Aggiornati su questo blog tramite una mail!

giovedì 31 maggio 2012

Per quando maggio finisce...

Alcune cose, tante cose, non sono mai casuali nelle nostre vite.
Qualche sera fa una ventata di nostalgia mi aveva riempito l'anima con i colori, gli odori e le voci tintinnanti di un vecchio, vecchissimo appartamento costruito negli anni '40 di fianco alla stazione ferroviaria; si trattava di una casa costruita ad "L", con cinque stanze, due bagni, appunto due corridoi.
La mia casa.
Nel suo libro, recentissimo, il popolare attore / regista Carlo Verdone descriveva la (quasi) agonia propria e della famiglia nei giorni, nelle ore che precedettero il trasloco dalla casa in cui era nato ad una nuova. Verdone racconta di essersi precipitato a prendere una telecamera per filmare gli ultimi istanti in cui poteva calpestare quel pavimento tanto caro, come un ultimo, struggente saluto ad un parente o ad un amico cui si é voluto tanto bene e che sta andando via per sempre.
L'altra sera, ripensando a casa mia (non questa attuale, quella "vera" in cui sono nato), riflettevo sul fatto che Carlo Verdone sia stato fortunato. Molto fortunato.
Io non ho potuto farlo, ad esempio. Non ho potuto salutare casa mia mentre mi sbattevano fuori.
Quarantott'ore scarse e la mia roba giù nell'androne.
Capita sovente che si faccia il giochino "Chi butteresti giù dalla torre tra questo disco e un altro? Tra quell'attore e quell'altro?", ecco, io lo feci sul serio. Decidere in poche ore ciò che avrei dovuto (o potuto?) portare e ciò che non avrei dovuto. Perché non potevamo permetterci un trasloco in grande stile e perché non ne avrei avuto il tempo. Cominciai a telefonare, regalare, sistemare altrove volumi, vecchie collezioni, fumetti e gadget raccolti in una vita. Tanta roba rimase comunque su quel maledetto pianerottolo.
Pensai ai folli gerarchi nazisti, che bruciarono i libri considerati - a ragione - pericolosi strumenti di libertà ed eguaglianza mentre mi ritrovavo costretto a gettare decine di volumi, alcuni a me cari, altri che non avevo avuto il coraggio di sacrificare prima; molti miei disegni, racconti, fumetti.
Uno, in particolare, cui avevo dedicato quasi due anni della mia vita, oltre quattrocento tavole realizzate tra il 1994 e il 1995. Gettato. Per sempre.
Fui mesto, la prima volta che misi piede nella nuova casa.
Incredulo, quasi. Si dice che la fanciullezza finisca appena scopri la morte di qualcuno che ti è vicino, prima si vive come sospeso tra le nuvole. Io, grossomodo, ero così. Come un bambino.
Pensate che pochi giorni prima dello sfratto esecutivo, avevo cambiato il mobilio del mio studio per renderlo più confacente alle mie necessità.
Eppure avevo una lettera di sfratto sul mobile dell'ingresso! Semplicemente, non ci volevo credere.
In quella vecchia, grandissima casa accanto alla ferrovia, io c'ero nato, in una lontana estate del 1973, e se avevo fatto i conti abbastanza presto con la morte, mai avrei creduto di venire staccato da quella casa; e mai con quella brutalità.
Quando, distrutto alle due del mattino, poggiai l'ultima borsa del trasloco in terra, mi guardai in giro. Che posto era mai quello, in cui non riconoscevo un angolo, uno spiffero, un odore? Dove mai mi trovavo? Dove mai sarei andato a rintanarmi in un momento di sconforto o di irrefrenabile gioia? Mi sentii nudo, completamente fuori posto e vulnerabile. Come facilmente immaginabile, la nuova casa era spoglia, silenziosa, scura. Ma non di quel buio avvolgente e un pò consolatorio di casa propria, era un'oscurità riottosa e scontrosa, sconosciuta. Sedetti in terra tentando di raccogliere le idee.
Qualche istante dopo, feci un giro. Tenete presente che io presi quella casa a scatola chiusa, senza vederla prima grazie ad un amico di un'agenzia immobiliare che me la trovò in quarantott'ore. Notaio, conoscenza dei padroni di casa, formalità e poi a conoscere casa. Pazzesco vero? Andò proprio così.
Camminai verso il bagno. Non c'era più nulla, a parte l'alone spettrale dei quadri staccati dal muro e lontane tracce di vite precedenti.
Poi, quasi lentamente, notai un oggetto incastrato tra la porta di un ripostiglio posto in alto, sopra il bagno, e una frazione di muro rifatto.
Un oggetto.
Quello strano fatto mi strappò per qualche attimo alla mia malinconia. Afferrai una sedia, come avrebbe fatto qualche anno dopo Paride Agosti nel mio romanzo "L'apostolo nel buio", e mi arrampicai verso l'unica cosa che aveva forma in quel niente assoluto.
Un disco! O, come si sarebbe detto anni prima, un long playing! Eccitato lo tirai fuori un pò a fatica.
Quello che trovai voltando la copertina verso di me, mi emozionò tantissimo: si trattava della prima edizione di "Radici", un 33 giri di uno dei miei artisti preferiti, Francesco Guccini, che aveva proprio come tema portante le radici della propria casa, dei propri affetti, della propria esistenza.
Lo trovai incredibile, meraviglioso. Non solo era un disco che mancava alla mia collezione (lo possedevo, ma solo inciso su una vecchia cassetta) ma era quasi consolatorio per uno che passava i guai che stavo passando io. Lo trovai un segno del destino, un atto d'amore, un segno tangibile che c'era qualcosa che potevo amare, in quella fredda e spoglia casa.
Lo strinsi forte a me, al petto, come se avessi trovato un vecchio amico ad attendermi lì, per rinfrancarmi.
Ogni tanto la sogno, casa mia, accanto alla ferrovia, e mi accorgo che mi manca tantissimo, proprio come una persona cara che non c'é più.
Oggi, stasera, in questo fine maggio, vorrei dedicargli una bellissima canzone dei Pink Floyd, in una traduzione un pò traballante, ma fatta con tanto amore e nostalgia.

