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domenica 21 ottobre 2012

Ironsword, parte 1a.


Nel 2009 uno dei miei personaggi, Ironsword, tagliò il traguardo dei 20 anni; per una pubblicazione amatoriale, ritenni che tale raggiungimento andasse adeguatamente "festeggiato", preparando un kit speciale per il numero in questione: così, gli amici più devoti e presenti alla lettura di questo fumetto fantasy, si videro recapitare a casa un'ingombrante scatola contenente i seguenti oggetti!
1 copia del fumetto del ventennale.
1 tazza stampata a fuoco con l'effige del protagonista.
1 tavola del fumetto.
1 cover.
1 albo rilegato a spirale con la "storia" del personaggio e le varie evoluzioni vissute col passar degli anni.

Oggi, a tre anni da quell'uscita, ritengo di fare cosa gradita riproponendo qui quelle pagine rievocanti la creazione della Grande Morte Bianca e le curiosità ad esso collegate, con le relative immagini stampate in quel volume.
Buona lettura!
P. s.
L'allegato, intitolato "1989 / 2009 - Ironsword: 20 anni di un personaggio difficile", era di circa 30 pagine. Le riposterò a blocchi di 5, una volta alla settimana.
(la tazza data in omaggio col kit del ventennale)

"Non è facile, oggi, riallacciare il filo dei ricordi che partono dal settembre del 1989, giorno (anzi, notte) nel quale pensai e realizzai il personaggio di Ironsword.

Alcuni di voi avranno già sentito questa storia, molti dalla mia diretta voce, e probabilmente ne avranno ormai a noia. Siccome, però, il lettore di Ironsword è mutato e si è diversificato nel corso di questi venti anni, temo che dovrò raccontare di nuovo – a loro uso e consumo – questa vicenda!
Pensato per il gioco di ruolo cui dedicavo tutti i pomeriggi di allora, Dungeons e Dragons, Ironsword fu un’operazione di assemblaggio come non ne avevo mai fatto; i precedenti personaggi da me ideati erano sorti in base al fatto che avevo molto più tempo da dedicare loro, mentre per la Grande Morte Bianca il tutto sarebbe dovuto avvenire dall’oggi al domani.
Il personaggio che avevo interpretato sino allora e che avevo perso (ecco, il perché e il percome di quella perdita ve li risparmio!) mi aveva lasciato dinanzi al resto del gruppo nudo come un verme! Se volevo, cioè, prendere parte alla sessione pomeridiana dell’indomani (e lo volevo, perdiana!) dovevo sostituire il personaggio morto (ammazzato) con uno nuovo di zecca, che fosse anche bello, intelligente e con il sano proposito di rimanere vivo diversamente da chi lo aveva preceduto.
Facile no?
Intorno alle sette della sera ero sul mio tavolino con manuali, penne, matite e colori assortiti. Ma strizza e strizza dal mio cervelletto non usciva un solo nome, un solo tratto caratteriale, niente di niente! La mattina sarei dovuto andare a scuola (avevo sedici anni) e poi alle quattro sarebbe incominciata l’abituale sessione di gioco.
Già.
Ma non avevo uno straccio di personaggio da presentare. Sapete tipo l’incubo da pagina bianca dello scrittore? Ecco, avevo il blocco del costruttore di personaggi!
Realizzavo e poi gettavo via schizzi, prove, abbozzi, zibaldoni, come li chiamava il mio professore di disegno. Ma di chi sarebbe diventato Ironsword, nemmeno l’ombra. C’è da dire che quando 
ideavo un personaggio per un fumetto solevo farlo in compagnia di amici che amassero la nobile arte come me, e che si divertissero a sognare, immaginare pirati, cow boy, avventurieri.
Quella notte, in quel frangente – e per la prima volta – davanti al foglio c’ero io ed io soltanto. E non avevo mai immaginato che fosse così difficile, dal niente, plasmare una figura immaginaria che avesse carattere, punti focali che risaltassero; un carattere, insomma.
Sfogliai volumi e libri illustrati che tante volte erano venuti in mio aiuto, le cover dei miei film in cassetta, tutto ciò che avrebbe potuto aiutarmi.
La notte occupò poi il posto della sera, e nella mia stanza illuminata fiocamente ero ancora al lavoro.
Non intendevo presentarmi ai miei amici con un nulla di fatto o peggio ancora non presentarmi per niente. Così, dopo un po’, con la pace e il silenzio della notte, mi sdraiai sul divano e presi a far scorrere liberamente la mia immaginazione.
Pensai che non fosse poi così difficile andare alla base, alle radici del mio immaginario, di quello che mi aveva sempre colpito e che dovevo travasare in colui che sarebbe diventato il mio beniamino immaginario.
Intanto avevo deciso che non sarebbe stato un personaggio con un viso pensato su quello di un attore o di un personaggio famoso, com’era diventato di moda sin dai tempi di Tex Willer; volevo un personaggio tutto mio, ideato da me e che non potesse essere paragonato a nessun altro esistente.
Mi accorsi che era già un gran bel punto di partenza.
 Chi amavo? Chi aveva realmente colpito la mia immaginazione sino ad allora? Oggi qualcuno potrebbe sorridere, ma allora ecco chi erano i miei miti e che fluirono in Ironsword:
Peter, l’attore Ken Foree di Zombi, perché era silente e pessimista.
Actarus di Goldrake, perché piaceva alle ragazzine e amava la pace, un personaggio molto romantico, seppur costretto a combattere.
Rambo del primo film, perché nonostante fosse un asso nel suo mestiere di soldato, era un fallito.

