Wolf Man.
Ironsword era un uomo tormentato, pieno di dubbi e di amarezza, stanco e talune volte così sconfortato da dare l’idea che stesse per crollare, per mollare tutto, che potesse perdere da una pagina all’altra.
Wolf Man era un divertentissimo personaggio nato e cresciuto in un’isola irraggiungibile della fantasia, Ironsword viveva nello stesso terreno degli uomini, e con essi e da essi trasmetteva il sudore, il sangue, la gioia e l’amarezza cui siamo tutti costretti, la maggior parte delle volte senza un vero perché, e raccontava qualche volta che sì, si può perdere, cadere finanche in maniera rovinosa. Forse è proprio questo che i vecchi lettori, gli amici di una volta non mi perdonarono mai, e certi uni non lo fanno neppure oggi.
Ironsword dimostrò, forse, che anche i nostri “eroi”, qualche volta, possono perdere. O farsi del male.
Il lettore non lo vuole questo fatto, non lo accetta, non ne vuole neanche sentir parlare. Perché nel comune territorio della fantasia e dell’immaginazione il cattivo, il brutale prepotente cade nella polvere tra le risate della gente o sotto il mantello svolazzante dell’eroe di turno. E lui / noi si ritiene pienamente soddisfatto.
Ora, non che l’idea mi faccia schifo, comunemente Ironsword mette al tappeto il proprio avversario o lo mette in condizione di non nuocere, ma quel “sempre” mi faceva girare le scatole, mi rendeva insofferente mentre ero alle prese con le sceneggiature.
“Un eroe, così pieno di sogni, non può perdere mai” cantava Roberto vecchioni in una celebre canzone, ma io non potevo e non volevo dare quest’abitudine a chi mi aveva seguito sin lì; di porcate ne avrò scritte a tonnellate, ma di prendere per i fondelli la gente no, questo non m’è mai capitato di farlo, e non sto lì a raccontare di felici happy end o d’improbabili baci tra i protagonisti mentre scorrono i titoli di coda.
Non mi va e non mi ci sento portato.
Il problema fu di spiegarlo a un branco di adolescenti brufolosi abituati piuttosto male. Vista l’antipatia (del tutto pregiudiziale) con la quale fu accolto Ironsword, mi rinchiusi in me, mi sentì tradito e offeso: nel mio piccolo cantore di storie, era come se il mio pubblico rifiutasse il cambiamento, osasse addirittura dettarmi in maniera ottusa e coatta la strada su cui avrei dovuto continuare a spingermi nello scrivere storie, racconti, persino canzoni.
Rifiutai quindi qualsiasi spiegazione o confronto su Ironsword, giungendo persino a evitare di nominarlo o a cambiare discorso quando qualche amico o conoscente lo evocava. Questo per numerosi anni.
(La prima, primissima cover di un fumetto di Spectrum in cui compare Ironsword: 1989)

L’altra faccia della medaglia fu per me un aspetto assolutamente nuovo e affascinante: la creazione di Ironsword mi avvicinò velocemente e perentoriamente al pubblico femminile! Fenomeno, invero, mai assaggiato – manco per sbaglio!- durante la gestazione di altri personaggi.
Ancor oggi Ironsword ha ammiratrici in Giappone ed è in assoluto il personaggio che ho schizzato o realizzato per amiche o lettrici di sesso femminile. Senza dubbio ho disegnato Ironsword più per donne che per uomini! Lungi da me l’idea di andare a capire il motivo di tutto ciò.
(Illustrazione di Fallen Angel, disegnatore e grafico cinese-2006)

Rendendomi conto – come mia abitudine – di saltare da palo in frasca, urge chiarire un altro aspetto fondamentale per la storia di Ironsword: mentre le precedenti creazioni (mi viene in mente Giò Randall, Wolf Man, Geys) non avevano un passato, un tessuto sul quale i personaggi erano cresciuti, ma semmai aggiunto dopo diversi episodi – o come nel caso di Geys mai narrato – di Ironsword avevo tutto il suo passato, la sua vita fino al momento in cui si sarebbe presentato alla gente. Dato che l’esordio sarebbe dovuto avvenire sul palcoscenico del gioco di ruolo, ritenevo che conoscere il background del mio guerriero con la cicatrice fosse irrinunciabile per un’interpretazione priva d’incongruenze o esitazioni; poi, sul fronte puramente letterario, c’era la storia di questo principe venuto da lontano, bello e triste, che mi girava in testa da un bel po’.

