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martedì 30 ottobre 2012

Testamento ipocrita di un guerriero - cenni.

Come molti che scrivono, ho l'abitudine di girare con fogli, block notes e agende onde segnare ciò che di interessante passa per la mente nei posti più disparati: quello che vedete sopra é un foglio sul quale ho segnato qualche personaggio che avrei utilizzato (o scartato come nel caso di "Clelia" e "Marianne") per il romanzo "Testamento ipocrita di un guerriero".
Sotto c'é uno stralcio di pensiero di Ironsword poi finito nel racconto:

domenica 28 ottobre 2012

Ironsword, parte 2a.

(Ironsword, visto da Fabio Mantovani - 1993)

"...perfetta! Gigantesco come un lottatore di wrestling e agile e slanciato come un nuotatore.

Ma come presero, intanto, l’esordio di Ironsword i miei amici, i miei giovani lettori e compagni di gioco di ruolo?
Male. Malissimo.
Alcuni di loro erano abituati a Wolf Man, personaggio western che era letto persino in certe ore di educazione artistica, alla scuola Petrocchi del IX Municipio e che avevo ideato due anni prima assieme ad uno strampalato gruppetto di amici di quartiere.
Wolf Man non smetteva mai di parlare, parlava continuamente “col” lettore, facendolo partecipe dei suoi pensieri, dei suoi piani di azione, dei suoi (scarsissimi) stati d’animo.
Ironsword non parlava mai.
Wolf Man sapeva costantemente dove stava il bene e dove il male, il suo mondo era una gigantesca tela in cui si distinguevano soltanto il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. E non sbagliava mai, Wolf Man.
Ironsword era un uomo tormentato, pieno di dubbi e di amarezza, stanco e talune volte così sconfortato da dare l’idea che stesse per crollare, per mollare tutto, che potesse perdere da una pagina all’altra.
Wolf Man era un divertentissimo personaggio nato e cresciuto in un’isola irraggiungibile della fantasia, Ironsword viveva nello stesso terreno degli uomini, e con essi e da essi trasmetteva il sudore, il sangue, la gioia e l’amarezza cui siamo tutti costretti, la maggior parte delle volte senza un vero perché, e raccontava qualche volta che sì, si può perdere, cadere finanche in maniera rovinosa. Forse è proprio questo che i vecchi lettori, gli amici di una volta non mi perdonarono mai, e certi uni non lo fanno neppure oggi.
Ironsword dimostrò, forse, che anche i nostri “eroi”, qualche volta, possono perdere. O farsi del male.
Il lettore non lo vuole questo fatto, non lo accetta, non ne vuole neanche sentir parlare. Perché nel comune territorio della fantasia e dell’immaginazione il cattivo, il brutale prepotente cade nella polvere tra le risate della gente o sotto il mantello svolazzante dell’eroe di turno. E lui / noi si ritiene pienamente soddisfatto.
Ora, non che l’idea mi faccia schifo, comunemente Ironsword mette al tappeto il proprio avversario o lo mette in condizione di non nuocere, ma quel “sempre” mi faceva girare le scatole, mi rendeva insofferente mentre ero alle prese con le sceneggiature.
“Un eroe, così pieno di sogni, non può perdere mai” cantava Roberto vecchioni in una celebre canzone, ma io non potevo e non volevo dare quest’abitudine a chi mi aveva seguito sin lì; di porcate ne avrò scritte a tonnellate, ma di prendere per i fondelli la gente no, questo non m’è mai capitato di farlo, e non sto lì a raccontare di felici happy end o d’improbabili baci tra i protagonisti mentre scorrono i titoli di coda.
Non mi va e non mi ci sento portato.
Il problema fu di spiegarlo a un branco di adolescenti brufolosi abituati piuttosto male. Vista l’antipatia (del tutto pregiudiziale) con la quale fu accolto Ironsword, mi rinchiusi in me, mi sentì tradito e offeso: nel mio piccolo cantore di storie, era come se il mio pubblico rifiutasse il cambiamento, osasse addirittura dettarmi in maniera ottusa e coatta la strada su cui avrei dovuto continuare a spingermi nello scrivere storie, racconti, persino canzoni.
Rifiutai quindi qualsiasi spiegazione o confronto su Ironsword, giungendo persino a evitare di nominarlo o a cambiare discorso quando qualche amico o conoscente lo evocava. Questo per numerosi anni.
(La prima, primissima cover di un fumetto di Spectrum in cui compare Ironsword: 1989)