I miei capelli, perché le ragazze dicevano che erano più belli dei loro, lunghi, lisci e biondissimi.
Il fisico dei culturisti, perché volenti o nolenti tutti si voltavano e commentavano quando ne vedevano uno! E poi un guerriero doveva per forza di cose avere un fisico possente.
Duff Rose, dei Gun’s and Roses, perché lo vedevo come una sorta di ribelle metropolitano.
Zagor di Guido Nolitta e Gallieno Ferri, giacché nessuno aveva il carisma dello Zagor di quegli anni.
Glenn Peter Stromberg, asso svedese dell’Atalanta calcio, perché aveva un taglio di capelli perfetto per chi avevo in mente.
A poco a poco cominciavo ad avere in mano i primi ingredienti, i germi seminali che mi avrebbero portato a Ironsword; e non era stato poi nemmeno così difficile.
Ora dovevo sistemare questi ingredienti cosicché potessi averli davanti agli occhi in fase di “assemblaggio”.
Presi la custodia fotografica di una vecchia musicassetta dei Gun’s and Roses, tuttora in mio possesso, nella quale il buon Duff figurava ignaro, e una figurina di Stromberg dalla mia collezione. Infine, la cosa che mi portò via più tempo in assoluto, quella notte: possedevo, infatti, quasi tutti gli episodi di Goldrake trasmessi illegalmente da un’emittente televisiva romana e che avevo registrato su vhs: le infilai febbrilmente nel lettore e intanto fissavo e registravo in un’altra cassetta vergine tutti i primi piani di Actarus che mi sarebbero serviti: minuti e minuti di questi sguardi, fissi e grandi sullo schermo. Sentivo che quella cosa indescrivibile che è “l’ispirazione” stava lentamente impossessandosi di me, e che non potevo smettere, non quella notte. Intanto su fogli, quaderni o semplici block notes incominciavo a scrivere, disegnare, provare. Il primo risultato fu un grottesco pupazzo che aveva gli occhi di Actarus, i capelli di Stromberg, la ricrescita di Duff e il mio naso! Ma ero sulla buona strada, occorreva disegnare ancora, poi tutto sarebbe stato più osmotico, più assemblato. Fu un’emozione incredibile la prima volta che alzai il foglio colorato e Ironsword mi guardò torvo, anche se non sapevo ancora si chiamasse così!
Anzi.
Il nome era un altro grosso problema.