Genesi letteraria.
Ho raccontato all’incirca la nascita grafica di Ironsword, ma come pensai al personaggio vero e proprio, al sua dramma, al suo passato maledetto? Da bambino ho avuto una fortuna, una bella libreria fornita – tramandata da mio nonno e mio padre – e una curiosità addirittura feroce verso tutto ciò fosse scritto o disegnato. Per dirla tutta, all’età di dodici anni mi ero già sciroppato l’Iliade e l’Odissea, Fontamara, I promessi sposi, in sostanza tutte le fiabe e le novelle (sì, lo ammetto, persino i due libri sulle “Piccole donne”) tantoché alle scuole medie ogni anno studiavamo testi che io avevo già letto e che mi facevano di conseguenza annoiare per tutta la durata delle lezioni.
Tra questi, ve ne era uno che mi aveva affascinato già leggendo l’intro, si trattava di un romanzo francese che avevo letto durante un’oziosa vacanza abruzzese e che narrava le vicende di un nobile che torna a Marsiglia invischiato in una storia di tradimenti, amore, amicizie e – soprattutto – vendetta.
Se il nome del protagonista, Edmond Dantès non vi dice nulla, si vede che non avete mai avuto occasione di leggere “Il Conte di Montecristo”, di Alexandre Dumas.
Me ne ricordai eccome nel momento di scrivere del passato, della vita di Ultor Barrymore Greenvich, detto Ironsword.