L’altra faccia della medaglia fu per me un aspetto assolutamente nuovo e affascinante: la creazione di Ironsword mi avvicinò velocemente e perentoriamente al pubblico femminile! Fenomeno, invero, mai assaggiato – manco per sbaglio!- durante la gestazione di altri personaggi.
Ancor oggi Ironsword ha ammiratrici in Giappone ed è in assoluto il personaggio che ho schizzato o realizzato per amiche o lettrici di sesso femminile. Senza dubbio ho disegnato Ironsword più per donne che per uomini! Lungi da me l’idea di andare a capire il motivo di tutto ciò.
(Illustrazione di Fallen Angel, disegnatore e grafico cinese-2006)

Rendendomi conto – come mia abitudine – di saltare da palo in frasca, urge chiarire un altro aspetto fondamentale per la storia di Ironsword: mentre le precedenti creazioni (mi viene in mente Giò Randall, Wolf Man, Geys) non avevano un passato, un tessuto sul quale i personaggi erano cresciuti, ma semmai aggiunto dopo diversi episodi – o come nel caso di Geys mai narrato – di Ironsword avevo tutto il suo passato, la sua vita fino al momento in cui si sarebbe presentato alla gente. Dato che l’esordio sarebbe dovuto avvenire sul palcoscenico del gioco di ruolo, ritenevo che conoscere il background del mio guerriero con la cicatrice fosse irrinunciabile per un’interpretazione priva d’incongruenze o esitazioni; poi, sul fronte puramente letterario, c’era la storia di questo principe venuto da lontano, bello e triste, che mi girava in testa da un bel po’.

Genesi letteraria.
Ho raccontato all’incirca la nascita grafica di Ironsword, ma come pensai al personaggio vero e proprio, al sua dramma, al suo passato maledetto? Da bambino ho avuto una fortuna, una bella libreria fornita – tramandata da mio nonno e mio padre – e una curiosità addirittura feroce verso tutto ciò fosse scritto o disegnato. Per dirla tutta, all’età di dodici anni mi ero già sciroppato l’Iliade e l’Odissea, Fontamara, I promessi sposi, in sostanza tutte le fiabe e le novelle (sì, lo ammetto, persino i due libri sulle “Piccole donne”) tantoché alle scuole medie ogni anno studiavamo testi che io avevo già letto e che mi facevano di conseguenza annoiare per tutta la durata delle lezioni.
Tra questi, ve ne era uno che mi aveva affascinato già leggendo l’intro, si trattava di un romanzo francese che avevo letto durante un’oziosa vacanza abruzzese e che narrava le vicende di un nobile che torna a Marsiglia invischiato in una storia di tradimenti, amore, amicizie e – soprattutto – vendetta.
Se il nome del protagonista, Edmond Dantès non vi dice nulla, si vede che non avete mai avuto occasione di leggere “Il Conte di Montecristo”, di Alexandre Dumas.
Me ne ricordai eccome nel momento di scrivere del passato, della vita di Ultor Barrymore Greenvich, detto Ironsword.