Wish you were here (Vorrei che tu fossi qui)

Così, così pensi di poter distinguere
il paradiso dall'inferno?
Cieli blu dal dolore?
Puoi distinguere un campo verde
da un freddo binario d'acciaio?
Un sorriso da un velo?
Pensi di essere capace di distinguerli?

E ti hanno portato a barattare
i tuoi eroi con dei fantasmi?
Ceneri roventi per degli alberi?
Testo trovato su http://www.testitradotti.it
 
Aria bollente con una fresca brezza?
Una magra consolazione per il cambiamento?
E hai scambiato una parte da comparsa in guerra
con un ruolo di comando in gabbia?

Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui.
Siamo solo due anime perse
che nuotano in una boccia per i pesci.
Anno dopo anno,
correndo sempre sul solito terreno,
cosa abbiamo trovato?
Le stesse vecchie paure.
***
"La casa sopra i portici", edizioni Bompiani (2012), di Carlo Verdone.
"Radici", Emi Italiana (1972) , di Francesco Guccini.
"Wish you were here", (1975) Harvest Records, Pink Floyd.

Vorrei che tu fossi qui. 

11 commenti:

  1. Bellissimo ricordo, Fran... E anche "Radici" è un bellissimo LP!

    RispondiElimina
  2. Bellissimo post, grazie per averlo condiviso con noi.
    Significativo il fatto che hai trovato RADICI in quel ripostiglio.
    Vedi, come ci siamo sempre detti, c'è qualcosa. Qualcosa di intangibile. Qualcosa che dà un senso a tutto questo caos. Quel qualcosa è ciò che ci permette di amare. Quel qualcosa di invisibile, che proprio perché celato alla nostra vista è tanto anelato, e tanto potente.
    Viene chiamato in molti modi, in tutto il mondo.
    Io qui vorrei chiamarlo solo "Luce".

    RispondiElimina
  3. Si...grazie a voi per l'attenzione prestata a questo piccolo blog.

    RispondiElimina
  4. Ciao Amy! Grazie dell'iscrizione e del post! ;-)

    RispondiElimina
  5. complimenti davvero per il ricordo. commosso e commovente ma senza essere patetico :)

    RispondiElimina
  6. Ciao Bartolo, e grazie! E' un piacere averti qui.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ci sono sempre stato, ma da buona pippa ho capito un pò tardi come piazzare un commento.....

      Elimina
  7. Mi fa piacere pensare che qualcuno abbia lasciato lì quel disco ad accoglierti, per attenuare la malinconia e la frustrazione. Qualcuno forse, che ha provato i tuoi stessi sentimenti nel lasciare la casa che ha abitato per tanti anni.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'ho pensato anche io, e ancora mi piace crederlo; se ci pensi, tra i miliardi di LP prodotti nel mondo, vado a trovare proprio quello in una casa sfitta da anni.

      @ Bartolo: non lo dire a me...io sono pippa ancora adesso!

      Elimina