Come vedete, avevo tutti, ma proprio tutti gli ingredienti per “partorire” il mio personaggio.
Mancavano quei particolari, quelle rifiniture che spesso e volentieri sono più divertenti da cesellare rispetto al resto.
Da principio ero convinto del fatto che Ironsword dovesse avere un occhio solo, perché ammiro Jena Plissken e perché intendevo dotare il personaggio di un particolare aspetto fisico che lo facesse riconoscere e ricordare facilmente da chiunque. Prima ancora di realizzare un solo schizzo, però, bocciai l’idea della benda sull’occhio. Abusatissima immagine, certo, da Jena a Nick Fury passando per Capitan Harlock e tutta una serie di personaggi minori che affollava etere e edicole, ma non fu questo fatto oggettivamente a farmi cambiare rotta.
Di nuovo il gioco di ruolo scelse per me.
Orbene, nell’incrollabile fiducia estremizzata di cui è dotato ogni adolescente che si rispetti, intendevo presentare un personaggio “nuovo” e “originale” che non generasse paragoni, chiacchiere, confusione, e siccome in quel periodo faceva scalpore un chierico giocato da un mio amico dotato proprio di benda sull’occhio, decisi che non potevo e non volevo presentare un suo clone.
Al tempo stesso ero deciso a presentare il mio eroe con un segno sul volto che fosse inconfondibile. Ovviamente non è che avessi molta scelta, se non volessi compromettere la bellezza dell'uomo che avevo ideato, scartai bruciature, scalpamenti (pensai anche a quello, giuro!) e buchi vari.
La scelta cadde quindi su una cicatrice, grande comunque, che gli attraversasse la guancia come un indelebile segno maledetto col quale specchiarsi ogni mattina. Lo realizzai a forma di lama ricurva, così si avvicinava all’ambientazione fantasy fatta di continui scontri all’arma bianca. In più i capelli lunghi e la barba incolta, quasi tentativo da parte di Ironsword di coprire, nascondere quello sfregio terribile e in netto contrasto con l’aria che aveva quando militava nel glorioso corpo dei paladini di Lakebeach, la sua patria.
Poteva andare.
 Onde ottenere maggiore contrasto tra il “vecchio” Ironsword, quello cioè del passato del personaggio e quello che avrei mostrato ai lettori, decisi che tra i fallimenti vari ed eventuali ci sarebbe stato anche quello subito nel corpo dei paladini di Gohlnor; sì, Ironsword sarebbe stato un alto ufficiale dei cavalieri di Lakebeach, ma già poco incline alla disciplina e all’inquadramento militare, semi cioè piantati per ciò che Ironsword sarebbe divenuto.
Sebbene quasi nessuno dei giocatori di ruolo di allora tornò mai sulle proprie decisioni (decisione, cioè, di detestare Ironsword), al di fuori dell’ambito ludico nei primi anni novanta Ironsword cominciò a mietere i primi, timidissimi successi presso chi ebbe occasione di leggere i fumetti e i brevi racconti dedicati alla Grande Morte Bianca; nello specifico, gli anni che vanno dal 1991 al 1995 furono molto gratificanti per Ironsword e per il sottoscritto. Tanto per dirne una, lo staff della discoteca “Palladium” di Roma scelse la Grande Morte Bianca come figura da rappresentare nei biglietti d’ingresso del 1994.
Purtroppo, il 1995 è anche l’anno nel quale Spectrum ed io andiamo a impelagarci in una monumentale opera a Fumetti ideata da lui, scritta con me e che ho l’onere di disegnare da solo; trattasi della “Saga del profeta”, lunghissima vicenda che ha la pretesa di svelare molti dei retroscena che allora legavano i nostri mondi fantasy, e che a ben vedere rappresentò un lavoro così lungo e faticoso da lasciarmi strascichi e insofferenze per lunghi anni: pensate, solo il soggetto scritto da me e Niki era di oltre dieci pagine, con una sceneggiatura immane redatta da me. Morale, quasi due anni di lavoro, per un mostruoso (secondo le mie abitudini!) ritmo di due tavole al giorno e varie paranoie che contribuirono ad allontanarmi da Ironsword e dal suo mondo. Finito questo lavoro (veramente ingrato, poco apprezzato dagli amici che lo lessero, e mai digerito graficamente da me) iniziai quella crisi che mi avrebbe accompagnato fino al 2003! Sì, quasi dieci anni di contrasti tra me e la mia creatura, verso la quale ero insofferente, rancoroso, ostile.
Il fatto è che non avevo perso una virgola della mia voglia di disegnare o raccontare storie, ma sentivo che ero prigioniero di..." continua.

(Prima apparizione assoluta di Ironsword, da Gateway to Apsay, disegno di Spectrum - 1989)

2 commenti:

  1. Signore del cielo. Totalmente indigeribili i miei disegni di diciassettenne. Ma oltre alla gioventù, ero anche totalmente al di fuori di tutto quello che è il mondo della tecnica del disegno. Non che ora vi sia dentro, per carità...

    La Saga del Profeta era un buon lavoro, è un peccato che sia andato perduto. Sono sicuro che rileggendolo dopo anni avrebbe ancora il suo perché. Ci lavorammo duramente (più Fran che io) ma è un fumetto significativo. Non ci vedevamo da anni, si era ripreso a frequentarci timidamente dopo innumerevoli litigate (il rapporto fra me e Fran è sempre stato burrascoso) e quel fumetto è per me il ricordo di due vecchi amici che si ritrovano, dopo tante avventure e anche dopo molte amarezze, seduti in un garage, da soli e nel silenzio, ad un tavolo, discutendo su come plasmare una storia, su come svilupparla, ecc.

    Forse Ironsword è un personaggio maledetto e così alcune parti della sua storia e del suo passato, vedi la Saga del Profeta, sono destinati a scomparire nel nulla e a finire nell'oblio.
    La sua genesi, però, resta per me un caro ricordo.

    La genesi di Ironsword, invece, fu ostica da mandar giù anche per me. E ancora oggi vi sono delle volte in cui non lo capisco, sebbene condivida sempre le scelte che fa in nome della giustizia, dell'onestà e del coraggio di vivere.

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  2. Quel maledetto, maledettissimo trasloco ha fatto perdere tanto, troppo per me.

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