Come vedete, avevo tutti, ma proprio tutti gli ingredienti per “partorire” il mio personaggio.
Mancavano quei particolari, quelle rifiniture che spesso e volentieri sono più divertenti da cesellare rispetto al resto.
Da principio ero convinto del fatto che Ironsword dovesse avere un occhio solo, perché ammiro Jena Plissken e perché intendevo dotare il personaggio di un particolare aspetto fisico che lo facesse riconoscere e ricordare facilmente da chiunque. Prima ancora di realizzare un solo schizzo, però, bocciai l’idea della benda sull’occhio. Abusatissima immagine, certo, da Jena a Nick Fury passando per Capitan Harlock e tutta una serie di personaggi minori che affollava etere e edicole, ma non fu questo fatto oggettivamente a farmi cambiare rotta.
Di nuovo il gioco di ruolo scelse per me.
Orbene, nell’incrollabile fiducia estremizzata di cui è dotato ogni adolescente che si rispetti, intendevo presentare un personaggio “nuovo” e “originale” che non generasse paragoni, chiacchiere, confusione, e siccome in quel periodo faceva scalpore un chierico giocato da un mio amico dotato proprio di benda sull’occhio, decisi che non potevo e non volevo presentare un suo clone.
Al tempo stesso ero deciso a presentare il mio eroe con un segno sul volto che fosse inconfondibile. Ovviamente non è che avessi molta scelta, se non volessi compromettere la bellezza dell'uomo che avevo ideato, scartai bruciature, scalpamenti (pensai anche a quello, giuro!) e buchi vari.
La scelta cadde quindi su una cicatrice, grande comunque, che gli attraversasse la guancia come un indelebile segno maledetto col quale specchiarsi ogni mattina. Lo realizzai a forma di lama ricurva, così si avvicinava all’ambientazione fantasy fatta di continui scontri all’arma bianca. In più i capelli lunghi e la barba incolta, quasi tentativo da parte di Ironsword di coprire, nascondere quello sfregio terribile e in netto contrasto con l’aria che aveva quando militava nel glorioso corpo dei paladini di Lakebeach, la sua patria.
Poteva andare.
 Onde ottenere maggiore contrasto tra il “vecchio” Ironsword, quello cioè del passato del personaggio e quello che avrei mostrato ai lettori, decisi che tra i fallimenti vari ed eventuali ci sarebbe stato anche quello subito nel corpo dei paladini di Gohlnor; sì, Ironsword sarebbe stato un alto ufficiale dei cavalieri di Lakebeach, ma già poco incline alla disciplina e all’inquadramento militare, semi cioè piantati per ciò che Ironsword sarebbe divenuto.
Sebbene quasi nessuno dei giocatori di ruolo di allora tornò mai sulle proprie decisioni (decisione, cioè, di detestare Ironsword), al di fuori dell’ambito ludico nei primi anni novanta Ironsword cominciò a mietere i primi, timidissimi successi presso chi ebbe occasione di leggere i fumetti e i brevi racconti dedicati alla Grande Morte Bianca; nello specifico, gli anni che vanno dal 1991 al 1995 furono molto gratificanti per Ironsword e per il sottoscritto. Tanto per dirne una, lo staff della discoteca “Palladium” di Roma scelse la Grande Morte Bianca come figura da rappresentare nei biglietti d’ingresso del 1994.
Purtroppo, il 1995 è anche l’anno nel quale Spectrum ed io andiamo a impelagarci in una monumentale opera a Fumetti ideata da lui, scritta con me e che ho l’onere di disegnare da solo; trattasi della “Saga del profeta”, lunghissima vicenda che ha la pretesa di svelare molti dei retroscena che allora legavano i nostri mondi fantasy, e che a ben vedere rappresentò un lavoro così lungo e faticoso da lasciarmi strascichi e insofferenze per lunghi anni: pensate, solo il soggetto scritto da me e Niki era di oltre dieci pagine, con una sceneggiatura immane redatta da me. Morale, quasi due anni di lavoro, per un mostruoso (secondo le mie abitudini!) ritmo di due tavole al giorno e varie paranoie che contribuirono ad allontanarmi da Ironsword e dal suo mondo. Finito questo lavoro (veramente ingrato, poco apprezzato dagli amici che lo lessero, e mai digerito graficamente da me) iniziai quella crisi che mi avrebbe accompagnato fino al 2003! Sì, quasi dieci anni di contrasti tra me e la mia creatura, verso la quale ero insofferente, rancoroso, ostile.
Il fatto è che non avevo perso una virgola della mia voglia di disegnare o raccontare storie, ma sentivo che ero prigioniero di..." continua.

(Prima apparizione assoluta di Ironsword, da Gateway to Apsay, disegno di Spectrum - 1989)

mercoledì 24 ottobre 2012

Fernando Fusco e il suo Tex.

Tra i miei cimeli, un bellissimo Tex Willer a colori disegnato da uno degli artisti più rappresentativi del ranger:
http://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Fusco
Tex c. by Sergio Bonelli Editore.

lunedì 22 ottobre 2012

Anche lì!

Scoperto di essere registrato su Facebook dal 2009 (non chiedete niente, please!) col mio abituale alter ego scribacchino, ho deciso di utilizzare questo social network anche io!
Non vi troverete però informazioni personali, ma solo quelle legate al mio mondo più amato: quello fatto di scritti, fumetti, fantasia: niente amici sgangherati di 30 anni fa, quindi, e neppure ciò che ho mangiato per pranzo o vestito per cena.
Io vi ho avvisati!
Il profilo lo trovate cliccando sul logo qui accanto, sulla destra.
Per oggi é tutto: ciao!

domenica 21 ottobre 2012

Ironsword, parte 1a.