Mi occorreva un nome fantasyggiante, ma che non potesse venir storpiato dai miei compagni e allo stesso tempo che avesse una sorta di potere cacofonico quando fosse pronunciato: ricordo che ne scartai dozzine; ad esempio uno dei primi fu Goldenaxe, che mi piaceva parecchio, ma che sembrava la marca di un profilattico, ne buttai giù diversi. Mi aiutavo con un dizionario d’inglese e uno di latino, perché avevo già chiaro in testa che il mio personaggio dovesse avere un nome e un cognome come tutti, ma che non intendesse rivelarlo, perché ne avesse timore o vergogna, o tutte e due le cose insieme; gli serviva quindi un soprannome, un nome di battaglia. Arrivai a Ironaxe ma scartai anche quello e decisi solo di tenere la parola "Iron", perché volevo che avesse un nome che rispecchiasse il suo carattere di ferro, che non si sarebbe spezzato di fronte a niente. Siccome durante gli schizzi preparatori avevo spesso disegnato Iron con una lunga spada dalla foggia particolare, decisi che Iron e la parola Sword che dall’indispensabile vocabolario inglese scoprii essere la traduzione di spada sarebbero state perfette assieme: Ironsword, e chissene fotte se non era un nome particolarmente originale.
Ironsword si sarebbe presentato indurendo la bocca e dicendo a bassa voce: “Mi chiamo Ironsword” con quell’erre tosta che sarebbe suonata come una condanna.
Sì. Andava bene. Decisi che andava bene.
Altra cosa che avevo chiara in testa sin da subito e cui non intendevo rinunciare era una particolarità del suo carattere: Ironsword avrebbe dovuto parlare poco e niente. In un’epoca di palloni gonfiati e auto promoter mi piaceva l’idea di un uomo che agisse soltanto con i fatti e che non perdesse tempo nell’auto incensarsi o nel compiacimento, difetto che – da lettore onnivoro – riscontravo in diversi eroi dell’epoca.
Mi serviva un personaggio che avesse diverse corde da pizzicare, che fosse malinconico quando e quanto lo ero io, che avesse scoppi d’ira e che non intendesse arrendersi alla prepotenza, all’ingiustizia di un mondo che lo aveva ferito irrimediabilmente ancor prima che i lettori e i giocatori di ruolo facessero la sua conoscenza.

Sentivo montare le parole, i fatti, le immagini, Ironsword cominciava a vivere di vita propria, sembrava che stesse lì, nella mia camera, quella notte, seduto sul divano a raccontarmi a testa china chi fosse, cosa volesse, dove andasse (le tre domande irrinunciabili di chi si appresta a costruire un protagonista). Ed io, umile cronista della sua storia, giovane cantore di un’epoca ancora tutta da scrivere.
Ero infervorato.
Occorre ricordare che per la prima volta da quando mi ero avvicinato alla narrazione, avevo ideato un personaggio che era mio, del tutto mio. Potevo rovesciarci dentro tutti i miei tic, i miei sogni, le irrinunciabili rabbie di chi aveva allora la mia età.
Fu come un grido, Ironsword, la mia personalissima e minuta canzone di protesta.
Ironsword diceva no, cacchio, e lo diceva chiaro e forte. Raccordato tutto ciò, intendevo dotare il mio guerriero di un fisico da capogiro, uno di quei corpi muscolosi che avrebbero fatto voltare le donne nelle taverne e inculcato rispetto e timore agli altri.
Solo che anche qui non fu facile. Di per se copiare dal fisico costruito di un culturista, porta solitamente a tratteggiare un busto tozzo, con le gambe sproporzionate e il risultato spiacevole di un barattolo da combattimento.
Sentivo che non andava bene.
Tuttavia, per diversi mesi andai puntuale in edicola per acquistare ogni rivista trattasse il body building, il fitness, la muscolatura.
“Una rivista di culturismo”, chiedevo, “una qualsiasi!”
Oggi, a distanza di venti anni, mi rendo conto di come l’edicolante mi guardasse di sottecchi, e che significato do ora a cert’uni suoi sorrisi!
Fatto sta che il risultato non mi piaceva.
Ricorsi di nuovo alla fantasia. Volevo un Ironsword che avesse il fisico perfetto ma anche scattante e tonico? Non mi restò che “allungare” la figura del guerriero, arrivando addirittura nelle prime bozze ad aggiungere una fila di addominali col risultato di renderlo più slanciato e potente. Avevo in concreto rivoluzionato il corpo umano creandone uno a uso e consumo del mio guerriero. La mia trasformazione in novello barone Frankenstein era pressoché..."(continua)
(il logo di Ironsword, creato splendidamente dall'amico Marco Brotto)
(alcuni gadget, sempre rigorosamente omaggiati ai lettori nel corso di ricorrenze particolari: il portachiavi di Ironsword ...)
(la t - shirt)






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