Nel 2009 uno dei miei personaggi, Ironsword, tagliò il traguardo dei 20 anni; per una pubblicazione amatoriale, ritenni che tale raggiungimento andasse adeguatamente "festeggiato", preparando un kit speciale per il numero in questione: così, gli amici più devoti e presenti alla lettura di questo fumetto fantasy, si videro recapitare a casa un'ingombrante scatola contenente i seguenti oggetti!
1 copia del fumetto del ventennale.
1 tazza stampata a fuoco con l'effige del protagonista.
1 tavola del fumetto.
1 cover.
1 albo rilegato a spirale con la "storia" del personaggio e le varie evoluzioni vissute col passar degli anni.

Oggi, a tre anni da quell'uscita, ritengo di fare cosa gradita riproponendo qui quelle pagine rievocanti la creazione della Grande Morte Bianca e le curiosità ad esso collegate, con le relative immagini stampate in quel volume.
Buona lettura!
P. s.
L'allegato, intitolato "1989 / 2009 - Ironsword: 20 anni di un personaggio difficile", era di circa 30 pagine. Le riposterò a blocchi di 5, una volta alla settimana.
(la tazza data in omaggio col kit del ventennale)

"Non è facile, oggi, riallacciare il filo dei ricordi che partono dal settembre del 1989, giorno (anzi, notte) nel quale pensai e realizzai il personaggio di Ironsword.

Alcuni di voi avranno già sentito questa storia, molti dalla mia diretta voce, e probabilmente ne avranno ormai a noia. Siccome, però, il lettore di Ironsword è mutato e si è diversificato nel corso di questi venti anni, temo che dovrò raccontare di nuovo – a loro uso e consumo – questa vicenda!
Pensato per il gioco di ruolo cui dedicavo tutti i pomeriggi di allora, Dungeons e Dragons, Ironsword fu un’operazione di assemblaggio come non ne avevo mai fatto; i precedenti personaggi da me ideati erano sorti in base al fatto che avevo molto più tempo da dedicare loro, mentre per la Grande Morte Bianca il tutto sarebbe dovuto avvenire dall’oggi al domani.
Il personaggio che avevo interpretato sino allora e che avevo perso (ecco, il perché e il percome di quella perdita ve li risparmio!) mi aveva lasciato dinanzi al resto del gruppo nudo come un verme! Se volevo, cioè, prendere parte alla sessione pomeridiana dell’indomani (e lo volevo, perdiana!) dovevo sostituire il personaggio morto (ammazzato) con uno nuovo di zecca, che fosse anche bello, intelligente e con il sano proposito di rimanere vivo diversamente da chi lo aveva preceduto.
Facile no?
Intorno alle sette della sera ero sul mio tavolino con manuali, penne, matite e colori assortiti. Ma strizza e strizza dal mio cervelletto non usciva un solo nome, un solo tratto caratteriale, niente di niente! La mattina sarei dovuto andare a scuola (avevo sedici anni) e poi alle quattro sarebbe incominciata l’abituale sessione di gioco.
Già.
Ma non avevo uno straccio di personaggio da presentare. Sapete tipo l’incubo da pagina bianca dello scrittore? Ecco, avevo il blocco del costruttore di personaggi!
Realizzavo e poi gettavo via schizzi, prove, abbozzi, zibaldoni, come li chiamava il mio professore di disegno. Ma di chi sarebbe diventato Ironsword, nemmeno l’ombra. C’è da dire che quando 
ideavo un personaggio per un fumetto solevo farlo in compagnia di amici che amassero la nobile arte come me, e che si divertissero a sognare, immaginare pirati, cow boy, avventurieri.
Quella notte, in quel frangente – e per la prima volta – davanti al foglio c’ero io ed io soltanto. E non avevo mai immaginato che fosse così difficile, dal niente, plasmare una figura immaginaria che avesse carattere, punti focali che risaltassero; un carattere, insomma.
Sfogliai volumi e libri illustrati che tante volte erano venuti in mio aiuto, le cover dei miei film in cassetta, tutto ciò che avrebbe potuto aiutarmi.
La notte occupò poi il posto della sera, e nella mia stanza illuminata fiocamente ero ancora al lavoro.
Non intendevo presentarmi ai miei amici con un nulla di fatto o peggio ancora non presentarmi per niente. Così, dopo un po’, con la pace e il silenzio della notte, mi sdraiai sul divano e presi a far scorrere liberamente la mia immaginazione.
Pensai che non fosse poi così difficile andare alla base, alle radici del mio immaginario, di quello che mi aveva sempre colpito e che dovevo travasare in colui che sarebbe diventato il mio beniamino immaginario.
Intanto avevo deciso che non sarebbe stato un personaggio con un viso pensato su quello di un attore o di un personaggio famoso, com’era diventato di moda sin dai tempi di Tex Willer; volevo un personaggio tutto mio, ideato da me e che non potesse essere paragonato a nessun altro esistente.
Mi accorsi che era già un gran bel punto di partenza.
 Chi amavo? Chi aveva realmente colpito la mia immaginazione sino ad allora? Oggi qualcuno potrebbe sorridere, ma allora ecco chi erano i miei miti e che fluirono in Ironsword:
Peter, l’attore Ken Foree di Zombi, perché era silente e pessimista.
Actarus di Goldrake, perché piaceva alle ragazzine e amava la pace, un personaggio molto romantico, seppur costretto a combattere.
Rambo del primo film, perché nonostante fosse un asso nel suo mestiere di soldato, era un fallito.

I miei capelli, perché le ragazze dicevano che erano più belli dei loro, lunghi, lisci e biondissimi.
Il fisico dei culturisti, perché volenti o nolenti tutti si voltavano e commentavano quando ne vedevano uno! E poi un guerriero doveva per forza di cose avere un fisico possente.
Duff Rose, dei Gun’s and Roses, perché lo vedevo come una sorta di ribelle metropolitano.
Zagor di Guido Nolitta e Gallieno Ferri, giacché nessuno aveva il carisma dello Zagor di quegli anni.
Glenn Peter Stromberg, asso svedese dell’Atalanta calcio, perché aveva un taglio di capelli perfetto per chi avevo in mente.
A poco a poco cominciavo ad avere in mano i primi ingredienti, i germi seminali che mi avrebbero portato a Ironsword; e non era stato poi nemmeno così difficile.
Ora dovevo sistemare questi ingredienti cosicché potessi averli davanti agli occhi in fase di “assemblaggio”.
Presi la custodia fotografica di una vecchia musicassetta dei Gun’s and Roses, tuttora in mio possesso, nella quale il buon Duff figurava ignaro, e una figurina di Stromberg dalla mia collezione. Infine, la cosa che mi portò via più tempo in assoluto, quella notte: possedevo, infatti, quasi tutti gli episodi di Goldrake trasmessi illegalmente da un’emittente televisiva romana e che avevo registrato su vhs: le infilai febbrilmente nel lettore e intanto fissavo e registravo in un’altra cassetta vergine tutti i primi piani di Actarus che mi sarebbero serviti: minuti e minuti di questi sguardi, fissi e grandi sullo schermo. Sentivo che quella cosa indescrivibile che è “l’ispirazione” stava lentamente impossessandosi di me, e che non potevo smettere, non quella notte. Intanto su fogli, quaderni o semplici block notes incominciavo a scrivere, disegnare, provare. Il primo risultato fu un grottesco pupazzo che aveva gli occhi di Actarus, i capelli di Stromberg, la ricrescita di Duff e il mio naso! Ma ero sulla buona strada, occorreva disegnare ancora, poi tutto sarebbe stato più osmotico, più assemblato. Fu un’emozione incredibile la prima volta che alzai il foglio colorato e Ironsword mi guardò torvo, anche se non sapevo ancora si chiamasse così!
Anzi.
Il nome era un altro grosso problema.

Mi occorreva un nome fantasyggiante, ma che non potesse venir storpiato dai miei compagni e allo stesso tempo che avesse una sorta di potere cacofonico quando fosse pronunciato: ricordo che ne scartai dozzine; ad esempio uno dei primi fu Goldenaxe, che mi piaceva parecchio, ma che sembrava la marca di un profilattico, ne buttai giù diversi. Mi aiutavo con un dizionario d’inglese e uno di latino, perché avevo già chiaro in testa che il mio personaggio dovesse avere un nome e un cognome come tutti, ma che non intendesse rivelarlo, perché ne avesse timore o vergogna, o tutte e due le cose insieme; gli serviva quindi un soprannome, un nome di battaglia. Arrivai a Ironaxe ma scartai anche quello e decisi solo di tenere la parola "Iron", perché volevo che avesse un nome che rispecchiasse il suo carattere di ferro, che non si sarebbe spezzato di fronte a niente. Siccome durante gli schizzi preparatori avevo spesso disegnato Iron con una lunga spada dalla foggia particolare, decisi che Iron e la parola Sword che dall’indispensabile vocabolario inglese scoprii essere la traduzione di spada sarebbero state perfette assieme: Ironsword, e chissene fotte se non era un nome particolarmente originale.
Ironsword si sarebbe presentato indurendo la bocca e dicendo a bassa voce: “Mi chiamo Ironsword” con quell’erre tosta che sarebbe suonata come una condanna.
Sì. Andava bene. Decisi che andava bene.
Altra cosa che avevo chiara in testa sin da subito e cui non intendevo rinunciare era una particolarità del suo carattere: Ironsword avrebbe dovuto parlare poco e niente. In un’epoca di palloni gonfiati e auto promoter mi piaceva l’idea di un uomo che agisse soltanto con i fatti e che non perdesse tempo nell’auto incensarsi o nel compiacimento, difetto che – da lettore onnivoro – riscontravo in diversi eroi dell’epoca.
Mi serviva un personaggio che avesse diverse corde da pizzicare, che fosse malinconico quando e quanto lo ero io, che avesse scoppi d’ira e che non intendesse arrendersi alla prepotenza, all’ingiustizia di un mondo che lo aveva ferito irrimediabilmente ancor prima che i lettori e i giocatori di ruolo facessero la sua conoscenza.

Sentivo montare le parole, i fatti, le immagini, Ironsword cominciava a vivere di vita propria, sembrava che stesse lì, nella mia camera, quella notte, seduto sul divano a raccontarmi a testa china chi fosse, cosa volesse, dove andasse (le tre domande irrinunciabili di chi si appresta a costruire un protagonista). Ed io, umile cronista della sua storia, giovane cantore di un’epoca ancora tutta da scrivere.
Ero infervorato.
Occorre ricordare che per la prima volta da quando mi ero avvicinato alla narrazione, avevo ideato un personaggio che era mio, del tutto mio. Potevo rovesciarci dentro tutti i miei tic, i miei sogni, le irrinunciabili rabbie di chi aveva allora la mia età.
Fu come un grido, Ironsword, la mia personalissima e minuta canzone di protesta.
Ironsword diceva no, cacchio, e lo diceva chiaro e forte. Raccordato tutto ciò, intendevo dotare il mio guerriero di un fisico da capogiro, uno di quei corpi muscolosi che avrebbero fatto voltare le donne nelle taverne e inculcato rispetto e timore agli altri.
Solo che anche qui non fu facile. Di per se copiare dal fisico costruito di un culturista, porta solitamente a tratteggiare un busto tozzo, con le gambe sproporzionate e il risultato spiacevole di un barattolo da combattimento.
Sentivo che non andava bene.
Tuttavia, per diversi mesi andai puntuale in edicola per acquistare ogni rivista trattasse il body building, il fitness, la muscolatura.
“Una rivista di culturismo”, chiedevo, “una qualsiasi!”
Oggi, a distanza di venti anni, mi rendo conto di come l’edicolante mi guardasse di sottecchi, e che significato do ora a cert’uni suoi sorrisi!
Fatto sta che il risultato non mi piaceva.
Ricorsi di nuovo alla fantasia. Volevo un Ironsword che avesse il fisico perfetto ma anche scattante e tonico? Non mi restò che “allungare” la figura del guerriero, arrivando addirittura nelle prime bozze ad aggiungere una fila di addominali col risultato di renderlo più slanciato e potente. Avevo in concreto rivoluzionato il corpo umano creandone uno a uso e consumo del mio guerriero. La mia trasformazione in novello barone Frankenstein era pressoché..."(continua)
(il logo di Ironsword, creato splendidamente dall'amico Marco Brotto)
(alcuni gadget, sempre rigorosamente omaggiati ai lettori nel corso di ricorrenze particolari: il portachiavi di Ironsword ...)
(la t - shirt)